In questi giorni esce per Mondadori La Luce di Orione (collana Strade Blu, 320 pp. 15,50 euro), nuovo capitolo della saga dell’inquisitore Nicolas Eymerich.
Sono passati cinque anni da quando Valerio Evangelisti scrisse l’ultimo libro con protagonista il personaggio che lo ha portato nel gotha degli autori di fantascienza a livello internazionale. Questa volta Eymerich dovrà lasciare il regno di Aragona per intraprendere un viaggio sulle galee dei crociati alla volta di Bisanzio. Come da tradizione, anche questa vicenda si sposterà nel tempo e nello spazio annodando i fili invisibili della storia e tracciando un sentiero che collegherà un misterioso verso di Dante all’Iraq del futuro prossimo. Tra le “comparse” di prestigio ci sarà anche Francesco Petrarca, con cui Eymerich avrà un diverbio in quel di Padova.
Abbiamo intervistato Evangelisti sul ritorno di Eymerich e non solo.
Eymerich è tornato. Come mai lo ha lasciato da parte per tanto tempo?
Non volevo rimanere troppo legato a quel personaggio, però non intendevo neanche abbandonarlo. La sua “resurrezione” deve molto alle pressioni dei miei lettori, senza troppa resistenza da parte mia.
La scelta di Costantinopoli deriva da una scelta precisa o è frutto di una suggestione?
Da un fatto storico preciso. Una crociata in tono minore guidata da Amedeo d’Aosta nel 1366, e diretta a Costantinopoli per sottrarre la città alla pressione turca. Fin dal mio secondo romanzo, uscito nel 1995, avevo ipotizzato che Eymerich vi partecipasse. La trama l’avevo già in mente da un decennio.
Eymerich è mutevole e al contrario di molti personaggi seriali fa i conti con il suo passato. Com’è quello de La Luce di Orione?
Il protagonista è simile a quello dei primi romanzi, solo con un dubbio in più: che ciò che sta vivendo non sia reale, bensì frutto della sua mente. Che il mondo sia stato organizzato in sua funzione.
Il titolo si discosta da quelli delle “puntate precedenti” in cui compariva quasi sempre il nome dell’inquisitore…
I titoli nascono un po’ a caso, anche se, per me, contano nel guidare lo sviluppo della trama. Con La luce di Orione volevo suggerire al lettore che si tratta, in fondo, di un romanzo di fantascienza, diverso dai capitoli “metafisici” del ciclo, come Cherudek e Mater Terribilis.
Anche la copertina è molto diversa da quelle a cui i suoi lettori erano abituati…
Le copertine non le scelgo io, che non ho alcuna competenza grafica. Devo dire che, senza previi accordi col disegnatore, la copertina riflette assai bene la sostanza dantesca del romanzo.
Negli ultimi tempi ha trascurato la fantascienza, il fantastico e la fantastoria per esplorare le pieghe della storia “pura”…
Io ho una formazione di storico, e la narrativa è stata per me un veicolo per riuscire a esprimermi fuori da convenzioni scientifiche. Noi saremo tutto e i due Collari (Il Collare di Fuoco” e “Il Collare Spezzato” n.d.r.) sono saggi storiografici in forma romanzata. È una strada che non abbandonerò, nemmeno quando tratto di Eymerich e delle sue fantastiche avventure.
I suoi libri vengono pubblicati anche all’estero. Quale è il suo rapporto con i paesi in cui appaiono i suoi titoli?
La Francia è un caso particolare. Parlo il francese come una seconda lingua, e questo mi ha agevolato parecchio, in convegni, presentazioni e nell’intreccio di rapporti personali. Per il resto, tradotto in una quindicina di lingue, direi che il successo maggiore lo riscuoto nei Paesi dell’ex Est europeo, Romania e Polonia in primo luogo. Non saprei dire perché. E, cambiando di continente, in Brasile.
