Archivio di Gennaio, 2008

Un cristiano che si fa esplodere in una moschea, ecco l’eroe di Farinotti

E se un cristiano entrasse in una moschea e si facesse saltare in aria? La provocazione arriva dall’ultimo libro del giornalista e scrittore Pino Farinotti, titolare di uno dei più noti dizionari del cinema. L’eroe, edito per i tipi dell’editore Baldini e Castoldi Dalai, racconta la storia di Franco Ferrari, un intellettuale di successo, laico e moderato, che dopo il giro di boa della mezza età decide di tracciare un bilancio (disastroso) della propria vita. Da quella consapevolezza e dall’incontro con una donna tunisina e con un dignitario saudito, maturerà la consapevolezza della vitalità dell’Islam e, insieme ad essa, la volontà di fare un atto che sia finalmente concreto anche nella sua insensatezza, per dimostrare che anche chi sta in Occidente è capace di un gesto assoluto.

“Ho molto a cuore il problema del rapporto fra Islam e Occidente” dice Farinotti a Panorama.it. “Anche il mio libro precedente, 7 km da Gerusalemme, si misurava lungo questo crinale, interessante e complesso proprio perché scivoloso e scabroso. Adesso, ho voluto dare un’indicazione concreta, una parabola che non vuole essere un’istigazione alla violenza. Anzi, in realtà è tutto l’apposto. Il mio vuole essere un messaggio di solidarietà e di rispetto reciproco delle differenze”.

Anche per lei è quindi da escludere un simile scenario?
Ovviamente sì. Si tratta sempre di un romanzo, nel quale ho estremizzato un concetto proprio perché sono convinto che la letteratura e il cinema attraverso i paradossi permettono di rendere più efficace un’idea.

Vede spazi di dialogo e di pacifica convivenza tra le due culture?
Questo genere di conflitti ci sono da decine di secoli. Già Federico II, che era un uomo illuminato al quale stava a cuore l’Islam, aveva cercato una collaborazione. E se si vanno a consultare i documenti del suo regno, sembra quasi di leggere ciò che si scrive adesso. Il problema è che sono passati otto secoli. Anche per questo, è molto difficile immaginare uno scenario diverso. Credo che le uniche soluzioni siano la tolleranza e la comprensione, ignorando la parte più radicale di quella cultura, quella della violenza. Ma nutro comunque molti dubbi sull’integrazione: il vero obiettivo che ci dobbiamo porre tutti è quello di una pacifica collaborazione”.

Cina, le Olimpiadi della letteratura

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/butterflysha/135659489/]ButterflySha[/url] by Flickr)[/i]

La Cina, la superpotenza in pieno boom, pronta per quel grande show che saranno le Olimpiadi di quest’anno, è anche a capo di un impero letterario ed editoriale, secondo soltanto a quello degli Usa per potere d’acquisto, con 200 mila nuovi titoli ogni anno.

Nelle grandi città come Pechino per esempio stanno fiorendo gli shu cheng, le città dei libri, veri e propri centri commerciali ma in cui si trovano soltanto volumi, con 700 persone che vi lavorano e più di 300 mila titoli in esposizione e vendita. Ma non solo. In questa trasformazione totale è decisivo anche un fenomeno parallelo che si sta sviluppando sempre più on line. Il mercato editoriale tradizionale, infatti, è sotto l’attento controllo dello Stato, e le case editrici sono tutte filo-governative. Così, grazie alla Rete, gli scrittori emergenti possono esprimersi più liberamente e aggirando i controlli governativi riescono a diventare scrittori famosi, arrivando a guadagnare come se pubblicassero in modo cartaceo. Tra i siti che hanno maggiore successo c’è Rongshuxia, nato nel 1997 come uno spazio web personale con vocazione letteraria. Oggi ha più di 4 milioni di utenti registrati, 7 milioni di pagine lette al giorno e un archivio di 3 milioni di opere letterarie. L’altro sito diventato celebre nel mondo letterario cinese è quello di Qidian che raccoglie soprattutto un pubblico di lettori tra i 18 e i 30 anni, appassionati di fantasy. Chi legge è anche chi vorrebbe diventare scrittore e passare dall’altra parte della barricata. La Rete dà dunque ai cinesi il diritto di sognare. In molti, infatti, sognano di ripetere il miracolo accaduto a Ning Ken, che dopo venti anni trascorsi a tentare di farsi pubblicare ha trovato infine il successo proprio grazie alla Rete: postando su Internet il suo romanzo La città velata è diventato famosissimo nel giro di in una notte. Le sue opere sono adesso pubblicate regolarmente e Ning ha perfino vinto il Lao She Literary Award, uno tra i più prestigiosi premi letterari cinesi.

