Archivio di Febbraio, 2008

Dalle stelle alle stalle. È la parabola che rischia di stravolgere Paul Rusesabagina, immortalato sul grande schermo da Don Cheadle con Hotel Rwanda. Sfiorando l’Oscar, l’attore americano offrì una delle sue migliori interpretazioni cinematografiche calandosi nei panni di un eroe dei tempi moderni.
Rwanda, aprile 1994: mentre si consuma un genocidio che spazzerà via un milione di esseri umani, Paul Rusesabagina, un hutu della classe media, decide di trarre in salvo 1.200 tutsi proteggendoli nell’albergo di cui la compagnia belga Sabena gli affida la gestione. Tratto da una storia vera, il film dipinge un uomo disposto a tutto, che pur di salvare i “fratelli” tutsi finge complicità con i carnefici hutu. Sono passati quattordici anni dalla tragedia rwandese, meno di due dall’uscita in sala di Hotel Rwanda. Tra la realtà e la ficton, si è messo di mezzo però un libro inchiesta che smonta punto per punto l’impresa del nostro Schindler africano. È
Hotel Rwanda ou le génocide des tutsi vu par Hollywood (Editions L’Harmattan) che riassume tre anni di indagini al termine dei quali gli autori Alfred Ndahiro (giornalista e consigliere dell’attuale presidente rwandese Paul Kagame) e Privat Rutazibwa (docente universitario) si sono convinti che Rusesabagina non ha fatto altro che raggirare i produttori hollywoodiani e le vittime dello sterminio. Le prove stanno in documenti ufficiali e, soprattutto, nelle testimonianze rilasciate da un centinaio di sopravvissuti dell’ormai celebre Hotel des Milles Collines. Tra loro, spicca la figura di Tatien Miheto, ex consigliere del Primo ministro hutu ( fu ucciso il 7 aprile 1994) e responsabile di un Comitato di crisi che si era formato nell’albergo durante il genocidio. Panorama.it lo ha incontrato a Bruxelles nel corso di un convegno dedicato ai Giusti dell’eccidio rwandese. Per Miheto, non c’è l’ombra di un dubbio: “la nostra salvezza non è mai dipesa da Rusesabagina”. Anzi, “quest’uomo non ha esitato a sfruttare le condizioni terribili in cui versavano i sopravvissuti dell’albergo per lucrare sulla nostra pelle”. Contrariamente a quanto si vede nel film, “ci ha fatto pagare sia il cibo sia l’alloggio”. Come prova, Miheto tira fuori un fax in cui la Sabena ordina a Rusesabagina di “offrire pasti gratis e di non esercitare nessun tipo di pressione verso coloro che sono privi di mezzi”. Sempre secondo Mihato, “tre fattori giustificano la nostra sopravvivenza: il Milles Collines era stato dichiarato zona protetta dalle Nazioni Unite; il governo estremista hutu aveva deciso di garantire la nostra incolumità per smentire le voci di sterminio e utlizzarci come merce di scambio con gli hutu rimasti intrappolati nelle zone controllate dai ribelli del Fronte patriottico rwandese”.
Finché non emergerà una verità definitiva, per il protagonista di Hotel Rwanda, il futuro si annuncia un po’ meno glorioso.
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Andrea Camilleri e il suo commissario Salvo Montalbano sono tra i 50 autori di gialli che “bisogna leggere prima di morire”, una lista stilata dal Daily Telegraph britannico, che vede lo scrittore siciliano accanto a mostri sacri del genere come Arthur Conan Doyle, padre di Sherlock Holmes, Edgar Allan Poe, l’inventore del genere, e Agatha Christie, con i suoi Hercule Poirot e Miss Marple.
Secondo i critici letterari del Telegraph “la scrittura di Camilleri si adatta al suo eroe, il commissario Montalbano (che nelle traduzioni in inglese diventa ‘inspector’, ispettore), un siciliano con un grande senso dell’umorismo. Il vero soggetto dei libri di Camilleri è lo stato della Sicilia, ma i suoi personaggi sono vividi, e i loro dilemmi eterni”. Il romanzo che, secondo il Telegraph, è essenziale leggere è La pazienza del ragno, uscito in Gran Bretagna nel 2007.
