Archivio di Novembre, 2007

Il più grande e più vecchio individuo che vive sul pianeta Terra è un arbusto di Lomatia Tasmanica. Da 43 mila anni i rametti e le gemme che cadono a terra mettono radici e danno vita a un altro individuo geneticamente identico alla pianta genitrice. E’ un metodo di riproduzione comodo, slegato dalla sessualità, che rende praticamente immortali. Eppure quasi nessuna specie lo sceglie. In “Sesso ed evoluzione” (Bompiani) Andrea Pilastro, professore di zoologia all’Università di Padova, spiega il perché, riagganciandosi ai princìpi della selezione naturale ma indagando soprattutto quelli della selezione sessuale che Darwin ipotizzò senza poterla dimostrare sperimentalmente .
E’ un viaggio affascinante e a volte crudele tra maschi stupratori, femmine promiscue, e molte sorprese. I test del dna sui pulcini hanno dimostrato per esempio che molte specie di uccelli considerate monogame non lo sono affatto. Quanto all’istinto materno (e paterno) dei volatili, chiedere al grazioso Pendolino: quando si schiudono le uova, maschio e femmina fanno a gara a chi abbandona prima il nido per lasciare i piccoli alle cure dell’altro.
Non tutti sanno poi che il Pesce Pagliaccio, che vive in coppia all’interno di un anemone, ha una caratteristica curiosa: se la femmina muore, il maschio cambia sesso, il più grande dei figli matura sessualmente e la coppia si riforma (ma questo nel film sul pesciolino Nemo non veniva raccontato). Il contrario accade a un altro pesce della scogliera corallina, la Donzella Testa Blu: se il maschio dominante viene predato, la femmina più grande nel giro di poche ore comincia a corteggiare le femmine, e alla sera prova la sua prima esperienza sessuale nei panni di maschio.
Pilastro dimostra poi come dietro molte scelte delle femmine che ai nostri occhi appaiono puramente estetiche, tipo scegliere il maschio con i colori più sgargianti, si nascondono comunque considerazioni genetiche: solo chi è in ottima forma e in grado di fuggire rapidamente può permettersi di diventare più visibile per i predatori. Tra le cui fauci, alla fine, rimane proprio la femmina.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10024/normal_devil.jpg)
Prendete l’occultismo di Aleister Crowley, il pensiero di Max Stirner, la morale di Nietzsche, i romanzi di Ayn Rand e il rock ‘n’ roll; aggiungete un pizzico di zolfo, un immaginario da horror di serie b, una dose di liturgia circense e una cospicua manciata di pragmatismo affaristico. Shakerate abbondantemente 666 volte recitando la ricetta al contrario e otterrete Anton Szandor LaVey, il luciferino fondatore della Chiesa di Satana.
A dieci anni esatti dalla scomparsa di LaVey, la Arcana pubblica per la prima volta in Italia la sua famosa Bibbia di Satana (253 pp. 14 euro) con testo a fronte in enochiano. Se pensate però di trovare tra le pagine di questo libro controverso le istruzioni per evocare il signore delle tenebre, siete sulla strada sbagliata perché Satana non è altro che l’uomo e il culto del diavolo è il culto dell’individuo. Con questo semplice assunto pseudofilosofico LaVey ha costruito un vero e proprio movimento pop basato su un efficace miscela di ribellione, antimoralismo ed edonismo, una sorta di capitalismo libertario il cui simbolo coincide con quello del pentacolo rovesciato e la cui divinità coincide con l’Io.
Il diavolo in sostanza, senza ipocrisie di sorta, siamo noi. Da questa bruta intuizione, Anton Szandor LaVey comincia a elaborare, già dagli anni ‘50, un percorso personale partendo dalle teorie di Crowley e dal suo famoso motto “Fa’ ciò che vuoi così potrai essere”, che lo porterà nel ‘66 (naturalmente) a fondare la sua chiesa in quel di San Francisco con sede nella Casa nera, una casa vittoriana al 6114 di California Street degna dell’immaginario della famiglia Addams.
