Archivio di Aprile, 2008

Arriva in questi giorni in libreria Stella del Mattino (Einaudi Stile Libero, pp. 402, euro 16,80), il romanzo solista di Wu Ming 4, Federico Guglielmi. Una storia fatta di storie, in cui la narrazione diventa soggetto di se stessa. Meno rocambolesco di quelli a cui ci ha abituato il collettivo al completo, il libro privilegia un taglio psicologico, raffinato, emotivo, caratterizzato da riflessioni e rapporti profondi tra personaggi.
Protagonisti, accanto a Lawrence d’Arabia, J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis, R. Graves e sua moglie, una straordinaria Nancy Nicholson.
Ma come nascono le storie? Per esempio come è nato il famoso anello tolkeniano? Guglielmi mette in scena uno strepitoso dialogo tra Lawrence e Tolkien a proposito dell’anello donato dal principe arabo Feisal a Lord Dimanite: “Ricorda cosa mi disse a proposito della corruzione del potere?”
“Mi sembra di sì,” rispose Ronald [...]
“Per due anni ho portato un anello come questi. Me ne sono servito per condurre le persone che si fidavano di me a un trionfo vano. Ho imbrogliato loro e me stesso [...]”
Ronald ascoltò la propria voce uscire bassa e vibrata, quasi non gli appartenesse. “Che ne è dell’anello?”
“Me ne sono sbarazzato.” La mano sottile si aprì sulla superficie liscia del vetro. “Certe volte mi sembra di averlo ancora al dito. Come se mi mancasse. Credo sia il richiamo del comando, la voglia di sentirsi ancora al centro degli eventi, fare la differenza.”
E la storia di Stella del Mattino come è nata? Panorama.it lo ha chiesto a Wu Ming 4…
“Non saprei individuare un momento preciso, ma credo che tutto sia partito dalla lettura de I Sette Pilastri della Saggezza” dice l’autore “Mi sono reso conto che non stavo leggendo un diario di guerra, ma un romanzo epico travestito da memoriale. Ho iniziato ad appassionarmi al personaggio di Lawrence e mi sono imbattuto nella miriade di visioni contrastanti sulla sua figura. L’interesse è cresciuto. Poi ho letto l’autobiografia di Graves in cui si racconta dell’amicizia con Lawrence nella Oxford post-bellica. Quando ho scoperto che anche Tolkien e C.S. Lewis erano lì nello stesso periodo, ho pensato che tutti loro avevano qualcosa in comune: erano reduci di guerra, erano narratori e poeti, lavoravano sui miti, negli anni successivi avrebbero partorito grandi opere mitopoietiche. Perché non metterli al lavoro su un mito in carne e ossa, visto che si trovava a portata di mano, nello stesso luogo e nello stesso momento? Così ho pensato di trasformare Graves, Tolkien e Lewis in detective alla ricerca della verità su Lawrence d’Arabia. Ognuno di loro poteva assumere un punto di vista diverso e approdare a una verità parziale che dicesse però qualcosa di significativo sul suo conto. Questa è stata l’idea centrale della trama.
Stella del mattino in qualche modo narra del narrare, del perché si narra e del potere della narrazione….
Sì, in particolare del valore terapeutico della narrazione e della scrittura. Narrare è l’unico modo che abbiamo per elaborare la nostra esperienza vissuta come singoli e come specie. Lo facciamo dalla notte dei tempi, infatti. Credo inoltre che il romanzo tratti del carattere multiforme e sdrucciolevole delle grandi narrazioni mitiche, che può portarle a essere forza motrice storica, catalizzatrici dell’aspettativa di intere comunità, o grandi infingimenti collettivi.
Tolkien, Lewis e Graves. Ha scoperto qualcuno di loro mentre lavorava al libro o erano già da tempo nella sua libreria?
Da adolescente sono stato un grande lettore di Tolkien, come molti. Lewis e Graves invece sono state delle vere scoperte. La cosa che però più mi ha colpito di loro non è stata la produzione letteraria, ma soprattutto la loro vita, i loro traumi. Mi sono accorto che erano ottimi personaggi drammatici, le loro stesse biografie rivelavano personalità complesse e contraddittorie, perfette per la narrativa. In altre parole ho capito che non sarebbero stati meno importanti di Lawrence nell’economia del romanzo che volevo scrivere, ma anzi, in un certo senso sarebbero diventati i veri protagonisti.
Come si è documentato?
Tre scaffali della mia libreria sono stipati dei volumi che ho letto per scrivere Stella del mattino. La maggior parte li ho dovuti ordinare dall’estero, perché purtroppo in Italia non c’è molto materiale disponibile su questi autori. Su Lawrence poi, il dibattito in Italia è arenato su tesi di cinquant’anni fa… Ho usato molto anche internet, ovviamente. Trattandosi di personaggi famosi ci sono parecchi siti dedicati a loro. Il materiale era davvero sterminato. Poi ho fatto alcune spedizioni in Inghilterra: una a Londra e due a Oxford. È stato molto importante vedere dal vivo alcuni luoghi, percorrere le stesse strade dei protagonisti del romanzo, farmi una birra negli stessi pub, intrufolarmi nel giardino della casa di Lawrence, approfittando di una porta lasciata aperta. All’Imperial War Museum di Londra ho visitato la mostra monografica su Lawrence in occasione del settantennale della morte, dove ho potuto vedere alcune riprese fatte da Lowell Thomas per il suo spettacolo-reportage. Insomma i supporti cartacei ed elettronici sarebbero serviti a poco senza un buon paio di scarpe comode e resistenti.