La popolarità di Camilleri oltremanica e’ letteralmente esplosa negli ultimi due anni: non è inusuale vedere vetrine di librerie con molti dei suoi libri in bella mostra, accanto a quelli dei sempre più popolari autori noir italiani, da Lucarelli a Carofiglio. In un paese che legge pochissimo libri tradotti, la sua presenza in un elenco del genere è un fatto a diro poco straordinario (il 90% degli autori inclusi sono infatti di lingua inglese).
La lista del Telegraph non è una classifica, ma un insieme di ‘pari’ che meritano di essere letti. Si va da Charles Dickens (”era ossessionato dal crimine. L’ispettore Buckett di Bleak House è uno dei primi detective apparsi nei romanzi”) a Patricia Highsmith; da Georges Simenon a Dashiell Hammett( di cui si raccomanda Il falcone maltese), da Friedrich Durrenmatt (per il suo La promessa) a Raymond Chandler, a Ed McBain, l’inventore del romanzo giallo che segue passo passo la procedura della polizia.
Presentando la lista, gli autori dicono che il compito è stato assai arduo, che ovviamente l’elenco è soggettivo e che “la popolarità non è stata presa in considerazione per includere un nome, salvo incidentalmente”.
Più che altro, scrivono, si è cercato di includere “scrittori di gialli che sanno davvero scrivere. Qualsiasi lettore serio trarrà grande beneficio dalla lettura di questi autori”.

Di Roberto Barbolini
Padre Brown incontra i fratelli Karamazov nell’ Italia degli anni di piombo: cosi si potrebbe condensare in slogan questo nuovo e sorprendente romanzo di Ferruccio Parazzoli, nato da un’idea mai realizzata per il teatro. Il Diavolo che scorrazza tra le pagine di Adesso viene la notte (Mondadori) e un gesuita di Tubinga dall’eloquio specioso ma di scarsa fantasia; Dio, invece, ha i modi semplici e bonari, la tonaca modesta d’un parroco marchigiano.
Riappariranno rispettivamente come barbone e come vetturino, o in altri avatar, nel corso della sfida che l’eterno avversario ha lanciato al Creatore: far entrare il fumo di Satana nel tempio della Chiesa, scardinare la salda fede di Papa Paolo VI, mettendolo davanti al silenzio di Dio e al sacrificio del giusto. Se poi l’agnello sacrificale in questione è Aldo Moro, rapito e infine assassinato dalle Brigate rosse malgrado la supplica personale di Papa Montini, ecco che il noir metafisico si mescola al dramma politico della nostra storia recente, mentre al gusto chestertoniano del paradosso morale, che fa somigliare certi dialoghi tra Dio e Satana a quelli tra Padre Brown e l’amico-nemico Flambeau, s’aggiungono i rovelli dostoevskijani da sempre cari all’autore.
Vero protagonista e vittima sacrificale, Paolo VI s’accampa nella sua fermezza mentre lotta solitario contro quell’essere oscuro e conturbante che esiste davvero e muove il male del mondo. Tre mesi dopo Moro, il Papa morirà. “Adesso viene la notte” saranno le sue ultime, enigmatiche parole.

“Il vestito è il segno che separa l’uomo dall’animale”. A leggere ciò che scriveva il marchese Condorcet quasi tre secoli fa, si potrebbe supporre che il concetto di moda sia universale ed eterno. E invece no: “la moda non si accontenta di essere un fenomeno sociale occidentale; essa è fenomeno occidentale moderno”. A spiegarlo, in un agile saggetto, è Frédéric Monneyron, prof di letteratura generale nientemeno che alla prestigiosissima Universitè de Pèrpignan-Via Domitia.
Nella sua Sociologia della moda, fresca di stampa per i tipi di Laterza, l’esperto racconta la storia della più fortunata invenzione dell’Ottocento. Momento decisivo, un decreto francese rivoluzionario che porta la data dell’8 brumaio dell’anno secondo (e cioè 29 ottobre 1793) che recita: “Nessuna persona dell’uno o dell’altro sesso potrà costringere un cittadino a vestirsi in modo particolare, senza essere considerata e trattata come sospetta e perturbatrice dell’ordine pubblico”.