Il passo in avanti rispetto alle altre organizzazioni esoteriche è quello di abbandonare ogni pretesa intellettual-aristocratica rendendo spettacolare l’iconografia satanica attraverso pratiche più vicine ai concerti di Screamin’ Jay Hawkins o Alice Cooper che a oscuri riti iniziatici e, contemporaneamente, trasformanre il satanismo in una specie di religione laica che reclama il suo posto tra le chiese istituzionali. Un coup de théâtre che fa guadagnare alla Church of Satan un’immediata notorietà trasformando il culto del diavolo in una moda. Ben presto alcuni nomi dello show business colgono le potenzialità di una loro adesione al movimento e fanno la coda alla corte di LaVey, tra loro svettano i nomi di Jayne Mansfield e di Roman Polanski, che si avvale di molte consulenze del “Papa nero” per Rosemary’s Baby.
A muovere i primi passi assieme a Anton, ci fu anche il regista d’avanguardia Kenneth Anger che con Mick Jagger, Jimmy Page e Bobby Beausoleil della Manson Family, lavorò a Invocation of my demon Brother e Lucifer Rising. Ben presto il sodalizio tra LaVey e Anger venne meno per motivi teorici. Il posto del regista californiano venne preso da Michael Aquino, un ufficiale dell’esercito americano specializzato in controspionaggio e disinformazione che da buon militare organizzò la Chiesa in diverse unità locali con centinaia di iscritti. La cosa non piacque per nulla a LaVey e i due arrivarono ben presto ai ferri corti quando nel 1970 Aquino cominciò anche a credere nell’esistenza di Satana e fondò il Tempio di Set.
Il vero potenziale del movimento di LaVey, e fulcro della Bibbia di Satana, non è la pratica del male o l’isitituzione di un culto religioso ma piuttosto un’attitudine che mira alla liberazione dell’uomo dalla superstizione e il cui fine è il godimento della vita e la felicità (con un occhio agli introiti). Dopo varie vicissitudini e capovolgimenti di sorte, legati soprattutto al voltafaccia dei media e delle star avvenuto in seguito all’affair Charles Manson, la figura di LaVey tornò alla ribalta a cavallo degli anni ‘80 e ‘90 grazie a due eventi. Il primo, un reportage del New Yorker curato da Larry Wright per smentire una serie di leggende sulla vita di LaVey autoalimentate in una sorta di situazionismo (la nascita con la coda, il passato di domatore di leoni e di fotografo della polizia di San Francisco, una relazione amorosa con Marilyn Monroe ecc.) che probabilmente non fece altro che ridare notorietà al personaggio. Il secondo evento, la nomina a reverendo della Chiesa di Satana di Marilyn Manson che in qualche modo incarna in sé la filosofia stessa della Bibbia di Satana e di LaVey, dai precetti arguti alla cialtroneria chiassosa, dall’intelligenza vivace al senso degli affari. Un’attitudine, quest’ultima, che alla morte del carismatico fondatore non è però sopravvissuta, tanto che la Church of Satan, anche se sopravvissuta a diversi scismi, è sempre sul punto di chiudere i battenti e si mantiene a galla solo grazie all’impegno della vedova di LaVey, Blanche Barton e di un suo discepolo, Peter Gilmore.

La regina d’Inghilterra scopre in tarda età la passione per i libri. Determinanti: la scoperta di un pulmino-biblioteca che circola intorno a Buckingham Palace e l’incontro con Norman, giovane sguattero nelle cucine di Palazzo e bibliofilo accanito. Le conseguenze saranno enormi (la sopresa più grande è nell’ultima riga del romanzo).