L’Italia nascosta che mette al lavoro i bambini

In Italia il lavoro minorile cresce e a ritmi inquietanti. A scattare la fotografia di questo scenario che mette in crisi le nostre fragili coscienze di adulti arriva (e finalmente, visto che da anni non usciva un volume sull’argomento) Minori al lavoro, il caso dei minori migranti, edizioni Ediesse. È un libro inchiesta firmato da Ires, Cgil e Save the Children dove i numeri dicono più di mille parole.

In assenza di monitoraggi istituzionali completi, i dati forniti dal volume offrono comunque indizi più che sufficienti per definire il fenomeno allarmante. In un quadro generale di circa 600 mila minori lavoratori, 400 mila non hanno ancora compiuto quindici anni. Il che, dietro le cifre, significa che un esercito di bambini, se invisibile o meno questo è uno dei punti della questione, sfila ogni giorno davanti ai nostri occhi distratti come ingranaggio essenziale della macchina produttiva collettiva. Di questi 400 mila, 50 mila sono bambini stranieri tra cui rom e cinesi. Dall’accattonaggio al lavoro con la famiglia e per la famiglia, queste le loro condizioni di vita. In Italia, cioè, non esistono le differenze tipiche dei paesi in via di sviluppo tra child work e child labour, tra il lavoro minorile e lo sfruttamento vero e proprio. Soprattutto al Nord e al Centro, infatti, i bambini tendono a lavorare in famiglia, dove non possono negoziare nulla sulle modalità del proprio impiego. Vengono occupati magari prima di andare a scuola, alle cinque del mattino, oppure dopo le lezioni e fino a tarda sera.
A rendere unica e particolarissima questa inchiesta è stato il contributo di Save the Children. Che si è concentrata in particolare sui minori stranieri che vivono a Roma attraverso un laboratorio di ricerca partecipata. Insomma, a sedici anni dalla dichiarazione Onu sui diritti dell’infanzia, unica convenzione al mondo ratificata da tutti i paesi eccetto Stati Uniti e Somalia, ancora moltissimo resta da fare, tanto più che l’Italia pur avendola ratificata non ha ancora attuato pienamente la Convenzione 182 sulle forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile.

Le parole che superano il burqa, ma non escono dall’Iran

Le donne con il burqa hanno invaso gli scaffali delle librerie statunitensi ed europee. Sono ormai decine i libri scritti da occidentali o da musulmane ormai occidentalizzate e felici di esserlo che cercano di raccontare il loro mondo, da Ayaan Hirsi Ali e dal suo Infedele (Rizzoli) a Azar Nafisi che con il suo Leggere Lolita a Teheran (Adelphi) è stata campione di vendite sia in Europa che negli Stati Uniti. Ma basta dare un’occhiata alle biografie per capire che questo nuovo fenomeno della letteratura ha un rapporto con la geografia davvero bizzarro. Chi scrive infatti, per ragioni politiche o personali non vive più in Oriente. E allora chi, invece è rimasto scrive? E di cosa? Viene così fuori, da un recente indagine del NY Times che moltissimo di quanto prodotto dalle scrittrici musulmane non riesce ad arrivare neanche in superficie. La causa, in genere, è la mancanza di soldi per pagare le traduzioni in inglese, passo necessario per approdare sul mercato internazionale. Di molte di queste penne talentuose e lucidissime tutt’al più è stata tradotta un’opera sola. Peccato davvero perché il fermento letterario c’è ed è fecondo. Prendiamo l’Iran per l’esempio. Alzi la mano chi ha letto almeno un romanzo di Zoya Pirzad o di Moniru Ravanipur, o ancora di Shahrnush Parsipur. Eppure Zoya Pirzad è stata una delle poche scrittrici iraniane a parlare del conflitto, ormai dimenticato, almeno dal punto di vista letterario, tra Iran e Iraq, mentre Moniru Ravanipur ha una biografia da lasciare muti. Autrice di ben otto romanzi è stata processata con l’accusa di propaganda anti-nazionale per aver partecipato alla Conferenza di Berlino del 2000. I suoi libri a più riprese sono stati banditi dagli scaffali delle librerie di Teheran. Quanto a Shahrnush Parsipur, più conosciuta all’estero delle altre sue colleghe già menzionate a causa della sua fuga dall’Iran e per il suo impegno da intellettuale nella lotta contro gli scià, offre nei suoi volumi spaccati ancora sconosciuti della storia del suo paese, a partire dalla colonizzazione russa e inglese dell’Iran. Anche a queste scrittrici, dunque, e al burqa che simbolicamente si sono rifiutate di indossare, dovrebbero essere spalancate le porte dei mercati occidentali. Non solo per loro ma anche per noi e per la nostra comprensione del loro mondo.