Il mercato librario americano è chiuso su se stesso, eppure lei è stato invitato negli States e in Canada per un ciclo di conferenze…
Negli Usa, in Canada e persino in Nuova Zelanda ho attirato gli interessi di una parte del mondo accademico (l’italo-canadese Luca Somigli, dell’università di Toronto, mi ha dedicato addirittura uno studio, pubblicato dalle edizioni Cadmo). Si tratta di un ambito del tutto separato da quello del mercato librario che conta. In inglese, finora, è uscito solo un mio racconto, in un’antologia europea curata dalla Science Fiction Writers of America.
In che rapporti è con gli altri scrittori?
Ne frequento pochissimi. Quelli con cui curo il sito Carmilla come Genna, Bui, De Michele. Ogni tanto Ammaniti e Loriano Macchiavelli. E Antonio Moresco, con cui ho un vero rapporto di fratellanza. Assieme si parla di tutto salvo che di letteratura. I miei amici più stretti non rientrano nella categoria degli intellettuali, ammesso che questa categoria esista.
- Giovedì 4 Ottobre 2007



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Il 4 Novembre 2008 alle 12:33 Tortuga, Valerio Evangelisti torna al romanzo storico » Panorama.it - Libri ha scritto:
[...] Approda in libreria il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, Tortuga (Mondadori, 336 pp - € 16,50), che dopo l’ultimo capitolo della saga di Eymerich, torna al romanzo storico “puro”. Dimenticate il Corsaro Nero, capitan Sparrow o i pirati di Roman Polanski, tra queste pagine a farla da padrone è la crudeltà. Anno Domini 1685, i giorni gloriosi dei Fratelli della Costa, obbedienti a Luigi XIV, che ha ormai stretto un accordo di pace con la Spagna, sono agli sgoccioli: le loro scorribande sono diventate troppo scomode e il protagonista del romanzo, l’ex gesuita Rogério, arruolato a forza, al servizio del tetro cavaliere De Grammont, partecipa all’ultima grande avventura dei pirati: la presa, cruenta, della città di Campeche, sulle coste messicane. Unica luce, in quella conquista infernale, l’amore del portoghese per una schiava africana da cui lo stesso De Grammont è attratto, l’episodio che volgerà il viaggio di ritorno in tragedia. Panorama.it ha incontrato Valerio Evangelisti. Il pirata quale simbolo romantico di libertà è solo un mito? Il mito ha un suo fondamento. Però i pirati caraibici del ‘600 e dei primi del ‘700 spesso erano al servizio delle grandi potenze europee, che li usavano come una sorta di marina da guerra irregolare. Pronte ad abbandonarli al loro destino quando non servivano più. In questo senso, la libertà era limitata. Salvo sul piano dei costumi, sfrenati perché calibrati sul progetto di una vita che non sarebbe durata a lungo. Come si è documentato? Quali testi? In primo luogo i memoriali. Alexandre-Olivier Exquemeling (o Oexmelin, o Exmelin), prima schiavo e poi medico nell’isola di Tortuga. Esiste un’edizione italiana recente delle sue memorie, però, a differenza di quella francese, non comprende le sue ultime avventure, di cui tratto nel mio romanzo. Quindi i ricordi di Ravenau de Lussan, un nobiluccio finito nei Caraibi dopo un omicidio e aggregato all’equipaggio del capitano Lorencillo. Più decine di altri libri, tra i quali non è sempre facile scindere ciò che è realtà storica dal puro colore. Io ci ho provato. Potrebbero esserci delle analogie tra mercenari e contractor odierni e i pirati di cui narra in Tortuga? Non riesco a vederne molte. I pirati caraibici non erano stipendiati per fare la guerra. Erano loro a cedere parte del bottino ai governatori che li proteggevano. In sostanza, erano bande di ladri, non militari assoldati. Venivano manovrati, ma da lontano. Dopo Eymerich è tornato al romanzo storico “puro”, il tutto