Archivio di Marzo, 2008

Le “cattive” ragazze spiegano sesso, aborto e libertà

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/shaycam/1140088823/]shaycam[/url] by Flickr)[/i]

Scritto dalle ragazze per un pubblico di ragazze. Ma attenzione: niente di adolescenziale dietro tutto questo, anzi. L’adolescenza diventa l’orizzonte che giustifica la scrittura, il grande fantasma esorcizzato con uno stile ironico ma non superficiale pagina dopo pagina. Il Libro delle ragazze, pubblicato in Italia da Arcana Edizioni, è il diario di viaggio, a volte scanzonato, a volte tremendamente serio come solo gli adolescenti sanno esserlo, di un gruppo di “piccole donne crescono” che frequentano il Centro Giovanile della St Stephen’s Community house di Toronto, nel Canada anglofono, un luogo storico per la vita sociale della città, a metà tra il consultorio e l’associazione culturale e di assistenza. I temi trattati nel volume sono quelli affrontati durante le numerose sedute di gruppo che vedono regolarmente protagoniste queste adolescenti “toste”, come loro stesse si definiscono in calce all’introduzione. Toste perché non hanno paura di parlare a modo loro, e di scrivere, di sesso, di malattie e di affrontare, senza vergogne, le solite domande quotidiane tipiche di quella età. Dai rapporti con i ragazzi alla contraccezione, passando per l’aborto e l’omosessualità. Argomenti che i grandi spesso fanno fatica a spiegare ai più piccoli, i quali rimangono così il più delle volte non solo senza risposta ma con un senso di colpa tipico di chi ha sbagliato perché ha infranto il tabù.
Ci pensano allora le “cattive” ragazze del Canada, dai 14 ai 18 anni d’età, ha esorcizzare la frustrazione del silenzio, grazie ad un riuscito mix di informazioni scientifiche, esperienze personali, perfino poesie che si amalgamano senza problemi nel libro. Sullo sfondo, una grande voglia di libertà resa possibile dal fatto di vivere in un paese da sempre aperto e sensibile alle tematiche femminili come il Canada. La stesura del testo, che è durata due anni e che è stata il frutto di un lavoro collettivo supervisionato da più tutor, diventa così non solo l’esempio di una singolare unione di forze e di penne allo stesso tempo, ma un prezioso scrigno di informazione utilissimo soprattutto a quegli adulti che a volte non riescono a trovare la chiave di lettura del complicato ma meraviglioso universo giovanile.

Morte o gloria, la leggenda dei Clash

È in sala Il futuro non è scritto il film documentario di Julien Temple su Joe Strummer, frontman dei Clash e icona indiscussa del combat rock, passato a miglior vita nel 2002. Per accompagnare la visione della pellicola si potrebbe approfondire l’intera storia del gruppo che, in meno di dieci anni di vita, ha cambiato per sempre il volto del rock. Death or glory (Arcana, pp. 504. euro 17,50) è la puntualissima biografia della band a firma Pat Gilbert, redattore storico di Mojo, del Guardian e del Times.

Death or Glory è molto più di una semplice cronaca degli eventi o di una raccolta di aneddoti e interviste, è una vera indagine agiografica di dimensioni monumentali, dal piglio comunque divertito e divertente che analizza e racconta il fenomeno Clash. L’unico gruppo punk al mondo in grado di carpire l’essenza stessa del punk e di rompere gli schemi musicali della tradizione precedente.
Il 2007 è stato l’anno dei festeggiamenti. Si è celebrata la nascita del genere, attribuendo il primato, ora ai Sex Pistols ora ai Damned. Ma le radici di tutto il movimento punk 77 britannico vanno scovate nell’oscura formazione dei London SS, al basso Paul Simonon e alla chitarra Mick Jones.

Dall’incontro, o meglio dallo scontro del proletario Jones, dell’artista Simonon e del upper class boy, già voce dei 101’ers, Joe Mellor, in arte Strummer (strimpellatore) nacquero quasi per caso in quel di Portobello i Clash. Il resto è praticamente leggenda. Una leggenda ricostruita alla perfezione da Gilbert che riesce a dare al lettore anche la misura dell’epoca in cui i Clash sono nati e cresciuti: la Londra thatcheriana.

