Archivio di Ottobre, 2007

Un test captcha nella vita prima o poi capita a qualsiasi internauta che si rispetti. Si tratta di quel rettangolo che appare in molte pagine Internet, in cui si richiede ad un utente di scrivere quali siano le lettere o i numeri presenti in una sequenza di lettere o numeri che appaiono distorti o offuscati sullo schermo. Ma pochi sanno che adesso questo particolare tipo di test oltre a proteggere i propri dati ed eventuali acquisti potrà diventare tra breve, con il nome di recaptcha, un modo geniale, oltre che economicissimo, di archiviare vecchi libri online.
Tutto merito della straordinaria intuizione di chi il captcha l’ha inventato, Luis von Ahn, professore di informatica nella statunitense Carnegie Mellon che adesso vuole trasformare la sua creatura in un paladino della cultura. Come? Il progetta interessa l’Open Library, la più grande biblioteca digitale mai realizzata finora che ogni settimana trasferisce nella rete libri, spesso anche molto antichi. I libri possono essere sfogliati, seguendo le pagine, ma anche consultati esclusivamente in forma digitale. Ora, proprio in questo passaggio capita molto di frequente che il sistema informatico dell’Open Library non riesca a leggere alcune parti dei libri da digitalizzare o le legga male. I recaptcha riprodurrebbero dunque e le parti non riconosciute in modo che vengano introdotte manualmente da tutti gli utenti. Una sorta di biblioteca universale che permetterà in modo facilissimo di salvare centinaia di migliaia di volumi con un piccolo gesto da casa. E quello dei recaptcha non è che uno dei tentativi più intelligenti di mettere a disposizione del pianeta il maggior numero di libri possibili contro il monopolio di giganti come Google che ha la sua fetta di mercato anche in questo settore.
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Nella sua infanzia, un giardino (E/O pp. 224, euro 17) è il nuovo romanzo di Christoph Hein, uno dei più importanti e controversi scrittori tedeschi degli ultimi decenni che, come Christa Wolf, ha avuto un importante ruolo di resistenza intellettuale, prima entro i confini della DDR e poi entro quelli della Germania unita e democratica.
Nella sua infanzia, un giardino rivisita, attraverso lo sguardo di un padre, la vicenda della morte di Wolfgang Grams, giovane membro della Rote Armee Fraktion, morto nel ‘93 in uno scontro a fuoco con la polizia in circostanze mai chiarite. Hein non si limita a mettere in scena una vicenda meramente politica, ma da fine scandagliatore d’animi trova nella dignità di un uomo tradito da tutto ciò che considerava familiare, corretto e giusto, il perno attorno al quale narrare una storia che poco a che fare con la rivoluzione e molto con la rivolta esistenziale di camusiama memoria.
Panorama.it ha incontrato Christoph Hein al ITC Teatro di San Lazzaro (Bo) in occasione del reading multimediale del suo testo per la rassegna La parola immaginata.
Come nasce l’idea di questo libro e perché a distanza di tutti questi anni ha deciso di raccontare questa vicenda?
Devo ammettere che il punto di partenza è stata una reazione, o per meglio dire una non reazione, una mancata reazione dello Stato tedesco nei confronti di questo evento. In effetti la cosa non è mai stata chiarita, non si doveva chiarire cosa fosse successo. In qualche modo l’accaduto è stato archiviato senza arrivare a una decisione univoca. Già all’epoca, avevo cercato di scrivere a proposito di questi fatti, ma avevo messo velocemente la cosa da parte, perché pensavo non fosse una materia adatta ad essere raccontata. Solo più tardi ho pensato che fosse possibile raccontarla, ma attraverso una storia fittizia, di fantasia, in modo da poter narrate fatti veri prendendomi le libertà del romanziere.
La narrativa ha una funzione che per certi versi né storia né cronaca possono o vogliono permettersi?
Si tratta di una questione antica tremila anni. È la funzione dell’arte. Essa ha il compito di descrivere ciò che non possiamo descrivere con altri metodi. Tremila anni fa, all’epoca dei romani o anche all’epoca dei greci, l’arte era quella che descriveva le scienze naturali che non si potevano spiegare in altro modo se non con formule o metodi artistici. Quello che era il compito dell’arte nel passato oggi è confluito nel compito delle scienze naturali. L’evento di cui parlo nel libro non si è potuto spiegare o interpretare, e solo l’arte è riuscita a farlo. Perché l’arte non giudica…
Uno dei protagonisti dei suoi libri è la stessa Germania…
Gli autori, a mio avviso, parlano sempre solo di sé e delle proprie esperienze. La causalità della nascita, dell’origine e della provenienza talvolta ha posto gli autori in condizioni difficili e complicate. A causa della mia stessa biografia e delle mie vicissitudini c’è costantemente un riferimento al mio rapporto con la Germania. Avevo un anno quando il III Reich è capitolato e i miei genitori sono stati costretti a scappare dai territori dell’ex Germania dell’est che poi sono diventati polacchi. Siamo finiti in una piccola città in cui avevamo lo status di rifugiati, di fuggiaschi. Venivamo additati come persone non desiderate. Mio padre poi era parroco e la DDR era un paese ateo e quindi eravamo in una condizione di indesiderati aggravata. A quattordici anni ho abbandonato il paese, fuggendo letteralmente, e sono andato a Berlino ovest dove ho frequentato il liceo, ma anche lì ero considerato come un fuggiasco. Non avevo soldi, dovevo mantenermi un po’ come potevo… poi con la costruzione del muro sono diventato, con la coercizione, con la forza, di nuovo un cittadino della DDR. Ma avevo commesso dei “peccati mortali” che gravavo sulla mia coscienza: ero scappato ed ero figlio di un parroco. Naturalmente tutto questo doveva essere punito. Ho cercato comunque di trovare la mia strada e di percorrerla, ma la storia tedesca tornava sempre a bussare alla mia porta. Tornava a prendermi. Come cittadino dell’est reintegrato in questo nuovo paese pantedesco sono di nuovo un pesce fuor d’acqua che non appartiene al posto dove sta.