Alan Bennett descrive la nuova vita de La sovrana lettrice (Adelphi) (qui le prime cinque pagine in .pdf) con l’humor già noto a chi ha letto Nudi e crudi o La cerimonia del massaggio. Ma la trama contiene altre sorprese. Alle prese con le pagine di Proust e Philip Roth, Elisabetta II spiega episodio dopo episodio che cos’è la lettura, e lancia candide domande aperte. Perché mai - si chiede - lei che aveva girato il mondo, adesso era attratta dai libri, che del mondo sono solo un riflesso? Da cosa nasce l’attrattiva per i libri? Quanto conta l’anonimato del lettore nel condividere una storia? I temi sarebbero degni di un trattato di filosofia, ma nel romanzo vanno in scena lievemente, in siparietti tra la sovrana e uno sfuggente (e mai citato) Tony Blair; nelle invidie tra gli acidi valletti di corte; nei ricevimenti formali che costringono i protagonisti a reprimere l’istinto e a recitare come fossero personaggi di una finzione. Compresa Elisabetta II, che appunta: “È possibile che mi stia trasformando in un essere umano”. Che ciò sia possibile, lo dimostra il finale.
E se per Bennett i libri ci rendono più umani, per Corrado Augias ci rendono anche “migliori, più allegri e più liberi”: così recita il sottotitolo del suo ultimo lavoro, Leggere (Mondadori). I temi che scomoda Augias sembrano usciti proprio dalle elucubrazioni della Sovrana. Così gli abbiamo girato alcune domande del personaggio di Bennett. Ad esempio: c’è egoismo nella lettura? “Può esserci, certo” dice Augias “perché la lettura va messa nel novero dei piaceri solitari. Ma nel leggere c’è anche il piacere di partecipare, ognuno con la propria visione della storia, alla comunità dei leggenti”.
Nel libro di Bennett, la regina si domanda come mai la normalità diventi così speciale se raccontata in un romanzo. “Ciò succede” spiega Augias “perché le vicende quotidiane, se messe in mano a un buon scrittore, diventano esemplari. Solo per fare un esempio, c’è un libro di Ian McEwan, Chesil Beach, che racconta la prima notte di nozze di due giovani sposi. Come spunto narrativo si tratta di un momento davvero ordinario, perché in quell’occasione succedono, più o meno per tutti, sempre le stesse cose. Eppure l’autore riesce a trasformare quel momento di normalità in un romanzo appassionante. E mette in scena un mondo intero di sentimenti, angosce, speranze, insicurezze… Naturalmente” precisa “un fatto ordinario può diventare speciale non perché raccontato in un libro, ma perché affidato alla penna di un abile scrittore”. E il ruolo del lettore qual è? La lettura è un’attività passiva? “No, la lettura non è mai passiva” commenta Augias “perché è il modo privilegiato di stimolare la nostra fantasia, grazie alla quale possiamo completare ciò che sta sulla pagina. Chi legge diventa partecipe dell’opera: ne diventa il comproprietario”. Augias così va dritto al sodo. E rende semplice un problema complesso già proposto da Denis Diderot, che nel suo Jaques il Fatalista faceva domandare a un suo personaggio: “Ma chi sarà il padrone? Lo scrittore o il lettore?”. Nel volume lo scrittore e giornalista non si sottrae dall’argomentare, come già aveva fatto Alberto Manguel in un saggio purtroppo non più disponibile in libreria: Una storia della lettura, “un testo”, commenta lo stesso Augias “che ha aperto la strada al genere dell’interpretazione della lettura”.
Ripercorrendo la propria biografia di lettore, Augias scandaglia i meccanismi che ci portano a godere della pagina scritta. Per dire infine come la lettura di un libro sia un piacere insostituibile dagli altri media, web compreso.
IL FORUM
Le prime cinque pagine de La sovrana lettrice, in .pdf


Uno scomodo abito-prigione da passeggio. Ecco cos’è il burka, visto da dietro (o da sotto fate voi). Jamila Mujahed è la giornalista che il 13 novembre 2001 ha dato all’Afghanistan l’annuncio ufficiale della caduta del regime taliban. Una donna coraggiosa, che quando gli integralisti conquistarono Kabul perse i suoi incarichi pubblici e fu virtualmente bandita dalla società. Come tutte le altre donne, del resto. Lei, il burka, l’ha imparato a conoscere (e indossare) proprio in quei giorni. Lo racconta, appunto, in Burka! (Donzelli, con il patrocinio di Amnesty International): 24 tavole a fumetti in collaborazione con la disegnatrice italiana Simona Bassano di Tuffillo.