Il libro, partendo dalle vicende del gruppo, attraverso le canzoni, mette in scena, oltre ai problemi dell’Inghilterra conservatrice, una serie di questioni globali ancora di estrema attualità, che vanno dalla disoccupazione al terrorismo, dalla minaccia nucleare alla politica egemonica USA, dal terzo mondo al consumismo: la visione clashiana del punk, quella che ha fatto coniare agli addetti ai lavori il termine combat rock. Il Punk era troppo stretto per Strummer e soci, per la loro poetica e per la loro etica; troppo fine a sé stesso, troppo reazionario e troppo impegnato a impomatarsi la cresta.
I Clash, “l’unico gruppo che conti qualcosa” secondo il guru della critica Lester Bangs, sono passati dall’urgenza dell’omonimo esordio alle ardite sperimentazioni di Sandinista! esplorando territori off limts come l’elettronica, il dub, le musiche caraibiche e addirittura il valzer, sovvertendo canoni e regole di un genere tanto allergico ai decaloghi da diventare prigioniero del suo stesso anarchismo, e utilizzandolo come veicolo di una presa di coscienza sociale.
Death or glory è la storia della gloria e della morte dei Clash ma anche della gloria e della morte del rock, che forse un giorno, chissà, resusciterà grazie a dei nuovi Clash. In fin dei conti, come è scritto sul retro di copertina dell’ultimo disco della band, “Il futuro non è scritto”.

Il Documentario Il futuro non è scritto

Pagine di celluloide per raccontare la Storia

particolare della copertina

“La pelle umana delle cose o, se preferite, il derma della realtà”: Antonin Artaud aveva le idee chiare sul cinema e il suo ruolo. A distanza di più di mezzo secolo dalla sua morte e nonostante l’evoluzione di Hollywood e dintorni, la sua opinione non è rimasta isolata, a conferma di quanto forte possa essere il legame tra celluoloide e vita quotidiana.
Anche per questo, raccontare la storia di un film o quella di un grande regista significa spesso decidere di scrivere la biografia di una nazione. È il caso, ad esempio, del saggio I film di Mario Monicelli scritto da Ivana Delvino e arrivato in libreria per l’editore Gremese. Così, passare in rassegna le opere del regista viareggino non solo comporta entrare virtualmente nel salotto buono del cinema del Novecento e incontrare, un pò di sguincio, attori del calibro di Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Sofia Loren e molti altri. Di più: significa raccontare un pezzo d’Italia, partendo dal mix di comicità e tragica attesa della Grande guerra, passando per la vita quotidiana del Borghese piccolo piccolo durante la contestazione degli anni ‘70, senza trascurare il rimpianto per le atmosfere di must irrinunciabili come Amici miei e L’Armata Brancaleone.
Ma si può decidere anche di solcare percorsi paralleli che col cinema hanno in comune solo alcune affinità. È la scelta che, al suo esordio, ha fatto Gianfrancesco Iacono, decidendo di raccontare Le Vacanze romane di Audrey (Falcone editore). Nessuna biografia della mitica Hepburn, nessuna strenna fotografica del backstage del film diretto da William Wiler. Qui, infatti, la narrativa si distacca dal ritmo della cronaca e dal flash dei fotografi, per procedere lungo una inedita rievocazione della Roma di Via Veneto e della Dolce Vita. Con un deciso e frizzante piglio narrativo, Iacono abbandona presto il set per raccontare una storia tutta in soggetiva, quasi sempre godibile, di certo inedita e spiazzante.
Chi volesse invece ritornare a lidi cinematograficamente più solidi e documentati potrà invece consultare la dettagliata biografia di un mostro sacro delle pellicole americane: Oliver Stone, questa volta a firma di Alberto Morsiani per i tipi dell’editore Il Castoro. Un resoconto che contiene buona parte della moderna storia dell’Oscar, ma che non si sottae al racconto di alcuni degli eventi più drammatici accaduti di recente in terra americana (vedi alla voce World Trade Center).
È la conferma, in definitiva, che il detto del buon Artuad su cinema e quotidianità pare condannato a rimanere eterno.