nasce da un racconto pubblicato nell’antologia Anime Nere… Sì. Il racconto si intitolava I fratelli della Costa, e conteneva elementi fantastici. Dopo la sua uscita, si sono moltiplicate le pressioni perché dedicassi ai pirati un intero romanzo. L’ho fatto, ma modificandone la chiave, anche se alcuni personaggi sono gli stessi. Al romanzo storico appartenevano due miei testi recenti, Il collare di fuoco e Il collare spezzato, sulla storia del Messico. Lì però l’impostazione era “brechtiana”, cioè non vi erano protagonisti di spicco, mentre Tortuga è differente. La storia ha lo stesso sense of wonder della fantascienza e del fantastico? Secondo me, in molti casi sì. L’esplorazione di mondi remoti può avere lo stesso fascino sia che si tratti di un pianeta lontano o di epoche trascorse. Certi costumi medioevali, rinascimentali, o anche di tempi più prossimi ai nostri possono risultare alieni o incomprensibili. Col tempo variano mentalità, linguaggi, conoscenze acquisite, valori. Io stesso, quando mi capita di vedere documentari riferiti agli anni Cinquanta del ‘900, in cui sono nato, ho la sensazione che si tratti di un altro mondo. Figurarsi quando si va più indietro nella storia. In Italia era da molto che non ci si occupava di un caposaldo della narrativa avventurosa coma la pirateria, fatto salvo per una nuova serie per ragazzi di Matteo Mazzuca e qualche altro romanzo… Emilio Salgari seguita però a essere letto, e anche l’ultimo romanzo di Massimo Carlotto tratta di pirati, sia pure mediterranei. Storie piratesche di autori stranieri continuano a essere tradotte in italiano, specie dopo il successo dei film con Johnny Depp. Evidentemente il tema seguita ad avvincere, per il suo intreccio di ribellione, romanticismo e trasgressione. Tortuga differisce però da tutto ciò che ho citato, almeno nelle mie intenzioni. In rete e su Carmilla si sta animando il dibattito sul New Italian Epic, Tortuga sembra avere molte delle caratteristiche indicate da WM1 nel suo saggio… Il progetto Tortuga è anteriore al saggio di Wu Ming 1, che d’altra parte non intendeva fondare una scuola, bensì individuare certe costanti in una parte della narrativa italiana recente. Io non so se Tortuga sia coerente con il New Italian Epic: più che altro è coerente con certi aspetti del mio lavoro. Dare una classificazione al romanzo è compito dei critici, non mio. [...]
Il 5 Novembre 2008 alle 15:01 Tortuga (intervista) « King Ink ha scritto:
[...] Novembre 5, 2008 Approda in libreria il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, Tortuga (Mondadori, 336 pp - € 16,50), che dopo l’ultimo capitolo della saga di Eymerich, torna al romanzo storico “puro”. Dimenticate il Corsaro Nero, capitan Sparrow o i pirati di Roman Polanski, tra queste pagine a farla da padrone è la crudeltà. Anno Domini 1685, i giorni gloriosi dei Fratelli della Costa, obbedienti a Luigi XIV, che ha ormai stretto un accordo di pace con la Spagna, sono agli sgoccioli: le loro scorribande sono diventate troppo scomode e il protagonista del romanzo, l’ex gesuita Rogério, arruolato a forza, al servizio del tetro cavaliere De Grammont, partecipa all’ultima grande avventura dei pirati: la presa, cruenta, della città di Campeche, sulle coste messicane. Unica luce, in quella conquista infernale, l’amore del portoghese per una schiava africana da cui lo stesso De Grammont è attratto, l’episodio che volgerà il viaggio di ritorno in tragedia. Panorama.it ha incontrato Valerio Evangelisti. Il pirata quale simbolo romantico di libertà è solo un mito? Il mito ha un suo fondamento. Però i pirati caraibici del ‘600 e dei primi del ‘700 spesso erano al servizio delle grandi potenze europee, che li usavano come una