Archivio di Settembre, 2007

Al suo debutto online è stata salutata come la “biblioteca ufficiale” di Internet. È Open Library, la nuova iniziativa promossa dall’Internet Archive (IA), meritoria istituzione no-profit di San Francisco da anni impegnata nella conservazione e messa a disposizione di risorse di ogni tipo: musica, video, testi. Sua è anche l’idea della “WayBack Machine“, ovvero una macchina del tempo che permette di accedere a contenuti altrimenti introvabili (qui, ad esempio, l’home page di Panorama.it nel 2002).
Di recente, poi, l’ente è stato ufficialmente riconosciuto come biblioteca da parte dello Stato della California. Ed è la prima volta che ciò accade per un servizio online.
Ora Internet Archive ha deciso di cimentarsi con una delle grandi promesse (non mantenute) della rete. E, cioè, il sogno di una biblioteca universale, gratuita e a portata di click per chiunque. Ha così cominciato ad acquisire importanti collezioni provenienti dalle biblioteche di mezzo mondo e pubblicarle online attraverso un innovativo sistema di visualizzazione: e-book ad alta risoluzione, sfogliabili direttamente dalla finestra del browser, scaricabili in pdf e stampabili da casa. Il tutto senza dover versare nessuna quota: i contenuti sono infatti tutti di pubblico dominio o protetti da licenza Creative Commons.
Certo, sul fronte dei libri online le iniziative sono ormai davvero tante. E poi c’è già un concorrente agguerrito come Google Books, che da tempo sta scannerizzando intere biblioteche per metterle a disposizione online. Ma l’iniziativa di Mountain View è ancora vista con sospetto dai più, e non solo per le resistenze che va incontrando tra gli editori: sarà poi giusto che un’istituzione commerciale diventi proprietaria di tutto il nostro patrimonio culturale? Non sarebbe meglio affidarsi a un ente no-profit, in grado di assicurare un accesso aperto al sapere?
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Giornalista, scrittore, disegnatore, editore, umorista… I sostantivi con cui descrivere la poliedrica figura di Leo Longanesi sono molteplici. Più semplicemente, intellettuale? “L’intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto”, è uno dei suoi celebri aforismi. Allora niente, limitiamoci a dire che è stato una delle personalità più vitali e fervide della prima metà del Novecento. E che proprio cinquant’anni fa moriva, al suo tavolo di lavoro - dov’altro, sennò? -, a Milano. E proprio nel giorno del cinquantenario della sua morte, il 27 settembre, la casa editrice che ha fondato, la Longanesi, pubblica il suo libro Il generale Stivalone. Sessantaquattro pagine, poco più di trecento parole (se si esclude l’introduzione di Paola Mastrocola), ma una vera chicca da tenere nella propria libreria.
Si tratta di una serie di illustrazioni accompagnate da didascalie autografe uscita dagli archivi di famiglia e ora data alle stampe. Un volume di acquerelli composto da ventidue tavole a colori inedite.
Un racconto scritto per disegni. “Illustratori, grafici, pubblicitari, artisti normalmente parlano attraverso il disegno, certo, è il loro mestiere” scrive la Mastrocola “Ma scrivere per disegni è un’altra cosa. Vuol dire che una storia ti nasce prima attraverso le immagini, e poi attraverso le parole. Narrare per disegni è forse all’origine del narrare”.
L’elemento che dà il la alla trama del libro è un semplice stivale. Sì, uno stivale. Poco nobile? Probabilmente per gli scrittori seriosi di oggi sì, ma per Leo Longanesi no. Lui non prende troppo sul serio il suo ruolo di scrittore, e lascia che i disegni riempiano di surrealtà la vicenda. Di chi è lo stivale? Di un generale, che l’ha lasciato chissà perché in un prato. Sopra allo stivale si è posato un uccello e cosa fa il generale? Gli spara, mancando però l’uccello e rompendo lo stivale. Dando il via a una storia che semplice semplice - di una semplicità di cui spesso si è perso il gusto - si evolve. Per rimanere incompiuta. Longanesi non la terminò, ma poco male.