“Appena indossato”, scrive, “mi sembrò come se il mondo intero a un tratto si facesse buio, e io fossi rinchiusa in una prigione strettissima”. Un’oscurità che purtroppo ingabbia ancora oggi le donne in Afghanistan. Come racconta la stessa Jamila Mujahed e come testimoniano i dati dell’Irin (Integrated Regional Information Networks, un’organizzazione Onu): l’87 per cento delle donne afghane è analfabeta; solo il 30% delle ragazze ha accesso all’educazione scolastica; 1 donna su 3 ha subito violemze fisiche, psicologiche o sessuali; tra il 70 e l’80% delle donne sono costrette al matrimonio. 44 anni è l’aspettativa media di vita delle donne in Afghanistan.
LA GALLERY TRATTA DA BURKA!
LEGGI ANCHE: l’intervista a Jamila Mujahed

Vi siete persi i numeri usciti in Usa e volete recuperare? Nessun problema. La celebre rivista statunitense fondata da Dave Eggers e sua moglie Vendela Vida nel 2003, The Believer, specchio fedelissimo di un’America deformata da se stessa, viene pubblicata adesso anche in Italia. Quel che fa effetto è che non esce in edicola o in libreria bensì in forma di libro, per le edizioni Isbn, come se da noi una rivista letteraria di quel tipo fosse ancora un tabù o un lusso editoriale.
Ma alla fine poco importa. Il talento geniale e compostamente irriverente di Dave Eggers è più importante del formato e ha la meglio su tutto. 37 anni, esploso come scrittore negli Usa nel 2000 con A heartbreaking work of staggering genius, (l’Opera struggente di un formidabile genio) continua ad essere un fiume in piena. Di parole e idee che, se messe in binomio, sono pane quotidiano per la letteratura di serie A, quella che realmente può cambiare le vite di tutti i giorni. The Believer è tutto questo, un work in progress, sul mondo come è stato e soprattutto su come sarà. Tra gli articoli selezionati, riproposti dalle edizioni Isbn per il pubblico italiano c’è spazio per il passato, con una recensione di Storia naturale della distruzione di W. G. Sebald firmata dallo scrittore William T. Vollmann, sui bombardamenti alleati sulla Germania durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma c’è tantissimo presente. Perfino una storia sociale di Superman, metafora di un’America di plastica perennemente in cerca di supereroi. Un capitolo importante che permette ad Eggers e compagnia di fare luce, proprio partendo dalla “fumettosità” del personaggio, sull’attuale situazione politica contemporanea, con i suoi (falsi) miti e le tragiche appendici, come la guerra in Irak. Da non perdere poi anche l’intervista via e-mail dello stesso Eggers ad un altro virtuoso della letteratura Usa contemporanea, David Foster Wallace che con i suoi saggi e romanzi pubblicati anche in Italia, uno per tutti La scopa del Sistema, è stato definito uno dei padri dell’Avantpop.

