Michael Connelly: il mio primo legal thriller

Di Manuela Grassi

Sui sedili posteriori della sua Lincoln, in una mattina di marzo, l’avvocato Mickey Haller inspira l’aria fresca del deserto del Mojave, gravida di primavera e di promesse. La sua automobile è il suo studio: da lì telefona, corre da un’aula giudiziaria a un carcere, copre il più velocemente possibile le lunghe distanze di Los Angeles, grazie all’autista Earl, un ex spacciatore ora sulla retta via. La sua clientela non è prestigiosa, venditori di crack, prostitute, magnaccia, truffatori, ma proprio quella mattina il penalista ha pescato un pesce d’oro, un playboy di Beverly Hills, accusato di violenze su una donna. E la vita gli sorride mentre pensa alla parcella.
Haller è l’eroe un po’ ammaccato di Avvocato di difesa (Piemme), il nuovo libro di Michael Connelly che è anche il suo debutto nel genere caro a John Grisham: il legal thriller. Naturalmente lo affronta alla sua maniera: il romanzo, pur essendo accurato nei dettagli, privilegia l’umanità dei personaggi piuttosto che il tecnicismo della materia legale.
Ogni tanto Connelly prende una breve vacanza dal suo alter ego, il detective Harry Bosch, al quale ha dedicato la maggior parte delle sue opere. “Il legal thriller mi ha sempre affascinato, fin da quando lessi Il buio oltre la siepe di Harper Lee” racconta lo scrittore, grande, grosso e pacato. Non è un caso che il padre mai conosciuto di Bosch fosse il noto penalista J. Michael Haller. Al suo funerale il detective (Connelly lo racconta nel romanzo Ghiaccio nero) intravede i suoi fratellastri, tra loro Mickey Haller.
Se c’è una figura professionale che gode di cattiva stampa negli Stati Uniti è l’avvocato, quasi peggio del giornalista…
Per anni ho fatto il cronista di cronaca nera e ho seguito il lavoro della polizia e le aule di giustizia, i giudici e gli avvocati. Gli avvocati della difesa, è vero, vengono spesso trattati malissimo, e questo ha suscitato il mio interesse, perché se pensiamo che chiunque in tribunale ha diritto alla miglior difesa possibile… Ho aspettato a lungo prima di trovare una storia che potessi usare per un romanzo.
È vero che Haller si ispira a un avvocato in carne e ossa?
Sì, l’ho incontrato a una partita di baseball al Dodger stadium: mi raccontò che lavorava nel retro della sua Lincoln, attrezzata come un ufficio, mi ha dato un sacco di dritte.
Ce ne sono molti nella contea di Los Angeles?
Non credo, l’ordine degli avvocati lo proibisce. Tant’è vero che nel romanzo Haller ha una base fissa nell’ufficio di un’amica. Poi usa stratagemmi come quello di chiamare con prefissi diversi, in modo da far credere ai suoi interlocutori di essere in zona.
Nel romanzo lei dice: se J. Michael Haller fosse vivo, avrebbe voluto difendere Saddam Hussein.
Il sistema giudiziario americano si basa sull’idea che chiunque possa dimostrare la propria innocenza, confutare le prove a suo carico. Nella pratica, tuttavia, gli avvocati hanno spesso a che fare con autori di crimini efferati, assassini di bambini. Clienti che fanno appello al loro diritto di difendersi strenuamente, anche quando tutti sanno che sono colpevoli.
Nello stesso tempo lei sostiene che il cliente più difficile è il cliente innocente. Mickey è ossessionato dall’idea di non saper riconoscere l’innocenza.
La sfida è più alta se hai un cliente innocente, non puoi commettere errori, se no avrai un senso di colpa per il resto della vita.
Ci sono due storie giudiziarie in Avvocato di difesa. Una più romanzesca, e riguarda il ricco e astuto sadico Louis Ross Roulet. L’altra più realistica sul povero diavolo Jesus Menendez, in galera perché Haller lo ha convinto a dichiararsi colpevole.
C’è il predatore che ha infierito su due donne e forse peggio. Ma per il personaggio di Mickey Haller volevo una sfida più complessa. Così ho immaginato che avesse commesso un errore, che fosse incalzato dal senso di colpa perché un uomo innocente è in prigione e un altro forse colpevole è libero. Volevo dargli la possibilità di redimersi non solo per questo errore, ma per tutte le cose sbagliate della sua vita.
Le due ex mogli di Haller fanno capire che non è un tipo facile, però gli vogliono bene. Haller è uno a cui interessano solo i soldi o è un finto cinico?
La realtà è che gli avvocati passano la loro vita nel tentativo di essere pagati. Nella trincea della difesa penale hanno la vita dura. Ho trascorso un sacco di tempo con loro ed è ciò che ho visto.
Poi ci sono i giudici, che sono eleggibili e quindi subiscono molte pressioni. Lei ne dipinge uno, Orton Powell, che ormai a fine carriera si vendica con comportamenti eccentrici, visto che ormai non deve più rispondere a nessuno.
Sì, è successo che qualche giudice non è stato rieletto per il modo in cui ha condotto un processo. Poi ci sono i media, a Los Angeles trasmettono nove tv locali, che significa la copertura massiccia di ogni movimento che fai.
C’è poi un grande formalismo nel processo americano. Lei cita il caso O.J. Simpson a esempio.
Ci sono un’infinità di dettagli formali, è vero. E il giudice è lì per sorvegliare che ogni regola sia rispettata. Ma c’è anche la routine, che avvocati come Mickey Haller conoscono bene: per loro è una macchina perfettamente oliata.
Nel suo nuovo romanzo fa incontrare i due fratellastri Hyeronimus Bosch e Mickey Haller.
Sì, in The Brass verdict, che esce negli Stati Uniti il prossimo ottobre, un avvocato viene assassinato e Haller è chiamato dal giudice a sostituirlo. Bosch è il detective che indaga sull’omicidio.
Si amano o si detestano?
Al momento sono antagonisti, perché Bosch pensa che Haller sappia qualcosa sull’omicidio e lo tenga nascosto. Ma alla fine dovranno lavorare insieme alla soluzione del caso.
È una detective story o un legal thriller?
Il punto di vista è quello di Haller, quindi è un legal thriller.
Ci ha preso gusto?
Mi pare evidente.
Un suo racconto autobiografico ricorda l’attimo che ha deciso la sua vocazione: quando a 16 anni vide un uomo nascondere una pistola.
È il motivo per cui sono uno scrittore, ho visto quel tipo disfarsi di una pistola e ho aiutato la polizia a scoprire che cosa era successo.
Poi l’hanno preso?
No. Mi fecero fare il riconoscimento, ma non fu possibile perché tra quegli uomini non c’era quello che avevo visto. La polizia pensò che non avessi voluto riconoscerlo per paura. Non era così: io ho fatto la cosa giusta, ma loro non avevano il tizio giusto. Mi ha fatto capire tante cose.

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