Di lì, la svolta epocale. Che per molti ha portato negli ultimi tempi ad una vera e propria offensiva di marchi e holding internazionali specializzati nella persuasione del cliente. Anche per questo, Antonio Foglio, che ha passato buona parte della sua vita professionale a svolgere attività di “consigliori” delle più grandi industrie internazionali, ha ora deciso di passare al lato opposto della barricata. E, lancia in resta, si è gettato a capofitto in una difesa del consumatore.
È nato così L’arte dello shopping, arrivato in libreria con l’editore Franco Angeli. Un prontuario ispirato ad un preciso comandamento: “all’arte del vendere si risponde con l’arte del comprare”. E con un chiaro intento: facilitare l’accesso ai prodotti di alta qualità anche ai portafogli più angusti, che “solo in linea teorica non potrebbero permetterselo”.
“Libertè, egalitè, fraternitè”, dicevano i padri giacobini. A distanza di più due secoli, perchè smentirli?

“Lei si chiama Michelle Martin. Dal 1996, è detenuta nella prigione di Namur, in Belgio, condannata a trent’anni di reclusione criminale. Quell’anno, i giornali e le televisioni d’Europa hanno reso il suo nome indissolubilmente associato a quello di Marc Dutroux, allora suo marito”. Inizia così, con parole semplici ma brutali, il romanzo-intervista di Nicole Malinconi sul caso di pedofilia che sta nuovamente scuotendo l’opinione pubblica belga e internazionale. Quello della coppia Dutroux, condannata per aver rapito, violentato e ucciso una quindicina fra ragazze anche minorenni, tra cui Julie e Melissa.
Ovazionato dalla critica, Vous vous appelez Michelle Martin (Lei si chiama Michelle Martin, Editions Denoel) racchiude le confessioni fatte dall’ex moglie di Dutroux alla romanziera belga. Per due lunghissimi anni Nicole Malinconi ha ascoltato con pazienza infinita tutto quello che l’opinione pubblica belga aspettava da anni: “come una donna intelligente e madre di tre bambini abbia potuto compiere atti simili? Fino a che punto un essere umano può avventurarsi nell’oblio delle sue responsabilità?”. A queste domande Michelle Martin non ha mai risposto. Almeno non del tutto. Ma dalla sua testimonianza emerge la discesa in inferno di una moglie totalmente soggiogata a un marito violento, amante di donne e malato. Fino al giorno in cui “ha cominciato a rapire ragazzine, violentarle, per poi rilasciarle. Diceva di farlo per me, perché non sopportavo l’idea che uscisse con altre donne”. A fare le spese di questo torbido rapporto saranno Julie e Mélissa, le due bambine di otto anni rapite, violentate, filmate e lasciate morire di fame incatenate al letto in una stanza della casa della coppia aguzzina. “Avrebbero potuto fuggire, ma non l’hanno fatto” è il commento allucinante di Michelle Martin, che al cospetto dei sequestri e degli omicidii (”non volevo saperne nulla”) ricorda gesti di tenerezza nei confronti della morte di un cane (”non posso vedere soffrire gli animali”). Per la scrittrice Nicole Malinconi è la confessione di troppo. “Solo il silenzio poteva accogliere dichiarazioni simili”. Tra le due donne è ormai guerra fredda. Michelle Martin avrebbe accolto la pubblicazione del libro con tre parole. Semplici e brutali: “Non mi piace”.

