Un salone di bellezza per rivendicare il diritto di essere donna. Bigodini e mechès per ricordare che le donne esistono, anche se indossano il burqa. E così il negozio di parrucchiera della statunitense Deborah Rodriguez, in Afghanistan, nell’ambito di un curioso progetto umanitario rivolto alle donne locali, si è trasformato in un collo di bottiglia per l’intera capitale afghana. Lo racconta la stessa Deborah Rodriguez nel libro La parrucchiera di Kabul che esce adesso anche in Italia per Piemme.
Nella sua scuola-salone di bellezza, i pregiudizi, le discriminazioni, le violenze cui le donne afghane sono spesso confinate hanno imparato a subire una pausa d’arresto, per strozzarsi da sole, mentre l’allegria e la vita hanno cominciato a riprendere quota con la leggerezza di un taglio di capelli o semplicemente di una messa in piega. È questo il miracolo di Crazy Deb, come le sue colleghe statunitensi l’hanno soprannominata. Perché con il suo intervento a Kabul, Deborah Rodriguez, originaria del lontano Michigan, è riuscita a seminare molto più di chi è lì da anni. Insegnando un mestiere che a sua volta insegna alle donne a prendersi cura di sé, una chiave intelligente e ironica per aprire porte più segrete e tabù più antichi.
Deliziose le pagine in cui viene descritto lo spavento di alcune clienti - tra cui un’impiegata di un ministero - che, non avendo mai visto un asciugacapelli in vita loro, hanno reagito gridando e saltando dalla sedia. Dietro ogni riga del romanzo si cela tutto il dolore di un paese che con i Talebani ha raggiunto il picco massimo di repressione culturale. In particolare, il dolore delle donne, costrette a sposare uomini che non amano, a privarsi degli abiti e delle cure che da secoli in tutti i paesi le adornano, a rimanere confinate in casa. Insomma la rinuncia a quel piacere di vivere che Crazy Deb nel suo piccolo ha portato con gioia. Come una folata di vento caldo del deserto.
- Mercoledì 6 Febbraio 2008


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