Archivio di Gennaio, 2008

Che i rifiuti fossero in alcuni luoghi un’emergenza annunciata e ricorrente lo si sa bene e era evidente anche dalla quantità di titoli sul tema (una ventina) che sono arrivati in libreria solo nell’anno appena passato.
Volumi tecnici alcuni, indagini e denunzie sociali e politiche altri, tra i quali primeggia il best seller italiano 2007, Gomorra di Roberto Saviano (Mondadori, pp. 332 - 15,50 euro), che dedica un capito allo smaltimento-occulatmento illegale dei rifiuti tossici gestito della criminalità organizzata.
Si va dal manuale Buffetti Gestione rifiuti & Mud 2007 (pp.
120 + Cd-rom - 89,00 euro) con regole, leggi e moduli per le aziende, a La guerra dei rifiuti - da Korogocho a Napoli a cura di M. Montalto (Ed. Alegre, pp. 174 - 10,00 euro), in cui si legge: “Il fenomeno del traffico illecito dei rifiuti sta diventando un problema di importanza crescente [..] davanti al quale è difficile discernere fra loro i fenomeni di illegalità che lo alimentano”, e ricorda quanto sostenuto dal Ministro degli Interni Giuliano Amato: le organizzazioni criminali, le cosiddette Ecomafie, si sono appropriate della gestione dei rifiuti in larghe fette del nostro paese. Il libro cita come caso piú eclatante la Campania, “dove da decenni si perpetuano impunemente disastri ambientali e gravissimi danni alla salute dei cittadini esasperati da 14 anni di emergenza rifiuti, e dal fetore dei sacchetti che periodicamente invadono le strade”.
Giorgio Bocca, ricordandoci sin dal titolo che Napoli siamo noi (Feltrinelli, pp. 136 - 14,00 euro) ha dato un ritratto della città che muore sotto il tacco della camorra, annegata nell’illegalità, smantellando anche le molte apparenze del rinascimento napoletano dell’amministrazione Bassolino.
A giudicare dai titoli che illustrano regolamenti e legislazione, più quelli diretti a chi i rifiuti li produce, dall’industria all’edilizia, dai manuali su smaltimento e riciclaggio, tutti dovrebbero sapere cosa fare, ma poi ci sono i volumi che illustrano la realtà e, appunto, denunciano come in pratica quei libri spesso restino chiusi, lettera morta. C’è il Rapporto ecomafia 2007 a cura di Legambiente (Ed. Ambiente, pp. 392 - 20,00 euro) che, tra le tante cose, parla appunto del traffico nazionale e internazionale dei rifiuti, quelli pericolosi per la salute e il territorio in particolare, e fa nomi di clan, dà numeri impressionanti, racconta storie e particolari che in questi giorni stanno diventando finalmente di pubblico dominio. Nicola G. Grillo punta anche lui la sua attenzione sullo smaltimento illecito in Rifiuti Spa- Fra ecomafia e mafia delle autorizzazioni (Ed. Geva, pp. 128 - 9,50 euro) cercando di capire quanto siano responsabili, oltre agli inquinatori, coloro che, per cointeressenze illegali, rilasciano loro autorizzazioni “legali”, aspetto più subdolo e infido da affrontare e smantellare. Sempre Grillo è autore anche di Cd-Rom che comprende e presenta in modo ragionato, leggi, norme, circolari italiane comunitarie sul tema in questione: Rifiuti: Cd-rom (Ed. Geva - 15,00 euro). Da Preganziol in Veneto, comune che ha il primato italiano in tema di smaltimento, alla Napoli sommersa dalla monnezza, Antonio Cavaliere cerca di farci capire, con il suo Mucchio selvaggio - Per un’ecologia dei rifiuti (L’Ancora del Mediterraneo, pp. 166 - 13,50 euro) quando e come i rifiuti diventano una risorsa, spesso fuori legge, tante altre volte legalmente e con profitto per i cittadini, dando un’occhiata anche a quanto avviene in altri paesi europei.