Laura D: mi pago gli studi con un po’ di sesso

“Pochi soldi in tasca, un affitto da pagare, le bollette, la tessera del metrò… La mia vita è vagamente insopportabile. Talvolta scomoda, spesso imbarazzante quando devi sborsare l’euro, ma ci si abitua a tutto. Mi convinco che i “massaggi” mi concederanno il lusso di poter condurre una vita più consona alle mie esigenze. E invece non realizzo in tempo che sta accadendo tutto il contrario: non avrò mai più scelta”. Frasi stringate, ritmo incalzante, il libro di Laura D. (in uscita in questi giorni nelle librerie francesi) rischia di diventare il caso letterario dell’anno. Il titolo di questa singolare autobiografia è Miei cari studi. Studentessa, 19 anni. Lavoro alimentare: prostituta, (titolo originale: Mes chères études. Etudiante, 19 ans. Job alimentaire: prostituée, Ed. Max Milo, 288 p., 18 euro) e la dice lunga su un fenomeno sociale che secondo il sindacato d’oltralpe “SUD-étudiants” colpisce almeno 40.000 studenti.
Di giorno la testa immersa nei libri universitari; di notte disposta a vendere il proprio corpo: il caso di Laura D. potrebbe essere uno dei tanti esempi di ragazze della classe media francese impegnate tra lo studio e il lavoro. “I miei genitori non guadagnavano abbastanza per pagarmi l’università” racconta la nostra protagonista al sito d’informazione Rue89.com. Ironia della sorte, “non erano nemmeno sufficientemente poveri per consentirmi di chiedere borse di studio”. Risultato: venti ore di corsi universitari alla settimana non bastano per costruirsi un futuro. La precarietà la costringere a lavorare in una società di telemarketing. Un destino comune a molti studenti, ma che diventa eccezionale dopo che l’accumulo di spese in uscita la spingono a prostituirsi. Le porte dell’inferno si aprono con discrezione attraverso un paio di click sulla rete e la proposta di un cinquantenne in cerca di massaggiatrice occasionale. Naturalmente, i massaggi sono solo il contorno del piatto forte dell’incontro: fare sesso a pagamento. “Mi sentivo protetta dallo schermo” ricorda “ma era soltanto un’illusione. Quando mi sono presentata all’appuntamento ero da sola e nessuno avrebbe potuto aiutarmi”. Nella sua solitudine, il primo rendez-vous le frutta 250 euro. Un guadagno che equivale a quasi la metà dei soldi di cui dispongono 100.000 studenti francesi costretti a vivere con 650 euro al mese, ovvero al sotto della soglia della povertà.