Il generale Stivalone è un libro per bambini? Sì, anche, ma in ogni tavola si annida una certa ironia, carpibile dagli adulti. Citando ancora la Mastrocola “il generale Stivalone è destinato a tutti, credo che Longanesi non si ponesse nemmeno il problema dell’età dei suoi lettori”.

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I vantaggi sono tanti. Che non sono ingombranti, che permettono una ricerca per parola e che a lungo termine fanno risparmiare un bel po’ di soldini. Gli e-book insomma, almeno in teoria, sarebbero la panacea alla più elefantiaca e costosa realtà dei libri di carta. Da anni se ne parla, dal 1997 per l’esattezza, e per molti anni ancora probabilmente se ne parlerà. Ma i risultati, al di là delle parole tardano a venire. Gli e-book sul mercato sembrano non decollare mentre invece crescono settori paralleli, come per esempio il mercato degli mp3 per le audioguide museali. Eppure le grandi case tecnologiche o dell’editoria elettronica ce la stanno mettendo proprio tutta per invogliare il distratto lettore. Ad ottobre Amazon tirerà fuori l’ultima diavoleria in termini di elettronica, Kindle, un e-reader, cioè un lettore di libri elettronici, che permetterà ai suoi clienti di scaricare direttamente i volumi che si intendono acquistare.
La novità è che è interamente wireless, senza fili, e permette di scaricare pagine in qualsiasi parte del mondo ci si trovi. L’altra novità invece viene da Google che, sempre da questo autunno, di molti e-book presenti nel suo database comincerà a far pagare l’accesso se completo. Per non parlare anche di altre curiosità come l’e-book profumato messo a punto da un sito americano e schermi supertecnologici concepiti da una start-up del Mit di Boston che imitano in modo sorprendente la normale e tradizionale pagina di carta. Basterà tutto questo per modificare completamente lo scenario dell’editoria? Gli esperti hanno paura a dire di no ma, come sottolinea la lucida analisi del guru Cory Doctorow, i lettori di libri oltre a rappresentare uno zoccolo tradizionale e quindi fedele chiedono uno standard unico per tutti gli editori, in mancanza del quale un e-reader, che già di suo costa non meno di 200 dollari, ne può scaricare solo alcuni e non altri. A quel punto il gioco non vale la candela. Però un dato è significativo: la Random House ha previsto nel 2008 di sfornare per il mercato elettronico ben 6500 titoli, pari al doppio degli anni passati. La speranza, evidentemente, anche per gli ebook è sempre l’ultima a morire.

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Mai come in questo caso l’arte della fotografia ha salvato l’arte vera.
Esce infatti per i caratteri delle Edizioni Polistampa
Firenze 1892-1895: immagini dell’antico centro scomparso, una splendida raccolta di oltre 300 fotografie scattate tra il 1892 e il 1895.
Ma non è la solita raccolta di foto d’epoca. Quegli anni, infatti, furono per Firenze catastrofici. A causa di un insano piano di risanamento, approvato nel 1888 per ragioni di decoro urbano e di igiene sociale, andarono perdute alcune tra le più belle dimore medievali del centro storico, cioè la città di Cavalcanti, di Cimabue, di Giotto e di Dante Alighieri. Fu quello un “bombardamento senza bombe” come lo definirono gli stessi intellettuali dell’epoca che gridarono allo scempio a tal punto che, prima che si consumasse, la Giunta Comunale fu costretta a nominare una Commissione Storico Archeologica, con l’incarico di eseguire studi e fotografie per documentare tutte “le cose di qualche importanza”. Foto le cui lastre si temeva fossero andate perdute. E invece sono state ritrovate negli archivi del Gabinetto Fotografico della Soprintendenza e pubblicate sotto l’occhio vigile e attento di Maria Sfarmeli, direttore del Settore documentazione della Soprintendenza al Polo museale fiorentino. Non sono state così inghiottite dall’oblio le strade dove passeggiava Paolo Uccello, le botteghe frequentate dal Brunelleschi, i tabernacoli citati dal Vasari, il cuore insomma di quella Firenze fino a qualche anno prima capitale politica d’Italia e da sempre capitale delle arti e delle lettere.