Ma i rifiuti sono un tema che trascende anche la cronaca e il problema sociale, diventando metaforici in libri di intellettuali, filosofi e artisti. Ce ne sono, di questi ultimi, che usano il rifiuto in modo emblematico, riciclandolo in opera d’arte e il trash è oggi un’estetica. Su questo, nel 2006 c’è stata una mostra a Palazzo Strozzi a Firenze, da cui e’ nato il libro Rifiuti preziosi di Maurizio Vanni (Ed. Cambi, pp. 144 - 30,00 euro). Una critica attenta al nuovo come Lea Vergine illustra e teorizza l’arte del rifiuto, della contaminazione, dello sporcare nelle arti d’oggi, dalla musica al cinema, dalla letteratura alla scultura, col saggio Quando i rifiuti diventano arte (Skira, pp. 180 - 15,00 euro), mentre il filosofo John Scanlan discute di rifiuto, in senso proprio e metaforico, e rigetto nella storia occidentale in Spazzatura - Le cose (e le idee) che scartiamo (Donzelli, pp. 246 - 13,50 euro). Sempre solo per citare i titoli dell’anno scorso, tra i quali vi sono anche libri illustrati per educare e incuriosire i bambini, da Dove li butto di Francesca Cappelli (Giunti, pp 64 - 2,90 euro) a La discarica dei consumi di G. marasco e A.
Cimino (Isola dei ragazzi, pp. 48 - 9,00 euro) sino a un noir per i piu’ piccoli quale Giallosbratto - L’enigma dei rifiuti spariti di Piero Zama (Ed. Scienza, pp. 34 - 5,50 euro) o a Roberto Papetti che costruisce giochi di parole in Arutazzaps, quaderno enigmistico dei rifiuti (Ed. Scienza, pp. 34 - 5,50).
Di Paolo Petroni - Ansa
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A far venire l’acquolina in bocca per prima è stata Babette. No, non la cuoca del celebre film di Gabriel Axel ma Babette de Rozières in carne e ossa, proprietaria dell’ormai famosissimo ristorante parigino La table de Babette che abbandonati per un attimo i fornelli ha scritto di getto Créole pubblicato da Phaidon. Un libro che non è un semplice volume di ricette, anche se tecnicamente ne contiene ben 160, ma un vero atto d’amore alla cucina creola della Guadalupa di cui l’autrice è originaria.
Da una pagina all’altra si scivola, prima con l’immaginazione poi si spera anche nella realtà, da generosissimi piatti a base di pesce e crostacei a speziati contorni di verdure, per non parlare di cocktail e frappè che sono un mix di profumi francesi, spagnoli, indiani e africani.
Con meno aromi e fascino tropicale ma sempre di grande curiosità sono in uscita altri due nuovi volumi da far perdere la testa, almeno ai fornelli.
A tavola con Leopardi, edito da Lupetti ripercorre, infatti, l’itinerario gastronomico che accompagnò l’illustre poeta nel periodo napoletano della sua vita, tra il 1833 e il 1837. Si scopre così, attraverso l’analisi di ben 49 pietanze, che oltre alla melanconia Giacomo Leopardi coltivava le gioie della tavola, di cui era un raffinato gourmet. Come del resto, ad altre latitudini e in altri tempi, anche Nero Wolfe. Nel Manuale di cucina di Nero Wolfe, pubblicato da Sonzogno, il celebre personaggio di Rex Stout torna a far parlare di sé stavolta solo attraverso il linguaggio del cibo, il suo cibo, quello che almeno nei libri amava vedersi portare in tavola. Tra le curiosità non manca perfino uno stufato dello scoiattolo. E se ai palati più difficili ingredienti così particolari proprio non vanno giù, resta almeno il piacere della lettura. Ogni ricetta è, infatti, introdotta da stralci di romanzi di Stout. Perché lo stomaco è più vicino alla testa di quanto non si pensi.
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Di Sandra Pertignani
“I saggi che si pubblicano in Italia sono quasi sempre scritti meglio, più motivati e avvincenti dei romanzi”: così decretava Filippo La Porta qualche settimana fa sul Corriere della sera. E La Porta è affermato rappresentante di una combattiva generazione di critici militanti e saggisti che ha occupato, negli ultimi anni, la ribalta delle faccende letterarie.