Sono state il fenomeno parallelo del rock degli anni ‘60-‘70. Poi pian piano tutto si è dissolto o quasi. Eppure la loro fama è rimasta immutata nel tempo. Non parliamo di canzoni, di gruppi o divi da palcoscenico. Ma di tutto quello che faceva da contorno ai concerti: le groupie. Chi sono? O meglio chi erano le groupie? Erano ragazze libere. Anzi, liberissime. Innamorate della musica e dei musicisti. Giovanissime donzelle (a volte troppo giovani) che seguivano le band. Che frequentavano i dietro le quinte e con le quali le star del rock dividevano spesso e volentieri le stanze d’albergo per notti di passione. Pamela Des Barres è stata una famosa groupie e nel suo ultimo libro Let’s spend the night together, ovvero Stanotte stiamo insieme, come la notissima canzone dei Rolling Stones, ha messo il naso nella vita privata di queste ormai ex ragazze terribili. Ha cercato, con maestria ed esperienza, di cavarne fuori momenti particolari e aneddoti interessanti sulle loro avventure con le star della musica mondiale. Il volume fa seguito alla sua autobiografia Io sto con la band, nella quale ha messo a nudo sé stessa.
Stanotte stiamo insieme (edito da Castelvecchi, 18 euro) è, invece, un lungo viaggio attraverso la memoria e soprattutto attraverso personaggi del calibro di Frank Zappa, Patti D’Arbanville, Cynthia Plaster Caster, Catherine James, Bob Dylan, David Bowie, Cat Stevens, l’immenso Keith Richards e i fratelli Van Halen. Le interviste di Pamela Des Barres alle più famose groupie non solo rievocano i tempi andati, ma allo stesso tempo cercano di mettere a fuoco la vita attuale di queste “nonne e mamme-rock”. Il senso vero del libro, però, si trova nella definizione più banale del mondo della musica: sesso, droga e rock&roll. Mai sintesi fu più azzeccata.

“La Rivoluzione francese sembra magnifica a chi la conosce male, terribile a chi la conosce meglio, grottesca a chi la conosce bene.” Così Nicolás Gómez Dávila liquidava il momento fondante della società democratica borghese. Momento che come ogni altro fenomeno umano porta con sé contraddizioni, chiaroscuri e pieghe insondabili. Le istanze di fratellanza, uguaglianza e libertà francesi trovano la loro contraddizione oltreoceano, nelle colonie, laddove l’universalità di quei valori viene meno. Diversi gradi di fratellanza, uguaglianza e libertà, tanti quanti i colori della pelle della gente di Haiti. La eco della rivoluzione per antonomasia arriva ai caraibi dove si consuma una delle tante vicende che la storia sembra aver relegato in un angolo. La storia, ma non la letteratura.
Sugli scaffali delle librerie italiane è finalmente arrivato, Il Napoleone nero (896 pp., 26 €), terzo volume della monumentale trilogia di Madison Smartt Bell edita da Alet e dedicata a quel frammento di storia perso nelle pieghe del tempo che rende il pensiero di Dávila vivido e cristallino, perché Haiti è uno dei tanti specchi della Revolución, forse il più oscuro, eppure l’immagine che rimanda è perfetta, vibrante, nitida.
Lo scrittore americano mette in moto un meccanismo narrativo degno di Guerra e Pace. La trilogia è attraversata da una polifonia di voci che rende vorticosa la lettura e come una spirale converge verso la figura che incarna l’intera Haiti. Il Napoleone nero, Toussaint Louverture, Spartaco moderno in odore di voodoo, è alla testa della rivolta della gens de couleur contro il governo coloniale che concede i diritti politici solo a mulatti e neri nati liberi (maroons) escludendo gli schiavi. La Francia spaventata dalla portata della piccola rivoluzione, revoca ben presto i diritti anche ai maroons che aderiscono così, opportunisticamente, alla ribellione.
Smartt Bell descrive, con dovizia di particolari, massacri e follie lasciando il lettore a scrutare i perturbanti abissi di chi si abbandona con languore caraibico all’orrore, al cuore di tenebra, all’oscurità.
Nel primo volume Quando le anime si sollevano, edito prima da Instar e poi da Alet, la vicenda haitiana si rivela in tutta la sua ferocia come il contraltare di quella francese, e per esteso della modernità. La rivoluzione trionfa e si vendica degli oppressori. Nel secondo, Il signore dei Crocevia, sempre per Alet, la storia riprende dal 1794, con Spagna, Inghilterra e Francia intente a ottenere il controllo dell’isola in modo che nessun altra colonia osi fare suoi gli ideali rivoluzionari, monopolio della borghesia parigina. Ma sotto la guida di Toussaint i focolai di rivolta si moltiplicano all’insegna della lotta senza quartiere fino al 1803.