Un fuggiasco immobile…
(Ride) Essere un outsider quando si fa il mestiere di scrittore non è mai qualcosa di negativo.
Quali libri ha sul comodino in questo momento e come è il panorama letterario attuale tedesco?
Sul mio comodino ci sono davvero molti libri. C’è per esempio una vecchia raccolta di pensieri di Ernst Jünger, una sorta di diario che ha iniziato quando aveva settant’anni - c’è da tenere conto che è scomparso all’età di cento tre anni. È difficile comunque fare una panoramica completa della letteratura tedesca… C’è una nuovissima corrente letteraria di scrittori giovani che hanno meno di quarant’anni. È un movimento molto vivace e molto spiritoso che vede tra le sue fila anche molte donne. Negli ultimi anni si è sentito parlare molto dell’arrivo di questa nuova generazione con cui io sento di avere molte più affinità rispetto a quella precedente. Questa nuovissima progenie letteraria si differenzia in maniera molto più evidente e marcata rispetto alla letteratura italiana o americana. Immagino sia lo stesso anche in Italia per quanto riguarda le nuove leve… Questi nuovi autori si presentano in modo diverso anche all’opinione pubblica, in generale grazie ai nuovi mezzi tecnologici, internet, computer… c’è una penetrazione più vasta a livello di pubblico. È un grandissimo cambiamento.
Conosce la letteratura italiana attuale?
Un po’. Tramite traduzione. C’è una casa editrice berlinese molto meritevole, la Wagenbach, che traduce scrittori italiani in modo egregio.
La trasformazione e la mediazione della letteratura attraverso il teatro, i reading, le drammatizzazioni, come quello proposto da La parola immaginata, possono aiutare la diffusione della letteratura?
Quello che queste forme teatrali possono fare di sicuro è arrivare a un altro strato, a un’altra categoria di pubblico. In Germania in particolare questo libro è stato teatralizzato diverse volte, a Berlino, Heidelberg, Francoforte e a queste rappresentazioni sono andate anche persone che non lo hanno letto.
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Da calle de Alcalá fino a Plaza de España, Gran Vía è la strada principale di Madrid, cuore pulsante della città, della moda, del musical, dello shopping… E si chiama proprio Gran Vía la giovane casa editrice italiana che decide di portare la lettura spagnola contemporanea e la sua essenza, quella meno nota e più viscerale, in Italia.
Un tram a s.p. di Unai Elorriaga (qui le prime pagine del libro, in pdf) è l’ultima uscita che propone. “Elorriaga è uno scrittore trentaquattrenne basco - dice Fabio Cremonesi, direttore editoriale di Gran Vía - che nel 2002 ha vinto il Premio nacional de narrativa, negli anni passati attribuito ad autori che poi si sono guadagnati il Nobel. Elorriaga parte dall’idea semplice di chiudere in una stanza un anziano, che ha perso la memoria a breve termine e non ha più posto nel mondo, e un giovane, che non ha ancora trovato il suo posto nel mondo. Scrivendo con grande tenerezza e ironia. Trattando temi cupi con leggerezza di tono”.
Ed proprio questa la caratteristica della letteratura spagnola, avere una maggiore aderenza alla realtà di quella italiana ma usare toni leggeri? “Sì” dice Cremonesi “nella letteratura spagnola non c’è pesantezza, anche se vengono affrontati temi forti. Questa è anche una forma di rispetto verso il lettore che, dopo che aver vissuto una giornata di lavoro, non si trova ad essere aggredito da una prosa pesante.
Come mai la scelta di proporre narrativa spagnola?
A partire da gennaio lanceremo anche una collana latino-americana, anche se quella spagnola rimarrà la principale. La scelta è stata un po’ per passione personale, mia e dei colleghi, e un po’ anche perché la Spagna è un paese con cui l’Italia condivide molte cose: in certi periodi è un po’ più avanti di noi, in altri più indietro. Capire la Spagna aiuta a capire l’Italia. Le nostre scelte editoriali sono orientate all’aspetto sociale e civile… e ora in Spagna accadono cose molto interessanti dal punto di vista culturale, che in Italia non si riesce a percepire visto che i nostri editori traducono quasi solamente dal castigliano. Noi invece osserviamo anche gli autori che scrivono in catalano, basco e galego.