In effetti, se il 2007 è considerato un anno fiacco quanto a produzione creativa, ha invece imposto una serie impressionante di libri critici di ottimo e buon livello, che hanno regolarmente suscitato dibattito. Basti solo ricordare i due saggi sul secolo appena concluso, Stile Novecento di Giorgio Ficara (Marsilio) ed Exit Novecento di Raffaele Manica (Gaffi), o La vocazione di Iago di Giuseppe Leonelli (Gaffi).
Ultimi della corposa serie sono i recenti Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione di Alfonso Berardinelli (Quodlibet), ambiziosa inaugurazione di una nuova epoca storico-letteraria. E La ragione in contumacia. La critica ai tempi del fondamentalismo (Donzelli), appassionato elogio del lavoro critico come chiave d’interpretazione dell’universo mondo di Massimo Onofri, che porta in libreria anche Tre scrittori borghesi (Gaffi), dedicato a Mario Soldati, Alberto Moravia e Guido Piovene.
E i Maestri irregolari (Bollati Boringhieri) di La Porta, che parlando di Nicola Chiaromonte e di Simone Weil, di Ignazio Silone come di Hannah Arendt, impone dichiaratamente “una lezione per il nostro presente” e intanto suscita polemiche per le scelte fatte (provocatoriamente?) nel Dizionario della critica militante (Bompiani) redatto insieme a Leonelli.
Sicuri di sé, forti delle proprie argomentazioni, incuranti di offendere suscettibilità o di inimicarsi il potere editoriale, i critici si espongono, stroncano senza complimenti, abbattono mostri sacri e icone della contemporaneità (è famoso il ridimensionamento di Italo Calvino a opera di Berardinelli, quello di Alessandro Baricco per mano di La Porta, di Erri De Luca da parte di Onofri). Così, se Panorama chiede di pronunciarsi sull’anno che si è chiuso e su quello che si apre, rispondono senza reticenze compilando bilanci e pronostici sorprendenti.
“Un anno narrativamente da dimenticare” è la pietra tombale che fa cadere sul 2007 Leonelli. “L’impressione è che la narrativa viva una sorta di appannamento della professionalità. Si frequentano scuole di scrittura e s’improvvisa qualcosa portandosi dietro carenze tecniche inaccettabili”.
E non lesina esempi fra i più presenti in classifica: Niccolò Ammaniti “una delusione”, Gianrico Carofiglio “debole e ripetitivo”, Alessandro Piperno “mi lascia atterrito”. Per il 2008 spera negli scrittori più solidi della generazione matura: “Una Dacia Maraini o una Rosetta Loy, sì, potrebbe tirar fuori un grande romanzo”.
Per fortuna (per gli scrittori) non sempre i critici sono d’accordo. Così La Porta, che pure si dice deluso dai suoi amati Ammaniti e Simona Vinci, continua a sperarci, “perché possono sbagliare un libro, ma sanno rischiare maneggiando gerghi e fantasmi della contemporaneità”.
E dell’anno passato vuole segnalare almeno un nuovissimo autore, Giordano Tedoldi con Io odio John Updike (Fazi), accanto ad Antonio Pascale con L’isola nave e la memoria degli ultimi marconisti (La Riflessione) per il suo stile a cavallo fra narrativa e reportage nel sociale.
Massimo Onofri vorrebbe nel 2008 “leggere un libro misteriosissimo come L’isola riflessa, pubblicato da Fabrizia Ramondino nel ‘98, autrice capace di scrivere al di là dei generi”, mentre è rimasto colpito dall’ecumenico apprezzamento che ha riscosso Milena Agus con Mal di pietre (Nottetempo), “un romanzetto modesto nella scrittura e nella forza conoscitiva”.
Berardinelli traghetta nel nuovo anno “un romanzo sgradevole su cui non si è riflettuto abbastanza, Troppi paradisi (Einaudi) di Walter Siti, ma la questione non è chiusa visto che ne uscirà uno nuovo fra poco dalla Mondadori”. Scommette, poi, sulla poesia di Bianca Tarozzi, di cui è uscito adesso Teatro vivente (Scheiwiller).