Il ritorno dei serial killer e il metodo Cody McFadyen

Che fine hanno fatto i serial killer? Fino a pochi anni orsono imperversavano per le librerie in tutte le salse. Serial killer collezionisti, eleganti, intelligenti, affascinanti, brutali, misticheggianti, viscidi e naturalmente tutti psicopatici…
Il filone d’oro degli anni ‘90 è quasi esclusivamente di provenienza USA, i nomi sono quelli di Jeffery Deaver, Thomas Harris, Michael Connelly , Poppy Z Brite, a suo modo Bret Easton Ellis, ecc. Molti altri autori si sono cimentati nel mettere in scena il “mostro della porta accanto” trasformandolo in una figura archetipica degna del vampiro ma scadendo poi inevitabilmente nei cliché imposti dagli autori di cui sopra. Anche in Italia diversi scrittori si sono dati al genere eppure i risultati non sono mai stati così epici come quelli degli americani. Non è solo una differenza di ambientazione - la periferia di Los Angeles, i vicoli di New York, le paludi della Florida, i boschi del Wyoming non sono la periferia di Palermo, i vicoli di Genova, il Polesine o i boschi del Abruzzo - ma anche e soprattutto di Weltanschauung.
Panorama.it ha incontrato il texano Cody MacFadyen, lo scrittore che assieme a Jeff Lindsay, sembra aver donato nuova linfa al filone. MacFadyen è tornato di recente in libreria con Gli occhi del buio (Piemme, 415 pp., € 19,90).
Negli anni ‘90 il giallo ha riscoperto il modo di esplorare il lato oscuro della natura umana: il serial killer…
Il male e i suoi estremi hanno sempre attratto l’attenzione della gente. Penso ad esempio a a Jack lo squartatore e da quanto tempo si racconta la sua storia…. La gente è affascinata dalla depravazione, forse perché ne è spaventata e forse perché ognuno porta in sé un po’ di quella depravazione, anche se messa a tacere. I serial killer ci terrorizzano perché non c’è nulla di sovrannaturale. Sono reali. I mostri sono orribili, come in ogni storia dell’orrore, ma questi mostri sono veri. E camminano in mezzo a noi, indossano abiti e cravatte e sorridono. Possono essere sposati, avere figli e contribuire, da bravi cittadini, al benessere della comunità. L’idea che il tuo vicino di casa possa torturare delle donne in cantina e poi accompagnare i figli a scuola la mattina dopo… Bè, è davvero sconvolgente…
La tematica del serial killer, che sia legata alla concezione protestante della vita, alla predestinazione alla salvezza o alla dannazione, è tipicamente anglosassone?
Ha fatto centro. Noi tendiamo a essere molto preoccupati da ciò che è buono o cattivo nella nostra coscienza e cerchiamo sempre di vedere le cose in bianco e nero in modo da essere rassicurati, i serial killer ci danno un’immagine esatta del male, che nonostante sia disturbante, può essere un sollievo. Non ci sono sfumature di grigio, non c’è conflitto, nessuna questione morale da risolvere: sono malvagi e noi non siamo loro, in qualche modo significa che siamo buoni… Se solo la vita fosse davvero così chiara e netta…
Quali sono le sue influenze letterarie?
Sono molte e varie, sono cresciuto divorando Stephen King, James Calvell, James Michener, tonnellate di fantascienza e fantasy e naturalmente i classici.
Come lavora, che tipo di ricerche svolge?
Comincio il romanzo, in genere con una frase o un’immagine forte e una vaga idea di trama. Inizio a scrivere e vedo come si sviluppa. Alle volte sono finito nei guai. È terribile scoprire, dopo aver scritto un centinaio di pagine, che non stai andando da nessuna parte. Quando scrivo, provo a farlo ogni giorno. Se non scrivo, mi sento in colpa. Mi sento come se perdessi il contatto con la storia e i personaggi. Mi dedico molto anche alla lettura, al cinema e alla musica in cerca di ispirazione, come volessi fare il pieno di creatività. So che non è una procedura da manuale, ma spero di perfezionare la tecnica nel corso della mia carriera. Ad ogni modo, faccio un sacco di ricerche. Compro libri, navigo in rete e provo a contattare gli esperti quando è possibile. Sono sempre sorpreso (e grato) dalla volontà delle persone di condividere il sapere. Uno dei miei lettori per esempio è un anestesista e ha risposto a una miriade di domande che avevo sull’argomento senza mai lamentarsi.

Un dizionario di inglese per combattere Mao Tse Tung

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Appassionante e commovente, il romanzo di Wang Gang, English, guida il lettore negli anni della Rivoluzione Culturale cinese. Pubblicato in Cina nel 2004, English è stato subito premiato come miglior romanzo dell’anno dalla prestigiosa rivista Dangdai. Nel 2006, è entrato nella lista dei “dieci libri dell’anno”, il maggior riconoscimento letterario di Taiwan indetto dal China Times. Da allora, è stato tradotto in tutto il mondo e presentato come una delle opere più significative della nuova narrativa cinese. E in Italia esce ora per i tipi di Neri Pozza.
Scritto in chiave autobiografica, English ripercorre l’infanzia di Liu Ai, ragazzo che vive nella provincia remota del Xinjiang, punta estrema dell’occidente cinese, ai confini con l’Asia centrale, negli anni della Rivoluzione Culturale. Il terrore di quel periodo, in cui il destino delle persone poteva essere deciso arbitrariamente dalle calunnie e dagli umori degli uomini di potere, e in cui anche razionalità e buonsenso persero valore e si ritrovarono a servire i capricci momentanei del Grande timoniere e di chi tentava di diffonderne il pensiero, per il giovane Liu Ai sembra essere spezzato dall’arrivo di un professore di inglese di Shanghai, Wang Yajun, e del suo dizionario.

