Archivio di Febbraio, 2008

Terzani in Cambogia: il diario di un abbaglio

Uomini e donne vestiti di nero, con la pelle grigia per la malaria e gli stenti della vita nella giungla, i fucili a tracolla, gli sguardi assenti, pronti a ripetere alle loro vittime: “A tenerti in vita non c’è niente di guadagnato, a ucciderti non c’è niente di perso”. Tiziano Terzani descrisse così i khmer rossi quando li vide per la prima volta. Le sue corrispondenze dalla Cambogia sono raccolte ora in un libro, Fantasmi (Longanesi), che esce il 14 febbraio, a quasi quattro anni dalla morte del giornalista e scrittore.
“Mi sono resa conto che in questi ultimi anni era stato posto l’accento sul Tiziano degli ultimi libri, ma in realtà non c’è stata mai cesura con il suo passato”, ha spiegato la moglie, Angela Terzani Staude. Di qui la decisione di pubblicare in italiano i tre scritti usciti in Germania come Olocausto in Cambogia, ma anche i dispacci inviati da Terzani come corrispondente dal Paese asiatico a Der Spiegel, al Giorno, all’Espresso, al Messaggero, a Repubblica, al Corriere della Sera. Testi che documentano “il fascino che Tiziano, uomo di sinistra e appassionato dei fatti” ha sottolineato la moglie “avvertì per un mondo trasognato, pieno di fantasie e superstizioni. Ma anche la sua disillusione nei confronti dei khmer rossi, che aveva sostenuto e che poi si macchiarono di un genocidio che fu uno degli eventi più terrificanti del secolo scorso”, costato la vita a due milioni di persone.

In libreria l’ultima opera di Benazir Bhutto: Riconciliazione

Cinque giorni prima di morire in un attentato nel dicembre dello scorso anno, Benazir Bhutto, leader dell’opposizione democratica pakistana, consegnò al suo agente letterario Riconciliazione. L’Islam, la democrazia, l’Occidente, libro che ora esce in Italia (Bompiani, pp.442, euro 20).
Quella che doveva essere un’analisi che avrebbe accompagnato Benazir Bhutto nella sua attività di governo del Pakistan e nella gestione dei precari equilibri politici in cui il Pakistan è coinvolto si è trasformata in un testamento politico. E Benazir Bhutto - cui la dittatura militare pakistana aveva già sottratto il padre e il fratello, e che era stata costretta alla detenzione prima e all’esilio dalla sua terra poi - dimostra in questa sua ultima testimonianza, ancora una volta, tutto il suo coraggio, condannando “aspramente non solo il fondamentalismo islamico, ma anche l’Occidente, e gli Stati Uniti in particolare, per aver condotto negli anni una politica cinica e scellerata che li ha portati a sostenere gli stessi fondamentalisti islamici e la dittatura militare del generale Zia, in funzione antisovietica”. Ma da queste pagine emerge anche la visione che una riconciliazione è possibile. E forse è proprio questa fede incrollabile che l’ha condotta, con assoluta consapevolezza, al sacrificio della propria vita. Di Benazir Bhutto, la Bompiani editerà anche un’autobiografia, Figlia del destino, di prossima pubblicazione.

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Libri gratis da HarperCollins. L’editoria in versione download

La notizia è arrivata sul mercato editoriale come un fulmine a ciel sereno, facendo capire che per i libri sta accadendo quello che è successo con la musica. La HarperCollins, una delle più importanti case editrici del mondo ha, infatti, cominciato ad offrire ai suoi lettori la possibilità di scaricare dal web completamente gratis alcuni dei suoi libri in uscita. Non estratti, come già accadeva sullo stesso sito, né capitoli a buon mercato, come da tempo fa già un’altra importante concorrente come la Random House, bensì volumi interi. E gli autori scelti sono di tutto rispetto, abituati alle grandi vendite e al successo di pubblico.

