
Leggere Rachel Cusk dopo aver avuto un bambino è la miglior terapia per superare la sindrome da “madre snaturata”, che può colpire quando si fa un figlio dopo i 30, e sempre più spesso vicine o oltre i 40, senza essere preparate al cambiamento epocale che questo comporta.
In A life’s work, ancora non tradotto in Italia, l’autrice inglese raccontava la verità nuda e cruda: il neonato è un esserino che piange sempre e che può ridurre la madre, anche quando questa è una brillante scrittrice cui non fanno difetto intraprendenza e autostima, alla povera ombra di se stessa. Bye bye tempo libero, addio spazio per sé, la cura dei figli è un tale fiume in piena che, spiega bene Cusk, anche quando per sbaglio si addormentano per un paio d’ore non si riesce mai ad approfittare di quella finestra di libertà e si finisce per girellare per casa controllando compulsivamente che la creaturina respiri come si deve.
A life’s work era un saggio, onesto, a tratti genuinamente comico, utile, ma la Cusk, assorbito il colpo della propria duplice maternità, è tornata sull’argomento ricorrendo al mezzo espressivo a lei più congeniale: il romanzo. E in Arlington Park, appena pubblicato in Italia da Mondadori, racconta la plumbea esistenza di alcune donne le cui vite si intrecciano, ma più spesso si toccano appena, ognuna chiusa nella propria disperante routine, in un sobborgo di Londra. Il tipo di posto dove quelle che un tempo erano donne lavoratrici, piene di impegni e con una ricca vita sociale, si vanno a seppellire con i figli al seguito, in grandi case dove c’è poco da fare a parte mettere il naso nelle vite dei vicini, preparare pappe, cambiare pannolini e passare qualche ora al centro commerciale, come evento clou della settimana. Un luogo “dove le donne bevevano caffè tutto il giorno e spingevano carrozzine lungo strade grigie e tranquille, e dove gli uomini andavano al lavoro, andavano e non tornavano mai, come se ci fosse una guerra in corso”.

L’assenza dei mariti è il filo conduttore più crudele del romanzo: tornano la sera dall’ufficio e sono degli estranei, per i quali la famiglia è un concetto quasi astratto, e la casa un lindo rifugio dal caos della metropoli, dove non sospettano si nascondano pozze di infelicità. O forse fanno solo finta di non vederle.
Le casalinghe disperate di questo libro sono tutt’altro che monodimensionali e patinate come quelle della tv: la Cusk descrive donne che conosce e in ognuna di loro mette qualcosa di sé. Un libro che bisognerebbe regalare ai neo-papà, perché farglielo leggere è il modo più rapido per dar loro una vaga idea di come si sente chi “resta a casa”.
- Venerdì 12 Ottobre 2007

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