Ora la Spagna è più avanti dell’Italia?
Nelle tematiche sociali sì. E anche dal punto di vista economico sta vivendo un periodo felice, a differenza dell’Italia. Su altri fronti, invece, c’è un testa a testa.
Le differenze letterarie tra i due Paesi sono lo specchio delle loro differenze più grandi?
Sì, la letteratura è specchio delle differenze e delle affinità. In Spagna, ad esempio, c’è un taglio più laico sulle vicende sociali, nella letteratura come nella quotidianità.
Gli autori spagnoli sono poco letti in Italia?
Succede lo stesso che capita agli italiani: alcuni scrittori diventano casi letterari, altri sono trascurati e ignorati, altri sopravvalutati, altri ancora ricevono il giusto riconoscimento. Ma ci sono tanti gioiellini nascosti…
Il vostro lettore tipo? Sul sito di Gran Vía si legge che vi rivolgete soprattutto a un pubblico femminile…
Questo più che altro perché il 60% del mercato italiano è donna. Però sì, abbiamo un occhio di riguardo verso le donne, soprattutto verso le autrici. A novembre promuoveremo una scrittrice galiziana, molto impegnata, María Reimóndez, e il suo Il club della calzetta: la storia di sei donne che si ritrovano per lavorare a maglia e, tra un punto e l’altro, si intrecciano i racconti, nascono vincoli di amicizia, la solitudine di ognuna si trasforma in solidarietà.
La Gran Vía pubblica su carta riciclata e utilizza energia elettrica proveniente da fonti certificate rinnovabili…
Nel nostro piccolo cerchiamo di limitare i danni. Nella redazione di una casa editrice si usa così tanta carta… che ci sentiamo in colpa. Inoltre, una tipografia presso cui stampiamo è una cooperativa sociale.
Ma… vista la situazione difficile dell’editoria italiana, voi, che proponete scelte editoriali abbastanza particolari, riuscite a vivere bene?
Vivere bene no, ma siamo sul mercato da poco più di undici mesi. Per il momento stiamo sopravvivendo e abbiamo segnali di crescita di interesse nei nostri confronti, sia da parte della stampa che da parte del pubblico. Il 50% delle case editrici che nascono muore in un anno. Noi stiamo per girare la boa di un anno con slancio.

L’informazione, nell’era della comunicazione globale, è la vera arma di distruzione di massa. E il giornalista in zona di guerra è al tempo stesso vittima e strumento di una strategia di manipolazione mediatica sempre più sofisticata. È il filo conduttore del nuovo libro di Giovanni Porzio, “Cronache dalle terre di nessuno” (Marco Tropea Editore), in cui l’inviato di Panorama racconta come è cambiato il mestiere del reporter in prima linea dopo l’avvento della tv planetaria. Ecco un brano del capitolo dedicato alle guerre del futuro.
La posta in gioco è elevatissima. La guerra del petrolio si combatterà, e già si combatte, su due fronti: quello del controllo delle riserve note e quello dell’esplorazione e dello sfruttamento dei nuovi giacimenti e dei nuovi oleodotti.
Sul primo fronte le compagnie occidentali che storicamente dominano la produzione e la distribuzione del greggio si sono assicurate posizioni di monopolio quasi assoluto in Africa, in Medio Oriente, in molte parti dell’Asia, in America Centrale, e ovviamente in Nord America e in Europa. Con la guerra in Iraq si è garantito lo sfruttamento delle terze riserve mondiali conosciute: oggi in Medio Oriente le uniche riserve importanti di idrocarburi che ancora sfuggono al controllo delle multinazionali occidentali sono quelle iraniane, e questo spiega la crescente tensione tra Washington e Teheran. Un confronto che potrebbe in futuro sfociare in una guerra aperta.
Il secondo fronte è più aperto e instabile. Il bacino del Mar Caspio conterrebbe fino a 200 miliardi di barili di greggio per un valore, agli attuali prezzi di mercato, di oltre 4 mila miliardi di dollari. Solo il Turkmenistan possiede le terze riserve mondiali di gas (3 mila miliardi di metri cubi).
In quest’area stiamo assistendo a una riedizione di quello che Rudyard Kipling definì “the great game”, il grande gioco per la spartizione delle sfere d’influenza tra la Russia degli zar e la regina Vittoria. Un conflitto, questa volta economico e commerciale, ben più allargato, perché il suo esito non modificherà soltanto gli equilibri geopolitici della regione, ma è destinato a segnare il futuro energetico di gran parte del pianeta.
Gli idrocarburi non sono però l’unica risorsa disputata. Il saccheggio delle ricchezze del sottosuolo è stato il detonatore delle ostilità in Congo, dove le multinazionali lottano per accaparrarsi i giacimenti di minerali strategici come l’uranio, il tungsteno o il coltan. Ma sarà probabilmente l’acqua l’elemento che scatenerà le guerre del Terzo millennio. Nel ‘95 il vicedirettore della Banca mondiale azzardò una previsione: “Se le guerre di questo secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del secolo prossimo avranno come oggetto del contendere l’acqua” (…).