Per il momento cliccando sull’home page del sito è possibile scaricare gratuitamente l’ultima novità di Paulo Coelho, The Witch of Portobello (“La strega di Portobello”) oppure I dream in Blue di Roger Director o The undecided Voter’s Guide to the next President di Mark Halperin, tutte firme straconosciute dell’empireo letterario mondiale. Riguardo a Coelho, poi, l’intenzione, secondo quanto annunciato dalla stessa casa editrice, è di consentire ai lettori di scaricare un suo diverso titolo ogni mese per un anno.

Perché questa iniziativa? “Perché il modo migliore per vendere libri è dare ai lettori la possibilità di leggere una parte di essi” ha dichiarato Jane Friedman, amministratore delegato della HarperCollins Publishers Worldwide. Ma in molti sostengono che è solo un tentativo di far aumentare in modo considerevole gli accessi al sito, aumentando così anche le vendite.

Gli scrittori si dicono entusiasti, a partire da Coelho, da tempo sostenitore del free web, almeno per la sua letteratura. Ma leggendo bene fra le righe si scopre che, a parte le opere dello scrittore brasiliano, l’iniziativa della HarperCollins durerà solo un mese. I “free books”, come sono stati ribattezzati, inoltre, non saranno compatibili con i computer portatili e con Kindle, il lettore di libri elettronici venduto da Amazon. Anche la funzione di stampa è stata annullata. Insomma, liberi di leggere ma ancora con delle regole.

Internet, lavagne di pixel, classi virtuali: la scuola diventa digitale

http://www.flickr.com/photos/52636849@N00/204934333/

Non c’è bisogno di essere troppo anziani per considerare il blog o la posta elettronica come utilissimi strumenti. Per lavorare, comunicare o divertirsi. Bisogna invece essere “nativi digitali“, cresciuti a pane e Internet, per considerarli parte integrante del proprio sé e delle proprie relazioni sociali.
I digital native - l’Ocse definisce tali i nati dopo il 1985 - sono abituati a interagire attraverso computer e cellulari, a intrecciare relazioni via web, a far coincidere la propria identità personale con quella digitale. Un approccio radicalmente diverso dai “figli del libro”, da quelle generazioni di genitori e insegnanti cresciuti in un’epoca di “diffusione della produzione industriale di massa, dei mezzi di comunicazione di massa (in primis la televisione, ma anche la radio e il cinema) e da una modalità di relazioni sociali e comunicative” per molti aspetti passive. Almeno in confronto al modello di questi ultimi anni, caratterizzato da “un ruolo sempre più attivo dei consumatori, degli utenti dei media e anche degli studenti e dei formandi rispetto ai decisori: da un modello pochi-molti a un modello tutti-tutti”. In questo processo hanno giocato un ruolo fondamentale i “personal media digitali”.
Su questi presupposti si sviluppa il saggio di Paolo Ferri (La scuola digitale, Bruno Mondadori), che affronta il problema di quale linguaggio comune possa mettere in relazione le generazioni pre e post rivoluzione Internet.
Il libro, molto documentato, si tiene giustamente alla larga dalle facili generalizzazioni in cui spesso inciampano i mass media (il web come fonte di ogni male). E spiega, racconta e accoglie le dimensioni della cooperazione e della condivisione in rete che caratterizzano il cosidetto web 2.0, per provare a capire quale potrebbe essere la scuola di domani. O anche di oggi, se si guarda per esempio all’Islanda o agli Stati Uniti (e solo in casi eccezionali all’Italia).
Da una parte, un’ottica educativa (quella dei “figli di Gutenberg”) lineare e omogenea, che ha un inizio e una fine (il libro) e si basa su un rapporto frontale tra insegnante e studenti. Dall’altra un percorso formativo a rete, un continuum modificabile e modulabile all’infinito: una scuola digitale, appunto, capace di uscire - anche fisicamente - da se stessa. “Internet, Ipod, lavagne digitali e classi virtuali si affiancano e trasformano” le modalità di apprendimento ne ridefiniscono secondo Ferri i tempi e gli spazi. Basti pensare a prestigiose università come quelle di Harvard e Stanford, che permettono ai loro studenti di scaricare i podcast delle lezioni, per ascoltarle in differita e “continuare” la formazione in metropolitana o nella propria stanza.

