Archivio di Marzo, 2008

Bridget Jones? Un grande bluff. La trentenne imbranata tratteggiata dalla penna di Helen Fielding aveva a dir tanto una decina di chili di troppo, un lavoro molto glamour e ben due affascinanti gentiluomini (nel film Hugh Grant e Colin Firth) pronti a tutto per conquistarla. “E questo sarebbe il prototipo della sfigata?” si domanda con un sorriso Caterina Cavina, giornalista bolognese che, dall’alto del suo metro e 80 e dei suoi 150 chili, da quattro anni si racconta nel blog www.grassaebella.splinder.com.
A inizio aprile arriva in libreria il suo primo romanzo, Le ciccione lo fanno meglio, pubblicato dalla Baldini Castoldi Dalai. La storia di un’anti Bridget brutta e obesa alle prese con una serie di uomini (uno peggiore dell’altro) che, però, saprà tirare fuori le unghie e prendersi le sue rivincite. Una sorta di romanzo di formazione per ragazze grasse nel quale la trentacinquenne Cavina ha condensato con ironia le sue esperienze e quelle delle lettrici del suo blog. Lanciando un messaggio di fondo: “Se per farti perdonare qualche diversità fisica accetti che gli altri ti trattino male, sarai sempre una vittima. Un’obesa può vivere una vita piena di ottime storie d’amore e di sesso. Come tutte le altre donne”.
Ma per una signora extralarge non è difficile trovare ammiratori? “Per nulla. Tutto ruota intorno alla sensualità, non al peso” afferma Cavina. E spiega il segreto della seduzione: “Gli uomini sono attratti da come una donna si muove. Appendono al muro i calendari con le bellone, però nella vita, nel letto, vengono sedotti da qualsiasi donna sappia essere sexy”.
Niente elogio dell’obesità, sia chiaro: “L’obesità è una malattia e va curata” sottolinea Cavina. “Ma l’errore che fanno le persone grasse è credere che la felicità stia nella magrezza. Io stessa ho perso più di 70 chili e per qualche anno ho mantenuto il peso forma, ma la mia vita era sempre la stessa. Escluse la salute e la maggior possibilità di scelta di vestiti nei negozi, non era cambiato niente. Allora come oggi avevo le mie avventure di una notte, le mie storie serie, i miei periodi da single: nessuna differenza”.
Ma allora crede davvero o no che le ciccione lo fanno meglio? “Il titolo del libro è una frase ricorrente che gli uomini usano come scusa per giustificare il fatto di essere andati con donne non particolarmente attraenti” ride Cavina. “Ma nasconde anche una verità: le brutte, bruttine, grassottelle, obese, tra le lenzuola possono essere più in gamba delle bellissime”.
Perché? “È la regola della compensazione: si impegnano di più. Quindi, sì: se ci credono, le ciccione lo fanno meglio”.
FORUM: Agli uomini piacciono solo le donne magre?

Mentre il Tibet brucia, e bruciano i diritti della popolazione delle montagne più alte del mondo, la Cina corre verso le Olimpiadi dei record che però sono a rischio boicottaggio o comunque a rischio figuraccia in mondovisione.
Ma la stessa Cina è leader assoluta per quello che riguarda la crescita economica. Che schizza di oltre tre volte rispetto a quella Usa e anche 5 rispetto all’Europa, con punte che toccano l’11 per cento del Pil. E se il paese più popoloso del mondo è noto per le grandi città, i grandi agglomerati urbani dove il capitalismo di stato la fa da padrone, esiste pure una Cina lontana. Una Cina profonda e da conquistare. Un vero Far West che corre lungo l’autostrada 312 per circa cinquemila chilometri da Shangai fino al deserto del Gobi, e da lì fino alla vecchia Via della Seta al confine con il Kazakistan. Un viaggio che è stato fatto e raccontato dal corrispondente della radio pubblica Usa (National Public Radio), Rob Gifford. E il cui libro Cina. Viaggio nell’impero del futuro (pubblicato da Neri Pozza, 380 pag, 20 euro) esce ora anche in Italia.