Ci sono oggi almeno 50 contenziosi tra stati per cause legate all’accesso, all’utilizzo e alla proprietà dell’oro blu. Le zone in cui lo stress idrico minaccia di trasformarsi in conflitto armato sono quelle dove le riserve sono più scarse, come il Medio Oriente, e quelle dove laghi e fiumi sono condivisi da più paesi: i bacini del Nilo, del Niger, dello Zambesi, del Tigri e dell’Eufrate, del Mekong. Si prevede che entro il 2025 venticinque stati africani saranno colpiti da scarsità idrica, che l’istituto di ricerca World Watch definisce “la più grave minaccia esistente alla sicurezza alimentare mondiale”.
La popolazione dei tre paesi rivieraschi del Nilo, Egitto, Sudan ed Etiopia, passerà entro la metà di questo secolo dagli attuali 150 milioni a 340: non è difficile prevedere un forte incremento delle tensioni nell’area. Turchia, Siria e Iraq sono in perenne conflitto per le acque dei due grandi fiumi della Mesopotamia. E il livello del biblico fiume Giordano continua a scendere. L’acqua, che per millenni ha scandito il ritmo della vita in Medio Oriente, è destinata a diventare un bene più prezioso del petrolio.
Dobbiamo inoltre aspettarci una proliferazione dei conflitti locali, più o meno estesi, a sfondo etnico, nazionalistico, territoriale e religioso. Gli equilibri dettati dalla guerra fredda sono da tempo saltati, ma anche il tentativo di imporre un nuovo ordine mondiale si è rivelato illusorio. Assistiamo alla dissoluzione dei vecchi stati e alla nascita di nuove potenze economiche e commerciali.
Viviamo in un’epoca di trasformazioni sempre più rapide e ingovernabili. Chi, anche solo pochi anni fa, avrebbe potuto prevedere che la Cina comunista sarebbe diventata una superpotenza capitalistica in grado di sfidare l’Occidente e gli Stati Uniti?
Anche la guerra al terrorismo ci accompagnerà negli anni a venire. Ma dovrà essere combattuta con mezzi e strategie del tutto diversi, come ha dimostrato il fallimento della campagna militare in Iraq. I carri armati, i cacciabombardieri e le bombe intelligenti servono a poco se non si ha il coraggio di riconoscere la natura del jihad.
Per troppo tempo l’Occidente ha preferito chiudere gli occhi, fingendo di ignorare che le “cellule assetate di sangue”, i “fanatici profeti di morte”, i “feroci assassini” fossero il prodotto aberrante di un più vasto fenomeno, le cui radici affondano negli squilibri economici e nelle frustrazioni delle società emarginate.
Nell’ultimo decennio il gap tra i paesi industrializzati del Nord e quelli poveri del Sud ha raggiunto profondità abissali. I cento uomini più ricchi del mondo possiedono fortune superiori a quelle di un miliardo e mezzo di abitanti del pianeta.
E la dipendenza del Sud cresce di pari passo con l’imposizione dei modelli di sviluppo del Fondo monetario e con l’assorbimento di valori elaborati altrove: la supremazia assoluta delle leggi del mercato, il culto del denaro e del consumismo, l’ideologia del successo, il mito dell’efficienza. Un codice di valori estraneo alle società del Sud. Per le masse dei disoccupati del mondo islamico, per i giovani senza lavoro e senza prospettive, la guerra santa all’Occidente assume i connotati quasi catartici di una riscossa, di un riscatto il cui prezzo vale il proprio sangue.
Su questo substrato di sentimenti confusi e di pulsioni viscerali s’innesta la lucida e spietata logica di un terrorismo capace di utilizzare a proprio vantaggio le più avanzate forme di comunicazione e di autofinanziamento: da internet ai sistemi di trasferimento telematico dei capitali. E proprio la globalizzazione dei mass media offre all’internazionale del terrore insperate capacità di reclutamento e di propaganda.
Anche per questo, il conflitto decisivo sarà combattuto sul terreno dell’informazione. La terza guerra mondiale è cominciata.

di E.V.
Nella prefazione del libro dedicato a Bruce Springsteen, Come un killer sotto
il sole, a cura di Leonardo Colombati, in uscita il 6 novembre per la casa editrice Sironi, Ennio Morricone racconta “il Boss”. Il grande compositore scrive che lo sente vicino “sia spiritualmente sia sotto l’aspetto politico e sociale”, lo definisce con rispetto “storyteller”, e delle sue canzoni afferma: “Danno forza al senso di pietas, al dolore e all’umanità dei personaggi che racconta”. Più che un’ouverture, una sviolinata. (E.V.)