Giudizi palesemente in contrasto con le scelte consumistiche imposte dai battage pubblicitari, dalle pagine culturali dei giornali troppo influenzate dagli uffici stampa più potenti e dagli “eventi” che piovono indiscussi e pilotati dall’estero. Per non parlare del “gusto popolare” riflesso nelle classifiche, che ha ormai ben poca autonomia e peso culturale. Ma i critici possono, in questa situazione, riappropriarsi del ruolo, esercitare una funzione? E perché bisognerebbe fidarsi di loro?
“Perché sono coraggiosi e originali” risponde Onofri. “I critici e i saggisti” sostiene Berardinelli “hanno un background culturale più robusto di giornalisti e scrittori. Soprattutto se pensiamo ai narratori delle ultime generazioni, che non hanno il senso del passato letterario”.
E se una volta si sospettava che il critico fosse uno scrittore fallito, oggi sembra vero il contrario, sostiene La Porta: “Mentre il romanzo sta vivendo una strana febbre e tende a esistere per esistere, quasi fosse dimostrazione in sé di creatività, mentre rivela una sostanziale carenza di motivazioni, nelle pagine dei saggisti si sente urgenza morale e conoscitiva, una relazione più stretta con la lingua, il corpo a corpo con i demoni personali e un bisogno di riflettere non solo di letteratura, ma della propria esperienza nel mondo”.
Ecco un altro aspetto che dovrebbe avvicinare il pubblico alla parola del critico: l’essere questo non solo un tecnico specialista della materia che si rivolge ad altri esperti, ma un “critico-filosofo” come lo definisce (definendo se stesso) Berardinelli, “più interessato al viaggio che alla meta” come dice Onofri, un “critico-scrittore” più vicino a Cesare Garboli che a Cesare Segre.
Uno che non si ferma a giudicare i libri, ma che alza lo sguardo sulla società che lo circonda. Come ha sempre fatto l’appartato outsider Piergiorgio Bellocchio, del quale è appena apparsa dalla Scheiwiller la raccolta di saggi non solo letterari Al di sotto della mischia.

Dalle parole della letteratura a quelle delle rete. Non sempre il passaggio è facile e soprattutto non sempre può portare a risultati fecondi. È quanto sostiene lo scrittore francese Michel Houellebecq, pubblicato in Italia da Bompiani e da noi apprezzato in particolare per Le particelle elementari e Piattaforma. In viaggio in questi giorni in America Latina, prima in Argentina, poi in Cile ai suoi lettori venuti ad ascoltarlo nelle librerie di Buenos Aires, ha raccontato del suo rapporto con la tecnologia e con Internet, rivelando di non avere neppure una stampante in casa ma soprattutto, per la prima volta, ha parlato della chiusura del suo blog, spiegandone le motivazioni. “L’ho chiuso perché non ne avevo il tempo. E poi perché un blog non è scrivere come lo intendo io. La bellezza di un libro è che ha sempre una fine, un blog invece è un sistema che ignora la parola “fine”, come A la recherche du temps perdu di Marcel Proust. “Per fortuna” ha aggiunto “sono felice di non aver conosciuto Internet durante la mia infanzia. Ero timido e inibito, con Internet non avrei incontrato nessuno.” Lo scrittore nato all’Ile de La Réunion, ma parigino di formazione, non ha dunque peli sulla lingua. E se lo dice lui bisogna crederci. È stato, del resto, Houellebecq stesso, peraltro ex informatico di professione per tre anni, a scrivere in uno dei suoi romanzi che “le relazioni umane diventano sempre più difficili, ciò riduce di conseguenza la quantità di aneddoti di cui una vita è composta”.
Una curiosità. Michel Houellebecq ha rilasciato queste originali dichiarazioni sul suo rapporto con i blog e la rete nel corso di un’intervista amatoriale girata nella capitale argentina e immediatamente diffusa su Youtube. Chi di rete ferisce, insomma, di rete alla fine comunque perisce.