In un contesto in cui i rapporti interpersonali vivono nell’ambiguità, grazie allo studio di una lingua che metaforicamente rappresenta un ponte verso un mondo altro, il professor Wang cerca, in maniera molto cauta e tra mille difficoltà, di trasmettere ai suoi studenti il valore della libertà di pensiero e di parola, oltre che l’autentico significato dei concetti di lealtà e amicizia. Quando anche l’amico Wang Yajun verrà preso nella morsa dei campi di rieducazione, a Liu Ai non resterà che il dizionario di inglese, con i suoi milioni di parole nuove da scoprire, come un’oasi in cui rifugiarsi dagli attacchi e dalle vicissitudini politiche dell’epoca.

Ottima anche la traduzione, che permette di cogliere tutte le sfumature del racconto, ricreando lo stile e le atmosfere mozzafiato dell’originale.

Perché gli uomini picchiano le donne

[i](Credits: Ansa)[/i]

Al titolo manca il punto interrogativo ma il gioco di significati che per questo si crea è totalmente voluto. Perché gli uomini picchiano le donne scritto con pseudonimo da Aldo Rocco e pubblicato da Sovera Multimedia è allo stesso tempo una domanda e la sua negazione.
Che cosa ci sia dietro un uomo che picchia (o cosa manca, sarebbe meglio dire) è oggetto di questa inchiesta che si articola senza ipocrisie e con lucidità di dettagli. Un’ inchiesta nata durante un viaggio a Venezia del suo autore che si è imbattuto per caso in una giovane donna mentre veniva picchiata selvaggiamente dal marito in mezzo alla strada. Dopo averle prestato soccorso è arrivato il racconto della storia per mezzo della diretta interessata. La furia del marito era stata scatenata dal fatto che la ragazza aveva lanciato un’occhiata ad una coppia di passanti. Una semplice occhiata. Da questo episodio dunque l’idea del libro. E gli inevitabili interrogativi. Che cosa fa scatenare l’ira in un soggetto altrimenti tranquillo? Che cosa trasforma drammaticamente il comportamento di una persona fino a qualche tempo prima irreprensibile? L’agile volume prova a rispondere attraverso cinque storie di coppie ammalate di violenza dove in alcuni casi, per ironia della psiche, la vittima difende il carnefice e il carnefice appare una vittima.

La conclusione è che gli uomini violenti non nascono violenti. E che le cause di tale degrado psicologico sono molteplici: sociali, familiari, finanziarie. Cause che richiedono un’analisi approfondita dell’infanzia dell’uomo violento ma anche l’evoluzione del suo rapporto di coppia. Il libro si apre e chiude allo stesso modo, come se alla fine dell’inchiesta si fosse tornati al punto di partenza. Con un “perché” che apre mille domande e allude a mille risposte. Ma con un’unica certezza. In questa spirale di violenza a perderci sono tutti, vittime e carnefici.

Eastern Jewel, l’Oriente senza concubine

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/eelssej_/405327013/]kalandrakas (on vacation)[/url] by Flickr)[/i]

È appena uscito in Gran Bretagna il nuovo romanzo di Maureen Lindley: The Private Papers of Eastern Jewel, edito da Bloomsbury, e sarà tradotto in Italia, nel corso del 2008, da Neri Pozza.

È il 1914, Eastern Jewel ha otto anni ed è la figlia del principe Su e dell’ultima delle sue concubine, quando qualcosa impressiona a tal punto i suoi occhi di bambina dal mettere improvvisamente fine alla pace gioiosa dell’infanzia e dare inizio a una tumultuosa storia di coraggio e ribellione, la storia di una eroina complicata, che rifiuta di accettare il ruolo docile e servizievole che la società cinese del Ventesimo secolo le impone. Curiosità (anche sessuale) e voglia di avventura conducono la protagonista (ispirata al personaggio realmente esistito di Yoshiko Kawashima) in un lungo viaggio attraverso la Cina fino al Giappone, in un percorso che la porta a un profondo cambiamento interiore e anche fisico, che la rende un personaggio controverso, fatto di luci e ombre. La prima a rimanerne affascinata è stata l’autrice, che Panorama.it spiega com’è nato il romanzo. “Ho notato Eastern Jewel nel film di Bertolucci L’ultimo imperatore” dice Maureen Lindley “mi ha conquistata e ho iniziato a fare ricerche. Gli storici l’hanno dipinta come una donna contraddittoria e non esattamente positiva, ma io desideravo trovare il mondo per raccontare perché e come un personaggio del genere è arrivato a vivere una vita assolutamente inimmaginabile anche per noi, occidentali.

