Archivio del 2007
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_lavagna.JPG)
Maria, Loredana, Antonietta. E ovviamente lei, Antonella. Vite da insegnanti precarie, sballottate da una scuola all’altra per mesi che diventano anni, fino a che la stanchezza prende il sopravvento. E la rabbia, per un sistema ingiusto e paradossale. Anna De Simone, docente di matematica ora di ruolo ma con un lungo passato da zingara dell’educazione, racconta la sua esperienza in Viaggio di una precaria, pubblicato da Galzerano editore. Una storia che si interseca con quella delle sue compagne di peregrinazioni. Fatta di appuntamenti quotidiani, il pullman che diventa la diligenza grazie alla forza dell’immaginazione, la sosta al bar per la colazione, poi le curve e i chilometri per raggiungere ogni giorno paesini sperduti, arroccati sui monti.
Una vita flessibile, talmente flessibile da correre sul filo del rasoio in cui il discrimine è un giudice e un giudice solo: la graduatoria. La De Simone spiega così dal di dentro, trasformando la sua penna in una telecamera nascosta, quali siano le regole di questo universo. “Esistono delle graduatorie” scrive lei stessa nel libro “per ogni materia d’insegnamento a livello provinciale, nelle quali sono inseriti i docenti che sono abilitati all’insegnamento, e dalle quali si attinge ogni qualvolta c’è bisogno di coprire cattedre momentaneamente libere”. Praticamente l’arte del tappabuchi e la consapevolezza di perdere tempo. “Il momento più duro della mia carriera” racconta la De Simone a Panorama.it “è stato quando ho capito che forse tutti gli anni trascorsi a studiare sui libri per conseguire una laurea non mi erano serviti a raggiungere un posto di lavoro ma solo ad allontanarne i tempi di arrivo”. Non solo, ma al paradosso si aggiunge paradosso.
Il famoso punteggio necessario per salire di posto in graduatoria e aspirare quindi al posto fisso, inteso nel senso letterale del termine, si basa su servizio e titoli. Come vengono valutati? “E qui viene il bello! Tutto dipende da come si è alzato quella mattina il ministro della Pubblica Istruzione di turno. Una volta viene valutato solo il servizio nella scuola pubblica, un’altra volta anche quello nella scuola privata ma con metà punteggio, la volta successiva con punteggio intero; e non finisce qui perché il colmo si raggiunge con la valutazione dei titoli”. Che diventa un girone infernale anche quello. La De Simone da tre anni è diventata di ruolo. Il suo augurio è che questo libro aiuti le sue colleghe che attendono ancora. Nel limbo.

di Barbara Sgarzi
Sarcastica, tagliente, contro tutte le ingiustizie (come la minestra che la mamma le propina a pranzo e cena). Mafalda, la bambina dal caschetto corvino che ama i Beatles, coccola il mappamondo curando le sue ferite con i cerotti e mette in imbarazzo i grandi con domande a bruciapelo è uno dei personaggi più amati dei fumetti. Da quando Quino, il suo geniale inventore, la fece nascere nel 1964, ha un posto di rilievo tra gli appassionati di tutto il mondo. Anche se il suo papà argentino, incurante del successo planetario (le sue gesta e quelle degli amici Felipe, Susanita, Miguelito, sono tradotte in 26 lingue), smise di disegnarla già nel 1973, a parte qualche striscia creata per occasioni particolari.
Mafalda arriva in Italia nel 1969 grazie alla lungimiranza di Umberto Eco che fece acquistare alla Bompiani i diritti per pubblicare il primo libro, Mafalda la contestataria. Oggi torna in libreria per i tipi di Salani, che già distribuiscono il merchandising, con I cartoni animati di Mafalda, un cofanetto natalizio che contiene libro più dvd.
Nel video, il regista cubano Juan Padrón ha girato 104 minuscoli cortometraggi da un minuto l’uno, tratti da altrettante strisce originali. Basandosi sugli storyboard autografi che si trovano nel libro e accogliendo i suggerimenti del disegnatore argentino. Il risultato è un mondo in movimento nel quale i personaggi scavalcano lo steccato dell’immobilità delle strisce e interagiscono in modo del tutto naturale. Arricchito da contenuti extra per amatori: il progetto per la sceneggiatura, i disegni originali e le fotografe degli autori durante la lavorazione.