Da notare che per ogni scatto è stato rintracciato il punto di presa all’interno del fitto dedalo di strade, piazzette, loggiati medievali e rinascimentali. Quella città scomparsa è adesso di nuovo ripercorribile anche grazie al ritrovamento di una pianta del centro di Firenze come era prima delle demolizioni, allegata al volume.
LA GALLERY

Di Pietrangelo Buttafuoco
Una storia romantica, ecco il titolo. Ed ecco il canovaccio: l’Ottocento e Milano. Una nazione nasce e un uomo e una donna inseguono un destino d’amore. Lei è di un altro però. Aspasia, la ragazza dagli occhi viola annegati in profonde occhiaie, appartiene a Italo Morosini e Jacopo Izzo Dominioni, il protagonista di questa storia di gloria e libertà, non potrà rubarla a lui per non tradire un’amicizia perfetta: quella nata sulle barricate delle Cinque giornate di Milano. È il 18 marzo del 1848, nasce il Risorgimento italiano, Antonio Scurati che l’ha scritta questa così essenziale quanto rapinosa epica, ha pure sfasciato una retorica assai in voga, quella della Meglio Gioventù.
Dice: “Ma io concordo con Del Noce (intendo il papà Augusto, non Fabrizio il figlio): la violenza del Risorgimento prosegue nella ricorrente violenza eversiva della storia a noi contemporanea. Il mio personaggio, ferito da uno scoppio sulle barricate, si ritrova uno squarcio sulla gamba che gli disegna una stella a cinque punte”.
Scurati, rispetto alla Meglio Gioventù il Risorgimento di Una storia romantica (Bompiani) è epico, tocca le corde di un pubblico unito negli ideali.
Il Risorgimento è il grande rimosso della memoria…
Le chiedo scusa ma il Risorgimento è stato rimosso per fare largo tra le macerie della mitopoiesi alla cosiddetta Resistenza che poco unisce gli italiani.
La pensa così? Io sono postumo alla fase viva del marxismo rivoluzionario, la prima volta che ho votato è coincisa con l’ultima volta del simbolo del Pci nella scheda e per me la Resistenza ancora tale è, è il Risorgimento, l’unica stagione epica del nostro immaginario poetico-nazionale a essere la più dimenticata.
E perché così dimenticata?
Il Risorgimento è la condanna dell’avvilente piccineria del nostro presente. Il registro etico alto della Milano sulle barricate non è certo quello di oggi ricondotto a piccolo maneggio di lobby.
Una storia romantica, un titolo perfetto.
Non poteva che essere questo, il titolo. E così la copertina: Il bacio di Francesco Hayez, dove ho giocato coi colori per renderlo più meta-pop. Il bacio è lo stesso preso a modello per il più celebre dei baci, quello della Perugina. Rivendico questa prova di letteratura popolare…
Venderà come i Baci Perugina, infatti, questo romanzo, le signore dai cuori palpitanti si tufferanno tra i gorghi di 568 pagine, quelle del libro.
O siamo il paese delle vacanze o quello del melodramma…
…ha scelto l’amore, Scurati.
…o siamo il paese del romanzo criminale. E qui citiamo un amico: la strage di Duisburg si specchia nel Gomorra di Roberto Saviano. Siamo l’Italia del melodramma. E l’esempio, tra le riserve mitiche della nazione, è Luciano Pavarotti.
E chissà che un giorno la Scala, più che la Rai degli sceneggiati, non decida l’allestimento di questo suo romanzo d’amore.
Ma lei, giusto lei e il gallismo etneo, non ha colto l’erotismo, si sofferma solo sul bacio?
