Il bar delle grandi speranze, un memoriale americano

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Che succede a un bambino che cresce senza padre? Che comincia a cercare una figura paterna in ogni uomo che incontra. E qual è il posto migliore per stare in compagnia di tanti uomini adulti? Se si vive a Manhasset, sobborgo di New York, famoso soprattutto per l’amore dei suoi residenti per l’alcol, non c’è posto migliore di un bar. Il bar delle grandi speranze, edito da Piemme, è la storia vera di J.R. Moehringer, giornalista premio Pulitzer del Los Angeles Times, che finalmente realizza dopo 20 anni il suo sogno di scrivere un libro sul bar in cui è cresciuto. Il padre, dj radiofonico, è solo una voce nella vita di J.R., che passa l’infanzia a sintonizzare la radio in cerca del conforto maschile che gli manca. Vive nella pulciosa casa dei nonni materni insieme alla madre, desiderosa di andarsene, di rifarsi una vita, ma sopraffatta dagli eventi avversi. Tra i due c’è un rapporto tenero e struggente: madre e figlio cercano di prendersi cura l’uno dell’altro ma sono afflitti da una fragilità di fondo che sembra impedire loro di avere nella vita il successo che meritano. E J.R. cresce cercando di compiacere la madre, la quale desidera che il figlio si laurei a Yale e diventi un avvocato per poter far causa al padre che li ha abbandonati. Nel frattempo però ha bisogno di maschi adulti che facciano di lui un uomo vero.
Comincia così la sua frequentazione del Publicans, un luogo mitico, popolato da personaggi di cui Moehringer fa ritratti credibili e, si scopre alla fine, nella pagina dei ringraziamenti, del tutto aderenti alla realtà, nomi e soprannomi compresi. E se il bar è il luogo che accoglie e non giudica, con gli anni, conseguita la mitica laurea a Yale ma bloccato nella carriera giornalistica che vorrebbe intraprendere, J.R. si rende conto che può anche rappresentare il maggiore ostacolo alla realizzazione dei suoi sogni.
Gli scrittori americani hanno con l’alcol un rapporto che non ha eguali nelle letterature degli altri paesi. È come se bere e raccontare del bere fosse inevitabile. J.R. Moehringer ammette però che è solo dopo aver smesso che è riuscito davvero a diventare il giornalista e lo scrittore che voleva essere. Il libro, giudicato nel 2005 il migliore dell’anno da molti giornali americani, è divertente, commovente e onesto. Possiamo solo sperare che, dopo aver attinto a piene mani alla sua vita, Moehringer abbia ancora voglia di raccontare storie in forma di romanzo.

Piemme

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