Guarda il video
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Lettori di tutto il mondo unitevi. Debitamente parafrasata, la frase di Karl Marx potrebbe tornare utile come esortazione rispetto alle (molte) divergenze e le (pochissime) affinità tra italiani e stranieri nella scelta dei libri.
Perché, a parte qualche convergenza, gusti e preferenze degli avventori delle librerie occidentali sono molto, molto diversi. E per capirci, basta fare qualche nome.
Vi dice nulla ad esempio quello di Nigella Lawson, che con il suo Nigella express, un ricettario personalizzato ed ironico, spopola in quel di Londra? A meno che non siate degli accaniti lettori anglofoni, no. Anche perché i suoi libri non sono mai arrivati in Italia.
Ma pure tra gli scrittori tradotti le divergenze restano profondissime, se si eccettua ovviamente il ciclone Rowling, capace di vendere centinaia di milioni di copie in tutto il globo. Tra la perfida albione spopola, ad esempio, Philip Pulman, da noi pubblicato da Salani ma senza lo stesso successo. Successo che invece riscuote sia in Inghilterra che in Italia Patricia Cornwell: i suoi gialli vendono centinaia di migliaia di copie anche nella terra di Sua Maestà.
Entra per un soffio nella top ten inglese Mille splendidi soli di Khaled Hosseini, in Italia uno dei bestseller dell’ultimo anno. Il romanzo dello scrittore di Kabul è presente anche nella classifica dei libri più letti negli Stati Uniti.
Per il resto, nessuna convergenza tra i gusti nostrani e quelli del popolo a stelle e strisce. In quel di New York impazzano infatti saggi su Star Wars, baedeker di ogni tipo e guide sentimentali e sociali come Io sono americano (Puoi esserlo anche tu!) di Stephen Colbert.
Più raffinati ed esigenti sono invece i cugini transalpini. La Francia ama molto Philip Roth (Il suo Complotto contro l’America continua a vendere decine di migliaia di copie) e non disdegna la produzione di Fred Vargas, la ricercatrice che, per sua stessa ammissione, scrive i suoi gialli “in ventuno giorni”.
Stessa solfa per i canadesi: nel giugno del 2006, Suite française di Irène Némirovsky era il libro più letto; in Italia, arrivato grazie alle cure dell’editore Adelphi, si è dovuto invece accontentare di un pubblico molto più ristretto e di qualche entusiastica recensione.
Tra quelli europei, è la Spagna ad essere il paese più vicino alle inclinazioni nostrane. Un esempio fra tutti: la Cattedrale del Mare di Idelfonso Falcones, prima di diventare un successo editoriale Longanesi, aveva spopolato in terra iberica. Ma nonostante ciò, anche qui, le affinità non sono poi moltissime se si pensa che la giallista Alicia Gimenez Bartlett vende più in Italia che nella sua terra natia.
Comunque, i dati degli ultimi due anni parlano chiaro: a dispetto di tecniche di marketing sempre più martellanti e uniformi, il pianeta globale si è dovuto arrestare di fronte alle porte delle librerie. Almeno per il momento.
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Di Manuela Grassi
Un venerdì sera, al bar di un grande albergo milanese, si incrociano una scrittrice, un gastronomo, un industriale-enologo, una bella ricca e sfaticata. Un po’ per celia, un po’ per non morir di noia al primo incontro, la narratrice golosa lancia l’idea di una eccezionale sfida culinaria, post Pranzo di Babette: organizzare per il martedì successivo, quindi in pochissimo tempo, una cena per dieci creando un menu memorabile, accompagnato da vini squisiti, messo in scena come un’opera d’arte. Un avvenimento effimero, consumato in poche ore, da ricordare in un libro. La cena delle meraviglie di Camilla Baresani e Allan Bay (la scrittrice e il gastronomo), appena pubblicato dalla Feltrinelli, narra le gesta di quell’epica serata, i cavalier, le schiumarole, gli amori, e alimenta un genere piuttosto nuovo in Italia: la narrativa gastronomica.