Che i fan di Harry Potter a grappoli si siano moltiplicati negli ultimi anni in tutto il mondo questo è chiaro semplicemente (è sufficiente una ricerchina su Google). A centinaia infatti sono sorti in tutto il mondo siti dedicati al celebre protagonista dei libri della Rowling. Perfino in Giappone. Siti dove i fan discutono tra di loro dell’amato beniamino e delle sue avventure o dei progetti, non solo letterari, della scrittrice edimburghese che in pochi anni è riuscita, da povera che era, come racconta la sua biografia, a creare un vero e proprio impero. Intorno ad un semplice maghetto. Ma la novità di questi ultimi mesi è che i fan della Rowling stanno adesso spiccando il volo. Rubandole il mestiere. È nato infatti un nuovo genere, quello delle fanfictions, ufficialmente riconsciuto anche dal conservatore nonché autorevole Figaro Littéraire. Si tratta di racconti messi giù dai fan stessi della Rowling che non usano Harry Potter come personaggio ma piuttosto le dinamiche che ne hanno decretato il successo. Risultato, una di queste storie pubblicate negli Usa, “Mortal Instruments” di Cassandra Clare, fan della Rowling e del suo personaggio, ha sbaragliato le classifiche del New York Times.
Anche da noi in Italia Harry Potter ha fatto proseliti. I siti sono in aumento e differenziati fra loro. Si va dal fan club con pagina web fedele allo stile anche grafico del film per passare al forum vero e proprio dove si può entrare solo se registrati. Ma non si vedono scrittori all’orizzonte dalle nostre parti. Solo un sito con velleità sociologiche, la Società Nazionale Harry Potter Italia. Creato, stando alla presentazione, per studiare anche le implicazioni sociologiche e didattiche del celebre maghetto. Come dire, è pur sempre un inizio.

Parte la versione italiana di “The other voice”, la famosa collana statunitense dedicata alle scritture femminili, edita dalla Chicago University Press. A curarla Marina Caffiero, docente di Storia moderna all’università La Sapienza, che aveva lanciato alcuni anni fa una ricerca negli archivi romani per individuare e raccogliere scritture femminili inedite non a carattere letterario. Cioè, non libri, romanzi e racconti, ma scritture quotidiane di donne come lettere, biografie, autobiografie, diari di viaggio proprio in linea con l’edizione americana. Tutto il materiale raccolto in questa ricerca, che parte dal Cinquecento e arriva al Novecento, viene oggi pubblicato in questa nuova collana della casa editrice Viella, dal titolo “La memoria restituita. Fonti per la storia delle donne”. Tra i volumi in uscita A corte e in guerra. Il memoriale segreto di Anna de Cadilhac, curato da Roberta De Simone e Giuseppe Monsagrati. Si tratta del diario assolutamente inedito di Anna de Cadilhac, nobile d’origine francese che visse a Roma durante la Repubblica romana del 1849, e che si trasferì in seguito con il marito a Torino dove finì con il diventare una delle innumerevoli amanti di Vittorio Emanuele II. Il diario racconta, anche con ironia di questa relazione clandestina con il re Galantuomo da cui nacque una figlia illegittima, per il riconoscimento della quale la de Cadilhac si battè, anticipando così i tempi moderni.

È il sogno di tutti gli scrittori. Illustri o meno illustri che siano: trovare un mecenate disposto a finanziare e ad investire sul capitale creativo o umano che c’è dietro ogni libro. Anche a rischio di perdere la scommessa. Usando un termine inglese, molto di moda ai tempi della new economy, nientedimeno che “venture capital“.
E adesso il sogno diventa realtà perché negli Stati Uniti è nato il Literary Ventures Fund da un’idea di Jim Bildner, un ex scrittore con precedenti esperienze proprio nel venture capital. Jim e i suoi uomini si sono trasformati, così, in qualcosa di più che semplici agenti. Piuttosto veri e propri angeli custodi che si occupano di tutte le fasi necessarie per realizzare e mettere sul mercato un libro, considerato, dunque, come un investimento sociale oltre che economico: dai rapporti con le case editrici fino al controllo capillare della distribuzione. Esiste poi addirittura “The writer’s Fund”, un investimento focalizzato non solo su un libro in particolate ma su un autore. È così che è stato lanciato Tom O’Malley e che uno scrittore come Sam Savage con il suo Firmin: Adventures of a Metropolitan Lowlife ha potuto sbancare per mesi Barnes & Noble negli Stati Uniti. Il patto è che se poi il libro o l’autore avranno successo una percentuale ritornerà al fondo di venture capital che potrà così finanziare il sogno di un altro autore.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-ottobre/bulli-vw/normal_bulli01.jpg)
Che avesse carattere lo si era visto già nel 2003. Quando il libro a lui ispirato, Il libraio di Kabul della giornalista norvegese Asne Seierstad, in pochi mesi si era trasformato in un bestseller internazionale. Ma il carattere evidentemente è rimasto, temprato semmai dal tempo, se a colei che lo aveva catapultato sui giornali di mezzo mondo subito dopo ha fatto causa per non essersi riconosciuto nelle descrizioni del suo lungo racconto. Adesso Shah Muhammad Rais, nella finzione letteraria più conosciuto come Sultan Khan, torna a far parlare di sé.