Mafalda e i suoi amici
Guarda il VIDEO
Quino al Future Film Festival
Guarda il VIDEO
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/lamu-kenya/normal_lamu05.jpg)
Possono le aringhe spiegare la storia della scoperta delle Americhe? A rispondere sì è Brian Fagan professore emerito di antropologia presso l’Università della California che per anni ha studiato l’annosa questione ricostruendo i percorsi di monaci, pescatori e mercanti in cerca di aringhe. Secondo la sua originale teoria, spiegata in dettaglio e con piacevole piglio ne Il lungo viaggio delle aringhe, pubblicato da Corbaccio, sarebbero stati proprio i pescatori a dare la dritta a Cristoforo Colombo per intraprendere il viaggio nelle Americhe. Una versione insolita, dunque, della scoperta del nuovo mondo che avrebbe a che fare con i cambiamenti avvenuti in Europa grazie alla diffusione del Cristianesimo. Il precetto della Chiesa, infatti, di astenersi dalla carne di venerdì alimentò una richiesta di pesce che le risorse locali non erano in grado di soddisfare e fece aguzzare l’ingegno. Per costruire nuove navi e sviluppare tecnologie per la conservazione del pesce. Ma a dare il colpo definitivo verso le nuove rotte furono i cambiamenti climatici verificatisi tra il tredicesimo e il quattordicesimo d. C.. Il freddo ridusse le riserve ittiche della Norvegia e dell’Islanda, il tempo era giunto di spingersi altrove e ai pescatori sarebbero poi seguiti i missionari e i padri pellegrini. Cristoforo Colombo insomma alle aringhe deve molta della sua fortuna.
- Tags: adelphi, Angela-e-Gesù-bambino, bambini, Bussola-doro, Daniel-Craig, Eva-Green, Frank-McCourt, libri, Natale, Nicole-Kidman, Papirofobia, Pinocchio, Sophie-Benini-Pietromarchi, Susanna-Tamaro
-

Illustrazione di Sophie Benini Pietromarchi per il libro di Franc Mc Court “Angela e Gesù bambino”, Adelphi, collana “i cavoli a merenda” (per gentile concessione dell’editore)
Leopoldo ha otto anni ed è disperato. Sua madre gli ha giocato un brutto scherzo: gli ha regalato un libro, al posto delle scarpe che tanto desiderava. Lui i libri non li sopporta proprio. È affetto da “papirofobia”, decreta il medico, indicando una cura drastica: niente più computer nè videogame, per non distrarsi. Leopoldo scappa di casa: sulla sua strada incontra un vecchio cieco, che senza bisogno della vista scopre subito cos’è che tiene davvero lontano il bambino dai libri: la miopia! Con un bel paio di occhiali, Leopoldo diventa così un appassionato e vorace lettore: dal vecchio ha imparato che il modo migliore per viaggiare è fare il giro del mondo volando sulle ali dei libri. È la trama dell’ultimo racconto di Susanna Tamaro, Papirofobia (Salani, 45 pagine, 8 euro). Un piccolo libro per un grande concetto: insegnare ai bambini ad amare la lettura. E ora che si avvicina il Natale a molti genitori e zii si presenta il dubbio amletico: regalare al ragazzino le scarpette da calcio o l’ultimo gioco della PlayStation, guadagnandosi un sorriso grato istantaeo e assicurato, o rischiare mettendo nel pacchetto un libro?
L’importante è sceglier bene, perchè il lettore giovane è anche il più esigente: non lo si può annoiare. Quindi, se avete intenzione di giocare d’azzardo e mettere sotto l’albero un libro per il vostro piccolo figlio/amico/nipote, ecco una piccola selezione di suggerimenti.
Una scorciatoia è usare il cinema come apripista: ottimo quindi La bussola d’oro di Philip Pullman (Salani, 354 pagine, 16 euro), perchè venerdì 14 dicembre ne uscirà la versione cinematografica, con un cast d’eccezione che comprende Nicole Kidman, Daniel Craig ed Eva Green. Dopo che se ne saranno innamorati al cinema, i ragazzi apprezzeranno certamente di più la versione cartacea.