Baresani, autrice di romanzi come Sbadatamente ho fatto l’amore e originale critica di ristoranti sul Sole 24 ore, si schermisce: “Non pensavo a La cena delle meraviglie come a un libro di narrativa, ma come a un reportage raccontato, anche se ci sono diverse invenzioni”. Tra i commensali c’era Roberta Schira, gastronoma e autrice del romanzo culinario Piazza Gourmand (Ponte alle Grazie), che rivendica come il primo nel suo genere in Italia (sta già scrivendo il secondo), ma poi fa ammenda ricordando Casalinghitudine di Clara Sereni. “Il cibo è l’argomento più interdisciplinare che esista” sostiene la vulcanica Schira, che riconosce in Ruth Reichl, l’ex critica del New York Times, autrice di gustosissimi libri autobiografici, la sua maestra. “Parla di storia, economia, geografia, psicoanalisi. La gente inoltre adora sentir parlare di cibo perché difficilmente ne padroneggia il lessico pieno di sfumature”.
Nel mercato anglosassone la letteratura sul cibo è fiorente. Pur essendo stato fondato nel 1923 da un intellettuale ulceroso e inappetente, Harold Ross, il settimanale americano The New Yorker vanta alcune delle più prestigiose firme. In Secret Ingredients. The New Yorker book of food and drinks, il curatore David Remnick definisce gli autori presenti nell’antologia “scrittori per i quali il cibo e il vino sono fonte di piacere, nutrimento, metafora, arte del ritratto, avventura, comicità e narrativa”. Spiriti per i quali la gastronomia è una sfida, come lo era per l’inventore della gastrosofia Jean-Anthelme Brillat-Savarin, che così si rivolse ad Adamo ed Eva: “Primi genitori dell’umanità… voi che perdeste tutto per una mela, che cosa non avreste fatto per un tacchino al tartufo?”.
Sfide vissute ad alto tasso di maniacalità. Bill Buford, già redattore del New Yorker, ha scritto Calore (Fandango), best-seller negli Stati Uniti e in Gran Bretagna: racconto epico delle sue avventure come schiavo di cucina dello chef Mario Batali. Nelle ultime pagine Buford minaccia di indagare al di là delle Alpi e chiarire se è vero che la cucina francese non esisteva prima che Caterina de’ Medici portasse in Francia i suoi cuochi.
L’amore per i vigneti della California, e in particolare per il Pinot nero, ha ispirato a Rex Pickett il romanzo Sideways (Hacca edizioni), che è stato un film di grande successo. Due amici on the road nella Santa Ynez Valley: “Non mi considero un connoisseur” dice Pickett a Panorama. “Ho cominciato a frequentare le degustazioni di vino il sabato pomeriggio nel mio quartiere a Santa Monica. All’epoca ero solo e senza un soldo e quella era una delle mie poche attività sociali. Così il vino è diventato parte della mia vita”.
On the road è anche Il mio giro d’Italia (Tea) dello chef inglese Jamie Oliver, calato sulla Penisola in furgoncino, a caccia di ricette ed esperienze antropologiche: il volumetto è pieno di “riflessioni sulla porchetta” piuttosto che “sul minestrone”. Un naso da formaggio, Edward Trencom, è invece protagonista del romanzo Delitti e formaggi di Giles Milton (a gennaio da Ponte alle Grazie).
Dice Camilla: “Dagli anglosassoni abbiamo appreso che si può parlare di cibo. Ma ricordiamoci che La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene dell’italianissimo Pellegrino Artusi è uno dei libri più belli che ci siano anche dal punto di vista linguistico”.
Scritto a fine Ottocento, quando la cucina angloamericana non era certo rinomata: “È vero” dice Allan Bay, autore di libri come Cuochi si diventa (Feltrinelli) e direttore della collana Il lettore goloso (Ponte alle Grazie), che unisce rigore e amore del racconto. “Il mensile americano Gourmet è nato solo nel 1940, ma Dio mio se hanno corso. In Italia la situazione è diversa, gli italiani hanno raggiunto il numero di calorie quotidiane necessarie pro capite soltanto nel 1962. E quando si è poveri sul cibo non si scherza. Il pranzo di Babette da noi non sarebbe stato concepibile”. Ricordiamoci che i golosi danteschi sono battuti da una “piova/ etterna, maladetta, fredda e greve…”.