Il libraio di Kabul, la cui vita quotidiana dall’interno della sua famiglia era stata seguita per mesi dalla coraggiosa giornalista norvegese coperta dal burqa, non solo non ha cambiato mestiere ma ha deciso di ampliare il suo business. In una intervista alla BBC ha dichiarato di voler comprare un pulmino, riempirlo di libri e spostarsi per tutto l’Afghanistan. L’obiettivo stavolta è nobile. Portare il piacere della lettura nei luoghi più impervi e remoti del paese. La sua però non è una lotta contro i mulini a vento. Mai come in questi ultimi mesi, infatti, gli afghani sognano di tornare ad una vita normale dove anche il piacere della lettura possa trovare la sua giusta collocazione. Speriamo solo che il carattere focoso di Rais non faccia danni e che non finisca come con la giornalista norvegese. Oltre alla causa il libraio di Kabul animò un vivace blitz mediatico che lo portò sulle tracce della Seierstad perfino in Europa, in Norvegia, nei paesi scandinavi e anche alla fiera di Francoforte.
- Tags: cantanti, canzoni, Giorgia, Jovanotti, Ligabue, Luca-De-Gennaro, Mtv, musica, Paola-Maugeri, storytellers, vinicio-capossela
-

Una volta li chiamavano “cantastorie”. Oggi va di moda usare il termine inglese, “storytellers”, ma la sostanza resta quella: sono gli artisti che raccontano al pubblico un’avventura, una favola, un’emozione. Alcuni lo fanno in musica: salgono sul palco, spesso con la chitarra al collo, e riempiono l’aria di note e parole.
Ma finita la canzone, finisce anche il contatto con l’artista: lui scompare dietro le quinte, al massimo si affaccia per inchinarsi agli applausi o per fare qualche bis. Come scoprire qualcosa di più della sua anima? Facendolo parlare. Ma non in un’intervista staccata dal contesto musicale, magari registrata nel salottino di un albergo di lusso. No, in un’intervista che rimanga costantemente intersecata alla musica. Una nuova formula: un concerto piccolo, acustico, e il pubblico o un giornalista a chiacchierare col cantante, tra un pezzo e l’altro.
Il format Storytellers, partito in sordina sul canale tv americano Vh1 a metà degli anni Novanta, fu un successo. Tra i protagonisti ci furono ad esempio Bruce Springsteen, Elton John, Alanis Morisette. Gli ascolti furono altissimi, la trasmissione divenne un cult. Nel 2005 a qualcuno venne in mente di portare il programma anche in Italia. Quel qualcuno era Luca De Gennaro, responsabile del dipartimento Talent&Music di Mtv. E per realizzare il progetto decise di coinvolgere la più istrionica delle giornaliste musicali italiane: Paola Maugeri, già vj di Mtv e conduttrice di 105 Night Express su RaiUno.
Per chi si fosse perso la trasmissione, oggi De Gennaro trasferisce in libreria quell’esperienza televisiva, in un libro (scritto naturalmente a quattro mani con la Maugeri, e pubblicato da Tea) che raccoglie quegli incontri con Jovanotti, Giorgia, i Subsonica, Ligabue, i Marlene Kunts, Vinicio Capossela, Cesare Cremonini, Carmen Consoli e Ivano Fossati (nella gallery alcuni scatti degli eventi). Il libro, facile intuirlo, si intitola Storytellers, sottotitolo: “La musica si racconta - le storie, il mondo, le idee dietro le canzoni che amiamo”.
