Non è una biografia ma la sua (eccezionale) storia di vita alla fine prende il sopravvento nella trama de L’uomo che rubava manoscritti, l’ultimo romanzo di Giacinta Caruso, pubblicato da Dario Flaccovio editore. Perché quella di Achille Varzi, pilota storico e acerrimo rivale di quell’altro grande mito che fu Tazio Nuvolari, fu una vita tanto dorata quanto maledetta, di quelle che difficilmente si possono dimenticare. E che merita sicuramente di essere narrata. Da qui l’intreccio con la trama del racconto, un escamotage scelto dall’autrice far muovere su piani distinti ma paralleli da un lato il giallo dall’altro il prezioso contributo biografico su Varzi. La sua storia, a partire dagli anni in cui gareggiava con Nuvolari nei migliori circuiti automobilistici del mondo, come l’ autodromo di Monza, diventa così nel romanzo l’oggetto di un film-documentario che uno dei protagonisti aveva nel cassetto. E scorre la vita di Varzi, scorre, proprio come un film. Dove la passione si intreccia con l’ebbrezza della velocità. Il tutto condito da uno stile al volante che sa oggi di tempi passati e sonorità antiche. Come quando durante la Mille Miglia del 1930, sul finire della notte, il grande campione Nuvolari, tutto testa e calcolo, secondo la leggenda, avrebbe spento i fari dell’auto per avvicinarsi senza essere visto, sorpassando così Varzi, colto di sorpresa. L’Italia di quegli anni godeva di quel tipo di brividi e faceva il tifo ora per l’uno ora per l’altro ma quello che il romanzo racconta è anche l’altra faccia del mito. Quella più privata e conturbante. L’amore per una donna, Ilse, già sposa di un collega, il pilota Paul Pietsch. La passione che scoppia e che invade i campi, inclusi i rigidi confine delle piste automobilistiche. E che porta al declino. La morfina che si sostituisce all’amore ma che unisce Varzi e la bellissima Ilse ancora di più consumandoli fino alla fine. Da asso del volante l’eroe originario di Galliate in Piemonte diventa così un uomo vinto dalla paura.
Distrutto dalle droghe nel 1938 gli vengono ritirati perfino la licenza da pilota, la patente di guida e il passaporto. In pista riuscirà a tornare solo dopo una lunga assenza nel 1946. Ma non è che l’inizio della fine. Due anni dopo durante le prove del Gran Premio d’Europa la sua vettura a causa dell’asfalto bagnato esce di strada e si rovescia. Da eroe finito torna, così, nel mito. Stavolta per sempre.
- Martedì 18 Marzo 2008

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