Certo che c’è l’erotismo, è febbrile, come l’amore che accende Jacopo quando salva Aspasia dallo stupro. Lei è a petto nudo, lui le sfiora il seno. Lei poi si darà al nemico, ma per togliere dalle galere sia l’amato che lo sposo…
Il romanticismo, e Hayez lo dimostra col suo dipinto, è la prima rivoluzione sessuale, il ricondurre l’unione tra l’uomo e la donna a un atto di libertà è un postulato politico. Il perimetro sessuale viene esteso a tutta la nazione. Violare la donna è come violare la patria intera.
Come nei Vespri siciliani, per buttarla sul gallismo. Si fa la guerra all’invasore francese per difendere l’onore di una picciotta che va alla messa.
Qui si fa la guerra all’invasore austriaco: le femmine sparano, vecchi ottuagenari e ragazzetti stanno sulle barricate, un abate scatena la rivolta. La nostra coscienza storica s’è affievolita: ciò che ho tentato di fare con Una storia romantica, un amore che dalle Cinque giornate deflagra con una bomba alla Scala nel giorno del ritorno di Giuseppe Verdi, è di costruire un libro con il meglio della nostra memoria.
Un tentativo riuscito, complimenti Scurati. Ma non le verrà perdonato dai critici l’uso della categoria spirituale assai esorcizzata, la nazione. Fu cancellata da Elio Vittorini in persona la nazione, impose l’uso di paese. Piacerà molto ai massoni, il suo libro, Scurati, è il romanzo che Bettino Craxi avrebbe voluto leggere. È un libro cazzuto, la vedo male.
Scurati pensa, sorride (”Ma la Massoneria è appena accennata nel libro…”), conclude: “Basta con questo fatalismo qualunquista. Hayez marcia insieme a noi!”.

Di Andrea Romano
Franco Cardini s’è seccato. Di più, ha proprio perso la pazienza nel leggere su Panorama della scorsa settimana l’intervista a Ken Follett. E allora ha preso carta e penna per scrivere una puntuta replica destinata al quotidiano cattolico Avvenire dove spiega ai suoi lettori che il Medioevo, quello vero, si trova nelle pagine per l’appunto sue e non certo in quelle del romanziere britannico. Tanto più che se già I pilastri della Terra era, secondo Cardini, “un ridicolo polpettone”, con Mondo senza fine si annuncia “un bouquet di sciocchezze, di banalità, di errori e di bugie”. Un pastrocchio che l’intervistatore di Panorama, che poi sarei io, avrebbe presentato “senza un commento che non sia ammirato e lusinghiero”.
Messo alle strette da tanta severità, devo al professor Cardini una piena e completa confessione. Sì, avverto l’urgenza di ammettere di essere un devoto lettore di Ken Follett. Alcuni anni fa mi ero appassionato ai Pilastri della Terra, come 10 altri milioni di lettori sparsi sul pianeta, e appena ne ho avuto l’occasione mi sono precipitato a leggere Mondo senza fine. Ma fin qui potrei forse contare sulla clemenza del Professore. Se non fosse che ho commesso peccato in più di un’occasione, indulgendo al godimento solitario o di gruppo di film e romanzi di ambientazione storica senza prendere le dovute precauzioni. Dimenticando la mia condizione di studioso e docente di storia contemporanea, non mi sono quindi chiesto con il dovuto rigore quanta verità storica ci fosse in quei lavori narrativi o cinematografici. Mi sono invece lasciato stoltamente trasportare dal ritmo della fiction, dai personaggi e dalle atmosfere che incontravo. Ho cominciato presto, e chissà che questo non abbia avuto il suo peso. Ricordo l’emozione che mi diedero La Talpa di John Le Carré o Archangelsk di Robert Harris, quando già frequentavo l’università e avevo quindi tutti gli strumenti per smascherare l’arbitraria ricostruzione delle concezioni di sicurezza sovietiche che quegli scrittori propalavano ai lettori. Ho poi visto una decina di volte Il nemico alle porte di Jean-Jacques Annaud o Il gladiatore di Ridley Scott, senza far troppo caso alle incongruenze storiche di cui sono pieni. Più di recente ho addirittura letto e regalato il fumetto 300 di Frank Miller, e poi persino il film, senza confrontarlo con il racconto delle Termopili che Erodoto fa nel libro VII delle sue Storie, così come mi sono fatto catturare dalle Uova del drago (Mondadori) di Pietrangelo Buttafuoco senza buttare nel camino le mie varie letture di storia della Seconda guerra mondiale.