Qualche assaggio? Giorgia che ricorda la sua sonora bocciatura all’esame di compositore alla Siae, da cui poi scaturì il pezzo M’hanno bocciato (contenuto nell’album Giorgia del 1994). La cantante romana racconta che se la legò al dito: uno dei commissari le disse “Guardi che lei non ha tanta musicalità”, salvo poi cambiare repentinamente idea, dopo averla sentita cantare in un club. Ligabue invece teorizza l’importanza dell’incipit in una canzone per arrivare “a bomba nell’atmosfera”. E affinché non rimangano ulteriori dubbi, specifica: “Le canzoni non hanno tempo per le pippe”! Vinicio Capossela che confida la ragione che lo ha spinto a iniziare a creare canzoni: l’invidia. Un’invidia nei confronti “di chi ha scritto qualcosa di grande”, un sentimento simile all’emulazione che gli ha fatto nascere il desiderio di “riuscire a scrivere un pezzo che abbia qualcosa di quel grande soffio di vita e di mito che sento negli artisti che amo”. Lorenzo “Jovanotti” Cherubini che cita i suoi più famosi strafalcioni, da quel “non c’è niente che ho bisogno” dentro Ragazzo Fortunato alla consecutio temporum tutta sbagliata della canzone La valigia.
LA GALLERY

Di Stefania Vitulli
“Prima di entrare in terapia non sapevo nulla delle mie 17 personalità. Certo, alcuni segni erano evidenti: gli abiti tornavano dalla tintoria con nomi di clienti diversi dal mio. In casa c’erano oggetti che non rammentavo di aver comprato. A volte non ricordavo nulla di me, della mia famiglia, dei miei amici. E mi sembrava che mio figlio più grande si fosse accorto che non ero sua madre. Ci ho messo anni per riconquistarne la fiducia”. A parlare è Karen Overhill, 40 anni. Che solo alla fine degli anni 90, dopo 10 anni, è guarita da una grave sindrome delle personalità multiple: 17 alter ego tra cui donne, uomini, bambini.
In un libro appena uscito negli Stati Uniti, Switching time (Crown Publishing), Richard Baer, lo psichiatra che l’ha curata, ha raccontato la sua incredibile storia. “L’eccezionalità sta nel fatto che le 17 personalità abbiano agito indisturbate per anni” sottolinea a Panorama “con la possibilità di crescere e agire. Karen venne da me con una grave depressione dovuta al dolore cronico di un’operazione di tre anni prima. Mi insospettì che fosse molto più depressa del dovuto, con pensieri suicidi. Parlava così lentamente che non riuscivo a seguirla: come se una forza si opponesse al dialogo. Ci è voluto un anno per la diagnosi”.
Karen subiva anche maltrattamenti dal marito, ma nulla giustificava il fatto che si sentisse colpevole per essere malata, senza energie. E soprattutto le sembrava sempre di perdere tempo: giorni e settimane in cui “spariva”. Durante la sua assenza il cervello metteva Karen in pausa per permettere a un’altra personalità di entrare in scena.
“A confermare la diagnosi fu una lettera di una bambina che mi scriveva: “Sono Claire, ho 7 anni. Vivo dentro Karen” racconta Baer. “La lettera era una prova, e decisi di mostrarla a Karen: reagì bene e mi chiese di aiutarla”.