Il percorso di Gifford attraverso le sconfinate province cinesi disegna la nuova frontiera dello sviluppo, in cui tra steppe e deserti ci possono scorgere innumerevoli tecnici e operai che lavorano per espandere la civiltà e il progresso: che innalzano strade, ferrovie, costruiscono tralicci per l’elettricità e ripetitori per i cellulari. Un po’ come succedeva agli americani nell’Ottocento, che varcavano la frontiera del West seguendo la costruzione della ferrovia.
Lungo l’autostrada 312 sorgono decine di grandi città – basti pensare, scrive Gifford nel libro, che in Cina le città con oltre un milione di abitanti sono più di cinquanta – che sono crocevia di flussi migratori che vanno in due direzioni opposte: chi fugge (sono quasi 15 milioni di cinesi l’anno) dalle campagne e dalle sterminate steppe asiatiche e chi, viceversa, va alla conquista del west cinese.
Il viaggio, raccontato dal giornalista americano, si è svolto sugli autobus di linea dove avvengono incontri come quello con una ginecologa che, inviata dallo Stato, fa il giro dei villaggi per obbligare le donne che hanno già dei figli ad abortire. Ma nel lunghissimo viaggio Gifford trova e descrive di tutto: dai venditori porta a porta di prodotti domestici di una multinazionale americana, all’uomo in bicicletta che gira con una bandiera per protestare contro la corruzione cinese, fino ai lavoratori dell’oleodotto che trasporta energia dall’Asia centrale. Per arrivare ai minatori che lavorano per estrarre gli immensi giacimenti di rame, ferro, oro del deserto del Gobi.

Si può sopravvivere, conducendo una tranquilla vita borghese, nella odierna società della comunicazione senza sapere né leggere né scrivere? A seguire la trama di Per non saper né leggere né scrivere dello svedese Torgny Lindgren, pubblicato in Italia da Iperborea, pare proprio di sì. Perché, e questa è un po’ la morale di tutto il libro, le parole e l’amore per le parole vengono prima della lettura e della scrittura stessa, in quanto paradigmi profondi dell’essere umano. Fino a farsi linea pura ed essenziale, in grado di comunicare con il mondo delle immagini in un linguaggio perduto e primigenio. E che sia difficile resistere al fascino di questo linguaggio lo dimostra il protagonista stesso del romanzo, affetto da alessia, altrimenti detta dislessia grave o - con un’espressione più poetica - cecità verbale. Il centro della vista del protagonista è stato colpito da una sorta di collasso. Un incidente paragonabile al deragliamento di un treno o ad uno smottamento nella sponda di un fiume. Che gli impedisce appunto di leggere e di scrivere, ma non di congiungersi misteriosamente alle lettere attraverso un patto segreto.
Tutto il libro si trasforma così in una sincera e riuscita apologia della bellezza del linguaggio, inteso come parola prima della scrittura e linea prima del disegno. Da qui la metafora di una Bibbia del Dorè, senza parole ma incandescente nella forza delle sue illustrazioni, che diventa il volume più amato dal protagonista. Che lo smarrisce e che infine lo ricostruisce nel desiderio oltre che nella realtà.
Per non sapere né leggere né scrivere conclude il trittico dello stesso autore che include Miele e La ricetta perfetta. Un viaggio nelle profondità della Svezia come dell’anima. Dove la malattia e la privazione invece di allontanare dall’alchimia delle lettere come una calamita avvicinano ancora di più.

Doveva essere il simbolo dell’Italia che ripartiva alla grande dopo gli orrori e la miseria della seconda guerra mondiale. La storia dell’Autostrada del Sole è, invece, diventata la metafora dei problemi ormai cronici del nostro paese, una metafora la cui comprensione può forse aiutare ad affrontare meglio il futuro. Proprio questo vuole raccontare Senza pedaggio. Storia dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria di Lea D’Antone, docente di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, pubblicato da Donzelli. Un libro privo di dietrologie o interpretazioni politiche. Ma che mette in scena i fatti per come si sono svolti.