Il Brandivino, tanto per giocare con le coincidenze, è il fiume della Terra di Mezzo ma è anche il fiume di Manituana…
In realtà non sono lo stesso fiume, anche se portano lo stesso nome. Quella è davvero una coincidenza. Meno casuale però è che il collettivo Wu Ming, al completo o nelle sue componenti singole, finisca sempre per sporcarsi le mani con la storia e con l’epica. In questo senso c’è davvero qualcosa che ci accomuna ai grandi narratori protagonisti di Stella del mattino. Non la portata letteraria o la fama, ovviamente, ma l’afflato, la ricerca di narrazioni-mondo, di complesse architetture narrative, di storie che possano trascendere il momento immediato e restituirci il senso di un agire collettivo. Tolkien parlava di “subcreazione” di realtà, basata sull’Incantesimo e non sulla Magia. Parafrasando e adattando il suo discorso al mio, la letteratura-magia si fonda su una grande capacità tecnica, ma alla fine del gioco di prestigio ripristina sempre le cose, ristabilisce l’ordine dato. La letteratura-incantesimo conduce invece ad altri mondi possibili, apre squarci di universo, traccia sentieri che si perdono all’orizzonte. Quindi è per definizione tanto poco rassicurante quanto più affascinante.
Lawrence d’Arabia è una figura storica chiave nelle dinamiche che ancora oggi scuotono il Medioriente …
Da un certo punto di vista la storia si sta ripetendo in farsa. Basti pensare che nel 1920 le truppe britanniche si trovavano più o meno nelle stesse condizioni in cui si trovano oggi in Iraq. Non a caso negli ultimi anni Lawrence è ritornato sulla bocca di parecchi commentatori inglesi. Lawrence non è mai stato il demiurgo che pretendeva di essere, ma certo la sua vicenda interseca quella della nascita del Medio Oriente moderno e su alcune cose possiamo dire che aveva visto lungo. Tutto ciò che sta accadendo oggi da quelle parti può trovare un’origine nel triennio 1918-1921. La nascita dello stato d’Israele, la divisione geopolitica attuale, quella etnico-religiosa, etc. Più di una volta, mentre scrivevo il romanzo mi sono trovato a domandarmi cosa avrebbe pensato Lawrence di quanto stava accadendo in Medio Oriente. Ecco, a più di settant’anni dalla morte, la sua è ancora una figura con cui è possibile dialogare.
Nel libro ci sono alcuni inside jokes: segno di attenzione al dettaglio e sommo divertimento, quanto ha impiegato a scriverlo e quanto si è divertito?
È vero, ho inserito nel romanzo alcune spie luminose che gli appassionati riconosceranno senz’altro. Però non l’ho fatto per puro divertimento, ma perché era maledettamente plausibile che le cose andassero così. Di cosa avrebbero parlato Lawrence e Tolkien se si fossero conosciuti? Della forza delle parole, del loro enorme potere, di quanto ci si possa innamorare delle proprie storie fino anche a crederci, a raccontarsi come eroi di una saga costruita su misura. O forse no. Forse avrebbero discusso di tutt’altro, erano individui talmente diversi. Ma è per questo che li ho portati sul terreno che mi interessava e ho provato a immaginare come se la sarebbero cavata uno contro uno.
A pensarci bene non mi sono mai domandato quanto mi sono divertito a scrivere questo romanzo. Per me è molto più divertente scrivere in gruppo. La scrittura solista è più difficile, più incerta, sei lì da solo a porti sempre gli stessi dubbi senza che arrivino mai i nostri a cavarti d’impaccio. La stesura di Stella del mattino mi ha impegnato circa due anni e ho discusso per la maggior parte del tempo con libri e documenti. Ogni volta che alzavo gli occhi sulla foto di Lawrence appesa in cucina avevo la vaga sensazione che ridesse di me, che sfottesse l’ennesimo tentativo di raccontare la sua figura. Secondo me è lui quello che si è divertito.
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Carlo Lucarelli torna dopo anni alla narrazione pura e lo fa con il romanzo storico L’ottava vibrazione (Einaudi, 19 euro, 456 pp.) già in libreria, e con un fumetto particolare, Cornelio Bizzarro, una miniserie bimestrale prodotta da Star Comics che esordirà a maggio in edicola e che vede come protagonista lo stesso Lucarelli, o quasi.
Panorama.it ha incontrato lo scrittore emiliano per chiedere lumi su Cornelio e sul polifonico, torrido, a tratti sperimentale romanzo L’ottava vibrazione.
Come è nata l’idea del fumetto, di cosa tratterà la miniserie e come è stato vedersi disegnati nei panni del protagonista?