Un’altra scorciatoia è catturare l’attenzione dei più piccoli unendo alle parole anche la musica. È quel che succede con La farfalla del mare di Moony Witcher (Giunti, 47 pagine, libro+cd, 16,50 euro), una favola illustrata da Eleonora Villani e accompagnata da un’operina musicale di Gabriele Mirabassi. Nove brani inediti, pensati per i bambini ma ricchi di influenze musicali diverse: dal jazz alla musica sudamericana. Una co-produzione tra l’editore Giunti e l’etichetta discografica Egea, proprio per dare vita a una collana di libri per bambini da leggere, guardare e ascoltare.
Anche le immagini possono ravvivare l’attenzione dei ragazzi, ancor meglio se abbinate a un grande classico: la casa editrice Pagliai ha appena pubblicato un’edizione delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (384 pagine, 28 euro), con la riproduzione anastatica (cioè assolutamente fedele all’originale) delle illustrazioni dell’artista Sigfrido Bartolini. Oppure Angela e Gesù Bambino di Frank McCourt (Adelphi, 32 pagine, 16 euro) con le belle illustrazioni di Sophie Benini Pietromarchi.
McCourt ci aveva già fatto conoscere la testarda e indomita protagonista de Le Ceneri di Angela (Adelphi). Nel nuovo libro la ritroviamo a sei anni, in un Natale gelido e poverissimo, prendersi cura di Gesù Bambino, cioè rubarlo dalla chiesa per metterlo al caldo, cacciandosi però in una serie di guai.
Infine, si può provare a solleticare l’istinto da Gianburraschini dei ragazzi del terzo Millennio regalando un libro politicamente scorretto, in cui si divertano a leggere birbonate e monellerie d’altri tempi. In questo caso il regalo giusto è Il grande libro per i bambini cattivi di Elisa Brina e Giulio Tofano (Newton Compton, 247 pagine, 8,90 euro): per imparare a divertirsi come facevano i nonni. Però poi non vi lamentate se appiccheranno un incendio in salotto, nel tentativo di accendere un falò, o se avvieranno un allevamento di girini nella vasca da bagno.

Il principe azzurro sarà anche una figura fuori moda, in quest’epoca di emancipazione femminile, ma se continuiamo a sentirci principesse, per par condicio, dobbiamo accettare l’esistenza dei principi. Il problema è trovarli! Federica Bosco non ha reso pubblica un’agenda di indirizzi, ma un nuovo manuale per non prendere cantonate. La scrittrice, già autrice di Mi piaci da morire (che presto diventerà un film) e di un seguitissimo blog, pubblica ora 101 modi per riconoscere il tuo principe azzurro (senza dover baciare tutti rospi), sempre con Newton Compton Editori.
Copertina azzurro rosa, rospo con corona, pagine illustrate: il libro più che un manuale per stare al mondo è una guida per non sentirsi soli. I 101 consigli sono lapalissiani, non serve dirlo, perché sul rapporto uomo-donna, tecniche di seduzione e sopravvivenza, è stato detto tutto e anche di più. Ma nelle relazioni interpersonali l’importante sapere che altri hanno provato le stesse sensazioni e sono incappati negli stessi problemi. Insomma sentirsi ripetere le stesse cose non fa male, anzi. Fa bene ascoltare e anche ripetere, aiuta a convincersi, a farsi forza, e a fare forza all’amica, per la quale si acquista il libro, (ovviamente lo si acquista per lei, no?).

Che succede a un bambino che cresce senza padre? Che comincia a cercare una figura paterna in ogni uomo che incontra. E qual è il posto migliore per stare in compagnia di tanti uomini adulti? Se si vive a Manhasset, sobborgo di New York, famoso soprattutto per l’amore dei suoi residenti per l’alcol, non c’è posto migliore di un bar. Il bar delle grandi speranze, edito da Piemme, è la storia vera di J.R. Moehringer, giornalista premio Pulitzer del Los Angeles Times, che finalmente realizza dopo 20 anni il suo sogno di scrivere un libro sul bar in cui è cresciuto. Il padre, dj radiofonico, è solo una voce nella vita di J.R., che passa l’infanzia a sintonizzare la radio in cerca del conforto maschile che gli manca. Vive nella pulciosa casa dei nonni materni insieme alla madre, desiderosa di andarsene, di rifarsi una vita, ma sopraffatta dagli eventi avversi. Tra i due c’è un rapporto tenero e struggente: madre e figlio cercano di prendersi cura l’uno dell’altro ma sono afflitti da una fragilità di fondo che sembra impedire loro di avere nella vita il successo che meritano. E J.R. cresce cercando di compiacere la madre, la quale desidera che il figlio si laurei a Yale e diventi un avvocato per poter far causa al padre che li ha abbandonati. Nel frattempo però ha bisogno di maschi adulti che facciano di lui un uomo vero.
