Mamma, solo per te il romanzo vola

Di Mario Desiati

All’ultima Fiera del libro di Francoforte, nell’autunno scorso, agenti ed editor delle case editrici straniere presenti davanti ai padiglioni italiani si imbattevano nei libri su Luciano Pavarotti (scomparso da poco) e in quelli sulla maternità. Libri che anche oggi, in un dibattito culturale caratterizzato dai temi sulla difesa della vita (basti pensare alla campagna del Foglio di Giuliano Ferrara), non rappresentano soltanto una tendenza editoriale, quanto piuttosto un interesse sempre più diffuso per una discussione, anche critica, sul ruolo materno. Ruolo che si delinea in una tensione tanto insidiosa fra cambiamento e immutabilità che, trent’anni dopo il celebre Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, è arrivato in libreria Ancora dalla parte delle bambine (ancora dalla Feltrinelli) di Loredana Lipperini.
È da questa ricognizione a metà tra il saggio e il pamphlet che si può partire per conoscere e definire il nuovo nell’universo femminile.
Il secondo capitolo dell’indagine di Lipperini si intitola Le madri e inizia con una citazione di Simone de Beauvoir: “Non ci sono madri snaturate perché l’amore materno non ha nulla di naturale”. Lipperini analizza le riviste, le pubblicità, i modelli di consumo, la programmazione televisiva che mettono sempre più al centro una tipologia femminile ben definita. Ideale risultato di una certa visione consumistica della donna sono le Desperate housewives, archetipo e titolo di un telefilm di successo dove le protagoniste sono casalinghe sempre belle e curatissime, ma prive di ambizione culturale e professionale.
Lipperini usa l’inchiesta per dipingere uno scenario nel quale le madri contemporanee diventano il bersaglio più facile di un marketing e di una politica subdolamente discriminante che finisce per penalizzare l’idea stessa di maternità.
Un libro di poco precedente è quello di Concita De Gregorio: Una madre lo sa. Tutti i ritratti dell’amore perfetto (Mondadori). Storie esemplari di madri contemporanee, una sorta di ritratto narrativo di quanto emerge anche nelle pagine di Ancora dalla parte delle bambine.
Non è un caso che tre dei romanzi più apprezzati dalla critica negli ultimi mesi siano Cuore di mamma (Adelphi) di Rosa Matteucci, Se consideri le colpe (Einaudi) di Andrea Bajani (qui l’intervista all’autore) e Lo spazio bianco (Einaudi) di Valeria Parrella. Tre romanzi che pongono al centro dell’ingranaggio narrativo una madre, o meglio un ruolo materno in crisi, segnato dalla realtà contemporanea. Tanto da far dire in proposito a Goffredo Fofi, sulla rivista Lo straniero, che siamo davanti a un evento storico, un “passaggio generazionale”.

Le madri di Bajani e Matteucci sono donne sfasciate dal fallimento e dalla malattia. Il libro di Matteucci tratta uno dei temi più tabù della nostra narrativa, quello della vecchiaia, con i suoi tristi riti di assistenza in una casa di riposo, luogo quasi mai evocato dalla penna dei nostri scrittori. Matteucci affronta la débâcle di una madre diventata vecchia e senza alcuna speranza, se non quella riposta nella pietà filiale. Il tema è rischioso, però qui viene trattato con grazia.
Andrea Bajani invece scava in un’assenza, quella che vive il dilaniato Lorenzo, figlio di un grigio padre, la cui madre Lula è andata in Romania per seguire un nuovo amore e un’attività imprenditoriale che si interromperà con la sua morte. Il romanzo evita le scorciatoie di una semplice elaborazione del lutto materno. Lorenzo va in Romania per seppellire sua madre e il suo viaggio diventa la toccante ricostruzione di un mondo e di una vita disperata attraverso le tracce che Lula ha seminato nella sua vita lontana dal figlio.
Con stile, Bajani riavvolge il nastro della vita di una madre lontana che in più di una circostanza assume tratti ora appena sgradevoli, ora irresistibilmente irrinunciabili.
Diverso il caso del romanzo di Valeria Parrella. Anche qui c’è una mamma che sembra soccombere, ma alla fine ce la fa. La scrittrice sceglie di raccontare la maternità più scomoda, quella di una single, di 42 anni, nella Napoli di oggi. La protagonista Maria partorisce una bambina prematura al sesto mese e destinata allo “spazio bianco”, sospeso fra la vita e la morte, dell’incubatrice. In quello spazio bianco continua la vita di tutti i giorni, ma la maternità si tramuta in un percorso a ostacoli affrontato in solitudine, dove a ogni curva affiora un contrattempo, magari appena snervante, ma inesorabile.
Maria e le altre che come lei hanno i figli in terapia intensiva neonatale sono donne che, oltre al destino insondabile di un bambino partorito prima del tempo, risultano più esposte a ogni piccolo o grande arbitrio quotidiano. Così la vicenda di una madre sola, che lotta per la vita di sua figlia e cerca di non perdere il controllo e il contatto con la vita che si è costruita prima che nascesse Irene, si legge come una parabola esemplare nella quale, a partire da un caso estremo ma comune, viene sondata l’esperienza della maternità.
E anche questo, forse, per Parrella non è altro che un modo molto concreto e veritiero per avvicinarsi ai fragili fondamenti della condizione umana.

LEGGI ANCHE: Vademecum per genitori nell’epoca del web. Intrevista a Loredana Lipperini

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