Cornelio Bizzarro è nato da Mauro Smocovich e Giuseppe di Bernardo che hanno avuto l’idea e poi mi hanno coinvolto. Visto che il personaggio è uno scrittore e aveva a che fare con le cose che più o meno mi girano attorno, è venuto loro in mente di usare la mia immagine. All’inizio mi sembrava una cosa folle, una sciocchezza… ma siete matti? Poi siccome la storia ha un piega ironica, è quasi una presa in giro, allora ho detto va bene… dopodiché mi sono visto disegnato in tutti i modi ed è stato molto divertente. La storia è quella di uno scrittore horror - noir in crisi di ispirazione che si trova involontariamente coinvolto in vicende al limite del sovrannaturale per colpa di una ragazza di sua conoscenza, una specie di suo alter ego. Ad aiutarlo e ispirarlo ci sono alcuni personaggi letterari come Sandokan, Sherlock Holmes o Philip Marlowe. Dal punto di vista grafico sono molto contento, al di là del fatto che ci sia dentro io, è davvero un ottimo fumetto. Sarà una miniserie di sei puntate, poi si vedrà.
Sono anni che i lettori aspettano anche un nuovo libro, come è tornare sugli scaffali con un romanzo?
Ho provato una soddisfazione da esordiente perché a tutti gli effetti L’ottava vibrazione è stato un nuovo esordio dopo molto tempo e con un romanzo diverso dagli altri, reinventadomi un modo di scrivere, facendo esperimenti stilistici e narrativi che per me erano nuovi. Tutto è nato dall’idea di non negarmi niente, ho cercato di raccontare la storia che avevo in mente senza pensare questo no perché non è noir o questo no perché così si intoppa. Ho cercato un respiro interno al romanzo, un filo conduttore .
Il Leitmotiv del caldo soffocante…
Esatto. Il caldo diventa una condizione esistenziale interna la romanzo che permette un ritmo di narrazione anche lento, molto riflessivo, con la possibilità di fermarsi e iniziare a percorrere un’altra strada senza timore. Ci sono storie d’amore, di sesso, di guerra, delitti…
La scelta dell’ambientazione, L’Eritrea del 1896, è casuale o è influenzata da tutto ciò che ha fatto in questi anni come Misteri d’Italia?
La scelta del posto è stata casuale, anche se dal 2001 avevo in mente un’ambientazione coloniale. La scoperta di aver affinato alcuni metodi narrativi e investigativi è stata però fondamentale. Quando osservo un luogo, anche in riferimento a un periodo storico diverso, mi viene da chiedermi quali siano gli angoli bui… E nelle colonie italiane ce n’erano molti, per cui mi vi è venuto facile… La sorpresa è stata scoprire che come periodo era perfetto per raccontare certe cose.
È un periodo che può fare da specchio per l’Italia di oggi?
Sicuramente. Ci sono connessioni molto nette. Negli studi che ho fatto per documentarmi ho letto di un ambasciatore straniero dell’epoca che dice: ‘voi italiani siete venuti qui senza sapere bene cosa fare e comunque non avreste i soldi per farlo’. Un parere che trasportato nel tempo potrebbe evocare molte avventure, anche economiche italiane, per esempio Malpensa. È anche uno sguardo sul modo di fare degli italiani: arrivi in un posto e non sai bene come è fatto, chissà cosa credi di fare, confidi nell’aiuto degli altri. Allora, c’era già tutto il carattere italiano di oggi, nel bene e nel male.
Ci sono vari accenni a diversi dialetti italiani tra le pagine del libro, come si è documentato?
Mi sono guardato in giro. Alle volte mi bastava un accenno di suono, altre volte avevo bisogno di vere e proprie espressioni dialettali. Una volta per esempio dovevo scrivere in genovese, erano le due di notte, non potevo chiamare i miei amici genovesi a quell’ora e così sono entrato in una chat, “genova chat”, e spiegando il motivo della mia curiosità mi sono fatto spiegare… Mi sono documentato, ho chiesto, ho “rubato” e ho usato gli amici…
Pane per i denti degli editor…
Gli editor in Einaudi hanno fatto un gran lavoro, Severino Cesari e Valentina Pattavina si sono messi a controllare e verificare tutte le parole in dialetto e nelle altre lingue. È stato un gran lavoro anche per loro, poveretti.