Comincia così la sua frequentazione del Publicans, un luogo mitico, popolato da personaggi di cui Moehringer fa ritratti credibili e, si scopre alla fine, nella pagina dei ringraziamenti, del tutto aderenti alla realtà, nomi e soprannomi compresi. E se il bar è il luogo che accoglie e non giudica, con gli anni, conseguita la mitica laurea a Yale ma bloccato nella carriera giornalistica che vorrebbe intraprendere, J.R. si rende conto che può anche rappresentare il maggiore ostacolo alla realizzazione dei suoi sogni.
Gli scrittori americani hanno con l’alcol un rapporto che non ha eguali nelle letterature degli altri paesi. È come se bere e raccontare del bere fosse inevitabile. J.R. Moehringer ammette però che è solo dopo aver smesso che è riuscito davvero a diventare il giornalista e lo scrittore che voleva essere. Il libro, giudicato nel 2005 il migliore dell’anno da molti giornali americani, è divertente, commovente e onesto. Possiamo solo sperare che, dopo aver attinto a piene mani alla sua vita, Moehringer abbia ancora voglia di raccontare storie in forma di romanzo.


LA GALLERY
Trovare casa o perderla perché non ce la si fa a pagare il mutuo. È ormai cronaca di tutti i giorni nel nostro Paese in cui il bene casa è diventato un mondo a parte, con le sue regole e le sue speculazioni. A raccontare questa grande bolla intorno a quello che ancora oggi è considerato uno dei beni principali per le famiglie italiane ci prova adesso la giornalista Roberta Carlini con il suo Le mani sulla casa. Fatti e fumetti sulla bolla immobiliare per le edizioni Ediesse. E lo fa in modo intelligente ed originalissimo, affiancando il ritmo serrato dell’inchiesta all’ironica leggerezza delle illustrazioni, quelle di Pat Carra, Premio Satira politica 2006 di Forte dei Marmi.
Il libro è un vero e proprio giro in nove tappe intorno al mondo immobiliare.
Dagli inquilini tartassati da un mercato instabile al business delle agenzie passando per i mutui a rischio, con le rate fisse per giovani (che hanno invece stipendi e contratti quanto mai flessibili). C’è spazio per tutti in quest’inchiesta dove le parole si intrecciano con le strisce satiriche.
Ogni tappa del libro è una storia, ogni storia è un abitante. Paolo, Franco, Andrea, Galina, Roberta, Bruno, Valeria, Giuliana, Pat. Vite che si intrecciano a causa del problema casa. Chi è in affitto, chi ha comprato ma non ce la fa a pagare il mutuo a fine mese, chi è in nero e rischia di essere butato fuori da un momento all’altro. La loro voce però è corale e permette di scattare una fotografia micidiale del Paese in questo momento, dove a farla da padroni appaiono banche spietate e immobiliaristi senza scrupoli autorizzati a costruire e vendere nel nome della speculazione.
LA GALLERY

LA GALLERY
“Sei finita nella casa di Tom Sawyer!”: mio marito Paolo ha accolto così lo scorso marzo la notizia che mi è arrivata via e-mail facendomi esplodere il cuore di gioia. E in fondo non aveva tutti i torti, perchè non solo avevo vinto, prima italiana, la prestigiosissima borsa del Center for Mark Twain Studies, una delle più autorevoli istituzioni mondiali per lo studio delle opere di Mark Twain, ma perché oltre ai soldi il premio in palio era quanto di meglio si potesse chiedere. Cioè vivere per circa un mese in una delle case più amate dallo scrittore, icona della letteratura e del mito americano: Quarry Farm, ad Elmira nello Stato di New York, non molto distante dal Canada.