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Cominciamo, come il libro, con un’avvertenza ai navigatori che si apprestano a leggere questo articolo: “attenzione, materiale sessualmente molto esplicito”. Perché la pubblicazione di cui stiamo per parlare contiene pagine extra-hard. Descrizioni che nulla lasciano all’immaginazione, con una terminologia cruda e talvolta quasi mutuata dai film porno. Amplessi, sadomasochismo, orge… Tutto mai avvenuto nella realtà, beninteso. Ogni scena descritta è esclusivamente accaduta nella fantasia di qualcuno.
Non si tratta di un romanzo, ma di un saggio. L’autore, lo psicologo inglese Brett Kahr, ha raccolto nella sua ultradecennale esperienza di terapeuta quasi 20mila testimonianze sull’argomento, proponendosi di “esplorare il terreno delle fantasie sessuali un po’ come farebbe un antropologo che si sia imbattuto in una tribù remota e incontaminata”. Nel libro Indovina chi viene a letto? (in uscita per la casa editrice Ponte alle Grazie con il più che esplicito sottotitolo: Il mondo segreto delle fantasie sessuali) Kahr presenta ai lettori le più significative fantasie che gli sono state confidate. Con una teoria: quando un paziente si stende sul lettino, il suo problema avrà sempre in qualche modo a che fare con il sesso.
Kahr cambia tutti i nomi, per rispetto della privacy, ma le storie - assicura - sono rigorosamente vere. E così nel libro si incontrano il signor Jones, che si autodefinisce “l’unico cinquantenne vergine di Londra” e che non ha mai fatto sesso, neanche una volta nella sua vita; Delia che immagina di essere una “schiava sessuale” in un bordello di alto livello; Clark che parla di se stesso in terza persona e sogna una donna che gli impartisca ordini perentori; Petrina che descrive coiti sfrenati con il defunto marito; Prakash che vorrebbe indossare i vestiti della sua fidanzata e sfoggiarli davanti a lei e alle sue amiche… Tra le celebrità, le più gettonate per le fantasie sessuali sono Robbie Williams (che ha un consenso del 13% anche tra gli uomini) e Kylie Minogue.
Alle testimonianze l’autore alterna tabelle che raccolgono i risultati della sua ricerca. Presentando dati che smentiscono una volta per tutte l’antico detto “Niente sesso, siamo inglesi”: oltre il 40% del popolo di Sua Maestà si masturba almeno una volta alla settimana, il 73% ha visionato materiale pornografico almeno una volta nella vita, il 24% ammette di aver tradito il proprio partner avendo un rapporto completo con qualcun altro (a cui va aggiunto un altro 18% che si è limitato al sesso orale).
Da questa settimana il saggio arriva nelle librerie. In attesa che qualcuno voglia emulare Kahr e pubblicare un nuovo libro (anche da noi non mancano titoli analoghi) sulle fantasie sessuali degli italiani… Siete avvertiti: d’ora in poi, occhio a quel che raccontate al vostro psicoterapeuta.

Dentro una libreria nuorese, Peppe Podda e Raffaele Casula vendevano i romanzi di Grazia Deledda, Giuseppe Dessì, Salvatore Satta e non solo. Un giorno decisero che anzichè vendere, sarebbe stato più divertente pubblicare, magari partendo proprio dalla riedizione delle novelle deleddiane. I due librai si trasformano in editori, Giancarlo Porcu da autore diventa editor, e nasce così, nel 1992, la casa editrice Il Maestrale (oggi 67 autori, 20 titoli all’anno e 120 libri in catalogo).
Il vero successo arriva però con i romanzi di Marcello Fois, Giorgio Todde e Salvatore Niffoi, che tradotti in Spagna, Francia, Inghilterra e Giappone, fanno librare nell’aria una specie di “nouvelle vague sarda”, così definita per la prima volta da Goffredo Fofi proprio su Panorama.
Per Marcello Fois, oggi autore Einaudi, ma ancora legato all’editrice sarda, “le nouvelle vague sono sempre il frutto di qualcosa, e la scrittura è quel frutto che Il Maestrale ha saputo cogliere”. Fois, dopo aver vinto il premio Italo Calvino 1992 con Picta, arriva al Maestrale con Nulla. Era il 1997. Un anno dopo Sempre caro, in coedizione con Frassinelli, diventa un caso letterario tradotto in venti paesi e fa conoscere al mondo l’editrice nuorese, che inizia a cercare nuovi talenti. Nel 1998 Salvatore Niffoi (oggi campione di incassi con Adelphi) e nel 2001 Giorgio Todde diventano gli esordienti più promettenti. Come Alessandro De Roma, l’ultimo fortunato acquisto dell’editrice che oltre a scoprire nuove penne continua a seguire quelle già collaudate: a fine ottobre pubblicherà il nuovo libro di Francesco Abate, I ragazzi di città, e farà conoscere un’altra esordiente: Annalena Manca con L’accademia degli scrittori muti.