L’anarchico e il diavolo fanno cabaret

Norman Nawrocki non poteva scrivere un libro di facile etichettatura. Non è nel suo dna di canadese figlio di immigrati polacco-ucraini, che a 14 anni scrive un libro intitolato Perché sono un anarchico e oggi è musicista e poeta, attore e cabarettista, autore ed educatore sessuale.
Negli anni Novanta, con la band Rhythm activism viaggia per l’Europa in un rockambolesco tour che attraversa nove paesi in sette settimane. Dunque, L’anarchico e il diavolo fanno cabaret, uscito nel 2003 in Canada e proposto ora in versione italiana (editrice il Sirente, 12,50 euro), è, tra l’altro, un diario di viaggio rock.

Norman e gli altri, anarchici ma eclettici, si plasmano ogni volta sulla platea che hanno davanti, a seconda del club, o garage, o angolo di strada in cui si trovano a suonare. Non è una spersonalizzazione ma un modo per dialogare, per accogliere, quasi che l’anima collettiva della massa spettatrice possa salire gli scalini e arrivare sul palco, per essere ritrasmessa. E forse è proprio così che avviene. Grazie alla magia della fusione non solo gli spiriti si scatenano, ma si torna tutti a casa con la sensazione di aver preso parte a qualcosa, a uno scambio.
Questi pirati non passano a volo d’angelo sulle città dove suonano, non si arroccano nelle suite degli hotel (anche perché non potrebbero permettersele) ma vivono i marciapiedi, i pullman, le case occupate. Scrive Nawrocki: “la musica, il teatro, lo slancio ad esibirsi sono solo una parte di questa storia a volte triste, a volte esilarante, di uno speciale tour europeo visto attraverso i miei occhi iniettati di sangue”.

L’altra parte della storia sono piccoli ritratti di minoranze invisibili, artisti di strada, emigranti, vecchi senza soldi che sognano di rovesciare la realtà e intanto si accontentano di raccontare qui la propria, aprendo nell’animo di chi legge uno spiraglio di luce, fastidiosa ad occhi non abituati.

E poi c’è lo zio Harry e le sue lettere, che sono un libro nel libro. Non è andato in Canada con il fratello Franek, ma è rimasto in Polonia a combattere i nazisti prima, la fame poi. Harry che vaga per l’Europa e non si fa trovare è uno di quegli invisibili. “Benché non possa rivedere queste persone, potrebbero essere i miei vicini o i vostri, la donna licenziata la scorsa settimana o il tipo che invecchia sulla panchina alla fermata dell’autobus”. O perfino un consanguineo, Norman.