Quarry Farm era la casa delle vacanze in cui per circa 20 anni, dal 1874 in poi Twain e famiglia alloggiarono ospiti di Susan Crane, sorella della moglie dello scrittore. Una fattoria di campagna, in mezzo al verde, di proprietà di una delle famiglie più ricche della zona, i Langdon, suoceri di Twain. Oggi uno scrigno prezioso per chiunque voglia diventare un Mark Twain scholar, cioè un esperto accreditato dello scrittore americano. Qui Twain ha composto alcuni tra i suoi migliori lavori, da Huckleberry Finn alle Avventure di Tom Sawyer al Principe e il Povero. All’interno tutto è stato conservato come allora, più di una decina di stanze arredate con mobili originali e con ancora sui muri la carta da parati d’epoca. Perfino la cucina è rimasta intatta, eccetto un frigo e un forno a microonde per la sopravvivenza quotidiana. Per un mese non ce l’ho fatta ad uscire di lì e ho scelto di vivere in realtà come Emily Dickinson, rinchiusa con gioia in un luogo che era un vero e proprio viaggio indietro nel tempo, autorizzata a cercare ovunque l’istinto mi guidasse. Centinaia di volumi negli scaffali, alcuni appartenuti allo scrittore in persona, sono stati un invito troppo succulento per tirarmi indietro. Ho così scoperto il grande amore di Twain, al secolo Sam Clemens, e della sua famiglia per il nostro Paese e per gli autori italiani, da Dante in poi sempre benvenuti nella sua libreria. Ma soprattutto in uno scrittoio e in alcuni scatoloni in un ripostiglio ho trovato alcuni gioielli di famiglia. Si tratta di alcune fotografie scattate in Italia da alcuni dei più grandi fotografi della seconda metà dell’ottocento. Sono scatti ben conservati, acquistati probabilmente dallo stesso Twain o da alcuni membri del suo clan familiare durante i ripetuti viaggi in Europa e in Italia. In Toscana del resto, vicino Firenze, lo scrittore visse a due riprese, nel 1892-1893 e nel 1903-1904, sua moglie Livy morì proprio a Villa di Quarto, la loro residenza nei pressi del capoluogo toscano. Le foto sono vedute rarissime di Milano, Genova e Roma scattate da Celestino Degoix, Mangiagalli e Giacomo Brogi (quest’ultimo insieme ai Fratelli Alinari era considerato tra i più importanti del tempo). Ora potranno essere catalogate e conservate perché anche le generazioni future possano fruirne come pagine fondamentali di una vita spesa tra viaggi e letteratura.
LA GALLERY

Il più grande e più vecchio individuo che vive sul pianeta Terra è un arbusto di Lomatia Tasmanica. Da 43 mila anni i rametti e le gemme che cadono a terra mettono radici e danno vita a un altro individuo geneticamente identico alla pianta genitrice. E’ un metodo di riproduzione comodo, slegato dalla sessualità, che rende praticamente immortali. Eppure quasi nessuna specie lo sceglie. In “Sesso ed evoluzione” (Bompiani) Andrea Pilastro, professore di zoologia all’Università di Padova, spiega il perché, riagganciandosi ai princìpi della selezione naturale ma indagando soprattutto quelli della selezione sessuale che Darwin ipotizzò senza poterla dimostrare sperimentalmente .
E’ un viaggio affascinante e a volte crudele tra maschi stupratori, femmine promiscue, e molte sorprese. I test del dna sui pulcini hanno dimostrato per esempio che molte specie di uccelli considerate monogame non lo sono affatto. Quanto all’istinto materno (e paterno) dei volatili, chiedere al grazioso Pendolino: quando si schiudono le uova, maschio e femmina fanno a gara a chi abbandona prima il nido per lasciare i piccoli alle cure dell’altro.
Non tutti sanno poi che il Pesce Pagliaccio, che vive in coppia all’interno di un anemone, ha una caratteristica curiosa: se la femmina muore, il maschio cambia sesso, il più grande dei figli matura sessualmente e la coppia si riforma (ma questo nel film sul pesciolino Nemo non veniva raccontato). Il contrario accade a un altro pesce della scogliera corallina, la Donzella Testa Blu: se il maschio dominante viene predato, la femmina più grande nel giro di poche ore comincia a corteggiare le femmine, e alla sera prova la sua prima esperienza sessuale nei panni di maschio.