Per Il Maestrale, che è riuscita a varcare i confini isolani grazie alla presenza in 2500 punti vendita in tutta Italia (distribuzione Rcs), il segreto contro la bonaccia è proprio la ricerca di ciò che non è mai stato pubblicato. Niffoi (nel 1997 aveva fatto stampare a spese proprie Colorado da edizioni Solinas, ma è stato scoperto e pubblicato per la prima volta da Il Maestrale con Il viaggio degli inganni), De Roma e Alessandra Neri hanno mandato i loro manoscritti e la stampa ha iniziato a girare, grazie a “un grande lavoro di editing”, racconta Porcu, “con una redazione di cinque persone e una squadra di lettori esterni”. Dei circa 400 manoscritti che ogni anno arrivano, solo l’uno per cento vede la luce. “Lo scrittore deve saper usare la parola” spiega ancora Porcu “ma anche narrare e impressionare, come Niffoi, che nella lingua usa dal sublime all’infimo”.
A gennaio uscirà un saggio sulla letteratura che si è occupata degli anni di piombo, Una tragedia negata di Demetrio Paolini. Con Corpi estranei di Pierpaolo Giannubilo debutterà invece la narrazione ispirata alla cronaca. Oltre alla ricerca del nuovo si aggiunge ora la sperimentazione di nuovi generi letterari.

Qual è la città più grande del mondo? Dove si trova il posto più secco della terra? Come si chiama la montagna più lunga? Che cosa fanno i camaleonti? Dove vive la maggior parte delle tigri? Di che colore è l’universo? Perchè si è estinto il dodo? Dove dormono i gorilla? E quanto bisognerebbe dormire per notte? 224 domande di cultura generale sono state raccolte da due giornalisti inglesi, John Lloyd e John Mitchinson, autori di un divertente programma in onda sulla Bbc, QI - ossia Quite Interesting.
Domande e risposte, fortunamente! Il risultato è un ricco catalogo di tutti gli errori che farciscono la nostra cultura: un vero e proprio libro dell’ignoranza, o meglio Il libro dell’ignoranza. In Gran Bretagna, dove il rinomato humour aiuta a non sentirsi troppo pungere dall’accusa di essere boccaloni, l’idea ha fatto vendere oltre 400 mila copie del libro. Ora l’irriverente campionario di verità assurde viene proposto al pubblico italiano da Einaudi nella collana Stile Libero, con un inequivocabile sottotitolo: Che cosa è verità e che cosa è semplicemente una panzana? Il libro - gioco che svela le nostre false conoscenze.
Pagina dopo pagina si scopre che i sensi umani non sono solo cinque, che gli stati della materia sono ben quindici e che il posto più freddo dell’universo è in Finlandia. Banalità? In parte gli errori comuni sono dovuti a modi di dire o a leggende sulle quali non ci si è mai fermati a pensare, ma è venuto il momento di sapere che negli igloo, fatti di ghiaccio, non ci abita più nessuno e che l’uomo non discende dalle scimmie antropomorfe.

Lo Shuttle Discovery è in rampa di lancio a Cape Canaveral e si torna a guardare all’insù immaginando che un giorno possa toccare finalmente a noi. Ma siamo preparati a ciò che ci aspetta? Raggi cosmici, temperature proibitive, gas nocivi, terremoti, eruzioni vulcaniche e frane a non finire sono solo alcuni dei pericoli che attendono i viaggiatori che domani avranno la voglia e il coraggio di avventurarsi nello spazio. La tecnologia ce la stanno già mettendo i ragazzi della Nasa e non solo: è in atto una silenziosa corsa all’oro per aggiudicarsi le rotte turistiche del futuro. A raccontarci quali luoghi visiteremo e come è Neil Comins, insegnante di astronomia dell’Università del Maine, che in Viaggiare nello spazio - Guida per turisti galattici (Kowalski editore) racconta un po’ di cose interessanti sulle scoperte fatte nelle esplorazioni realmente avvenute. Forse Comins è uno scrittore di fantascienza mancato, a giudicare dal gusto con cui immagina scenari futuri in cui sarà forse possibile a occhio umano godere delle sfumature colorate dell’aria di Io, satellite di Giove, simili a quadri di Rothko. O quando ipotizza che “l’autentica frontiera per i truffatori è lo spazio”, e vanno per la maggiore rimedi farlocchi contro i malesseri “cosmici” venduti su internet.
Se la Virgin Galactic progetta di mandare turisti paganti a zonzo oltre l’atmosfera terrestre entro il 2010, Comins ci avverte che dal 2030 potrebbe essere fattibile uno sbarco su Marte e da lì, perfezionando di molto le attrezzature, sarebbe possibile il salto verso le lune di Giove. Ma oltre non si va, neanche con la mente, almeno non in questo secolo.
I viaggiatori sono pregati di far attenzione a organizzare bene il viaggio, tenendo presente che i corpi celesti, a differenza dei continenti terrestri, non sono destinazioni fisse, bensì in continuo movimento. Se ad esempio la meta è Marte, conviene pianificare il volo quando questo pianeta si trova dal nostro stesso lato del sole e non quando nella sua rotazione si va a collocare dalla parte esattamente opposta. Meglio insomma aspettare il proverbiale “allineamento dei pianeti”.

