Dalle parole della letteratura a quelle delle rete. Non sempre il passaggio è facile e soprattutto non sempre può portare a risultati fecondi. È quanto sostiene lo scrittore francese Michel Houellebecq, pubblicato in Italia da Bompiani e da noi apprezzato in particolare per Le particelle elementari e Piattaforma. In viaggio in questi giorni in America Latina, prima in Argentina, poi in Cile ai suoi lettori venuti ad ascoltarlo nelle librerie di Buenos Aires, ha raccontato del suo rapporto con la tecnologia e con Internet, rivelando di non avere neppure una stampante in casa ma soprattutto, per la prima volta, ha parlato della chiusura del suo blog, spiegandone le motivazioni. “L’ho chiuso perché non ne avevo il tempo. E poi perché un blog non è scrivere come lo intendo io. La bellezza di un libro è che ha sempre una fine, un blog invece è un sistema che ignora la parola “fine”, come A la recherche du temps perdu di Marcel Proust. “Per fortuna” ha aggiunto “sono felice di non aver conosciuto Internet durante la mia infanzia. Ero timido e inibito, con Internet non avrei incontrato nessuno.” Lo scrittore nato all’Ile de La Réunion, ma parigino di formazione, non ha dunque peli sulla lingua. E se lo dice lui bisogna crederci. È stato, del resto, Houellebecq stesso, peraltro ex informatico di professione per tre anni, a scrivere in uno dei suoi romanzi che “le relazioni umane diventano sempre più difficili, ciò riduce di conseguenza la quantità di aneddoti di cui una vita è composta”.
Una curiosità. Michel Houellebecq ha rilasciato queste originali dichiarazioni sul suo rapporto con i blog e la rete nel corso di un’intervista amatoriale girata nella capitale argentina e immediatamente diffusa su Youtube. Chi di rete ferisce, insomma, di rete alla fine comunque perisce.
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- Lunedì 7 Gennaio 2008


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