Benvenuti all’outlet Italia, con Azouz Marzouk e Padre Pio

di Pasquale Chessa

Sarà per via della decadenza della politica nel vissuto collettivo del paese Italia, o piuttosto perché gli eventi epocali diventano storia in diretta tv nel momento stesso in cui accadono, il fatto nuovo è che per carpire la verità allo spirito del tempo è più utile illuminare la storia delle cose banali piuttosto che le vicende della grande storia. E si tratta di una profonda mutazione culturale: l’invenzione della lavatrice è più importante del centrosinistra, la nascita della Vespa vale come la macrostoria di tutta l’industria pesante italiana. È tempo di piccole storie.
“La domenica, le piazze italiane sono vuote. Quasi deserti gli stadi, le chiese, i cinema. Gli italiani sono tutti all’outlet”: l’incipit scelto da Aldo Cazzullo per Outlet Italia. Viaggio nel paese in svendita (Mondadori) non lascia scampo al lettore avvertito che capisce fin da subito di trovarsi al limite di una nuova frontiera, non soltanto geografica ma soprattutto storica e in ultima analisi politica. È la geografia dei “non luoghi” d’Italia: dal Valmontone fashion district, Ciociaria, un paese finto vicino all’Autostrada del Sole fra Roma e Napoli, fondato sulle vetrine e abitato solo da commessi, fino al Serravalle Scrivia, fra Milano e Genova, il primo d’Europa, a Cepagatti in provincia di Pescara, terzo nel mondo dopo Stati Uniti e Bahrein.
Outlet è una parola magica, con cui gli italiani hanno voluto ribattezzare il concetto più prosaico di centro commerciale. Un grimaldello passe-partout che consente a Cazzullo di rimettere in gioco la storia italiana: anche la politica è diventata un outlet, un prodotto da svendere. Alla fine c’è l’ideale iperuranio di un outlet totale che possa comprendere insieme la filosofia del Palacavicchi di Ciampino, outlet del ballo e della musica, con la Biennale d’arte di Venezia, vero e proprio luna park dell’estetica di oggi; per arrivare fino a San Giovanni Rotondo assunto alla funzione sacra, in un percorso tanto profano, di “outlet dell’anima”.
Una epidemia devozionale di massa, ben raccontata dallo storico Sergio Luzzatto, con un libro davvero eccezionale, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento (Einaudi). Luzzatto è uno di quegli storici, pochissimi, che non solo sanno scrivere anche sui giornali, ma sono capaci di fare uso, pure in sede accademica, di una speciale prosa narrativa che consente al lettore di entrare senza timore nel sofisticato laboratorio dello storico.
“Uno studio sulla vita di Padre Pio avrà offerto un contributo istruttivo alla storia dell’Italia novecentesca soltanto se sarà riuscito a illuminare paesaggi più vasti che un luogo di pellegrinaggio, situazioni più generali che un’avventura di santità: culture condivise, strutture del collettivo” spiega Luzzatto. Osteggiato dal Vaticano, di fatto processato e sicuramente perseguitato dal Sant’Uffizio, considerato alla stregua di un “idolo di stoppa” da Papa Roncalli, prima di essere santificato da Karol Wojtyla, il santo di Pietrelcina riuscì a fondare la sua santità sulla fiducia che la sua immagine irradiava nelle masse popolari. Così si spiega perché in sua difesa, anche contro la Chiesa ufficiale, si sarebbe puntualmente schierata la politica. Prima il fascismo poi la Dc.
Luzzatto è molto convincente quando attraverso Padre Pio ci mostra la natura reale del clericofascismo, quell’accomodamento cioè fra regime e religione che portò ai Patti Lateranensi, capolavoro politico del miscredente Benito Mussolini; oppure quando riesce a stabilire un legame stretto fra la protezione del cardinale Giovan Battista Montini, futuro Paolo VI, e i finanziamenti dell’Onu per la costruzione del grande ospedale di San Giovanni Rotondo, cominciato nel 1947 e ultimato nel 1956, in perfetta coincidenza con la disperata impresa della ricostruzione del Paese distrutto dalla guerra voluta e perduta dal regime fascista. Conclude Luzzatto: “Non si tratta di farsi beffe di Padre Pio, dei suoi devoti o della religione cattolica”, ma piuttosto di “riconoscere come la storia di Padre Pio parli di noi oltreché di lui”.
Una massima evangelica, “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, è quella che Filippo Ceccarelli, firma della Repubblica, ha collocato come una targa marmorea alla soglia dell’ultimo capitolo del suo libro, Il letto e il potere. Storia sessuale d’Italia da Mussolini a Vallettopoli (Longanesi). Finite le ideologie, tramontati i grandi sistemi ideali, nel gioco della politica sono diventate cruciali le persone, con i loro corpi materiali, le inclinazioni.
Ceccarelli, giornalista dotato del più potente archivio di notizie, con il suo libro aveva inventato un genere già dal 1994, costruendo una inedita controstoria sentimental-sessual-matrimoniale della politica italiana. Un tema che va al cuore dei lettori, come dimostra il contemporaneo successo di Bruno Vespa, con il più istituzionale L’Amore e il Potere (Mondadori).
A dimostrazione della bontà del prototipo, 13 anni dopo Ceccarelli ha raddoppiato la prima edizione. E completa così la fenomenologia di quel “nichilismo gaio” (la definizione è del filosofo Augusto Del Noce) che trova la sua piena realizzazione nella cronaca scollacciata della vicenda giudiziaria che da Vallettopoli porta alla canonizzazione mediatica del più cattivo di tutti, l’impunito Fabrizio Corona, consapevole di dovere soldi e successo proprio alle esecrabili prodezze di acchiappavip.
Lui è un crocicchio di storie spazzatura. Lo ritroviamo infatti in un posto dove non dovrebbe proprio esserci, insieme ad Azouz Marzouk, nel libro di Pino Corrias, Vicini da morire. La strage di Erba e il Nord divorato dalla paura (Mondadori).
Corrias è uno di quei cronisti del new journalism italiano che sa piegare gli aggettivi alla esatta rappresentazione del reale. Quei 9 minuti che bastano a Rosa Bazzi e Olindo Romano per cominciare e completare la strage di Erba, ultimo marchio garantito della fabbrica italiana di cronaca nera, sono il punto d’appoggio sul quale fa leva per scoprire un mondo. Ecco l’altra faccia di outlet, la Brianza ricca e affluente che consuma la cocaina ma non vuole gli spacciatori sotto casa: “Meglio l’erba del vicino che il vicino di Erba”.
Azouz Marzouk, tunisino di 26 anni, appena uscito di prigione con l’indulto, viene additato come il naturale colpevole della efferata uccisione della moglie, del figlioletto, della suocera; e per sovrappiù della vicina venuta in soccorso. Le sopravvive il marito ferito che racconta. Racconta che non si tratta di un delitto dalla “modalità tipicamente islamica”, ma invece dell’efferata vendetta di “Dü de noss”, come titola la Padania. È in questo contesto che troviamo Azouz Marzouk, occhiali neri, viso d’angelo con la faccia sporca.
La disgrazia gli ha portato, insieme al dolore, fama e fortuna. Corona lo prepara per l’Isola dei famosi. Lele Mora lo coltiva come un pigmalione. Ma tutto finisce con un nuovo arresto per spaccio di droga. Un’altra piccola storia destinata a passare alla storia.

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