Anche al professor Cardini sarà capitato di andare al cinema e in cuor suo sarà in grado di distinguere la fiction dalla storiografia, così come saprà che ogni scrittore è inventore del suo tempo e nel suo tempo. E forse ricorderà quanto scriveva Alessandro Manzoni, che pure sulla fiction storica s’interrogava con più di un dubbio, quando nel Dialogo dell’invenzione sosteneva che “chi dice che il poeta differisce dallo storico, in quanto deve inventare, dice quanto basta a quell’intento”. Ma più probabilmente la questione che tanto appassiona Cardini è un’altra. Perché quello che lo ha infastidito è la professione di fede antireligiosa di Ken Follett, quel raccontarci la sua «”onsapevolezza di tutto il male che può essere fatto in nome della religione”. Cardini è di tutt’altro legittimo avviso e ce lo spiega prendendola molto larga: rimandando dottamente ai suoi libri sul Medioevo, per poi concludere che i “mali del mondo” sono invece da attribuire alla “sete di guadagno, all’illimitata volontà di potenza delle élite economiche e finanziarie e dei loro complici executives”. Ah, ecco. Questo sì che è parlar chiaro.
LEGGI ANCHE: L’intervista di Andrea Romano a Ken Follett

Il 21 settembre compie 60 anni Stephen King , a soli quattro mesi dall’uscita negli States del suo prossimo romanzo Duma Key. Un’occasione per fare il punto sulla sua prolifica attività di scrittore ma anche per guardare al futuro. In Italia l’attesa è per il prossimo 6 novembre per l’uscita con Sperling & Kupfer del primo libro de La Torre Nera a fumetti. È la prima volta che King si interessa al mondo del fumetto. Sua la sceneggiatura insieme con Peter David, mentre i disegni sono di Joe Lee. Il 4 dicembre invece uscirà anche da noi, sempre per la Sperling, l’atteso Blaze, romanzo scritto ai tempi di Carrie e mai pubblicato. I proventi delle vendite saranno interamente devoluti a The Haven Foundation, una fondazione che si occupa di artisti freelancer. Quanto a Blaze è la storia di Claiborne Blaisdell detto Blaze appunto, un folle che decide di rapire una bambina e chiedere un riscatto di un milione di dollari. Per Duma Key, invece, la trama è top secret. Quello che è riuscito a trapelare è che il protagonista, reduce da un coma in seguito ad un grave incidente, troverà nella pittura l’espressione delle sue facoltà nascoste, riuscendo a trasportare nella realtà ciò che dipinge. Il re dell’horror insomma anche al traguardo dei 60 anni non abbandona il filo conduttore della sua scrittura che trae le sue origini da un’infanzia triste e piena di traumi, non ultimo l’abbandono del padre alla tenera età di due anni. Reso celebre da Shining (da cui fu tratto anche il famoso film di Kubrick) la carriera di King era cominciata lui bambino con i primi scritti legati al mondo della fantascienza. Poi l’uscita del romanzo Carrie, che non faceva mistero dei problemi del suo autore con alcool e droghe, problemi da cui poi è uscito brillantemente.
Quanto al futuro imminente per Stephen King sembra essere più roseo che mai. Ancora libri ovviamente e quest’anno anche la vittoria al Mystery Writers Of America il famoso premio dedicato agli scrittori di horror e mystery.
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Premio Forte Village 2007, quarto posto al Premio Strega e secondo al recente Campiello. Podi e onori per un libricino che si fa fatica a definire romanzo. Mal di Pietre di Milena Agus (edito dalla piccola casa editrice nottetempo) è qualcosa di diverso. È quasi una miniatura. Fosse stato un dipinto probabilmente sarebbe stato un acquerello. Fosse stato musica, forse un assolo d’arpa. Delicato e breve. Poco più di cento pagine pennellate con semplicità e grazia, senza entrare con impeto nell’attenzione del lettore. Senza troppo vigore, suo pregio e difetto.