Quando i lavori dell’Autostrada del Sole ebbero inizio, nel 1956, il boom economico doveva ancora esplodere ma l’eccitazione di una crescita generale era palpabile nell’aria da tutti. Quell’autostrada non era che l’inizio di un sogno. Doveva unire Nord e Sud, velocizzare i trasporti, dunque il mercato. Doveva rappresentare una prova concreta di quello che era, almeno a quei tempi, il progetto italiano. Ma fin da subito, purtroppo, mostrò l’altra faccia delle sue buone intenzioni. Invece di raggiungere l’estremo Sud, si fermò a Napoli, permettendo così più avanti ad un altro “mostro” di venire fuori: la Salerno-Reggio Calabria, più nota come l’A3: la direttrice che ha stravolto l’intera mobilità della penisola. E di fatto ha raggiunto l’obiettivo opposto: separare il Nord dal Sud, isolando logisticamente il Meridione. Circa 500 km di cantieri eterni, contraddizioni viabilistiche, danaro di boss. Tutto questo ha contribuito a fare della Salerno-Reggio Calabria un vaso di Pandora pronto ad esplodere in qualsiasi momento.
Il libro si muove sul doppio registro delle due autostrade, viste una come negazione dell’altra. Dietro, uno studio attento di istituzioni coinvolte e di date, dove si fa fatica a non perdersi, tanto complessa e intricata è la vicenda. Ma la ricerca è condotta con agilità e passione. E anche con amarezza. Quella di vedere come una grande opportunità si sia trasformata per gli automobilisti in via crucis. E per tutti gli italiani in sconfitta morale.
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“La benda è legata stretta”. Comincia così Le porte chiuse di Teheran di Zarah Ghahramani (edizioni Sperling & Kupfer), un lungo viaggio dentro l’oscurità letterale e metaforica delle durissime carceri iraniane di Evin, nella zona nord di Teheran.
Dopo la benda, arrivano subito gli altri indizi della prigionia: l’interrogatorio, i carcerieri, il buio senza fine della cella. Troppo per una giovane donna, classe 1981, considerata dai suoi aguzzini una viziata principessina borghese, colpevole in realtà solo di aver palesato la propria dissidenza. Ma senza uccidere o gettare pietre. Semplicemente manifestando in strada insieme ai propri compagni di università e distribuendo volantini politici. Avere vent’anni nell’Iran degli Ayatollah evidentemente non è facile e presto anche per una semplice manifestazione può accadere di ritrovarsi in balia di un mondo brutale e primitivo, l’autentica dimensione interiore di chi in Iran ha abbracciato ossessioni e fanatismi del regime.
Per Zarah, dunque, non c’è posto. Anzi c’è ma è nel buio della prigione, non alla luce del sole come la sua età e il bagliore della sua intelligenza invece meriterebbero. Con lei, sono affossati in cella rispettivamente il desiderio di un futuro migliore e la prospettiva del cambiamento. Il libro è dunque la storia di una prigionia durata 30 giorni che si intreccia con il racconto della vita come era fuori. Prima del carcere.
Nonostante la giovane età, infatti, Zarah ha fatto in tempo a seguire da vicino, seppure ancora bambina, i grandi capovolgimenti della storia politica del suo paese. Dal regno dello Scià Mohammad Reza Pahalvi alla Rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Davanti agli occhi di Zarah sfila la storia e il suo peso. La guerra con l’Iraq di Saddam Hussein nel 1987, nonostante la giovane età della donna, non si limita a rimanere impressa nella sua memoria come un semplice cameo. Ma diventa un capitolo chiave. Nella costruzione della sua psiche oltrechè nel processo distruttivo del suo paese. E il ricordo della guerra per Zarah vuol dire le vedove. Tante, tantissime, completamente avvolte di nero. Perfino nell’anima. E poi raffinerie che esplodono e gli orfani dei bombardamenti. Al dogma del regime, anzi dei regimi che si sono avvicendati con una facilità che ha quasi dell’impressionante, la giovane universitario via via crescendo ha contrapposto l’ ilarità scanzonata del suo sorriso e i primi sentimenti amorosi. Perché come lei stessa afferma in calce ad un capitolo “Gli iraniani si innamorano nello stesso esatto modo di chiunque altro nel mondo”. Oggi Zarah si è rifugiata in Australia dove vive. Ma nella sua mano libera “stringe ancora forte la sua benda.”