Pilastro dimostra poi come dietro molte scelte delle femmine che ai nostri occhi appaiono puramente estetiche, tipo scegliere il maschio con i colori più sgargianti, si nascondono comunque considerazioni genetiche: solo chi è in ottima forma e in grado di fuggire rapidamente può permettersi di diventare più visibile per i predatori. Tra le cui fauci, alla fine, rimane proprio la femmina.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10024/normal_devil.jpg)
Prendete l’occultismo di Aleister Crowley, il pensiero di Max Stirner, la morale di Nietzsche, i romanzi di Ayn Rand e il rock ‘n’ roll; aggiungete un pizzico di zolfo, un immaginario da horror di serie b, una dose di liturgia circense e una cospicua manciata di pragmatismo affaristico. Shakerate abbondantemente 666 volte recitando la ricetta al contrario e otterrete Anton Szandor LaVey, il luciferino fondatore della Chiesa di Satana.
A dieci anni esatti dalla scomparsa di LaVey, la Arcana pubblica per la prima volta in Italia la sua famosa Bibbia di Satana (253 pp. 14 euro) con testo a fronte in enochiano. Se pensate però di trovare tra le pagine di questo libro controverso le istruzioni per evocare il signore delle tenebre, siete sulla strada sbagliata perché Satana non è altro che l’uomo e il culto del diavolo è il culto dell’individuo. Con questo semplice assunto pseudofilosofico LaVey ha costruito un vero e proprio movimento pop basato su un efficace miscela di ribellione, antimoralismo ed edonismo, una sorta di capitalismo libertario il cui simbolo coincide con quello del pentacolo rovesciato e la cui divinità coincide con l’Io.
Il diavolo in sostanza, senza ipocrisie di sorta, siamo noi. Da questa bruta intuizione, Anton Szandor LaVey comincia a elaborare, già dagli anni ‘50, un percorso personale partendo dalle teorie di Crowley e dal suo famoso motto “Fa’ ciò che vuoi così potrai essere”, che lo porterà nel ‘66 (naturalmente) a fondare la sua chiesa in quel di San Francisco con sede nella Casa nera, una casa vittoriana al 6114 di California Street degna dell’immaginario della famiglia Addams.
Il passo in avanti rispetto alle altre organizzazioni esoteriche è quello di abbandonare ogni pretesa intellettual-aristocratica rendendo spettacolare l’iconografia satanica attraverso pratiche più vicine ai concerti di Screamin’ Jay Hawkins o Alice Cooper che a oscuri riti iniziatici e, contemporaneamente, trasformanre il satanismo in una specie di religione laica che reclama il suo posto tra le chiese istituzionali. Un coup de théâtre che fa guadagnare alla Church of Satan un’immediata notorietà trasformando il culto del diavolo in una moda. Ben presto alcuni nomi dello show business colgono le potenzialità di una loro adesione al movimento e fanno la coda alla corte di LaVey, tra loro svettano i nomi di Jayne Mansfield e di Roman Polanski, che si avvale di molte consulenze del “Papa nero” per Rosemary’s Baby.
A muovere i primi passi assieme a Anton, ci fu anche il regista d’avanguardia Kenneth Anger che con Mick Jagger, Jimmy Page e Bobby Beausoleil della Manson Family, lavorò a Invocation of my demon Brother e Lucifer Rising. Ben presto il sodalizio tra LaVey e Anger venne meno per motivi teorici. Il posto del regista californiano venne preso da Michael Aquino, un ufficiale dell’esercito americano specializzato in controspionaggio e disinformazione che da buon militare organizzò la Chiesa in diverse unità locali con centinaia di iscritti. La cosa non piacque per nulla a LaVey e i due arrivarono ben presto ai ferri corti quando nel 1970 Aquino cominciò anche a credere nell’esistenza di Satana e fondò il Tempio di Set.
Il vero potenziale del movimento di LaVey, e fulcro della Bibbia di Satana, non è la pratica del male o l’isitituzione di un culto religioso ma piuttosto un’attitudine che mira alla liberazione dell’uomo dalla superstizione e il cui fine è il godimento della vita e la felicità (con un occhio agli introiti). Dopo varie vicissitudini e capovolgimenti di sorte, legati soprattutto al voltafaccia dei media e delle star avvenuto in seguito all’affair Charles Manson, la figura di LaVey tornò alla ribalta a cavallo degli anni ‘80 e ‘90 grazie a due eventi. Il primo, un reportage del New Yorker curato da Larry Wright per smentire una serie di leggende sulla vita di LaVey autoalimentate in una sorta di situazionismo (la nascita con la coda, il passato di domatore di leoni e di fotografo della polizia di San Francisco, una relazione amorosa con Marilyn Monroe ecc.) che probabilmente non fece altro che ridare notorietà al personaggio. Il secondo evento, la nomina a reverendo della Chiesa di Satana di Marilyn Manson che in qualche modo incarna in sé la filosofia stessa della Bibbia di Satana e di LaVey, dai precetti arguti alla cialtroneria chiassosa, dall’intelligenza vivace al senso degli affari. Un’attitudine, quest’ultima, che alla morte del carismatico fondatore non è però sopravvissuta, tanto che la Church of Satan, anche se sopravvissuta a diversi scismi, è sempre sul punto di chiudere i battenti e si mantiene a galla solo grazie all’impegno della vedova di LaVey, Blanche Barton e di un suo discepolo, Peter Gilmore.