Keitai: il romanzo si scrive col telefonino

Di Alberto Castelvecchi

“Che cosa stai scrivendo, Rin?”. “Niente, un romanzo sul cellulare”. “Smettila con queste fantasie e va’ a letto, è tardi”. Questa storia comincia in un sobborgo di Tokyo, uno di quei labirinti di case basse in cui vivono milioni di giapponesi. Rin ha vent’anni e come tante sue coetanee è una “otaku”, una ragazza fissata con internet e il telefonino, passa ore e ore chiusa nella sua cameretta a “chattare”, scrivere, fare amicizie in rete. Socializzare col telefonino è lo stile di vita che ha contagiato milioni di giovani nel mondo, ma in Giappone è ormai una vera mania.
I cellulari in commercio nel Sol Levante sono potentissimi, hanno connessioni in banda larga, schermi in alta definizione e ormai hanno soppiantato tutto: non hai bisogno di un pc, non devi portare in tasca una carta di credito e non ti serve un lettore cd. Tutto, dal fare acquisti all’ascoltare musica e vedere programmi, passa per il telefonino. Ricordate le profezie sulla morte del libro, sulla fine dell’editoria stampata e il trionfo del libro elettronico? Benvenuti nel futuro: Rin, come un’intera generazione di giapponesi, ha tagliato i ponti con la carta.
Sta seduta sul letto, mangia solo quando si ricorda e febbrilmente scrive e riscrive il suo romanzo. Pagine fatte di frasi brevi, descrizioni ridotte all’osso, un linguaggio che nasce più dalle emozioni e dalla poesia quotidiana che dalla letteratura. Esce di casa, cammina a testa bassa continuando a scrivere, tanto conosce il percorso fino alla metropolitana a memoria, e va veloce, con i pollici delle due mani che schizzano impazziti da un tasto all’altro.
Appena ha un attimo libero si connette alla rete e carica la sua storia, capitolo dopo capitolo, su un portale internet frequentato da milioni di lettori. E così Se tu (If You), la sua storia fatta di frasi brevi e spezzate come un singhiozzo, diventa un caso internazionale. Il primo best-seller del mondo che non ha avuto bisogno delle librerie per contagiare un pubblico di appassionati e devoti lettori.
Che poi sono anche loro, tutti, un po’ scrittori. Questa letteratura è figlia del bisogno di contatto, dell’attimo fuggente fatto di puntini luminosi che riesce a vincere l’immensa solitudine dei ragazzi. Stressati fino all’inverosimile da una scuola che non perdona i falliti, da una società selettiva fino alla tortura psicologica, circondati da un mondo di adulti impegnato a sopravvivere con i minuti contati, i giovani giapponesi hanno inventato un loro mondo magico dove rifugiarsi. E lo hanno fatto da soli, senza aspettare che arrivasse Harry Potter a liberarli.
Ma la storia di Rin ha anche un lieto fine imprevisto: gli editori di libri, di fronte al fenomeno, non rimangono a guardare. La casa editrice Tohan le fa una proposta, il suo libro viene stampato e anche su carta è un trionfo. Mezzo milione di copie vendute in poche settimane.
Il fenomeno del “Keitai”, ovvero la letteratura per telefonino, ormai è un’onda inarrestabile. Mika, un’altra giovanissima che come Rin si firma solo con il nome per rimanere semianonima, ha sbancato le librerie con Il cielo dell’amore, un romanzo ipersentimentale nato dal cellulare.
La cosa interessante è che l’onda sta contagiando anche gli scrittori professionisti, che devono imparare un mestiere nuovo e cambiare stile, se vogliono entrare in questo immenso mercato. È più difficile, per un quarantenne che viene dalla carta stampata, entrare in sintonia con lo stile scarno di questa gioventù bruciata dai pixel, che frequenta feste private “vietate ai maggiori di 19 anni”, che si veste e si trucca come gli eroi dei fumetti anche per andare in centro a fare compere.
Lo stile di queste storie incontra i gusti di un pubblico adolescente che si potrebbe paragonare, in Italia, a quello dei lettori di Federico Moccia. Un pubblico che legge poco o nulla di letteratura tradizionale e ha frequentato più i territori della televisione e del fumetto.
Viene spontaneo chiedersi se la moda dei libri per cellulare attecchirà anche da noi. In Giappone, per esempio, le letterature giovanili vengono studiate con un certo affetto anche dall’università, ma in Europa l’accademia e i critici ufficiali sono lontani anni luce dalla cultura di massa. Se ci guardiamo intorno, i primi segnali ci sono tutti. Anche per i ragazzini nostrani il telefonino è una protesi incollata alla mano, un “piccolo mondo nuovo” portatile, e soprattutto i ragazzi per comunicare non scrivono più e-mail. Quella è roba da vecchi, sa di burocrazia.
I ragazzi si raccontano storie sempre più lunghe e intime come pagine di diario, e solo sul cellulare. Stanno studiando il fenomeno gli esperti italiani di nuovi media, che conoscono meglio l’immaginario dei giovani internauti, e soprattutto si stanno preparando a celebrare le nozze tra internet e i cellulari di nuova generazione.
Ecco da dove nascerà la letteratura cellulare italiana. Basta andare a Roma in piazza del Popolo, dove ogni pomeriggio si riuniscono centinaia di ragazzi con ciuffone esistenzialista, vestiti di tutto punto in stile dark neo-dandy, per capire che qualcosa di simile è già in circolazione. “Io se devo parlare con qualcuno non telefono, scrivo” dice Sabru (Sabrina all’anagrafe, il cognome non conta ovviamente). Sedici anni, gli occhioni più bistrati di un panda seminascosti dai capelli. “Con molti mi racconto piccole storie, o magari facciamo finta di essere noi i protagonisti di una storia a puntate, come un manga, però ambientato nella Roma del futuro”.
“Io scrivo haiku per gli amici” le fa eco Graziano, diciassettenne magro come un chiodo che ama le poesie brevi, di tre versi, che sono uno degli stili classici della lirica giapponese. “Dalla mia pagina web su MySpace abbiamo fatto nascere una cerchia di autori. Non conosco di persona i miei amici che scrivono. Quello non è importante. Non è la faccia che conta, sono i sentimenti”.

