Mal di pietre: piccolo libro, piccolo editore, grande successo

[i](Foto: edizioni nottetempo)[/i]

Premio Forte Village 2007, quarto posto al Premio Strega e secondo al recente Campiello. Podi e onori per un libricino che si fa fatica a definire romanzo. Mal di Pietre di Milena Agus (edito dalla piccola casa editrice nottetempo) è qualcosa di diverso. È quasi una miniatura. Fosse stato un dipinto probabilmente sarebbe stato un acquerello. Fosse stato musica, forse un assolo d’arpa. Delicato e breve. Poco più di cento pagine pennellate con semplicità e grazia, senza entrare con impeto nell’attenzione del lettore. Senza troppo vigore, suo pregio e difetto.

Si legge in un attimo, e per il lettore-runner di oggi è di certo una buona motivazione per avvicinarsi all’opera seconda della Agus, che in Francia sta scalando la classifica dei libri stranieri più venduti, con quattro ristampe in un mese. “Avec une sensibilité et une liberté de langage étonnantes Milena Agus déroule pour nous l’histoire” scrive di lei l’editrice francese Liana Levi. D’altronde la Agus era già stata notata oltralpe con il suo primo libro Mentre dorme il pescecane (2005), e Mal di pietre è una conferma.

Genovese nata da genitori sardi, Milena Agus vive e insegna italiano e storia a Cagliari. E la Sardegna è lo scenario del suo racconto, con le sue superstizioni e tradizioni. A farne le spese è la protagonista, una donna passionale, troppo “focosa” - e per questo considerata folle - per la mentalità provinciale del Dopoguerra. Una Bovary sarda, l’hanno definita in Francia. Una donna alla ricerca disperata dell’amore, da cui proprio l’amore fugge sempre. Lasciandola privata della “cosa principale”, a combattere con i suoi “mal di pietre”, i calcoli renali, che si identificano con il mal d’amore e con i suoi deliri folli. Il tutto in un valzer di sentimenti e forti scene erotiche, narrato con leggerezza e distacco, e anche con la capacità di far sorridere. Toccando e non toccando il lettore. Sfiorandolo e rischiando a volte di rapirlo, senza farlo. Con una scrittura essenziale e semplice, naïf. Dove “le parole sono come pietre”, hanno detto i giurati del Premio Forte Village.

La copertina di [i]Mal di pietre[/i] di Milena Agus<br>  [i](Foto: Ansa)[/i]

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Il 8 Gennaio 2008 alle 11:50 Narratori d’Italia. Ecco quelli bravi e quelli da buttare » Panorama.it – Libri ha scritto:

[...] “I saggi che si pubblicano in Italia sono quasi sempre scritti meglio, più motivati e avvincenti dei romanzi”: così decretava Filippo La Porta qualche settimana fa sul Corriere della sera. E La Porta è affermato rappresentante di una combattiva generazione di critici militanti e saggisti che ha occupato, negli ultimi anni, la ribalta delle faccende letterarie. In effetti, se il 2007 è considerato un anno fiacco quanto a produzione creativa, ha invece imposto una serie impressionante di libri critici di ottimo e buon livello, che hanno regolarmente suscitato dibattito. Basti solo ricordare i due saggi sul secolo appena concluso, Stile Novecento di Giorgio Ficara (Marsilio) ed Exit Novecento di Raffaele Manica (Gaffi), o La vocazione di Iago di Giuseppe Leonelli (Gaffi). Ultimi della corposa serie sono i recenti Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione di Alfonso Berardinelli (Quodlibet), ambiziosa inaugurazione di una nuova epoca storico-letteraria. E La ragione in contumacia. La critica ai tempi del fondamentalismo (Donzelli), appassionato elogio del lavoro critico come chiave d’interpretazione dell’universo mondo di Massimo Onofri, che porta in libreria anche Tre scrittori borghesi (Gaffi), dedicato a Mario Soldati, Alberto Moravia e Guido Piovene. E i Maestri irregolari (Bollati Boringhieri) di La Porta, che parlando di Nicola Chiaromonte e di Simone Weil, di Ignazio Silone come di Hannah Arendt, impone dichiaratamente “una lezione per il nostro presente” e intanto suscita polemiche per le scelte fatte (provocatoriamente?) nel Dizionario della critica militante (Bompiani) redatto insieme a Leonelli. Sicuri di sé, forti delle proprie argomentazioni, incuranti di offendere suscettibilità o di inimicarsi il potere editoriale, i critici si espongono, stroncano senza complimenti, abbattono mostri sacri e icone della contemporaneità (è famoso il ridimensionamento di Italo Calvino a opera di Berardinelli, quello di Alessandro Baricco per mano di La Porta, di Erri De Luca da parte di Onofri). Così, se Panorama chiede di pronunciarsi sull’anno che si è chiuso e su quello che si apre, rispondono senza reticenze compilando bilanci e pronostici sorprendenti. “Un anno narrativamente da dimenticare” è la pietra tombale che fa cadere sul 2007 Leonelli. “L’impressione è che la narrativa viva una sorta di appannamento della professionalità. Si frequentano scuole di scrittura e s’improvvisa qualcosa portandosi dietro carenze tecniche inaccettabili”. E non lesina esempi fra i più presenti in classifica: Niccolò Ammaniti “una delusione”, Gianrico Carofiglio “debole e ripetitivo”, Alessandro Piperno “mi lascia atterrito”. Per il 2008 spera negli scrittori più solidi della generazione matura: “Una Dacia Maraini o una Rosetta Loy, sì, potrebbe tirar fuori un grande romanzo”. Per fortuna (per gli scrittori) non sempre i critici sono d’accordo. Così La Porta, che pure si dice deluso dai suoi amati Ammaniti e Simona Vinci, continua a sperarci, “perché possono sbagliare un libro, ma sanno rischiare maneggiando gerghi e fantasmi della contemporaneità”. E dell’anno passato vuole segnalare almeno un nuovissimo autore, Giordano Tedoldi con Io odio John Updike (Fazi), accanto ad Antonio Pascale con L’isola nave e la memoria degli ultimi marconisti (La Riflessione) per il suo stile a cavallo fra narrativa e reportage nel sociale. Massimo Onofri vorrebbe nel 2008 “leggere un libro misteriosissimo come L’isola riflessa, pubblicato da Fabrizia Ramondino nel ‘98, autrice capace di scrivere al di là dei generi”, mentre è rimasto colpito dall’ecumenico apprezzamento che ha riscosso Milena Agus con Mal di pietre (Nottetempo), “un romanzetto modesto nella scrittura e nella forza conoscitiva”. Berardinelli traghetta nel nuovo anno “un romanzo sgradevole su cui non si è riflettuto abbastanza, Troppi paradisi (Einaudi) di Walter Siti, ma la questione non è chiusa visto che ne uscirà uno nuovo fra poco dalla Mondadori”. Scommette, poi, sulla poesia di Bianca Tarozzi, di cui è uscito adesso Teatro vivente (Scheiwiller). Giudizi palesemente in contrasto con le scelte consumistiche imposte dai battage pubblicitari, dalle pagine culturali dei giornali troppo influenzate dagli uffici stampa più potenti e dagli “eventi” che piovono indiscussi e pilotati dall’estero. Per non parlare del “gusto popolare” riflesso nelle classifiche, che ha ormai ben poca autonomia e peso culturale. Ma i critici possono, in questa situazione, riappropriarsi del ruolo, esercitare una funzione? E perché bisognerebbe fidarsi di loro? “Perché sono coraggiosi e originali” risponde Onofri. “I critici e i saggisti” sostiene Berardinelli “hanno un background culturale più robusto di giornalisti e scrittori. Soprattutto se pensiamo ai narratori delle ultime generazioni, che non hanno il senso del passato letterario”. E se una volta si sospettava che il critico fosse uno scrittore fallito, oggi sembra vero il contrario, sostiene La Porta: “Mentre il romanzo sta vivendo una strana febbre e tende a esistere per esistere, quasi fosse dimostrazione in sé di creatività, mentre rivela una sostanziale carenza di motivazioni, nelle pagine dei saggisti si sente urgenza morale e conoscitiva, una relazione più stretta con la lingua, il corpo a corpo con i demoni personali e un bisogno di riflettere non solo di letteratura, ma della propria esperienza nel mondo”. Ecco un altro aspetto che dovrebbe avvicinare il pubblico alla parola del critico: l’essere questo non solo un tecnico specialista della materia che si rivolge ad altri esperti, ma un “critico-filosofo” come lo definisce (definendo se stesso) Berardinelli, “più interessato al viaggio che alla meta” come dice Onofri, un “critico-scrittore” più vicino a Cesare Garboli che a Cesare Segre. Uno che non si ferma a giudicare i libri, ma che alza lo sguardo sulla società che lo circonda. Come ha sempre fatto l’appartato outsider Piergiorgio Bellocchio, del quale è appena apparsa dalla Scheiwiller la raccolta di saggi non solo letterari Al di sotto della mischia. [...]

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