Un best seller? Forse non lo si può ancora definire tale, ma senza dubbio il secondo libro del giornalista Toni Capuozzo lo potrebbe diventare. Sono i numeri che parlano: cinque edizioni in pochi mesi, anche se l’autore si trincera dietro l’incredulità di cotanto interesse. “Adiós non l’ho pensato sotto forma di libro, legato quindi a un corteo di cose che lo accompagnano: l’editore (Mondadori, ndr), un costo…”, confida l’autore a Panorama.it. “Avevo voglia di scriverlo per me, un po’ per tornare indietro nel tempo”, dice. Con Adiós il lettore intraprende un viaggio, anzi “il mio viaggio attraverso i sogni perduti di una generazione”, come si legge nel sottotitolo del libro. Quindici capitoli per una raccolta di articoli firmati da Capuozzo nei suoi trent’anni da inviato di guerra. “Ho voluto raccogliere gli articoli a cui sono più legato” specifica “proprio come succede quando si sfoglia un album fotografico chiuso dentro una scatola di scarpe”.
Adios è un libro nostalgico?
La difficoltà è di sopravvivere ai tempi che cambiano. Pensando al passato si capisce il presente. Quel mondo era più semplice di adesso, io non sono nostalgico di quei sogni, eravamo ancora una generazione, quella del ’68, che pensava che l’evoluzione culturale fosse positiva salvo poi imparare che era tutt’altro. Un uomo di sessant’anni che parla dei suoi trenta, se non sono trenta vissuti sotto il nazismo, è ovvio che conserva il sapore agrodolce dei ricordi. La mia però non è nostalgia di tipo ideologico. Credo solo che per certi versi fosse più facile vivere allora. Ad esempio era più semplice essere un giovane giornalista allora che oggi. Io lo sono diventato quasi per caso, amo moltissimo questo mestiere che mi ha permesso di viaggiare. Ho lavorato per Lotta Continua e ora per Berlusconi. Il mio è un racconto di un giovane giornalista che, con un po’ di arroganza, pensava di migliorare il mondo. Non voglio impartire nessuna lezione. Nel tempo ho appreso che la realtà conta molto più di ogni giudizio preconfezionato”.
Si aspettava tutti questi lettori?
Sono soddisfatto di tutte queste copie vendute, perché vuol dire che, nel bene e nel male, molte persone l’hanno aperto e letto. Mi ha soltanto messo un po’ in imbarazzo la lettura pubblica di alcuni brani, cui ho assistito negli ultimi tempi. Leggere a casa è sempre un momento intimo, mentre in pubblico mi è sembrato di mettere in piazza delle cose che erano dentro di me. Comunque mi piace l’idea di fare compagnia alle persone con un libro sul comodino: è come essere a tu per tu con loro”.
In questo libro lei racconta i suoi anni nell’America del Sud.
È l’unica parte del globo risparmiata da un terremoto che coinvolge tutto il mondo: il fondamentalismo. I luoghi sicuri al mondo sono diventati pochi, paradossalmente oggi è più sicura l’America latina. Per questo nel libro ho voluto fare una cronaca non conformista di Fidel Castro e Che Guevara.
Il giornalismo è malato di conformismo?
Penso che il il conformismo sia il male peggiore del nostro tempo. Un tema su cui c’è un grande conformismo ad esempio è l’immigrazione. Non sono razzista, ho cresciuto un bambino musulmano di 5 anni, ho ricevuto da giovane un foglio di via, mi sento a casa in molte parti del terzo mondo. E credo che accettare l’immigrazione clandestina così com’è, senza costruire dei canali legali, sia lavarsi la coscienza e far finta di essere buoni accettando tutti quanti. In Italia siamo buonisti da un lato e cattivisti dall’altro. Unica coerenza possibile è il lavoro giornalistico, che racconta ciò che si vede.
Quali sono i sogni delle giovani generazioni?
Non è vero che i giovani di oggi sono senza valori, piuttosto sono senza ideologie rispetto a noi sessantottini. Oggi i sogni sono più modesti, è già un sogno trovare un lavoro. Ma io, a trent’anni di distanza, continuerei a firmare ciò che scrivevo allora. Per questo oggi sgrido mia figlia ventenne perché non ha ancora le idee chiare sul suo futuro professionale”.
Quindi prima c’era più coraggio.
Sì, se consideriamo i leader, i partiti, o il giornalismo di un tempo. Fallaci, Terzani, Biagi sono giornalisti che non esistono più, molto diversi l’uno dall’altro. Non è solo un problema di linguaggio, ma spesso di comunicazione”.
- Giovedì 15 Novembre 2007


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