LEGGI ANCHE: Mobile books, la nuova moda giapponese - Train Man, romanzo d’amore collettivo

Frattaglie, il fascino del peccato

di Roberta Schira, ed. Ponte alle Grazie (particolare della copertina)

Di Camillo Langone

Sta arrivando un libro per un pubblico adulto. La copertina non osa tantissimo, ma già la dedica è molto esplicita: “A quelli che non hanno paura dei sapori possenti, e che non temono quelle cose che stanno dentro o in fondo, alle volte non tanto pulite”.
Le cose che stanno dentro? In fondo? Non tanto pulite? A questo punto la fantasia vola in direzione del turpe e in effetti il libro in questione parla di frattaglie, il grande rimosso della gastronomia. Sono l’altra faccia del filetto e del carpaccio, carni perbeniste, le preferite dagli ipocriti che fingono di non stare mangiando un animale. Sono gli organi più misteriosi e malfamati, a volte perfino illegali, i cui nomi respingono e nel contempo perversamente attraggono: le branchie, le creste, il diaframma, gli embrioni, la tettina, i testicoli… I sapori possenti, certo. Ma soprattutto il fascino del proibito.
Il libro delle frattaglie pubblicato dalla Ponte alle Grazie è il primo repertorio sistematico e completo sull’argomento. Mai nessuno aveva osato tanto. È firmato da Roberta Schira, ebbene sì, una donna, esponente del genere considerato da sempre il più schifiltoso. Solo un luogo comune di noi maschi sessisti?
Provino i maschi non sessisti a portare giovani donne urbane in ristoranti dove servono milza all’aceto, esofago in insalata e budino di cervella di maiale, poi vediamo l’effetto che fa. Per fortuna ogni regola ha le sue eccezioni, per esempio Davide Oldani nella sua trattoria di Cornaredo è riuscito a far mangiare la trippa alle giornaliste milanesi, come dire a semianoressiche iperschizzinose.
Roberta Schira, molto donna e molto lombarda, corteggiata dai critici gastronomici perché unisce finalmente fascino e palato (commensale perfetta), più che un’eccezione sembra una provocazione vivente. Eppure chi la conosce lo sa, a lei le frattaglie piacciono davvero.
Al punto da corteggiare a sua volta Franco Cazzamali, macellaio supremo, fornitore di proteine dei migliori ristoranti italiani, per ottenere lezioni pratiche su come si taglia e si ritaglia il cosiddetto quinto quarto: ciò che una maggioranza piena di pregiudizi e conformismi considera scarto e una minoranza avventurosa ritiene prelibatezza estrema.
Intendiamoci, non tutte le frattaglie descritte nel libro pescano nel torbido. I grandi chef, specie francesi e francesizzanti, il fegato d’oca e il rognone li hanno sempre lavorati, considerandoli impegnativi banchi di prova. E Il libro delle frattaglie, completo come un’enciclopedia, certo non si dimentica del foie gras. Però sono altre le pagine che attraggono i gourmet a caccia di emozioni forti.
Schira non ha scritto soltanto la storia della carne esclusa, ha anche trascritto ricette, più di 300, alcune tradizionali altre d’autore, e parecchie sono da brivido: la lingua alla scarlatta, il fegato di coda di rospo, il sangue di pollo in padella… Da brivido e quindi da orrore oppure da leccarsi i baffi, a seconda dei gusti, dei vizi. Perché le frattaglie, magari non tutte, magari non il polmone (quello resto dell’avviso di darlo al gatto), godono di fama afrodisiaca non del tutto immeritata. Non a caso vengono definite “la potenza animale alla massima concentrazione”.
È un libro per un pubblico adulto, l’approdo di chi è cresciuto nel gastrofighettismo, tra zenzero e sushi, e oggi, palato maturo, è pronto per i testicoli di toro in salsa speziata.