È nel terzo volume che Toussaint Louverture deve misurarsi con il Napoleone bianco, il contraltare, lo yang, il rovescio della medaglia. Ancora una volta un gioco di specchi e di rimandi. Ancora una volta sebbene i colori siano definiti, tutto si gioca in quello spazio grigio che li separa e contemporaneamente li unisce. Louverture, come Bonaparte a cui si rivolge come il “primo tra i neri al primo tra i bianchi…”, mira in alto. Vuole abolire definitivamente e con un secolo di anticipo la schiavitù e liberare Haiti. Come Bonaparte troverà la sua debacle. Sconfitto dall’ombra di un tradimento in una delle tante vicende umane, magnifiche, terribili e grottesche.
LEGGI UN ESTRATTO de Il Napoleone nero

Rocco Tanica, che suona la pianola nel complesso di Elio e le Storie Tese (quest’anno condurranno il Dopofestival), pubblica il suo primo libro, in uscita in questi giorni per Bompiani.
Per Tanica, questo debutto letterario si propone come risposta italiana alle seguenti domande: ”Senta, potrebbe inanellare una nutrita serie di racconti brevi, saggi brevi, testi teatrali brevi, poesie brevi, articoli brevi? E potrebbero i racconti affrontare argomenti quali l’amore tra principesse e mugnai decapitati, l’emotività che induce a sparare al proprio piede e la presenza di alieni nei capoluoghi di regione? E potrebbero i saggi trattare materie quali la musica, il giuoco, il volo e il galateo? E potrebbero i testi teatrali veicolare contenuti quali l’amicizia tra sosia di Joe Pesci, il coming out eterosessuale e le riprese del film del film del film di un film? E potrebbero le poesie toccare temi quali le dottrine politiche e le affettuosità erogate a pagamento? E potrebbero gli articoli contenere riferimenti ad assassini - seriali o una tantum -, celebrità defunte e testate giornalistiche sussiegose? E se sí, rimarrebbe spazio per il sunto in cento parole di cinque classici della letteratura italiana?”.
Il libro racconta Tanica - era già in tipografia quando si è aggiunto l’interrogativo del proverbiale ritardatario: ”E un inserto a fumetti (brevi)? Non ci starebbe anche un inserto a fumetti?. E ferma le rotative, e inserisci l’inserto, e fai ripartire le rotative. ‘Scritti scelti male’ risponde a tutt’e otto, anzi nove, le domande”. Potevate aspettarvi qualcosa di diverso?
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Una buona notizia per chi teme che le discoteche e gli outlet di moda rubino spazio alla cultura nel tempo libero degli italiani.
Tra i grandi magazzini dove fare compere a buon mercato, è nato, sabato scorso, anche l’outlet del libro. Si trova in Monferrato, nel cuore del Villaggio del Libro di Frassineto Po (AL) e ha preso il posto di una discoteca. Le ex piste da ballo sommate alle ex aree del privé e del bar ospitano ora migliaia di volumi, in un ambiente di quasi 1000 metri quadrati. Qui si possono trovare tutti quei libri (sia in catalogo sia fuori catalogo) ormai diventati di difficile reperibilità per il lettore o il collezionista appassionato, nel normale circuito librario nazionale. Il Booklet - così è stato ribattezzato l’edifico - voluto e creato da tre nomi storici dell’editoria italiana: Gerardo Mastrullo (fondatore della casa editrice La Vita Felice dopo molti anni trascorsi in Garzanti), Claudio Maria Messina (gruppo Robin Biblioteca del Vascello), ed Enrico Moretti (Moretti & Vitali).