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Scrittori che leggono i loro stessi libri. È questa la formula con cui Emons, casa editrice italo-tedesca, prova a sdoganare una pratica ancora poco frequentata nello scenario editoriale nostrano: gli audiolibri. Si parte il 20 novembre con quattro edizioni d’autore: Sandro Veronesi legge Caos Calmo; Gianrico Carofiglio legge Testimone inconsapevole; Francesco Piccolo L’Italia spensierata; mentre, in occasione del centenario della nascita di Astrid Lindgren, l’attrice Marina Massironi si cimenta con Pippi Calzelunghe. E, per il 2008, sono previste altre uscite forti, come Melania Mazzucco che racconta Vita e Torino è casa mia di Giuseppe Culicchia.
Ogni cofanetto sarà venduto a un prezzo variabile tra i 16.90/21.90 euro e, oltre al cd, conterrà anche un booklet con un testo ancora inedito che suggerisce una particolare interpretazione dell’opera (nel caso di Veronesi è una conversazione sul suo best-seller fatta al programma I luoghi della vita di Radio3).
Rispetto ad altri paesi (soprattutto Usa e Germania) in cui gli audiolibri rappresentano un mercato fiorente e parallelo a quello cartaceo, in Italia non hanno mai veramente sfondato. Un’anomalia, questa, che ha sempre incuriosito Viktoria von Schirach, scout letterario che vive da 25 anni in Italia e ora direttrice editoriale di Emons Audiolibri. “In Germania ci sono oltre 500 case specializzate. E il settore è in continua espansione. Tanto che, accanto alle altre classifiche di vendita, ormai i giornali riportano anche quelle degli audiolibri”. In Italia ci sono già stati altri tentativi, ma non hanno mai avuto molta fortuna. Secondo von Shirach, “in parte si è trattato anche di una questione di tempi sbagliati. Grazie a supporti digitali migliori, ora la fruizione audio è molto più diffusa”. È così che, oltre ai cofanetti con i Cd (ideali, ad esempio, per chi passa molto tempo in macchina), gli audiolibri saranno commercializzati anche sotto forma di mp3 da scaricare online e poi ascoltare comodamente attraverso l’iPod e gli altri lettori. La piattaforma scelta è Audible.com, la più grande audiolibreria in rete. “I nostri libri saranno i primi in lingua italiana disponibili su Audible - spiega Viktoria von Shirach - Puntiamo a intercettare anche il pubblico crescente di persone all’estero che studiano la lingua italiana”.
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I decenni sono categorie dello spirito, stati della mente e catalogazioni antropologiche. Si usano per pigrizia intellettuale, per comodità giornalistica o forse solo per rapidità di comunicazione, e allora: i favolosi anni Cinquanta, gli psichedelici anni Sessanta, i ribelli anni Settanta e gli edonisti Ottanta. Potremmo invertire sostantivi e aggettivi e forse cambierebbe poco e anche “gli psichedelici anni Cinquanta” potrebbe funzionare. Per pigrizia, comodità e rapidità potremmo dire allora che Italian Fiction (Isbn edizioni, pp. 212, euro 13) di Michele Vaccari e un romanzo ascrivibile ai Novanta, decennio a cui è ancora difficile affiancare un aggettivo qualificativo. Il libro del giovane scrittore genovese è novantino. È novantino per attitudine e per scrittura. Ipercinetico, carico di slang, di personaggi e di situazioni indissolubilmente legate all’ultima parte del XX secolo. Una specie di incrocio fra Trainspotting di Irvine Welsh/Danny Boyle e Ragazzi della notte di Gino Capone/Jerry Calà filtrato da Ammaniti, Tondelli (anzi no, da posttondellisti) e dai cannibali. Musica techno hardcore, rave, giovani in fuga, droga, spocchia, irriverenza e una spruzzata di politica. Le pagine frusciano che è un piacere, il libro scivola veloce (e ci mancherebbe), mio nonno non ci capirebbe nulla e mio padre scuoterebbe il capo. Ma è un buon libro o no? Dipende. È un oggetto narrativo bizzarro con più strati interpretativi. Meglio fermarsi al primo e godersi la corsa, gli altri lo renderebbero inutilmente pretenzioso. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’autore.
Come nasce l’idea di Italian Fiction?
Nasce da un mio percorso personale di studio delle sottoculture che ritengo poi le vere culture che permettono l’evoluzione umana. Utilizzare un hardcore warrior e una cosplay, incentrare il romanzo sul concetto di apparenza, tutto fa parte di questa idea.
Come sei approdato a ISBN?
Casualmente. Dopo una trentina di rifiuti, ho spedito il romanzo a ISBN, casa editrice che vive di storie civili e sa raccontare, attraverso il postmoderno, la contemporaneità.
Come ti trovi con loro?
Perfettamente. Sembra di vivere in casa di Aleister Crowley. Mi fanno fare quello che voglio, sono ultraprofessionali, preparati sulla narrativa, e, soprattutto, ti stimolano su quelle che sono le tue peculiarità senza cercare un’omogeneizzazione editoriale camuffandola da caratterizzazione sul mercato, cancro della letteratura di questi ultimi anni.