Gianfranco Manfredi ha scritto la miniserie a fumetti per la Bonelli, Volto Nascosto, ambientata nello stesso periodo e con lo stesso scenario de L’Ottava Vibrazione. Sembra quasi che si stia sviluppando un interesse narrativo inedito per il primo periodo coloniale italiano…
Ho letto i primi numeri di Volto Nascosto durante la fase finale della scrittura del libro. Né io, né Manfredi sapevamo quello che stava facendo l’altro. A un certo punto, dopo il secondo, terzo numero, Manfredi mi ha scritto, dicendo di aver letto una mia intervista in cui anticipavo i temi del romanzo… Entrambi stavamo scrivendo qualcosa, di diverso, eppure di simile indipendentemente l’uno dall’altro. Deve essere nell’aria. Questo argomento deve avere una nuova presa sul nostro immaginario. È un periodo di cui si è occupati poco a livello letterario. Se vuoi sapere qualcosa a livello storico materiale ce n’è molto ma narrativamente è stato raccontato di più il secondo periodo coloniale, quello fascista…
Eppure potremmo considerarlo il nostro “far west”…
Sì. Ma non ci viene in mente, a me è venuta l’idea grazie a incontri e vicissitudini casuali. È un periodo storico di cui non ho visto film, non ho letto libri e a scuola non l’ho quasi studiato. È il nostro far west ma non ha mai fatto breccia nell’immaginario. Pensare a una storia coloniale esotica, prima delle casualità che mi hanno fatto venire in mente la trama del libro, mi avrebbe fatto venire in mente il far west americano, Little Big Horn…
L’ottava vibrazione dell’arcobaleno è il nero. Il noir sembra essere di fronte a una nuova stagione, un momento in cui deve uscire da determinati canoni per rinnovarsi e non mostrare la corda spegnendosi lentamente tra canoni e cliché…
Sì è vero, ma siamo sempre noiristi in fin dei conti. Per quanto mi riguarda nel momento in cui ho deciso di rimettermi a scrivere romanzi non mi sono sentito di scrivere un altro noir, il che non esclude che non torni presto da quelle parti. In fin dei conti per L’ottava vibrazione ho usato le tecniche del noir: all’inizio del romanzo c’è una bambina, non sai chi è, forse è il diavolo…

Gli ingredienti ci sono tutti. La voce di un’attrice famosa come Maria Grazia Cucinotta e di un calciatore ormai nell’olimpo dei divi del pallone come Kakà. Le illustrazioni allegre di Paolo d’Altan. E soprattutto la causa. Sensibilizzare i lettori all’impegno umanitario nella lotta alla fame del mondo. Ecco qui la doppia anima, libro e videogioco in forma di Cd, de La squadra: operazione Ristagna di Vichi de Marchi pubblicato da Editoriale Scienza. La De Marchi, portavoce per l’Italia del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, più noto con l’acronimo PAM che fornisce assistenza alimentare a oltre 70 milioni di persone
in più di 80 paesi, è anche autrice di numerosi libri per ragazzi. Le riesce facile, dunque, attingere al linguaggio dei più giovani per raccontare loro e anche ai loro genitori cosa significhi realmente affrontare un’emergenza umanitaria. Lo fa inventandone una che ha tutte le caratteristiche di una vera con le tipiche conseguenze catastrofiche: fame, desolazione, rischio epidemie. I protagonisti sono rispettivamente Carlos, Rachel e Joe, tre persone qualsiasi che nel loro lavoro quotidiano per il Pam finiscono per diventare dei piccoli eroi di cui mai come negli ultimi la società civile sembra avere bisogno. Dalle pagine del libro ai click multimediali, i tre protagonisti continuano a raccontare la loro avventura anche nel videogioco allegato. Che viene pubblicato per la prima volta dopo aver ricevuto 6 milioni di downloads su Internet in undici lingue. La prova che per raccontare grandi eventi planetari ai giovani qualche volta si possono sperimentare strumenti diversi ma complementari. Il libro servirà a finanziare la campagna del Pam Fill the cup il cui obiettivo è quello di fornire un pasto a 50 milioni di bambini che nel mondo soffrono la fame.

Milano-Londra a 10 euro. Ma in alcuni casi si può ottenere un biglietto anche a zero euro, pagando soltanto le tasse aeroportuali. Senza la compagnia low-cost sarebbe stato impossibile. Prenoti il volo online, e se lo fai con un congruo anticipo e hai un po’ di flessibilità sulle date, puoi fare un vero affare. Potere della deregulation ma… C’è un ma, e il libro della giornalista irlandese Siobhan Creaton, Ryanair. Il prezzo del low-cost, edito da Egea, lo racconta molto bene.
Aeroporti lontani anche centinaia di chilometri dalle città che promettono di farti raggiungere e niente fronzoli (in inglese no-frills, un credo incrollabile per compagnie che devono tenere bassi i costi). Quindi non ti danno gratis neanche un bicchiere d’acqua se ti stai strozzando. Con Ryanair il biglietto se hai fortuna costa poco, ma puoi star certo che ti faranno pagare caro tutto il resto e cercheranno di venderti per tutto il viaggio ogni possibile bene superfluo. Un po’ come i “viaggi delle pentole” che facevano le nostre nonne: portavano un gruppo di signore anziane in gita in qualche luogo d’interesse per pochi spiccioli e a metà tragitto cominciava la dimostrazione di padelle e utensili da cucina, che si era caldamente invitati ad acquistare. In questo caso tagliandi della lotteria gratta e vinci, biglietti per il treno da Stansted (nel mezzo del nulla) a Londra città, alcolici, snack, profumi, giocattoli, sconti sul noleggio auto, offerte promozionali per l’albergo e chi più ne ha…
Il libro racconta la storia di Ryanair dai primordi, quando il signor Ryan ci investì i lauti guadagni realizzati con un’altra compagnia, che noleggiava aeromobili, e creò l’azienda-miracolo in cui i dipendenti felici lavoravano sodo e avevano un’idea di futuro mentre gli irlandesi residenti in Inghilterra, esterrefatti e grati, approfittavano delle tariffe finalmente umane per andare a trovare i parenti in patria. Da anni ormai le redini sono passate in mano a Michael O’Leary, spregiudicato supermanager, inventore di campagne pubblicitarie di dubbio gusto, cinico ma efficace nella sua strategia di tagli forsennati e zero concessioni sindacali che ha portato l’azienda al successo in Europa e indotto molti dipendenti alla fuga. Ryan Air è l’unica compagnia che, abbassando ulteriormente tariffe già convenienti, e grazie a pubblicità sul confine del macabro, riuscì a fare utili anche nell’annus terribilis post 11 settembre.