Satisfiction: recensioni con la formula ’soddisfatti o rimborsati’

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/shaycam/1140088823/]shaycam[/url] by Flickr)[/i]

Attenzione a come leggete la parole perché basta una vocale e cambia tutto. Ma chi ha creato Satisfiction forse voleva proprio questo. Perché il piacere di leggere si mescola sempre con le storie che creano quel mondo parallelo che è la finzione. Satisfiction è l’ultima provocazione per risvegliare i lettori italiani dal loro torpore. Nasce da un’idea del giornalista Gian Paolo Serino ed è il primo esempio di free press culturale in Italia, distribuita non in edicola stavolta ma in libreria, il secondo numero a partire dal 12 febbraio. Ben 56 pagine dedicate al mondo dei libri e a tutto quello che gli ruota intorno, in Italia e nel mondo.
Tra i suoi slogan quello più originale ne riecheggia di classici ma con un senso tutto nuovo: ”Soddisfatti o rimborsati”, solo che per un libro finora non l’aveva mai detto nessuno. In sostanza se una recensione letta su Satisfiction non ha convinto il lettore o il libro consigliato lo ha deluso la redazione è disposta a rimborsargli l’intero prezzo di copertina. Tra i collaboratori, penne conosciute come quella di Massimo Carlotto e Francesca Mazzuccato che contribuiranno a fare di Satisfiction, almeno queste sono le intenzioni, un’agorà innovativa non solo per chi scrive ma anche per chi legge. Che potrà così immergersi nel primo numero in brani di Filippo Tommaso Marinetti, Boris Vian e Erri De Luca. In programma, ad ottobre, anche un omonimo festival tutto dedicato alla letteratura ospitato nel cuore di Brera a Milano, mentre novembre verrà dedicato alla figura di Pier Paolo Pasolini, con una mostra e un libro. E per chi non vuole perdere neanche una riga il sito internet della rivista ofrre tutti i suoi archivi.

Trecento anni di Sardegna criminale

Max solinas/Unione Sarda

La Barbagia ha riportato su di sé l’onta di quella Sardegna criminale che Giovanni Ricci racconta nell’omonimo libro (Newton & Compton, 14,90 euro, 492 pagine). Sei colpi di pistola, quattro alla schiena e due alla testa quando ormai era a terra, così è finito il 2007 in Sardegna. L’uccisione di Peppino Marotto, il poeta sindacalista di 82 anni ha risvegliato codici e sentimenti che sembravano sopiti. E anche il 2008 è iniziato con altre otto “esecuzioni”.
Per capire che cosa significhi la parola “criminalità” nell’isola, Ricci, che è capitano dei carabinieri della compagnia di Nuoro e assistente di Storia del diritto italiano all’Università di Sassari, si toglie la divisa e veste i panni dello studioso. Nel suo libro racconta un viaggio lungo trecento anni nella storia criminale della Sardegna. Dal banditismo del periodo spagnolo, passando per le disamistades di Orgosolo, sino ai rapimenti dell’ Anonima sequestri e alle stagioni di Barbagia Rossa.

Dopo gli ultimi fatti di cronaca l’opinione pubblica ha ricominciato a parlare di codice barbaricino. Un luogo comune?
Quasi sempre sì. Quando si verificano omicidi con tecniche esecutive tradizionali come l’utilizzo di fucili da caccia caricati a pallettoni, si parla di vendetta sociale, guerre private (disamistades), omertà, ma il fenomeno è complesso e non può essere liquidato con la riesumazione delle vecchie norme dell’ordinamento barbaricino.