Come hai scovato il carteggio segreto di Yoshiko?
La mia avventura è cominciata dalla Biblioteca Britannica, dove ho trovato soltanto i riferimenti occasionali in libri come Penombra nella città proibita, l’autobiografia dell’insegnante privato della famiglia reale, Reginald Johnston. In queste brevi note si parla di lei senza concederle un briciolo umanità, questo non ha fatto altro che rendere la sfida dello scrivere questo romanzo più interessante: rendere un personaggio intrigante, non positivo, ma affascinante.

Che cosa l’ha conquistato di questo personaggio?
Il suo coraggio, la sua mancanza di autocommiserazione, la sua lealtà a quelli che ama. È emozionante, piena di lati oscuri, ma anche inebrianti per la loro straordinarietà e potenza.

Perché leggere questo libro?
Perché è una storia eccitante, il cui protagonista non è il solito eroe o eroina orientale che oramai conosciamo: non è né una concubina né una geisha ma un personaggio unico. La sua è una storia di manipolazione sessuale e presa di coscienza che si svolge in un tempo che i nostri nonni e i nostri genitori hanno vissuto, un tempo che tutti noi conosciamo almeno un po’. Eastern Jewel aveva 6 anni quando è affondato il Titanic, ha vissuto la prima e la seconda guerra mondiale ed è stata data in moglie ad un principe mongolo al tempo in cui Lawrence Oliver faceva il suo debutto al Birmingham Repertory. La narrazione è ovviamente impregnata di un’atmosfera orientale, ma credo che Eastern Jewel dovrebbe prendere posto tra quelle famose eroine, di cui adoriamo leggere. Un po’ come Mata Hari, anche lei merita di essere conosciuta da un pubblico più vasto rispetto a quello che noterà le due o tre righe che i testi accademici le hanno riservato fin’ora.

Quantum Fiction, quando la quantistica detta le leggi della scrittura

Si chiama Quantum Fiction ed è un genere letterario insolito, a metà tra fantascienza, fantasy e la meccanica quantistica, le cui regole vengono utilizzate negli intrecci narrativi per spiegare il soprannaturale e il fantastico. E adesso sbarca, come un astronave per restare in metafora, coinvolgendo tutto il pianeta.
Arriva, infatti, su Itunes e su Audible.com Flight, la versione sonora del primo romanzo di Quantum Fiction che uscito in versione cartacea qualche anno fa negli Stati Uniti fece subito scalpore. Non solo per il nuovo genere rappresentato ma anche per l’eccentrica personalità della sua autrice, la statunitense Vanna Bonta. Che oltre a scrivere nella vita recita pure. E lo fa così bene che dopo aver prestato la voce perfino alla Bella e la Bestia di Walt Disney in questa versione sonora del suo romanzo dà il meglio di sé, offrendo ben 17 ore di performance vocale, con tanto di colonna sonora.
La storia di per sé non è particolarmente originale né travolgente, uno scrittore si innamora di una sorta di Alice nel Paese delle meraviglie del XXI secolo che invece di perdere l’autobus perde una navicella spaziale. Da qui tutta una serie di situazioni dominate dalle stavolta quantiche leggi della fantasia in cui a trionfare alla fine è sempre il bene. Quello che è innovativa semmai è la modalità di narrazione, che attinge senza farne segreto alle leggi della scienza. Così bene, evidentemente, che un ingegnere spaziale in carne ed ossa è rimasto talmente colpito da Bonta e dal suo lavoro da utilizzare il nome della navicella spaziale del romanzo, Lauryad, per una sua creature presentata al 2007 Northrop Grumman’s X Prize Cup Lunar Lander Challenge. La letteratura stavolta, insomma, ha restituito il favore alla scienza.

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