C’è voluto il lavoro di persone come Peppino Cantarelli o Gualtiero Marchesi per divulgare l’idea che il cibo è una scelta culturale. E la gastronomia una scienza, dice oggi il fondatore di Slow food Carlo Petrini. “I piatti devono essere proposti seguendo una logica che è nella tradizione dell’alta cucina. Dobbiamo pensare a una specie di scala ascensionale dei sapori, dei pesi” asserisce Bay nella Cena delle meraviglie.
Nel linguaggio del menu, significa, per citare solo alcune delle 14 voci, aprire con ostriche crude e al gorgonzola; ascendere con un timballo di tagliatelle con ragù di pesce e carciofi (una versione principesca con maccheroni viene descritta nel Gattopardo), culminare con un “pollo farcito di Mastro Martino (padre quattrocentesco di tutti i gastronomi italiani) con salsa di fichi, cuori e fegatini”. “Ho scelto piatti della grande tradizione borghese ormai dimenticata dai cuochi moderni perché richiede lunga preparazione” spiega Bay. E calma, pazienza, nonché molti aiuti in cucina. “Una cena da Wwf” chiosa. Camilla Baresani ha apprezzato ogni cosa, avrebbe perfino fatto il bis di timballo, ma era finito, come tutto il resto. Non restava che scrivere: “Era stata proprio una cena delle meraviglie, persino nel ricordo”.
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Anche nel primo semestre del 2008, Mondadori presenterà l’immancabile Andrea Camilleri: a febbraio lo scrittore di Porto Empedocle tornerà in libreria con Il tallieur grigio, che avrà come protagonista una conturbante (e adultera?) femme fatale alle prese con un diligente e vecchissimo marito. La saggistica di Segrate punterà poi su Rovesciare il ‘68 di Marcello Veneziani, un pamphlet che si annuncia esplosivo, e che si presenta come un “viaggio nella piccola preistoria degli attuali pregiudizi”. Insieme con i due autori, ci saranno moltissimi classici e anche qualche novità, come la storia di Bianca Maria, giovane e incompresa prostituta del ‘600, raccontata dalla penna di Vincenzo Cerami.
Punta molto sul giallo la casa editrice Longanesi: ad aprile ritorna James Patterson con L’ultimo avvertimento, il nuovo caso dell’ispettore Alex Cross che in Italia con i suoi precedenti delitti (risolti) ha venduto più di mezzo milione di copie.
Tra i medi e piccoli editori, Castelvecchi si fa avanti con Cretini al potere, un saggio di Diego Armario che spiega come la stupidità non sia affatto in conflitto con ruoli di responsabilità.
Chi volesse invece trovare conferma della forza editoriale del Nobel, basta che sfogli i cataloghi del gruppo Rcs. Al Gore, premiato quest’autunno con quello della pace, a inizio anno pubblicherà storie che hanno sempre al centro il tema ambientalista firmate Bompiani e Rizzoli. Sempre Rizzoli restituirà a febbraio Matt Groening al pubblico italiano. Dopo il successo del film, il creatore dei Simpson ritornerà in libreria con i suoi personaggi preferiti in tre libri il cui titolo è ancora top secret.
Dalla Sicilia arrivano i gialli: nei primi mesi dell’anno nuovo, Sellerio porterà in Italia l’ultimo libro di Alicia Gimenez Bartlett, Giorni d’amore e di inganni e, sempre per gli amanti del genere, pescherà dalla damnatio memoriae un ormai dimenticato Giorgio Scerbanenco, La lupa in convento.