La megalibreria (che inizialmente sarà aperta tutti i sabati e le domeniche dalle 9 alle 13,30 e dalle 14,30 alle 19,00) si inserisce nel progetto Libri in Porto, ideato dal senatore Angelo Muzio, dall’editore Claudio Maria Messina e dallo scrittore Bruno Gambarotta e che dal 2003 ha legato Frassineto Po ed il Monferrato a una iniziativa eccezionale nel suo genere: quella di diventare un Villaggio del Libro. Un luogo dove i libri non muoiano mai, dove anche le pagine piú antiche o già dimenticate, quelle rare o semplicemente curiose e la cultura di cui sono espressione continuino a vivere.

Una storia tra finzione e realtà, in cui anche i militari italiani sono impegnati nella caccia dello sceicco del terrore. Non uccidete Bin Laden (Mursia), in questi giorni in libreria, è un giallo scritto da uno che conosce bene luoghi, persone, e modalità operative. Si tratta dell’ex ufficiale alpino Filippo Pavan Bernacchi, 40 anni, di Vicenza, con due romanzi ambientati tra le forze armate già all’attivo e diverse missioni ‘fuori area’ alle spalle.
La vicenda ha inizio nel 2003, quando il sergente John Wilson, tiratore scelto dei Berretti Verdi americani di stanza tra Afghanistan e Pakistan, sta per eliminare Osama Bin Laden. Ma all’ultimo giunge il contrordine. Una potente organizzazione che gestisce la produzione mondiale degli armamenti ha interesse a mantenere in vita il terrorista più ricercato del pianeta. Si mette così in moto un servizio segreto indipendente, guidato da un agente dell’Fbi e da un ex ufficiale dell’Esercito, che dà vita a una caccia all’uomo in cui vengono coinvolti anche i militari italiani in missione all’estero.
Se la storia è frutto di invenzione, reali sono luoghi, ambienti e culture descritte da un esperto del settore, che racconta il lavoro quotidiano dei soldati italiani in Afghanistan. Il romanzo - oltre a scrutare dietro alle maglie del terrorismo internazionale e ad aprire una finestra sul mondo afgano, con i suoi drammi e le sue contraddizioni - è dunque anche una sorta di reportage sull’Esercito italiano di oggi, e sulle truppe Alpine in particolare, sul loro modo di operare e sui compiti che sempre più spesso le vedono impegnate all’estero.

Di Manuela Grassi
Sui sedili posteriori della sua Lincoln, in una mattina di marzo, l’avvocato Mickey Haller inspira l’aria fresca del deserto del Mojave, gravida di primavera e di promesse. La sua automobile è il suo studio: da lì telefona, corre da un’aula giudiziaria a un carcere, copre il più velocemente possibile le lunghe distanze di Los Angeles, grazie all’autista Earl, un ex spacciatore ora sulla retta via. La sua clientela non è prestigiosa, venditori di crack, prostitute, magnaccia, truffatori, ma proprio quella mattina il penalista ha pescato un pesce d’oro, un playboy di Beverly Hills, accusato di violenze su una donna. E la vita gli sorride mentre pensa alla parcella.
Haller è l’eroe un po’ ammaccato di Avvocato di difesa (Piemme), il nuovo libro di Michael Connelly che è anche il suo debutto nel genere caro a John Grisham: il legal thriller. Naturalmente lo affronta alla sua maniera: il romanzo, pur essendo accurato nei dettagli, privilegia l’umanità dei personaggi piuttosto che il tecnicismo della materia legale.
Ogni tanto Connelly prende una breve vacanza dal suo alter ego, il detective Harry Bosch, al quale ha dedicato la maggior parte delle sue opere. “Il legal thriller mi ha sempre affascinato, fin da quando lessi Il buio oltre la siepe di Harper Lee” racconta lo scrittore, grande, grosso e pacato. Non è un caso che il padre mai conosciuto di Bosch fosse il noto penalista J. Michael Haller. Al suo funerale il detective (Connelly lo racconta nel romanzo Ghiaccio nero) intravede i suoi fratellastri, tra loro Mickey Haller.
Se c’è una figura professionale che gode di cattiva stampa negli Stati Uniti è l’avvocato, quasi peggio del giornalista…
Per anni ho fatto il cronista di cronaca nera e ho seguito il lavoro della polizia e le aule di giustizia, i giudici e gli avvocati. Gli avvocati della difesa, è vero, vengono spesso trattati malissimo, e questo ha suscitato il mio interesse, perché se pensiamo che chiunque in tribunale ha diritto alla miglior difesa possibile… Ho aspettato a lungo prima di trovare una storia che potessi usare per un romanzo.