Falsi d’autore: la moda delle autobiografie inventate

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/wojcik/111768295/]wojcik[/url] by Flickr)[/i]

E tre. Un nuovo scandalo in meno di una settimana. Prima la denuncia dei ruandesi Alfred Ndahiro e Privat Rutazibwa nei confronti di Hollywood per aver travisato la figura di Paul Rusesabagina, immortalato come eroe, nel film Hotel Rwanda. Poi la confessione choc di Misha Defonseca che dopo aver venduto milioni di copie con il suo romanzo Sopravvivere coi lupi ha finito con l’ammettere di essersi inventata tutto. E adesso dagli Stati Uniti arriva la notizia che Love and Consequences, l’attesissima opera prima della trentatreenne Margaret B. Jones, pubblicizzata per settimane come l’autobiografia di una ragazza metà bianca metà indiana d’America, cresciuta nella povertà a Los Angeles, tra baby gang e droga, è in realtà un falso completo.

Margaret, che di cognome fa Seltzer, proviene in realtà da una famiglia benestante di Sherman Oaks, quartiere residenziale di Los Angeles, non è indiana d’America, non è mai stata adottata e soprattutto, dettaglio ancora più importante, non ha mai fatto parte di una baby gang né tantomeno ha vissuto in quartieri malfamati della città in cerca di droga.
È stata lei stessa ad ammettere in lacrime l’imbroglio al telefono con il New York Times, dopo che la sorella accortasi che il volume stava per uscire aveva raccontato la verità al giornale. “Non so cosa mi è preso” si è giustificata, “era un’opportunità per me di dare la voce a chi realmente non l’ha mai avuta”. Ma al di là delle intenzioni, restano i fatti. E la decisione drastica della sua casa editrice, la Riverhead Books del gruppo Penguin, di ritirare dal mercato tutte le copie del libro.
Restano però l’amarezza dei lettori e le domande dei critici. Una in particolare:
perché inventarsi un’ autobiografia di sana pianta? Le risposte possono essere svariate: egocentrismo, brama di successo, frustrazione reale da colmare con una immedesimazione fittizia, come ben racconta il film L’imbroglio con Richard Gere. I casi sopra citati, del resto, non sono i primi e non saranno gli ultimi. Due anni fa lo statunitense James Frey aveva fatto parlare di sé, prima per il suo memoir di tossico redento In un milione di piccoli pezzi, osannato perfino da Ophrah Winfrey, poi per le sue scuse, sempre nello show di Ophray per essersi inventato quasi tutto. E ancora: Ingannevole è il cuore più di ogni cosa dello scrittore cult della letteratura giovanile J. T. LeRoy, portato perfino sullo schermo da Asia Argento. Nel libro, l’autore raccontava in stile autobiografico di come fosse stato spinto dalla madre a prostituirsi all’età di 12 anni e quindi alla droga. Non era vero niente. Il vero Leroy era in realtà una ragazza, Savannah Knoop, e quella storia era tutta frutto di fantasia. Insomma se inventare è la forza di ogni scrittore perché alla fine vergognarsene? Non è necessario che i fatti siano realmente accaduti perché una storia abbia valore. L’importante, però, è non tradire il lettore. Che se vuole, alla fine, può farla pagare cara.