Non è la tua prima pubblicazione, puoi raccontarci qualcosa del passato…
Ho lavorato in radio come tecnico del suono, è la seconda volta che mi trovo a fare il coordinatore editoriale per Verde Nero, collana di Edizioni Ambiente, scrivo corti e mediometraggi, mi occupo di teatro e ho pubblicato diversi racconti per Meridiano Zero, Lampi di Stampa, Zandegù, Coniglio; ho seguito per una decina d’anni l’hip hop, e per tre il movimento skin apolitico, traendone spunti per libri che devono, spero, vedere ancora spiragli di pubblicazione.
Hai rapporti con gli altri scrittori italiani? Come ti sembra il panorama letterario attuale?
Fantastico. I più freschi sono molto più preparati di quelli venuti su nel nulla degli anni ‘80. Sono preparati su editoria e letteratura, conoscono i meccanismi classici e quelli moderni, sanno muoversi, rapportarsi con le case editrici e, cosa più importante, hanno fame di sperimentare e cercare una propria voce, uno stile. Mi sento quasi proiettato in una nuova fase antiborghese di rigetto alla melassa sentimentalista dei bestseller che ormai soffocano le librerie, veri e propri ipermercati del capitalismo cartaceo. Una neoscapigliatura che, spero, questa volta non venga cancellata da un neomoralismo manzoniano ma sopravviva e resti nelle coscienze del futuro.

Aveva già fatto parlare di sé per essere stata protagonista del primo e più rivoluzionario trapianto al mondo, quello di faccia. Adesso Isabelle Dinoire torna sotto le luci dei riflettori per raccontare la sua storia, due anni dopo. Lo fa attraverso la penna e la sensibilità di Noëlle Châtelet, per la cronaca sorella dell’ex primo ministro socialista Lionel Jospin. Il racconto-verità, appena uscito in Francia pubblicato dalle edizioni Seuil con il metaforico titolo Le baiser d’Isabelle (Il bacio d’Isabelle), non è solo la cronaca del più audace trapianto mai realizzato nella storia della medicina fino ad oggi ma anche la storia di un’amicizia tra la scrittrice e una paziente così speciale. Che ha dovuto imparare di nuovo a parlare, a bere, a mangiare con la sua nuova faccia. E a convivere con il fantasma della sua donatrice. Un’avventura scientifica e umana durata nove mesi. Dal 30 maggio 2005 quando Isabelle viene ricoverata all’ospedale di Amiens, dopo essere stata morsa brutalmente dal suo cane, al giorno della conferenza stampa davanti a giornalisti e telecamere di mezzo mondo, il 6 febbraio 2006, pochi mesi dopo il rivoluzionario intervento chirurgico avvenuto nel novembre 2005. Un viaggio di cronaca ma anche un percorso nelle emozioni uniche provate da quello che ancora oggi è considerato un caso per la letteratura scientifica internazionale. Tra i momenti clou della narrazione quello dello specchio in cui Isabelle ha visto per la prima volta riflessa la sua nuova immagine dopo l’operazione. “Non dimenticherò mai quel momento” racconta la giovane donna alla Châtelet “in qualche modo significava tornare a vivere di nuovo”. Quanto alla possibilità di dare baci, come suggerisce del resto lo stesso titolo, così difficile dal punto di vista della fisioterapia e della riabilitazione, questa sarà la vera sfida di Isabelle per i prossimi anni. Speriamo che questo libro le porti fortuna.
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Dedicato a tutti coloro che si vergognano del sonnellino pomeridiano. Dedicato a chi lo fa ma di nascosto e a chi, invece, si strafoga di caffè per trattenersi. No, non è una colpa. Come dimostra Frédéric Ploton nel suo Manuale di Siestologia, pubblicato adesso anche in Italia dalla Castelvecchi Editore.
Se la palpebra comincia a cadere subito dopo il pranzo non c’è da temere, sostiene l’eclettico giornalista-scrittore francese. Anzi la palpebra va assecondata. E per dimostrarlo non esita a costruirle intorno una vera e propria scienza che lui stesso si impegna a fondare: la “siestologia”.
Con tanto di verbo coniato ad hoc, “siestare” che trasforma la passività del pisolino in un categorico atto d’esistenza. E poi una serie di imperativi a cui bisogna sottomettersi, primo fra tutti quello di rispettare il colpo di sonno, qualsiasi sia il giorno della settimana in cui si palesa. L’etimologia, del resto, lo conferma. La parola siesta deriva dal latino “sexta hora”, sesta ora della giornata che indicava la prima ora pomeridiana, cioè il mezzogiorno. Niente messicani, però, nel libro di Ploton, da sempre interessato ai risvolti sociali e antropologici meno esplorati della nostra cultura. Piuttosto un vero e proprio vademecum per dormire tranquilli senza rendere giustificazioni alcune. E se non bastasse, a supportare la tesi del libro anche una serie di validi esempi. Da Gesù a Maometto passando per Churchill, molti di questi grandi personaggi del passato non prendevano una decisione una senza abbandonarsi prima ad un veloce sonno ristoratore. Dormire, insomma, oltre che un’ arte è un dovere.
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