È vero che Haller si ispira a un avvocato in carne e ossa?
Sì, l’ho incontrato a una partita di baseball al Dodger stadium: mi raccontò che lavorava nel retro della sua Lincoln, attrezzata come un ufficio, mi ha dato un sacco di dritte.
Ce ne sono molti nella contea di Los Angeles?
Non credo, l’ordine degli avvocati lo proibisce. Tant’è vero che nel romanzo Haller ha una base fissa nell’ufficio di un’amica. Poi usa stratagemmi come quello di chiamare con prefissi diversi, in modo da far credere ai suoi interlocutori di essere in zona.
Nel romanzo lei dice: se J. Michael Haller fosse vivo, avrebbe voluto difendere Saddam Hussein.
Il sistema giudiziario americano si basa sull’idea che chiunque possa dimostrare la propria innocenza, confutare le prove a suo carico. Nella pratica, tuttavia, gli avvocati hanno spesso a che fare con autori di crimini efferati, assassini di bambini. Clienti che fanno appello al loro diritto di difendersi strenuamente, anche quando tutti sanno che sono colpevoli.
Nello stesso tempo lei sostiene che il cliente più difficile è il cliente innocente. Mickey è ossessionato dall’idea di non saper riconoscere l’innocenza.
La sfida è più alta se hai un cliente innocente, non puoi commettere errori, se no avrai un senso di colpa per il resto della vita.
Ci sono due storie giudiziarie in Avvocato di difesa. Una più romanzesca, e riguarda il ricco e astuto sadico Louis Ross Roulet. L’altra più realistica sul povero diavolo Jesus Menendez, in galera perché Haller lo ha convinto a dichiararsi colpevole.
C’è il predatore che ha infierito su due donne e forse peggio. Ma per il personaggio di Mickey Haller volevo una sfida più complessa. Così ho immaginato che avesse commesso un errore, che fosse incalzato dal senso di colpa perché un uomo innocente è in prigione e un altro forse colpevole è libero. Volevo dargli la possibilità di redimersi non solo per questo errore, ma per tutte le cose sbagliate della sua vita.
Le due ex mogli di Haller fanno capire che non è un tipo facile, però gli vogliono bene. Haller è uno a cui interessano solo i soldi o è un finto cinico?
La realtà è che gli avvocati passano la loro vita nel tentativo di essere pagati. Nella trincea della difesa penale hanno la vita dura. Ho trascorso un sacco di tempo con loro ed è ciò che ho visto.
Poi ci sono i giudici, che sono eleggibili e quindi subiscono molte pressioni. Lei ne dipinge uno, Orton Powell, che ormai a fine carriera si vendica con comportamenti eccentrici, visto che ormai non deve più rispondere a nessuno.
Sì, è successo che qualche giudice non è stato rieletto per il modo in cui ha condotto un processo. Poi ci sono i media, a Los Angeles trasmettono nove tv locali, che significa la copertura massiccia di ogni movimento che fai.
C’è poi un grande formalismo nel processo americano. Lei cita il caso O.J. Simpson a esempio.
Ci sono un’infinità di dettagli formali, è vero. E il giudice è lì per sorvegliare che ogni regola sia rispettata. Ma c’è anche la routine, che avvocati come Mickey Haller conoscono bene: per loro è una macchina perfettamente oliata.
Nel suo nuovo romanzo fa incontrare i due fratellastri Hyeronimus Bosch e Mickey Haller.
Sì, in The Brass verdict, che esce negli Stati Uniti il prossimo ottobre, un avvocato viene assassinato e Haller è chiamato dal giudice a sostituirlo. Bosch è il detective che indaga sull’omicidio.
Si amano o si detestano?
Al momento sono antagonisti, perché Bosch pensa che Haller sappia qualcosa sull’omicidio e lo tenga nascosto. Ma alla fine dovranno lavorare insieme alla soluzione del caso.