A causare la sindrome dissociativa sono spesso, secondo gli psichiatri, gravi abusi fisici, sessuali ed emotivi durante l’infanzia. “Le violenze che Karen subì da bambina sono terribili” ricorda Baer. “Suo nonno e suo padre la torturavano con spille, chiodi, coltelli, crocifissi”. Dentro Karen si è formata prima Claire, la bambina sottoposta a violenze, di cui Karen non ha memoria. Poi Elise, che andava a scuola al posto di Karen, con pantaloni e maniche lunghe per coprire le ferite. Poi Sidney, il ragazzino che aveva la funzione di reggere una relazione normale con il padre. Infine tutte le altre personalità, con ruoli di difesa: un intero sistema, per proteggerla dal trauma. “Una volta formate, le personalità si alternano all’insaputa del soggetto” dice Baer. “Nel caso di Karen, ciascuna aveva una propria vita, persino amici propri”. Ma intorno ai 20 anni questo sistema difensivo era crollato, provocandole una forte depressione.
La sindrome, chiamata anche Mpd (Multiple personality disorder), è poco conosciuta: i casi accertati dal 1816, quando fu segnalata la prima volta, sono 300. “Per Karen si è trattato di far emergere ciascun alter ego, facendo sì che lei ne reintegrasse ricordi e personalità nella propria” conclude Baer. “È stato molto doloroso. Ma da 10 anni non ha nessun ritorno dissociativo. Possiamo dire che è guarita”.

È proprio arrabbiata Ritanna Armeni (nel ritratto di Bruna). Pacata e professionale quando, a fianco di Giuliano Ferrara, conduce Otto e mezzo sulla 7, l’ex responsabile dell’ufficio stampa di Rifondazione comunista mostra gli artigli in libreria. Potere di donna, il nuovo saggio che la Ponte alle Grazie pubblica in primavera, si annuncia come un grido di guerra contro la prepotenza maschile. Il motivo? Non solo nella politica italiana, sostiene Armeni, non c’è spazio per le donne, ma perfino l’Iraq e l’Afghanistan, si legge nella nota dell’ufficio stampa, “contano su una maggiore presenza femminile”. Anche il giudizio sulle donne di potere, come l’ex premier britannico Margaret Thatcher e l’attuale capo del governo tedesco Angela Merkel, è impietoso: “Donne che rinunciano alla loro femminilità e vivono il loro ruolo come se fossero uomini”. Insomma, Armeni non risparmia nessuno. E rende particolarmente felici le donne irachene e afghane che, prima della sua rivelazione, non sapevano di essere così presenti nella politica dei loro disgraziati paesi.

Scrivere un romanzo per 39 euro. È il prezzo di un software lanciato sul mercato francese, dal titolo non particolarmente originale “J’écris un roman”, cioè “Scrivo un romanzo” , con 5000 pezzi già andati letteralmente a ruba Oltralpe. Il successo è dovuto alla finalità stessa del software. Che stavolta non è quella di catalogare fatture o riordinare liste di indirizzi ma quella, originalissima, di aiutare con l’informatica i clienti a scrivere a puntate il romanzo della loro vita. Passo dopo passo, capitolo dopo capitolo, sarà direttamente il computer di casa ad indicare i passaggi narrativi fondamentali indispensabili per arrivare alla meta. A volerci credere… Tutto questo avviene proprio mentre da tempo in tutta Europa c’è un boom degli atelier di scrittura creativa: corsi di ogni tipo, anche online, e per tutte le tasche, per imparare a raccogliere le proprie emozioni e a tirarne fuori romanzi e racconti. In Italia, oltre a pionieri come la prestigiosa scuola Holden di Torino fondata, tra gli altri, dallo scrittore Alessandro Baricco, impazzano adesso siti come per esempio Blurb, che offre pubblicazioni di libri on demand e che ha lanciato un nuovo servizio che consente di lavorare alla creazione di un romanzo in due o più utenti. Basta utilizzare una speciale funzione, chiamata Booksmart, e il gioco è fatto. Una volta terminato l’editing il libro diventa disponibile per la stampa on demand nel negozio virtuale dove, almeno in teoria, milioni di utenti accedendo ogni giorno potrebbero comprare il capolavoro dello sconosciuto scrittore di turno.
Gli ultimi commenti