Una recente pubblicità Ryanair che giocava sul dramma dei rifiuti a Napoli

Già ma a che prezzo, si diceva? Il cliente in pratica non esiste. Paga poco quindi non ha diritto di lamentarsi (per voli ritardati o addirittura cancellati, senza l’ombra di una scusa, di un rimborso, di una notte d’albergo pagata, nemmeno di un panino), né può sperare di avere gratuitamente qualcosa che per la compagnia rappresenta un costo o può comportare un ritardo (lo sanno bene i passeggeri disabili o con difficoltà a camminare che provano a chiedere una sedia a rotelle).
Nutrito anche il repertorio di possibili sorprese: il peso consentito per il bagaglio a mano è stato ulteriormente ridotto, la valigia da spedire costa 14 euro, ma poi fioccano le soprattasse in sterline se torni con un pinolo in più che fa scattare il peso alla categoria superiore. Tra il treno da e per Londra città, o il taxi se l’aereo parte molto presto al mattino, i bagagli calcolati extra e l’occasionale bibita (che non si può più neanche portare da casa per via delle restrizioni di sicurezza sul trasporto dei liquidi), alla fine il costo del viaggio può anche triplicare. Ma il totale resta comunque molto basso e dunque competitivo. Ed è qui che, spiega il libro, O’ Leary ha avuto ragione: le persone disposte a essere maltrattate e perfino raggirate pur di spendere poco per volare costituiscono una clientela sterminata e in continua crescita. E il futuro di Ryanair, diversamente da quello di Alitalia, è rosa.
Durante, il nuovo libro di Andrea De Carlo, esce il 30 aprile per Bompiani. Panorama ne anticipa un estratto. Dove compare il protagonista: un personaggio fascinoso e asociale che lascia il segno su tutti coloro che incontra.
Di Andrea De Carlo
Dopo un quarto d’ora Durante ha preso il cavallo per le redini e l’ha portato verso la staccionata, ha aiutato Samantha a smontare. Samantha ha toccato terra in malo modo, si è aggiustata subito i pantaloni e i capelli e le maniche della camicia. Ha detto “Mamma mia, che fatica”.
Il marito ha detto “Allora? Ce l’ha la stoffa dell’amazzone?”.
“No” ha detto Durante, senza enfasi.
“Cosa?” ha detto Samantha. Si è girata a guardarlo, leggermente teatrale.
“Non ce l’hai” ha detto Durante. Aveva un’espressione triste, con appena un accenno di sorriso.
“Be’, può imparare, no?” ha detto il marito. “In un tot di lezioni?”.
“Non credo” ha detto Durante, come se non ci fossero in gioco il suo interesse professionale e le loro malriposte aspirazioni.
“Come sarebbe?” ha detto Samantha, sembrava incerta su che atteggiamento assumere.
“È che non hai nessun senso dell’equilibrio” ha detto Durante. Aveva questo modo di calcare sulle parole chiave, ma per il resto il suo tono era pacato.
“Come si permette, questo?” ha detto Samantha, rivolta al marito e in parte anche a me e Astrid che assistevamo alla scena. “Ho fatto otto anni di danza classica, io!”.
“Non sono serviti” ha detto Durante, sempre in forma di semplice constatazione.
“Scusi tanto, signor maestro” ha detto il marito, alzando la voce. “L’equilibrio non dovrebbe insegnarglielo lei?”.
“Ci vorrebbero anni” ha detto Durante. “E non basterebbero, senza una disposizione mentale totalmente diversa”.
“Eh?” ha detto il marito, sempre più stizzito. “Allora a cosa servono queste lezioni? Per cosa paghiamo noi?”.
“A niente, in questo caso” ha detto Durante. “E non dovete pagarmi”.
“Io non ci credo!” ha detto Samantha la sua ormai ex allieva, vibrava di indignazione.
“Mi faccia capire un attimo, signor maestro” ha detto il marito. “Quale sarebbe il problema?”.
“L’attenzione” ha detto Durante. “È totalmente incapace di ascoltare dentro di sé, o fuori”.
“Ma che stai a dire?” ha detto la tipa. “Ma cccche stttai a ddddire?”. Continuava a passarsi una mano tra i capelli, girare su se stessa.
“Che razza di discorsi sono?” ha detto il marito. Come sua moglie e anche me e Astrid, era forse più sconcertato dai modi di Durante che dalle sue parole: dall’apparente candore con cui diceva la verità senza usare nessuno dei filtri della normale cortesia sociale.
“Vale anche per te, naturalmente” ha detto Durante, senza cambiare tono. “Se riuscissi a vederti dal di fuori, con quel telefonino. Non hai smesso un attimo di fare e ricevere chiamate, perché non sei in grado di essere qui”.
“Oh, chi ti autorizza a dire ’ste cose?” ha detto il marito. “Chi ti au-to-riz-za-aa?”. Agitava avanti e indietro una mano con le dita chiuse, ritto sulle punte dei piedi per essere alla sua altezza d’occhi.
“Ma, voi” ha detto Durante, lo guardava con i suoi occhi grigi. “Non avete chiesto la mia opinione?”.