La vendetta oggi salva ancora l’onore? E l’omertà?
Alcuni omicidi, nel nuorese, richiamano il vecchio codice: “L’offesa deve essere vendicata. Non è un uomo d’onore chi si sottrae al dovere della vendetta”. L’omertà, purtroppo, esiste ancora e ha origini antiche, che risalgono al periodo spagnolo, quando l’amministrazione della giustizia era affidata al miglior offerente. Chi era ricco evitava il carcere pagando una sanzione pecuniaria; i poveri, invece, erano costretti a darsi alla macchia e i feudatari punivano i pastori e i contadini che li aiutavano.

È l’impunità che favorisce il desiderio di farsi giustizia da soli?
Nelle zone più interne della Sardegna, l’impunità è molto frequente perchè i familiari delle vittime raramente si confidano con le forze dell’ordine, i testimoni non parlano, i sicari contano sull’atavica omertà di questa gente. Nessuno può negare il cattivo funzionamento di alcune istituzioni dello Stato, ma spesso ci si dimentica però che lo Stato siamo anche tutti noi.

Una parrucchiera per togliere strane idee dalla testa degli afghani

Un salone di bellezza per rivendicare il diritto di essere donna. Bigodini e mechès per ricordare che le donne esistono, anche se indossano il burqa. E così il negozio di parrucchiera della statunitense Deborah Rodriguez, in Afghanistan, nell’ambito di un curioso progetto umanitario rivolto alle donne locali, si è trasformato in un collo di bottiglia per l’intera capitale afghana. Lo racconta la stessa Deborah Rodriguez nel libro La parrucchiera di Kabul che esce adesso anche in Italia per Piemme.

Nella sua scuola-salone di bellezza, i pregiudizi, le discriminazioni, le violenze cui le donne afghane sono spesso confinate hanno imparato a subire una pausa d’arresto, per strozzarsi da sole, mentre l’allegria e la vita hanno cominciato a riprendere quota con la leggerezza di un taglio di capelli o semplicemente di una messa in piega. È questo il miracolo di Crazy Deb, come le sue colleghe statunitensi l’hanno soprannominata. Perché con il suo intervento a Kabul, Deborah Rodriguez, originaria del lontano Michigan, è riuscita a seminare molto più di chi è lì da anni. Insegnando un mestiere che a sua volta insegna alle donne a prendersi cura di sé, una chiave intelligente e ironica per aprire porte più segrete e tabù più antichi.

Deliziose le pagine in cui viene descritto lo spavento di alcune clienti - tra cui un’impiegata di un ministero - che, non avendo mai visto un asciugacapelli in vita loro, hanno reagito gridando e saltando dalla sedia. Dietro ogni riga del romanzo si cela tutto il dolore di un paese che con i Talebani ha raggiunto il picco massimo di repressione culturale. In particolare, il dolore delle donne, costrette a sposare uomini che non amano, a privarsi degli abiti e delle cure che da secoli in tutti i paesi le adornano, a rimanere confinate in casa. Insomma la rinuncia a quel piacere di vivere che Crazy Deb nel suo piccolo ha portato con gioia. Come una folata di vento caldo del deserto.

Brisingr, il fantasy che vuole battere Harry Potter

schermata del sito dedicato ai romanzi fantasy di Christopher Paolini

La sfida è da fantascienza e non solo per gli argomenti trattati. Ma dimenticate Harry Potter, il cui ultimo capitolo è arrivato a mezzanotte dello scorso 21 luglio. Il prossimo fenomeno editoriale planetario, che spera di battere il maghetto, è targato Random House. Per non sfigurare al confronto con la Rowling, e per creare la stessa suspance che ha anticipato Harry Potter, la casa editrice ha annunciato che allo scoccare della mezzanotte del prossimo 20 settembre arriverà nelle librerie americane Brisingr, il terzo volume della saga Ciclo dell’Eredità, scritto dall’enfant prodige della letteratura fantasy Christopher Paolini (che a soli quindici anni scrisse il suo primo libro, di 600 pagine, scalando la celebre classifica dei bestseller del New York Times).

Brisingr (che significa “fuoco” nell’antica lingua utilizzata dai personaggi del romanzo) in un primo momento sembrava dovesse concludere una trilogia. Ma l’autore ha fatto sapere che ha ancora molto da scrivere e che sta già lavorando alla stesura di un quarto capitolo.