Si legge in un attimo, e per il lettore-runner di oggi è di certo una buona motivazione per avvicinarsi all’opera seconda della Agus, che in Francia sta scalando la classifica dei libri stranieri più venduti, con quattro ristampe in un mese. “Avec une sensibilité et une liberté de langage étonnantes Milena Agus déroule pour nous l’histoire” scrive di lei l’editrice francese Liana Levi. D’altronde la Agus era già stata notata oltralpe con il suo primo libro Mentre dorme il pescecane (2005), e Mal di pietre è una conferma.
Genovese nata da genitori sardi, Milena Agus vive e insegna italiano e storia a Cagliari. E la Sardegna è lo scenario del suo racconto, con le sue superstizioni e tradizioni. A farne le spese è la protagonista, una donna passionale, troppo “focosa” - e per questo considerata folle - per la mentalità provinciale del Dopoguerra. Una Bovary sarda, l’hanno definita in Francia. Una donna alla ricerca disperata dell’amore, da cui proprio l’amore fugge sempre. Lasciandola privata della “cosa principale”, a combattere con i suoi “mal di pietre”, i calcoli renali, che si identificano con il mal d’amore e con i suoi deliri folli. Il tutto in un valzer di sentimenti e forti scene erotiche, narrato con leggerezza e distacco, e anche con la capacità di far sorridere. Toccando e non toccando il lettore. Sfiorandolo e rischiando a volte di rapirlo, senza farlo. Con una scrittura essenziale e semplice, naïf. Dove “le parole sono come pietre”, hanno detto i giurati del Premio Forte Village.
![La copertina di [i]Mal di pietre[/i] di Milena Agus<br> [i](Foto: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_mal_di_pietre.jpg)
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“Temevo che questo mio nuovo libro provocasse una rottura in famiglia perché la gente non accetta mai volentieri che le proprie cose private vengano messe in pubblico”. La scrittrice cilena Isabel Allende ha presentato in questo modo alla stampa spagnola la sua ultima fatica La somma dei giorni, in Italia uscirà per Feltrinelli nella prossima primavera.
Il romanzo racconta la vita quotidiana in California della Allende con il secondo marito William Gordon nei cinque anni successivi alla morte di Paula, la figlia scomparsa giovanissima a 28 anni, cui la scrittrice dedicò un suo libro, Paula, nel 1994. Nella narrazione però, e questo spiega le paure, vengono tirate fuori tutte le vicissitudini familiari che sono seguite al lutto: infedeltà, crisi esistenziali e religiose. Una confessione aperta nel segno della letteratura ma pur sempre una confessione.
Immaginando possibili conflitti la Allende ha preferito far leggere in anteprima il romanzo ai familiari e agli amici che vengono citati, chiedendo loro un parere. ”Molti di loro mi hanno chiesto di togliere parti, di riscrivere capitoli, di aggiungere alcuni particolari o di modificare scene” ha detto la scrittrice “sono tutte richieste che hanno contribuito a rendere migliore il libro, che oggi mi appare più profondo e onesto”. La passione però, garantisce, è rimasta la stessa dei suoi romanzi precedenti. La stessa con cui raccontava la saga immaginaria della famiglia Trueba, al centro della trama de La casa degli spiriti .

Uno psicanalista e una paziente uniti da una passione che diventa via via dipendenza assoluta. Lui si chiama Ralph Greenson, lo “psicanalista di Hollywood” che ha già scandagliato l’inconscio di personaggi come Truman Capote, Clark Gable e Frank Sinatra. La paziente si chiama Marilyn Monroe.