È una detective story o un legal thriller?
Il punto di vista è quello di Haller, quindi è un legal thriller.
Ci ha preso gusto?
Mi pare evidente.
Un suo racconto autobiografico ricorda l’attimo che ha deciso la sua vocazione: quando a 16 anni vide un uomo nascondere una pistola.
È il motivo per cui sono uno scrittore, ho visto quel tipo disfarsi di una pistola e ho aiutato la polizia a scoprire che cosa era successo.
Poi l’hanno preso?
No. Mi fecero fare il riconoscimento, ma non fu possibile perché tra quegli uomini non c’era quello che avevo visto. La polizia pensò che non avessi voluto riconoscerlo per paura. Non era così: io ho fatto la cosa giusta, ma loro non avevano il tizio giusto. Mi ha fatto capire tante cose.

Una terra di fuoco e di violenze. Peggio: “un caos di morti e di menzogne, dove delle ombre umane lottano per sopravvivere”. Ecco cosa sono oggi Groznyj e la Cecenia oggi, o almeno ecco come appaiono a Milana Terloeva, giornalista nata ventisette anni fa nell’allora Repubblica autonoma dell’Urss.
Ho danzato sulle rovine (Corbaccio 2008, pp. 188, euro 14,00), da mercoledì 20 febbraio in libreria, è un diario dove tragedia geopolitica e privazioni indiscriminate si intrecciano nella storia (autobiografica) di una giovane donna che emigra a Parigi per poi decidere di fare ritorno in terra cecena e fondare così un giornale indipendente.
“In Cecenia sopravvivere è già resistere” scrive la Terloeva in una delle pagine più belle di questo diario pubblico, che passa in rassegna dodici anni di conflitti, ormai sprofondati nel silenzio di quasi tutti mass media occidentali.
Per la giovane giornalista, le responsabilità sono collettive, e difatti nessuno è risparmiato: “noi, i ceceni, eravamo soli al mondo e così saremmo rimasti. Nessuno, proprio nessuno, sarebbe mai venuto in nostro aiuto. Questa sensazione non mi ha più abbandonata, malgrado i miei amici ripetessero continuamente che l’Europa, la comunità internazionale, gli Stati Uniti, i nostri ‘fratelli musulmani’ o ‘ i democratici russi’ avrebbero messo fine al nostro calvario”.
Una cronaca puntuale e sconcertante, ma anche una secca frustata al linguaggio politicamente corretto che anima le buone intenzioni della parte più paludata delle diplomazie internazionali.

Ridiamo con loro, mai di loro. Potrebbe essere questa la guida per la lettura di 2008: Odissea nell’ospizio. Gli esilaranti strafalcioni dei nonni italiani. Fabio Bianchi, medico in una casa di riposo comasca, e Mario Bianco, esperto di risorse umane e autore di libri umoristici, hanno raccolto aneddoti, frasi strampalate (sotto il titolo “Gerontocomics”) e avventure dei vecchietti incontrati in 25 anni di lavoro.
Da questa epopea dell’ “umorismo involontario” viene fuori un mondo esilarante e tenero, fatto non solo di geniali invenzioni lessicali ma anche di uno spirito che lascia a bocca aperta e di una lucidità mentale che non ti aspetti. Dalle bocche delle nonne e dei nonni, spesso digiune di latino, di inglese e di tecnologia, nasce un modo di resistere ostinatamente (ma sempre a torto?) al mondo che cambia.
Così una meritata pausa diventa “un momento di stand-bike”. Per curare l’alluce valgo si ricorre a un paio di ciabatte “atomiche”. E poi il capitolo parenti e media: “mio figlio usa sempre il computer plantare”, “mio nipote ha un televisore al plasmon”, “mia nuora è esperta di marx media”. Gli strafalcioni continuano a tavola: “posso avere un piatto di baccalà mentecatto?”, “io mangio a squarciagola”, “faranno veramente bene i frammenti lattici?”. E da parte degli over 80 non poteva mancare uno sguardo attento sulle nuove generazioni: “adesso i giovani viaggiano sempre con voli lacoste”.
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