La regina d’Inghilterra scopre in tarda età la passione per i libri. Determinanti: la scoperta di un pulmino-biblioteca che circola intorno a Buckingham Palace e l’incontro con Norman, giovane sguattero nelle cucine di Palazzo e bibliofilo accanito. Le conseguenze saranno enormi (la sopresa più grande è nell’ultima riga del romanzo).
Alan Bennett descrive la nuova vita de La sovrana lettrice (Adelphi) (qui le prime cinque pagine in .pdf) con l’humor già noto a chi ha letto Nudi e crudi o La cerimonia del massaggio. Ma la trama contiene altre sorprese. Alle prese con le pagine di Proust e Philip Roth, Elisabetta II spiega episodio dopo episodio che cos’è la lettura, e lancia candide domande aperte. Perché mai - si chiede - lei che aveva girato il mondo, adesso era attratta dai libri, che del mondo sono solo un riflesso? Da cosa nasce l’attrattiva per i libri? Quanto conta l’anonimato del lettore nel condividere una storia? I temi sarebbero degni di un trattato di filosofia, ma nel romanzo vanno in scena lievemente, in siparietti tra la sovrana e uno sfuggente (e mai citato) Tony Blair; nelle invidie tra gli acidi valletti di corte; nei ricevimenti formali che costringono i protagonisti a reprimere l’istinto e a recitare come fossero personaggi di una finzione. Compresa Elisabetta II, che appunta: “È possibile che mi stia trasformando in un essere umano”. Che ciò sia possibile, lo dimostra il finale.
E se per Bennett i libri ci rendono più umani, per Corrado Augias ci rendono anche “migliori, più allegri e più liberi”: così recita il sottotitolo del suo ultimo lavoro, Leggere (Mondadori). I temi che scomoda Augias sembrano usciti proprio dalle elucubrazioni della Sovrana. Così gli abbiamo girato alcune domande del personaggio di Bennett. Ad esempio: c’è egoismo nella lettura? “Può esserci, certo” dice Augias “perché la lettura va messa nel novero dei piaceri solitari. Ma nel leggere c’è anche il piacere di partecipare, ognuno con la propria visione della storia, alla comunità dei leggenti”.
Nel libro di Bennett, la regina si domanda come mai la normalità diventi così speciale se raccontata in un romanzo. “Ciò succede” spiega Augias “perché le vicende quotidiane, se messe in mano a un buon scrittore, diventano esemplari. Solo per fare un esempio, c’è un libro di Ian McEwan, Chesil Beach, che racconta la prima notte di nozze di due giovani sposi. Come spunto narrativo si tratta di un momento davvero ordinario, perché in quell’occasione succedono, più o meno per tutti, sempre le stesse cose. Eppure l’autore riesce a trasformare quel momento di normalità in un romanzo appassionante. E mette in scena un mondo intero di sentimenti, angosce, speranze, insicurezze… Naturalmente” precisa “un fatto ordinario può diventare speciale non perché raccontato in un libro, ma perché affidato alla penna di un abile scrittore”. E il ruolo del lettore qual è? La lettura è un’attività passiva? “No, la lettura non è mai passiva” commenta Augias “perché è il modo privilegiato di stimolare la nostra fantasia, grazie alla quale possiamo completare ciò che sta sulla pagina. Chi legge diventa partecipe dell’opera: ne diventa il comproprietario”. Augias così va dritto al sodo. E rende semplice un problema complesso già proposto da Denis Diderot, che nel suo Jaques il Fatalista faceva domandare a un suo personaggio: “Ma chi sarà il padrone? Lo scrittore o il lettore?”. Nel volume lo scrittore e giornalista non si sottrae dall’argomentare, come già aveva fatto Alberto Manguel in un saggio purtroppo non più disponibile in libreria: Una storia della lettura, “un testo”, commenta lo stesso Augias “che ha aperto la strada al genere dell’interpretazione della lettura”.