L’incontro tra i due è il nocciolo del libro Marilyn. Ultimi giorni, ultima notte (Bompiani), del francese Michel Schneider. Nel libro Ralph appare come il primo uomo che non considera Marilyn un semplice corpo da usare, ma le dona un amore puro, in cui ammirazione, seduzione e volontà di proteggere una creatura così fragile si saldano come in una morsa. Una storia che si gioca sul filo che separa fantasia e realtà, per un romanzo che ha già vinto il Premio Interallié 2006, è stato finalista al Renadout e al Goncourt e che in Francia ha già venduto oltre 100mila copie. In corso di traduzione in 14 paesi, Marilyn. Ultimi giorni, ultima notte diventerà presto un film prodotto da Warner Bros.
IL VIDEO SERVIZIO:
“Se i giornali fossero dei ristoranti avrebbero sulla porta questo cartello: ‘Entrate, il cibo non è granché ma ne avrete un sacco’. Troppe notizie, focalizzate secondo uno schema vecchio e logoro sulle istituzioni e la politica. Bisogna re-inventarsi o morire”. Si potrebbe riassumere con queste parole di Tim Porter, apprezzato consulente di molti quotidiani americani e fondatore del blog FirstDraft, il senso del libro di Vittorio Sabadin L’ultima copia del New York Times (Donzelli editore). Un testo che si interroga sul “futuro dei giornali di carta” e che racconta come i quotidiani italiani, europei e americani hanno provato a reagire in questi ultimi anni a diversi fattori di crisi: Internet e la free press innazitutto.
Il libro di Sabadin – andato rapidamente esaurito nella sua prima edizione e tornato in libreria lo scorso marzo con dati aggiornati al 2006-2007 – è stato giudicato troppo pessimista da alcuni e salutato come tristemente lungimirante da altri. In ogni caso, si tratta di un testo imprescindibile per chiunque voglia farsi un’idea di come sta cambiando il panorama internazionale dell’informazione. E non si pensi a un libro per addetti ai lavori. Lo stretto rapporto tra informazione (nelle sue diverse forme, inclusa quella del cosidetto citizen journalism), opinione pubblica e democrazia è infatti cosa che riguarda tutti.
Nei giorni in cui il New York Times annuncia che il suo immenso archivio on line d’ora in poi sarà disponibile gratuitamente – il programma di abbonamento in rete fruttava 10 milioni di dollari l’anno, mica noccioline - vale allora la pena ricordare qui alcune informazioni e dati proposti dal libro di Sabadin rimandando altrove per una lettura più analitica del libro.
Da circa vent’anni i giornali perdono copie in quasi tutto il mondo.
Dei cento giornali che vendono attualmente più copie al mondo, settanta sono pubblicati in Asia.
I lettori dell’edizione cartacea del New York Times superano di poco il milione, quelli del sito web sono raddoppiati in pochi mesi e hanno già raggiunto il milione e mezzo.
Negli ultimi 15 anni il numero di persone occupate nei quotidiani americani è sceso del 20% e alcuni giornali europei hanno perso il 50% degli introiti pubblicitari.
Per fronteggiare il calo di vendite, molti editori americani hanno preso a conteggiare le copie in un altro modo. Comprendono tra il venduto anche le copie distribuite sottocosto “a blocco” a compagnie aeree e alberghi. Il principale giornale americano, Usa Today, “vende” in questo modo il 46% della propria tiratura, 960 mila copie su più di due milioni.
L’Asahi Shimbun è un quotidiano giapponese con 12 milioni di copie giornaliere ed è uno dei più venduti del mondo. Ha monitorato il tempo dedicato ogni giorno dai suoi acquirenti alla lettura del giornale: in soli cinque anni, le donne trentenni che sfogliavano l’Asahi per 17 minuti hanno ridotto questo tempo a 12; le ventenni da 9 a 6; i ventenni da 10 a 7. La più grande riduzione, da 20 a 11, ha riguardato i maschi trentenni, considerati la categoria più ricca e produttiva.
Tra il 2000 e il 2005 la distribuzione dei giornali francesi è scesa del 7% e la raccolta pubblicitaria del 13%.
L’obiettivo di tagliare le forme di giornalismo più costose ha portato gli editori americani a ridurre del 12% in circa 6 anni il numero di corrispondenti dall’estero.