La Top Ten dei libri più venduti nel mese di marzo in Inghilterra
1- A Prisoner of Birth (Jeffrey Archer) – Macmillan
2- Centurion – Roman Legion 8 (Simon Scarrow) – Headline
3- The Miracle at Speedy Motors (Alexander McCall Smith) – Little, Brown
4- Remember me? (Sophie Kinsella) – Bantam
5- Honour Thyself (Danielle Steel) – Bantam
6- A Cure for all Diseases (Reginald Hill) – HarperCollins
7- The Appeal (John Grisham) – Century
8- Ritual (Hayder Mo) – Bantam
9- Wrath of Mad God (Raymond E. Feist) – HarperVoyager
10- Lords of the Bow (Iggulden Conn) - HarperCollins
Fonte: The Bookseller

A tre anni dalla morte del Papa che “ha cambiato il mondo”, è in libreria, con la Biblioteca Universale Rizzoli, Una vita con Karol, il libro-testimonianza di chi ha trascorso quasi un’intera vita insieme al Pontefice. Cioè il suo segretario personale dal 1963, Stanislao Dziwisz , attuale Arcivescovo di Cracovia, che attraverso l’aiuto del vaticanista Gian Franco Svidercoschi racconta straordinarietà e quotidiano di un Papa rimasto al potere 27 anni.
Il volume ripercorre tappa dopo tappa l’intera storia di Wojtyla, dal sacerdozio alla nomina a Pontefice fino all’ultimo capitolo, quello della morte. Non mancano gli aneddoti che hanno reso famoso Giovanni Paolo II in tutto il mondo facendo innamorare le folle. Come quando appena eletto Papa pronunciò la famosa frase ‘’se mi sbaglio, mi corigerete” scatenando gli applausi dei fedeli in Piazza San Pietro. Quello che il libro aggiunge è mostrare l’altra faccia degli eventi. Il lettore scopre così che prima di affacciarsi in quel fatidico giorno il Pontefice aveva chiesto a chi lo accompagnava se non fosse stato il caso di pronunciare qualcosa. E benchè gli fosse stato risposto che non era previsto dal rituale “sentì dentro come un comando irresistibile” e uscì fuori a parlare lo stesso. Un ritratto, dunque, inedito e umano quello che viene offerto nel libro. Che si fa commosso nel ricordo della morte. “Era l’ultima volta che vedevo colui che mi aveva fatto da padre e da maestro” è il segretario Stanislao a parlare “facevo tutto lentamente, per allungare i tempi, all’infinito. Finché, a un certo punto, mi sono sentito degli occhi puntati addosso. E allora ho capito. Dovevo. Ho preso quel velo bianco e glielo ho deposto piano piano sul viso.”

Saggista acutissimo, scrittore eccellente. Eppure la sua professione è un’altra: rockstar. E di gran successo. Julian Cope, insomma, è la prova che quando il talento c’è, e tanto, in alcuni casi ha bisogno di debordare in tutte le forme di arte possibili, come per esempio la letteratura. Con il suo Japrocksampler. Come i Giapponesi del dopoguerra uscirono di testa per il rock’n’ roll, pubblicato in Italia da Arcana Edizioni , infatti, l’enfant terribile della scena inglese non propone solo un’analisi approfondita del rock nipponico, uno dei capitoli meno conosciuti della storia del rock, ma mette in gioco tutta la sua passione e la sua energia di rockstar per comprendere a 360 gradi il fenomeno.
“Ho scritto un libro su questo argomento” racconta a Panorama.it “perché è necessario per il rock stesso, per la sua evoluzione, vedere come altre culture lo hanno sviluppato”. E così ecco il lettore subito dentro al viaggio. Si comincia in realtà da molto lontano, addirittura nel 1853, quando quattro navi della Marina statunitense attraccando nella Baia di Tokio posero fine all’isolamento secolare della dinastia Tokugawa di impostazione completamente feudale. Per arrivare, poi, al 900 e ai suoi suoni ribelli post seconda guerra mondiale. “Per me il padre del nipporock” racconta Cope “è Yuya Uchida, uno sciamano di formazione, sempre alla ricerca, ha sperimentato l’LSD a Londra e Parigi poi è tornato in Giappone. Solo lui ha capito quanto fosse importante per le band nipponiche trovare il giusto equilibrio tra Dionisiaco e Apollineo”.
Già, l’antica lotta tra passione e ragione. Da anni Cope, grazie anche al suo libro The Megalithic European è considerato tra i più grandi esperti, seppure non accademici, di culture megalitiche. E adesso è particolarmente attratto dall’Italia e dalla cultura nuragica “Ho intenzione di scrivere un libro sulle tombe di Giganti della Sardegna. Insieme ai cerchi di pietra scozzesi di Aberdeenshire sono tra le cose che preferisco in assoluto. Fino ad ora ne ho visitati più di una settantina e ognuno di loro è stato una rivelazione. La Sardegna, del resto, è stato uno dei crocevia della preistoria, insieme all’Irlanda, alla Gran Bretagna al Portogallo. E poi sto lavorando ad un romanzo, sempre ambientato in Sardegna. Si intitolerà 131. Il protagonista è un musicista inglese fallito che va in Sardegna per ammazzarsi e percorre la 131, appunto. La strada che unisce il nord al sud dell’isola seguendo l’antico percorso della civiltà nuragica.”
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Lontano dalle “casalinghe disperate”, così come da certe oleografie retrò che continuano a spopolare. La narrativa contemporanea decide di evadere dai soliti clichè, raccontando destini e sventure di una dozzina di donne, ora ritratte in quattro libri arrivati da pochissimo in libreria.