Ripercorrendo la propria biografia di lettore, Augias scandaglia i meccanismi che ci portano a godere della pagina scritta. Per dire infine come la lettura di un libro sia un piacere insostituibile dagli altri media, web compreso.
IL FORUM
Le prime cinque pagine de La sovrana lettrice, in .pdf


Uno scomodo abito-prigione da passeggio. Ecco cos’è il burka, visto da dietro (o da sotto fate voi). Jamila Mujahed è la giornalista che il 13 novembre 2001 ha dato all’Afghanistan l’annuncio ufficiale della caduta del regime taliban. Una donna coraggiosa, che quando gli integralisti conquistarono Kabul perse i suoi incarichi pubblici e fu virtualmente bandita dalla società. Come tutte le altre donne, del resto. Lei, il burka, l’ha imparato a conoscere (e indossare) proprio in quei giorni. Lo racconta, appunto, in Burka! (Donzelli, con il patrocinio di Amnesty International): 24 tavole a fumetti in collaborazione con la disegnatrice italiana Simona Bassano di Tuffillo.
“Appena indossato”, scrive, “mi sembrò come se il mondo intero a un tratto si facesse buio, e io fossi rinchiusa in una prigione strettissima”. Un’oscurità che purtroppo ingabbia ancora oggi le donne in Afghanistan. Come racconta la stessa Jamila Mujahed e come testimoniano i dati dell’Irin (Integrated Regional Information Networks, un’organizzazione Onu): l’87 per cento delle donne afghane è analfabeta; solo il 30% delle ragazze ha accesso all’educazione scolastica; 1 donna su 3 ha subito violemze fisiche, psicologiche o sessuali; tra il 70 e l’80% delle donne sono costrette al matrimonio. 44 anni è l’aspettativa media di vita delle donne in Afghanistan.
LA GALLERY TRATTA DA BURKA!
LEGGI ANCHE: l’intervista a Jamila Mujahed

Vi siete persi i numeri usciti in Usa e volete recuperare? Nessun problema. La celebre rivista statunitense fondata da Dave Eggers e sua moglie Vendela Vida nel 2003, The Believer, specchio fedelissimo di un’America deformata da se stessa, viene pubblicata adesso anche in Italia. Quel che fa effetto è che non esce in edicola o in libreria bensì in forma di libro, per le edizioni Isbn, come se da noi una rivista letteraria di quel tipo fosse ancora un tabù o un lusso editoriale.
Ma alla fine poco importa. Il talento geniale e compostamente irriverente di Dave Eggers è più importante del formato e ha la meglio su tutto. 37 anni, esploso come scrittore negli Usa nel 2000 con A heartbreaking work of staggering genius, (l’Opera struggente di un formidabile genio) continua ad essere un fiume in piena. Di parole e idee che, se messe in binomio, sono pane quotidiano per la letteratura di serie A, quella che realmente può cambiare le vite di tutti i giorni. The Believer è tutto questo, un work in progress, sul mondo come è stato e soprattutto su come sarà. Tra gli articoli selezionati, riproposti dalle edizioni Isbn per il pubblico italiano c’è spazio per il passato, con una recensione di Storia naturale della distruzione di W. G. Sebald firmata dallo scrittore William T. Vollmann, sui bombardamenti alleati sulla Germania durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma c’è tantissimo presente. Perfino una storia sociale di Superman, metafora di un’America di plastica perennemente in cerca di supereroi. Un capitolo importante che permette ad Eggers e compagnia di fare luce, proprio partendo dalla “fumettosità” del personaggio, sull’attuale situazione politica contemporanea, con i suoi (falsi) miti e le tragiche appendici, come la guerra in Irak. Da non perdere poi anche l’intervista via e-mail dello stesso Eggers ad un altro virtuoso della letteratura Usa contemporanea, David Foster Wallace che con i suoi saggi e romanzi pubblicati anche in Italia, uno per tutti La scopa del Sistema, è stato definito uno dei padri dell’Avantpop.
Gli ultimi commenti