Di Mario Desiati
All’ultima Fiera del libro di Francoforte, nell’autunno scorso, agenti ed editor delle case editrici straniere presenti davanti ai padiglioni italiani si imbattevano nei libri su Luciano Pavarotti (scomparso da poco) e in quelli sulla maternità. Libri che anche oggi, in un dibattito culturale caratterizzato dai temi sulla difesa della vita (basti pensare alla campagna del Foglio di Giuliano Ferrara), non rappresentano soltanto una tendenza editoriale, quanto piuttosto un interesse sempre più diffuso per una discussione, anche critica, sul ruolo materno. Ruolo che si delinea in una tensione tanto insidiosa fra cambiamento e immutabilità che, trent’anni dopo il celebre Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, è arrivato in libreria Ancora dalla parte delle bambine (ancora dalla Feltrinelli) di Loredana Lipperini.
È da questa ricognizione a metà tra il saggio e il pamphlet che si può partire per conoscere e definire il nuovo nell’universo femminile.
Il secondo capitolo dell’indagine di Lipperini si intitola Le madri e inizia con una citazione di Simone de Beauvoir: “Non ci sono madri snaturate perché l’amore materno non ha nulla di naturale”. Lipperini analizza le riviste, le pubblicità, i modelli di consumo, la programmazione televisiva che mettono sempre più al centro una tipologia femminile ben definita. Ideale risultato di una certa visione consumistica della donna sono le Desperate housewives, archetipo e titolo di un telefilm di successo dove le protagoniste sono casalinghe sempre belle e curatissime, ma prive di ambizione culturale e professionale.
Lipperini usa l’inchiesta per dipingere uno scenario nel quale le madri contemporanee diventano il bersaglio più facile di un marketing e di una politica subdolamente discriminante che finisce per penalizzare l’idea stessa di maternità.
Un libro di poco precedente è quello di Concita De Gregorio: Una madre lo sa. Tutti i ritratti dell’amore perfetto (Mondadori). Storie esemplari di madri contemporanee, una sorta di ritratto narrativo di quanto emerge anche nelle pagine di Ancora dalla parte delle bambine.
Non è un caso che tre dei romanzi più apprezzati dalla critica negli ultimi mesi siano Cuore di mamma (Adelphi) di Rosa Matteucci, Se consideri le colpe (Einaudi) di Andrea Bajani (qui l’intervista all’autore) e Lo spazio bianco (Einaudi) di Valeria Parrella. Tre romanzi che pongono al centro dell’ingranaggio narrativo una madre, o meglio un ruolo materno in crisi, segnato dalla realtà contemporanea. Tanto da far dire in proposito a Goffredo Fofi, sulla rivista Lo straniero, che siamo davanti a un evento storico, un “passaggio generazionale”.
Le madri di Bajani e Matteucci sono donne sfasciate dal fallimento e dalla malattia. Il libro di Matteucci tratta uno dei temi più tabù della nostra narrativa, quello della vecchiaia, con i suoi tristi riti di assistenza in una casa di riposo, luogo quasi mai evocato dalla penna dei nostri scrittori. Matteucci affronta la débâcle di una madre diventata vecchia e senza alcuna speranza, se non quella riposta nella pietà filiale. Il tema è rischioso, però qui viene trattato con grazia.
Andrea Bajani invece scava in un’assenza, quella che vive il dilaniato Lorenzo, figlio di un grigio padre, la cui madre Lula è andata in Romania per seguire un nuovo amore e un’attività imprenditoriale che si interromperà con la sua morte. Il romanzo evita le scorciatoie di una semplice elaborazione del lutto materno. Lorenzo va in Romania per seppellire sua madre e il suo viaggio diventa la toccante ricostruzione di un mondo e di una vita disperata attraverso le tracce che Lula ha seminato nella sua vita lontana dal figlio.
Con stile, Bajani riavvolge il nastro della vita di una madre lontana che in più di una circostanza assume tratti ora appena sgradevoli, ora irresistibilmente irrinunciabili.
Diverso il caso del romanzo di Valeria Parrella. Anche qui c’è una mamma che sembra soccombere, ma alla fine ce la fa. La scrittrice sceglie di raccontare la maternità più scomoda, quella di una single, di 42 anni, nella Napoli di oggi. La protagonista Maria partorisce una bambina prematura al sesto mese e destinata allo “spazio bianco”, sospeso fra la vita e la morte, dell’incubatrice. In quello spazio bianco continua la vita di tutti i giorni, ma la maternità si tramuta in un percorso a ostacoli affrontato in solitudine, dove a ogni curva affiora un contrattempo, magari appena snervante, ma inesorabile.
