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Ernesto Giorgetti, classe 1935, è uno degli ultimi pescatori professionisti del Lago di Varese. Dopo di lui non ne verranno più. Almeno, non come lui. Perché le vecchie tecniche di pesca, quelle che lui ha usato per sessant’anni, hanno ceduto il posto alle regole del massimo profitto. Così, per non perdere la memoria di quei modi antichi di pescare, Giorgetti aveva cominciato a scrivere un libro: un libro di memorie, di usi e di tradizioni. Ma in corso d’opera l’autore si è spinto molto oltre, aggiungendo aneddoti, storie di vita, e ritratti di personaggi, fino a riscostruire un intero mondo a partire dalle reti distese nell’acqua e dalle parole che passavano di barca in barca nel silenzio della notte. È nato così Confesso che ho pescato (Marte Edizioni): un memoriale col sapore di un romanzo, dove però nulla è inventato.
Nel racconto di Giorgetti ci sono le giornate fredde in cui le mani si intirizzivano e bisognava orinarci sopra per evitare il congelamento. C’è l’umorismo disincantato e amaro dei pescatori, reso ancora più duro dal gutturale dialetto dei laghé (come venivano chiamati gli abitanti delle zone introno al lago). E ci sono le atmosfere che la modernità avrebbe poi cancellato, come lo spettacolo delle donne che, in estate, portavano le matasse dei bachi da seta a risciacquare, e la riva si riempiva di cavedani attratti dall’odore. Ma quell’universo faticoso e magico si è ormai concluso, consumato dal progresso che ha fatto “ammalare il lago” e ha cambiato per sempre la pesca. La modernità compare nel libro come una presenza inaspettata e ambigua: solleva dalle più gravose fatiche ma conduce anche alla rapida degradazione di quella massa d’acqua, che cambia addirittura d’aspetto mentre i pesci cominciano a scarseggiare.
Nel raccontare le suggestioni di un pezzo d’Italia ormai quasi scomparso, il libro ricostruisce anche la cronaca di un fallimento: quello determinato dall’inconsistenza della politica e dalla mancanza di sensibilità ambientale, principali responsabili del declino ecologico del lago. I cambiamenti dell’ecosistema oggi fanno parte del repertorio quotidiano di giornali e di associazioni ambientaliste, ma i cosiddetti laghé avevano intuito i rischi con molto anticipo, e ascoltare per tempo il parere dei pescatori - fa capire Giorgetti - sarebbe stato senz’altro utile per evitare il tracollo. Il suggerimento, reso anche esplicito alla fine del memoriale, assume un significato che travalica la vicenda locale, e diventa un monito per quanti avranno il compito di salvaguardare non soltanto i laghi, ma tutti i diversi aspetti del patrimonio naturalistico del nostro Paese.
- Mercoledì 12 Settembre 2007
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