Il più bello e il più convicente è forse Ragazze a firma di Antonio Steffenoni, edito per i tipi di Carte Scoperte: cinque amiche che di fronte al crinale degli “anta” decidono di regalarsi un fine settimana ad Arles. L’occasione del viaggio è la “Fiesta Espanola”, ma i giorni trascorsi nella cittadina francese sono lo spunto per un lungo racconto, quasi sempre godibile e divertente, che vede le protagoniste impegnate in decisioni “difficili, inaspettate, drammatiche, divertenti”. Senza dimenticare, ovviamente, le quotidiane incomprensioni con perditempo e scocciatori, come quello - “da manuale” - incontrato in treno, “uno di quei manager rampanti che tu detesti che, oltre a parlare ininterrotamente al cellulare, nei pochi momenti in cui taceva non ha fatto altro che guardarmi le gambe e fare il cascamorto, lanciando occhiate che, secondo lui, avrebbero dovuto fulminarmi. Una pena”.
Ma per essere donne pienamente appagate bisogna necessariamente essere madri? Se siete convinti di sì, non parlatene con Corinne Maier. L’autrice del best-seller Buongiorno pigrizia, sempre con Bompiani ritorna in libreria con No Kid. Quaranta ragioni per non avere figli. Un pamphlet sarcastico che crociffige i luoghi comuni sedimentati ormai nel politicamente corretto. E soprattutto che se la prende con “le puerpere che, anziché ammettere di essere stravolte, dire che il parto le ha lacerate, confessare che non dormire è un incubo, continuano a sostenere che partorire è la più bella delle esperienze”. Stesso discorso per le madri di “bamabini di sette-otto anni” che “si dicono felici, anche se non hanno più un minuto per se stesse o per una passione personale; passano tutta la giornata a scorrazzare per la città per accompagnare i figli ora in piscina, ora alle lezioni di musica, ora a scuola”.
Incentrato sulla Roma degli anni ‘70 è invece Tana per la bambina con i capelli a ombrellone, che porta la firma dell’esordiente Monica Viola (Rizzoli). Tanta musica (i Pink Floyd che cantano scalzi e ancora sconosciuti al Piper Club) ma anche tanta violenza (il fatidico 1977 così come le trame neofasciste) fanno da sfondo ad “una educazione affettiva caotica e senza filtri” minate da lutti ed abusi consumati tra le mura domestiche.
Tutto un altro registro per il poeta Giuseppe Conte: L’adultera (Longanesi) è un romanzo dedicato ad una delle più controverse figure evangeliche, ma è anche un libro capace di indagare, con una potenza narrativa rara di questi tempi, antiche e consolidate passioni e pulsioni per una storia interamente declinata al femminile, dove la mascolinità diventa redenzione ma al tempo stesso condanna fatale.

“La proprietà è un furto” diceva l’anarchico francese P.J. Proudhon. Una tesi che ancora oggi fa proseliti (magari senza nessuna consapevolezza politica) tra i tanti utenti che, in barba alle leggi sul diritto d’autore, scaricano film, libri e interi dischi dalle reti peer-to-peer.
Da Napster in poi l’industria dell’intrattenimento ha provato ad arginare questa pratica a colpi di denunce, sistemi di protezione dei file e multe salatissime. Ma la strategia difensiva non si è rivelata molto fruttuosa. Anche perché lo scontro non si gioca tanto sul piano tecnologico, quanto su quello culturale e del business: il peer-to-peer sta svuotando le casse delle major del disco e del cinema, mentre sta rendendo milionari i fornitori di servizi per la connettività (gli Internet Provider) e per il web (Google, Yahoo, AOL).
Così la pensa Denis Olivennes, per anni a capo del colosso FNAC e ora direttore del settimanale francese Nouvel Observateur, di cui è appena arrivato nelle librerie italiane il pamphlet La gratuità è un furto. Quando la pirateria uccide la cultura (Libri Scheiwiller, 14 euro), frutto del “Rapporto Olivennes” consegnato lo scorso novembre al governo Sarkozy.
Secondo Olivennes la battaglia per il consumo libero dei contenuti online è sostenuta da un’inedita “Santa Alleanza” in cui i contestatori del capitalismo vanno a braccetto con i sostenitori dell’assolutismo di mercato. Questi ultimi, “in quanto fautori del potere assoluto del consumatore, individuano nella potenziale ascesa delle aziende di telecomunicazioni e nel concomitante crollo delle prebende delle industrie tradizionali un’evoluzione sana e naturale dell’economia”. Il risultato è una “paradossale consociazione tra antimoderni e ultraliberali” in cui vediamo avanzare schierati “l’ala sinistra del Partito Socialista e AOL, Libération e il Wall Sreet Journal”. Due culture mai state così vicine e di cui forse si può trovare una sintesi perfetta in “Free!“, il nuovo libro sull’economia del gratis di Chris Anderson.
Ma attenzione, avverte Olivennes, non è affatto detto che da questa santa alleanza emerga davvero un panorama culturale più ricco di contenuti di nicchia (come vorrebbe la teoria della “coda lunga” di Anderson) e alla portata di chiunque (come credono molti idealisti): “È altamente probabile che, lasciando fare ai meccanismi spontanei della nuova rivoluzione industriale, ci ritroveremo in un mondo monocromo e monotono dove si ascolteranno solo poche musiche formattate dal marketing delle multinazionali”.
Ecco perché i governi, da una parte, e le industrie culturali, dall’altra, devono al più presto darsi da fare per trovare un’alternativa alla pirateria. A cominciare da un diritto d’autore aggiornato all’epoca digitale e dall’offerta di migliori servizi per la fruizione dei contenuti online.