Maria e le altre che come lei hanno i figli in terapia intensiva neonatale sono donne che, oltre al destino insondabile di un bambino partorito prima del tempo, risultano più esposte a ogni piccolo o grande arbitrio quotidiano. Così la vicenda di una madre sola, che lotta per la vita di sua figlia e cerca di non perdere il controllo e il contatto con la vita che si è costruita prima che nascesse Irene, si legge come una parabola esemplare nella quale, a partire da un caso estremo ma comune, viene sondata l’esperienza della maternità.
E anche questo, forse, per Parrella non è altro che un modo molto concreto e veritiero per avvicinarsi ai fragili fondamenti della condizione umana.
LEGGI ANCHE: Vademecum per genitori nell’epoca del web. Intrevista a Loredana Lipperini
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Prima del libro, immaginate il contesto. Siamo tra Oriente e Occidente, sono i primi anni ‘90. Dopo glasnost e perestrojka, l’Unione Sovietica collassa. Tra le nazioni che compaiono (o ricompaiono) sulla carta geografica c’è anche l’Ucraina. E sin da subito, per la neonata nazione, non sono mesi facili. Al collasso del sistema sovietico si aggiunge infatti una crisi economica e sociale profondissima, che spacca il Paese in due, dividendolo tra le città centro-orientali, in prevalenza russofone, e quelle della zona occidentale, dove si parla ucraino. A fare da detonatore, poi, ci sono i primi cambiamenti culturali di una certa rilevanza. Tra questi, la possibilità di pubblicare libri in in lingua madre, senza il timore di essere tacciati di “separatismo”.
In un simile scenario, erompe un breve libretto che non promette nulla di conformista. Sesso ucraino, istruzioni per l’uso (ora pubblicato in Italia dalla casa editrice Besa) è già un titolo che ha il valore di una detonazione. A scriverlo è Oksana Zabuzko, una poetessa che è anche una delle personalità di spicco del movimento democratico del suo Paese.
Considerate le premesse, ci si aspetterebbe un’opera quantomeno erotica. Aspettative che però restano presto deluse: seppure abbia infatti a che fare con la sessualità femminile, il lungo racconto non scivola mai nella pornografia e nelle pulsioni voyeuristiche di certa pubblicistica.
E, pagina dopo pagina, diventa una specie di monologo ininterrotto e drammatico, che fa i conti con i pregiudizi atavici germinati nella terra di Kiev.
Alla fine, per il lettore ucraino, arriva la consapevolezza di un’emancipazione femminile che si è stancata di aspettare. Per quello occidentale, a distanza di quasi cinquant’anni dal successo e dalle polemiche dei libri di Simone de Beauvoir, incombe invece la consapevolezza che la strada per l’emancipazione sessuale è più lunga di quanto si possa immaginare.

La prostituzione in Italia negli ultimi anni ha cambiato faccia. È il concetto fondamentale su cui ruota All’aperto e al chiuso, il libro che analizza il fenomeno prostituzione in Italia, a cura di Francesco Carchedi e Vittoria Tola, pubblicato dalle edizioni Ediesse.