Facciamo un passo indietro e dai noir ritorniamo alla saggistica: in attesa del secondo volume dell’Antimeridiano di Luciano Bianciardi, a marzo la casa editrice Isbn presenterà al lettore italiano un’antologia di racconti di dieci scrittori delle nuove metropoli asiatiche, insieme ad una storia delle intercettazioni a firma dello studioso Peter Szendy, che ne analizza le (poche) virtù e i (molti) vizi in un’estetica di poco meno di duecento pagine. Che dire: per il bene di tutti (e con buona pace della benemerita casa editrice) resta solo da augurarsi che di qui a febbraio il tema non sia ancora così rovente.

Ogni anno, in Italia, gli autori di best-seller e di casi letterari si possono contare sulle dita di una sola mano. Ma di buona parte di essi, col passare dei mesi, si sono perse le tracce.
È questo il caso, ad esempio, di Melissa Panarello, meglio nota come la Melissa P. che nel 2003 ha esordito con il romanzo autobiografico 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire. Un successo dell’editore Fazi, che ha portato a vendite record: 2.500.000 copie, per 40 traduzioni in tutto il mondo, oltre che un film prodotto da Francesca Neri e diretto da Luca Guadagnino. Eppure, da un po’ di tempo, della giovane scrittrice ventiduenne non si hanno notizie. Le ultime, da narratrice, risalgono all’aprile del 2006. Un suo libro-lettera, In nome dell’amore, indirizzato all’allora presidente della Cei Camillo Ruini e partito coi favori di rosei pronostici, ha fatto vendere poco più di 30.000 copie.
Altro libro, altro film. Non ti muovere di Margaret Mazzantini (anno domini 2002) è stato un successo sia in libreria (dove ha sbancato, superando i due milioni di copie, anche grazie al conferimento del prestigiosissimo Strega) sia al cinema, per la regia del marito, l’attore Sergio Castellitto. Ma dopo Zorro, il monologo pubblicato nel 2004, della scrittrice nata a Dublino non si hanno più notizie.
Il 2005 è l’anno di un altro caso letterario di un autore giovane. Per descrivere la sua prosa, si sono scomodati geni della letteratura moderna e contemporanea, come Marcel Proust e Philip Roth. Il Corriere della Sera ha scritto di un “un romanzo epico e tragico”, clonando addirittura un neologismo, “pipernismo”, per definire una scrittura “colta e un lessico originale”. Ma dopo il travolgente successo di Con le peggiori intenzioni, Alessandro Piperno non ha dato alle stampe alcun romanzo. Attualmente, si dedica all’insegnamento (è docente a contratto di letteratura francese nell’Università Tor Vergata di Roma) e ha da poco pubblicato un saggio per l’editore Gaffi su Sartre.
Con i suoi tre libri ha venduto più di 200.000 copie, ma manca in libreria da oltre cinque anni. Dopo i successi firmati Sellerio, Santo Piazzese non ha più utilizzato il pennino dello scrittore, preferendogli il microscopio (è ricercatore di biologia nell’Università di Palermo). Secondo indiscrezioni, il suo ritorno letterario sarebbe già previsto per la fine del prossimo anno.
Vi ricordate “le case sgarrupate” rese famose dai temi dei bambini napoletani in Io speriamo che me la cavo? I 60 temi degli scolaretti partenopei, che quindici anni fa vendettero più di 1 milione di copie e portarono alla realizzazione di un film diretto dalla Wertmuller, erano stati curati e raccolti con perizia da un maestro di scuola elementare della città di Arzano (Napoli). L’insegnante fa il nome di Marcello D’Orta. Dopo la raccolta dei celebri temi, ha continuato ad ammaestrare scolaresche a scrivere. L’ultima opera, pubblicata da Marsilio, si intitola Nero Napoletano e racconta la capitale partenopea con un registro onirico e sovrannaturale, ma nessuna delle sue fatiche ha raggiunto la notorietà di quell’antologia sui generis.
“Sic transit gloria mundi”, ammonivano i vecchi saggi latini, come a dire che tutto, gloria letteraria compresa, è evanescente e transitorio. Di certo c’è che, insieme con qualche piccola fortuna economica, gli “scrittori dimenticati” hanno dovuto fare i conti anche con questa (sgradevole) eredità, quella dell’oblio. Almeno momentaneo.
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