I numeri, per ora, non sono certo quelli della Rowling, ma le attese lasciano ben sperare. I primi due libri, Eragon ed Eldest, hanno venduto più di dodici milioni di copie in tutto il mondo. Un successo che l’autore stesso spera di mantenere vivo coltivando il proprio pubblico anche sul web con una newsletter mensile (ci si iscrive su alagaesia.com). Nel frattempo, l’editore americano ha annunciato che per il debutto manderà in stampa due milioni e mezzo di copie. In Italia la Fabbri non ha ancora comunicato la data dell’uscita, ma si presume che sarà prima di Natale.

La vita agra dell’Italietta negli articoli di Bianciardi

Scherzi della memoria. Personale e collettiva. Dopo anni di silenzio il ricordo di Luciano Bianciardi (nella foto in alto, scattata in un supermercato Esselunga) riaffiora dall’oblio. Merito di due Antimeridiani, editi da ISBN edizioni e di un documentario che uscirà in dvd il prossimo ottobre firmato da Massimo Coppola e Alberto Piccinini e dell’instancabile azione vivificatrice della figlia Luciana.

Le parole di Bianciardi a quasi 37 anni dalla sua morte, avvenuta a 49 anni, appaiono ancora profetiche e veritiere. Prova ne sono le decine di articoli e box e boxini buttati giù con l’ostinazione di uno che in fondo sapeva di avere ragione e pubblicati in una trentina di giornali da Il giorno ad Epoca passando per Guerin Sportivo. Venti anni di analisi acute e pungenti di un’Italietta fondata su miti di plastica e tv, da Mike Buongiorno alle sorelle Kessler, che escono adesso nel secondo antimeridiano, l’ultimo in ordine di pubblicazione. Un volume che permette allo stesso tempo anche di approfondire il personaggio Bianciardi, autore di un romanzo che fece epoca, La vita agra, ma anche protagonista spericolato di una stagione adagiata su rassicuranti consumi di massa, capace di rifiutare un posto fisso al Corriere della Sera, nientedimeno che da Indro Montanelli, ma sempre curioso. Perché fu questa la sua forza. Arrabbiato, rompiscatole, intellettualmente incorruttibile non smorzò mai l’interruttore del suo sguardo. Uno così, insomma, non si può dimenticare.

Daniel Pennac pubblica il suo Diario di scuola

Arriva in libreria il 21 febbraio un nuovo libro di Daniel Pennac, Diario di scuola (Feltrinelli, pp. 300 - 17,00 euro) che mette a confronto “il piú bel mestiere del mondo” - così Pennac definisce l’insegnamento - con il suo critico piú severo, l’alunno recalcitrante e scaldabanco.
Pennac, ex scaldabanco lui stesso, studia questa figura popolare e ampiamente diffusa dandogli nobiltà, restituendogli anche il peso d’angoscia e di dolore che gli appartiene. Il libro mescola ricordi autobiografici e riflessioni sulla pedagogia, sulle universali disfunzioni dell’istituto scolastico, sul ruolo dei genitori e della famiglia, sulla devastazione introdotta dal giovanilismo, sul ruolo della televisione e di tutte le declinazioni dei media contemporanei. Da questa coinvolgente ma severa riflessione sulla scuola, da questo rovistare nel “mal di scuola”, si vede spuntare una tesi precisa: una non mai sedata sete di sapere e d’imparare, contrariamente ai più triti luoghi comuni, anima i giovani di oggi come quelli di ieri.
Daniel Pennac sarà in Italia, con appuntamenti in varie città, per presentare il suo Diario di scuola e icontrare i suoi lettori. A Roma arriverà Giovedí 21 febbraio alla Feltrinelli di via Appia Nuova 427; a Matera Venerdí 22 febbraio all’Auditorium; a Bari Venerdí 22 febbraio alla Feltrinelli di Via Melo 119; a Milano Sabato 23 febbraio alla Feltrinelli di Piazza Piemonte 2; a Parma Domenica 24 febbraio al Teatro delle Briciole per il Festival Minimondi.

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