E così se a livello planetario le Nazioni Unite stimano in circa 4 milioni le donne e le bambine comprate e vendute ogni anno, nel nostro paese la prostituzione riguarda circa 12 mila donne l’anno. Una cifra che va poi declinata nel quotidiano. E che si traduce spesso in mera lotta per la sopravvivenza e la conquista di un mercato che si fa sempre più difficile. Oltre alle nigeriane, alle europee dell’Est e alle sudamericane sono in crescita le cinesi e le maghrebine. Ma la convivenza non sempre è facile. Anche per questo forse, e anche per la legge Bossi-Fini sull’immigrazione, l’ultima in termini cronologici, una delle novità è che si stanno abbandonando le strade in favore di luoghi al chiuso: case private, alberghi, appartamenti in condivisione, club dove ci si vende senza pestarsi i piedi. Cresce, dunque, la prostituzione da interno mentre avanza anche un altro fenomeno più subdolo ma non per questo meno pericoloso. Le organizzazioni criminali, infatti, da qualche anno stanno cercando di venire a patti con le loro vittime offrendo loro condizioni di vita migliori. Ma in questa “umanizzazione” dello sfruttamento è inquietante perché offre un finto potere decisionale a quelle che restano comunque le vittime di questo tipo di mercato. Insieme al traffico di armi e di droga, il traffico di esseri umani a sfruttamento sessuale è diventato uno dei principali business illegali del pianeta. Da qui parte poi la parte “construens” del libro. Quella delle proposte e delle alternative utili. Come il progetto Roxanne varato dal Comune di Roma: un programma d’intervento che parte dalla strada grazie ad una rete di unità mobili per arrivare a servizi di segretariato sociale e a piani di reinserimento sociale e lavorativo. La particolarità del progetto è stata quella di aver coinvolto tutti: le vittime come gli operatori sanitari e sociali nonché le forze dell’ordine. Tutti uniti per dare a queste persone un’altra chance.

Non è una biografia ma la sua (eccezionale) storia di vita alla fine prende il sopravvento nella trama de L’uomo che rubava manoscritti, l’ultimo romanzo di Giacinta Caruso, pubblicato da Dario Flaccovio editore. Perché quella di Achille Varzi, pilota storico e acerrimo rivale di quell’altro grande mito che fu Tazio Nuvolari, fu una vita tanto dorata quanto maledetta, di quelle che difficilmente si possono dimenticare. E che merita sicuramente di essere narrata. Da qui l’intreccio con la trama del racconto, un escamotage scelto dall’autrice far muovere su piani distinti ma paralleli da un lato il giallo dall’altro il prezioso contributo biografico su Varzi. La sua storia, a partire dagli anni in cui gareggiava con Nuvolari nei migliori circuiti automobilistici del mondo, come l’ autodromo di Monza, diventa così nel romanzo l’oggetto di un film-documentario che uno dei protagonisti aveva nel cassetto. E scorre la vita di Varzi, scorre, proprio come un film. Dove la passione si intreccia con l’ebbrezza della velocità. Il tutto condito da uno stile al volante che sa oggi di tempi passati e sonorità antiche. Come quando durante la Mille Miglia del 1930, sul finire della notte, il grande campione Nuvolari, tutto testa e calcolo, secondo la leggenda, avrebbe spento i fari dell’auto per avvicinarsi senza essere visto, sorpassando così Varzi, colto di sorpresa. L’Italia di quegli anni godeva di quel tipo di brividi e faceva il tifo ora per l’uno ora per l’altro ma quello che il romanzo racconta è anche l’altra faccia del mito. Quella più privata e conturbante. L’amore per una donna, Ilse, già sposa di un collega, il pilota Paul Pietsch. La passione che scoppia e che invade i campi, inclusi i rigidi confine delle piste automobilistiche. E che porta al declino. La morfina che si sostituisce all’amore ma che unisce Varzi e la bellissima Ilse ancora di più consumandoli fino alla fine. Da asso del volante l’eroe originario di Galliate in Piemonte diventa così un uomo vinto dalla paura.
Distrutto dalle droghe nel 1938 gli vengono ritirati perfino la licenza da pilota, la patente di guida e il passaporto. In pista riuscirà a tornare solo dopo una lunga assenza nel 1946. Ma non è che l’inizio della fine. Due anni dopo durante le prove del Gran Premio d’Europa la sua vettura a causa dell’asfalto bagnato esce di strada e si rovescia. Da eroe finito torna, così, nel mito. Stavolta per sempre.

di Marco De Martino
Ogni tanto si trova a mangiare in un ristorante poco distante da Washington con John Grisham e Scott Turow: “Parliamo di libri e di politica: siamo tutti e tre avvocati che ora scrivono thriller, perciò intendersi è facile” dice David Baldacci, che di questo gruppo di autori di best-seller è quello più impegnato a raccontare il lato oscuro della capitale americana.
Un omicidio portato a termine dagli agenti dei servizi segreti dentro la Casa Bianca era al centro della trama di Potere assoluto, il romanzo che ha aperto la sua carriera: 13 titoli e milioni di copie vendute.