“Sopravvivere con i lupi”. E invece era tutto falso

una scena del film

Per anni ha fatto commuovere generazioni di lettori sparsi in tutto il pianeta. La storia autobiografica di Misha Defonseca, oggi ottantenne, sopravvissuta alla Shoah, capace di percorrere 3000 km a piedi per cercare i suoi genitori nell’Europa schiacciata dal Nazismo, era sfociata prima in un bestseller nel 1997, Sopravvivere con i lupi, tradotto in 18 lingue, poi l’anno scorso in un film diretto da Véra Velmont. Peccato che fosse tutto inventato. Come dimostrato dalla tenacia di due esperti dell’Olocausto, Serge Aroles e Maxime Steinberg. E come, infine, ammesso dalla diretta interessata. “È vero, ho raccontato un’altra vita”, sembra quasi giocare con le parole Misha in un comunicato che ha inviato al quotidiano belga Le soir dalla sua casa statunitense “ma questo libro, questa storia era la mia. Non era la realtà vera ma la mia realtà, il mio modo di sopravvivere”. Si sgonfia così quello che non soltanto era stato considerato un caso editoriale ma anche una testimonianza durissima di uno dei momenti più tragici della storia contemporanea. La nuova ricostruzione dei fatti porta, così ad un’altra verità. Se sulla deportazione e sull’assassinio dei genitori della scrittrice nessuno ha nulla da eccepire, la scoperta clamorosa è che Misha Defonseca, il cui vero nome è Monique De Wael, non era affatto ebrea. E che il famoso viaggio con i lupi, che dà poi il titolo al romanzo, è stato inventato di sana pianta, a dispetto invece di quanto dichiarato nel libro. Misha, di fronte all’evidenza, ha dovuto arrendersi “Si, è vero, mi chiamo Monique De Wael, ma da quando avevo quattro anni ho voluto dimenticarlo”. Il suo avvocato, Marc Uyttendaele, per difenderla ha aggiunto che “È stata una menzogna sì, ma in buona fede. Misha ha finito realmente con l’identificarsi con le vittime. Tutta la sua vita è stata una mescolanza di verità e di un universo intimo che si sottraeva alla realtà”. Passato lo choc della scoperta, restano adesso le scuse della diretta interessata. E la delusione di chi per anni ha letto una gran bella storia pensando che fosse completamente vera.

Intercetto dunque sono: fenomenologia degli spioni

Ascolto, dunque sono. Di fronte a questa dichiarazione d’esistenza sonora
il musicologo francese Peter Szendy non solo non si ritrae ma sembra accettare con impegno e passione la sfida. E nel suo Intercettare, che esce adesso anche in Italia con ISBN edizioni, capitolo dopo capitolo accompagna il lettore in un viaggio, a metà tra il saggio e il racconto filosofico, in quel mondo vastissimo che è l’ascolto, nella sua declinazione più temuta: l’intercettazione.
E se i riferimenti ad eventi e fatti nostrani vengono demandati alla conclusione, firmata dall’italiano Marco Filoni (che ripercorre i passaggi salienti da Vallettopoli in poi), l’essenza del libro parte da un presupposto ben chiaro: origliare, oltre che un piacere, è un arte. Dalle grandi orecchie dei Moai dell’Isola di Pasqua fino ai delatori più feroci della Ddr, i simboli e gli episodi non mancano, fino ad arrivare alla istituzionalizzazione vera e propria dello spionaggio come attività perpetrata scientemente dai governi per preservare la sicurezza di stato. Insieme a Szendy si scopre così che è possibile costruire una fenomenologia dello spione. Anche perché spiare è il secondo mestiere più antico del mondo. Se ne ha notizia già nel lontano 500 a. C ne L’arte della Guerra del vecchio saggio cinese Sun Tzu. E anche nella Bibbia dove sono più di un centinaio i riferimenti espliciti alla raccolta di informazioni. Ma è dal XV secolo, in Europa, che lo spionaggio pare cominci a calcare le scene in modo serio e costante. Perfino in musica ci si spia, Le nozze di Figaro di Mozart ne sono un esempio lampante, dove tutti origliano tutti, fino ad arrivare al cinema che ha immortalato l’argomento con quel piccolo capolavoro che è La conversazione di Francis Ford Coppola, del 1974.
Spiare, dunque, per raddoppiare l’ascolto, alla ricerca della verità nascosta, quella che non si dice ma si sussurra. E su tutti, libro compreso, aleggia l’ombra lunga di Echelon, padre di tutte le orecchie, un sistema di spionaggio in grado di captare tutte le comunicazioni del pianeta, creato da Stati Uniti e Gran Bretagna durante la Guerra Fredda e riconvertito negli anni ’80 dalla National Security Agency a fini economici e civili. La spiata planetaria metterà in crisi il piccolo grande piacere quotidiano di tendere verso l’altro l’orecchio invece della mano?

La conversazione di Francis Ford Coppola

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