Si parla di “paradosso del giornalismo”: cresce il numero di luoghi nei quali si fa e si riceve informazione ma diminuisce la quantità di eventi seguiti e il numero dei giornalisti che lavorano in ogni organizzazione si riduce.
Nel mondo vengono distribuiti ogni giorno quasi 28 milioni di copie di giornali gratuiti, letti da quasi 60 milioni di persone.
Secondo le rilevazioni Audipress del febbraio 2007, il quotidiano “free” Leggo si colloca ormai al terzo posto in Italia dopo la Repubblica e Il Corriere della Sera con oltre due milioni di lettori.
LEGGI ANCHE: Notizie libere per tutti: il New York Times gratis sul web - - Le Monde guarda al Web 2.0: nasce Le Post - Murdoch, l’uomo che fa notizia. Anzi le notizie - Arriva MySpace Tv: così Murdoch prova a battere YouTube - Editoria sociale: quando il cittadino diventa giornalista

Da Sellerio a Rizzoli: il19 settembre, Davide Camarrone torna in libreria, ma questa volta per i tipi della casa editrice milanese. Il nuovo libro si intitolerà I diavoli di Melùsa e come il precedente, Lorenza e il commissario (cinque edizioni, 40.000 copie), sarà ambientato in Sicilia.
Il giornalista Rai cambia editore ma non genere: la sua seconda opera sarà sempre un giallo, anche se questa volta avrà a che fare con le morti legate alle attività dei petrolchimici isolani.
Protagonista del romanzo è Giulio, un anziano farmacista che riceve la visita inaspettata di un suo vecchio compagno di studi, Alfredo, ritornato in Sicilia dopo molti anni e ora gravemente malato. Sarà quest’ultimo a convincere l’amico di infanzia ad intraprendere un’estenuante ricerca per scoprire il mistero della scomparsa di un vecchio zio, datata 1949. Quell’allontanamento aveva infatti causato l’arresto del padre, accusato del fratricidio e morto in prigione dopo un attacco cardiaco. A distanza di sessant’anni, Alfredo vorrà vederci chiaro e chiederà aiuto all’amico. Ma la ricerca metterà a repentaglio la stessa esistenza del protagonista.
In esclusiva per i lettori di Panorama.it e per gentile concessione della Rizzoli, pubblichiamo in anteprima il primo capitolo del romanzo (qui in pdf).

Tra meno di un mese sarà noto il vincitore del prestigioso Booker Prize ma intanto la rosa dei papabili si sfoltisce sempre più. E se Ian McEwan, con il suo On Chesil Beach è nella top list deve adesso abituarsi all’idea di stare in compagnia con un libro che già fa parlare di sé, anche per le dichiarazioni del suo autore. “Questo libro è una frode” dice, infatti, lui stesso della sua opera. Si tratta di Animal’s People, romanzo numero due dell’indiano Indra Sinha, una storia completamente ambientata ai tempi della tragedia di Bhopal nel 1984, il più grande incidente chimico-industriale della storia, causato dal rilascio di 40 tonnellate di isocianato di metile dalla multinazionale americana della Union Carbide, nello stato indiano del Madya Pradesh. Morirono nell’immediato più di 3000 persone, e più avanti 15 mila, mentre ne rimasero contaminate circa 600 mila. Questo libro è una frode, ammette lo stesso Indra Sinha perché, nonostante il forte impegno civile e l’appoggio dato a tutti i risvolti giuridici della tragedia, lui con al momento della tragedia non c’era. E non ha vissito la disperazione dei primi momenti. Come poterne scrivere dunque? A quietare le ansie, forse eccessive, di uno scrittore pieno di talento, da noi è conosciuto per La morte di Mister Love, per fortuna è arrivato Animal, il protagonista del romanzo. Che alla fine salverà tutti, Sinha compreso. Orfano, vittima sì ma con un forte senso dell’umorismo, nel libro il giovane racconta al lettore la tragedia della sua gente attraverso un giornalista che nella finzione letteraria lo intervista. “Animal per me è una persona in carne ed ossa” ammette Sinha “una persona che posso dire di aver conosciuto e non di aver inventato”.
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