In Puro genio (Mondadori, in libreria il 18 marzo) agenti deviati torturano cittadini americani in una prigione segreta nel centro di addestramento della Cia di Camp Peary, in Virginia. Dove ogni notte atterrano i Boeing provenienti dall’Afghanistan sui quali viaggiano le spie impegnate in operazioni clandestine. La pista di atterraggio esiste veramente: anche stavolta, prima di scrivere il nuovo romanzo, Baldacci ha intervistato a lungo le sue fonti, che oltre ad agenti della Cia e delle truppe speciali comprendono un ex ministro della Giustizia e vari ex presidenti. Lo scrittore non vuole dire a Panorama se le informazioni vengono anche da Bill Clinton e George Bush padre, che più volte si sono dichiarati suoi fan accaniti: “Diciamo che di quello che succede veramente a Washington sappiamo solo una minima parte. Se avessimo accesso a più informazioni anche la nostra indignazione sarebbe maggiore”.
Colpisce sentir parlare così un autore che è tra i più apprezzati dai conservatori americani…
Veramente io sono da sempre un indipendente: a volte ho votato repubblicano, a volte democratico. Ma negli ultimi sette anni le cose a Washington sono cambiate e lo scetticismo nei confronti del governo e aumentato.
Che cos’è cambiato?
Una volta si poteva accusare il governo di deformare i fatti. Ora la sua attività principale è quella che gli esperti di comunicazione chiamano gestione della percezione: poiché la realtà è imprevedibile, viene creata una realtà alternativa più controllabile. Ed è questo che è stato fatto col clima di paura che è stato instaurato negli Stati Uniti negli ultimi sette anni.
Non le pare una di quelle teorie del complotto smontate dai suoi libri?
No e all’argomento ho dedicato il mio nuovo libro: negli Stati Uniti ci sono agenzie specializzate che si occupano solo di questo. E poi che cos’è un complotto se non l’agire di un gruppo di persone verso un obiettivo comune?
Il nuovo romanzo si occupa della Cia, un’agenzia che non gode di buona salute.
Il problema è politico. Certo, la Cia ha la responsabilita di non aver saputo bloccare gli attacchi dell’11 settembre. Ma gli analisti della Cia sono anche quelli che dicevano di non avere prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, e poi vedevano in televisione i politici dire il contrario.
E le torture?
Il problema è sempre alla fonte: se non vengono dati parametri precisi, si lascia spazio alla possibilita dell’abuso. Conosco molti esperti in interrogatori della Cia che chiedevano in continuazione di sapere come dovevano comportarsi e non ricevevano risposte.
Alla base di queste scelte non c’era la necessita di difendere gli americani?
All’inizio si diceva che le intercettazioni erano rivolte alle comunicazioni dall’estero, poi abbiamo appreso che riguardavano anche cittadini americani. È sempre pericoloso quando non si stabiliscono limiti precisi, perché chi lavora sul campo si sente in diritto di stabilire non solo i confini delle proprie azioni ma anche chi sono i buoni e i cattivi.
Chi le piace tra i candidati alla Casa Bianca?
John McCain è interessante perché è un repubblicano moderato che da sempre si oppone alla tortura con una motivazione che condivido pienamente: è uno strumento che non permette di ottenere informazioni affidabili. Ma secondo me dobbiamo andarcene dall’Iraq e lui invece vuole rimanere.
E tra Hillary Clinton e Barack Obama?
Se formassero un ticket li voterei.
Il loro duello potrebbe ispirare uno dei suoi thriller.
Sì, e speriamo che non lo diventi. Le campagne elettorali sono l’incubo degli agenti segreti incaricati di proteggere i candidati, e la loro incolumita mi preoccupa: non sarebbe la prima volta che dei politici di valore vengono assassinati.
Il pericolo principale resta Al Qaeda?
Quel pericolo è sempre presente. Ma per quanto riguarda la campagna presidenziale ho piu paura di terroristi americani come quelli di Oklahoma City (nell’aprile 1995 un camion bomba uccise 168 persone. Responsabile fu un ex militare affiliato a gruppi neonazisti, ndr). Questo è un paese pieno di gente armata.
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