sorta di marina da guerra irregolare. Pronte ad abbandonarli al loro destino quando non servivano più. In questo senso, la libertà era limitata. Salvo sul piano dei costumi, sfrenati perché calibrati sul progetto di una vita che non sarebbe durata a lungo. Come si è documentato? Quali testi? In primo luogo i memoriali. Alexandre-Olivier Exquemeling (o Oexmelin, o Exmelin), prima schiavo e poi medico nell’isola di Tortuga. Esiste un’edizione italiana recente delle sue memorie, però, a differenza di quella francese, non comprende le sue ultime avventure, di cui tratto nel mio romanzo. Quindi i ricordi di Ravenau de Lussan, un nobiluccio finito nei Caraibi dopo un omicidio e aggregato all’equipaggio del capitano Lorencillo. Più decine di altri libri, tra i quali non è sempre facile scindere ciò che è realtà storica dal puro colore. Io ci ho provato. Potrebbero esserci delle analogie tra mercenari e contractor odierni e i pirati di cui narra in Tortuga? Non riesco a vederne molte. I pirati caraibici non erano stipendiati per fare la guerra. Erano loro a cedere parte del bottino ai governatori che li proteggevano. In sostanza, erano bande di ladri, non militari assoldati. Venivano manovrati, ma da lontano. Dopo Eymerich è tornato al romanzo storico “puro”, il tutto nasce da un racconto pubblicato nell’antologia Anime Nere… Sì. Il racconto si intitolava I fratelli della Costa, e conteneva elementi fantastici. Dopo la sua uscita, si sono moltiplicate le pressioni perché dedicassi ai pirati un intero romanzo. L’ho fatto, ma modificandone la chiave, anche se alcuni personaggi sono gli stessi. Al romanzo storico appartenevano due miei testi recenti, Il collare di fuoco e Il collare spezzato, sulla storia del Messico. Lì però l’impostazione era “brechtiana”, cioè non vi erano protagonisti di spicco, mentre Tortuga è differente. La storia ha lo stesso sense of wonder della fantascienza e del fantastico? Secondo me, in molti casi sì. L’esplorazione di mondi remoti può avere lo stesso fascino sia che si tratti di un pianeta lontano o di epoche trascorse. Certi costumi medioevali, rinascimentali, o anche di tempi più prossimi ai nostri possono risultare alieni o incomprensibili. Col tempo variano mentalità, linguaggi, conoscenze acquisite, valori. Io stesso, quando mi capita di vedere documentari riferiti agli anni Cinquanta del ‘900, in cui sono nato, ho la sensazione che si tratti di un altro mondo. Figurarsi quando si va più indietro nella storia. In Italia era da molto che non ci si occupava di un caposaldo della narrativa avventurosa coma la pirateria, fatto salvo per una nuova serie per ragazzi di Matteo Mazzuca e qualche altro romanzo… Emilio Salgari seguita però a essere letto, e anche l’ultimo romanzo di Massimo Carlotto tratta di pirati, sia pure mediterranei. Storie piratesche di autori stranieri continuano a essere tradotte in italiano, specie dopo il successo dei film con Johnny Depp. Evidentemente il tema seguita ad avvincere, per il suo intreccio di ribellione, romanticismo e trasgressione. Tortuga differisce però da tutto ciò che ho citato, almeno nelle mie intenzioni. In rete e su Carmilla si sta animando il dibattito sul New Italian Epic, Tortuga sembra avere molte delle caratteristiche indicate da WM1 nel suo saggio… Il progetto Tortuga è anteriore al saggio di Wu Ming 1, che d’altra parte non intendeva fondare una scuola, bensì individuare certe costanti in una parte della narrativa italiana recente. Io non so se Tortuga sia coerente con il New Italian Epic: più che altro è coerente con certi aspetti del mio lavoro. Dare una classificazione al romanzo è compito dei critici, non mio [...]
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