Il tutto senza escludere la “coesistenza anarchica” di diversi universi concorrenti tra loro: “Potremo avere un’Internet libero da diritti in cui artisti desiderosi di farsi conoscere presenteranno le loro opere senza pretendere alcuna retribuzione (ad esempio con le licenze Creative Commons, NdR); un’Internet commerciale, anch’esso multiforme (pagamento mirato, forfettario e così via); dei siti istituzionali, dei siti commerciali e quelli cooperativi (come YouTube)”.
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In un tempo imprecisato, in una città che si chiama Mediterranea e che ricorda un po’ Buenos Aires, i single cominciano a nascondersi. Sono oggetto di un malumore crescente da parte di una società che sponsorizza l’idea della famiglia tradizionale come l’unica forma di aggregazione desiderabile. Il governatore Andrade e il cardinale Ademir vogliono perseguire e in ultima analisi rinchiudere tutti coloro che, arrivati alla soglia dei 35 anni (ma le donne addirittura a 30), non si sono ancora sposati. Tra i single che rischiano grosso c’è Shubert Gambetta, detective stropicciato, la cui vita sentimentale fa acqua da tutte le parti, che si troverà faccia a faccia con una verità inquietante.
Marco Innocenti, l’autore di La città degli uomini soli, che esce in questi giorni per Dario Flaccovio Editore, è un single che i 35 anni li ha già superati e non ha difficoltà ad ammettere che per trovare l’ispirazione non ha dovuto guardare molto lontano.
“Nasco come scrittore di cose autobiografiche” racconta “il mio primo romanzo era la storia di un giovane che voleva fare il pubblicitario, ovvero la mia professione. Per questo romanzo ho voluto portare alle estreme conseguenze l’idea che in Italia chiunque non formi una famiglia tradizionale non ha un grande sostegno da parte della politica”. Non sono solo i single a trovarsi in una situazione scomoda. “Si è fatto un gran parlare in tempi recenti di Pacs e Dico, di forme di famiglia diverse dagli schemi classici. Poi tutto il dibattito è rientrato” continua l’autore “Nessuna forza politica alla fine se la sente di difendere davvero chi sceglie di incontrarsi e di amarsi al di fuori degli schemi, che siano coppie di fatto, magari anche con figli, o coppie omosessuali”.
Perché in Italia la famiglia viene sempre prima di tutto? “Va di moda dire che non ci sono più i valori “, racconta Innocenti, “e che bisogna ritornarci. Parola bella ma anche vuota: cosa sono i valori? Uno dei valori è la famiglia. In effetti lo è anche secondo me, ma non è giusto intenderla solo in senso stretto, come famiglia che nasce dal matrimonio. È troppo riduttivo”.
In Italia sono in crescita le coppie che non si sposano, magari decidono di vivere insieme, di fare dei figli, ma non desiderano il matrimonio. Come mai le leggi non assecondano questa tendenza? “I politici”, spiega Innocenti, “sembrano non voler dispiacere alla Chiesa, ma ci sono milioni di persone che apprezzerebbero una forza politica che dicesse: rispettiamo la famiglia tradizionale ma cerchiamo di tutelare anche le altre forme. Prendiamo le coppie di fatto che non riescono ad avere figli: per loro l’adozione è impossibile e io lo trovo assurdo e molto discutibile”. Ma questa spinta della società alla fine avrà la meglio? “Sì perché si tratta di cambiamenti sociali che non si possono arrestare. Con gli anni si arriverà a un cambiamento e a una maggior presa d’atto da parte dei politici e anche della Chiesa, che non è monolitica”.
Ma com’è essere single in Italia? “Non so se in Italia sia diverso rispetto ad altri paesi. Non avere una relazione significa doversela cavare da soli con tante difficoltà. Il fatto poi che se ne parli sempre come se fosse il frutto di una decisione mi fa un po’ sorridere. Ci sono tanti single che lo sono per contingenze, casi della vita che ti fanno trovare o non trovare o magari anche perdere la persona giusta. Nella singletudine“, conclude Innocenti, “non necessariamente c’è una scelta”.
FORUM

1- Il Cacciatore di Aquiloni (Khaled Hosseini) – Piemme
2- Gomorra (Roberto Saviano) – Mondadori
3- La Paura e la Speranza (Giulio Tremonti) Mondadori
4- L’Ottava Vibrazione (Carlo Lucarelli) Einaudi
5- Mille splendidi soli (Khaled Hosseini) Piemme
6- Il campo del vasaio (Andrea Camilleri) Sellerio
7- L’eleganza del riccio (Muriel Barbery) E/O
8- Ti ricordi di me (Sophie Kinsella) Mondadori
9- La solitudine dei numeri primi (Paolo Giordano) Mondadori
10- L’altra casta (Stefano Livadiotti) Mondadori
Fonte: Classifica Librerie Mondadori

Nell’Iraq della guerra e del terrorismo, un derviscio italiano riesce a mettere in atto una missione diplomatica eroica: convincere alla pace tutti gli iracheni. A sponsorizzare l’operazione sono Nasrallah e Chavez, Mandela e Al Qaradawi, i Fratelli Musulmani e il Governo turco. Grazie al loro contributo il Paese mediorientale può finalmente dirsi un’isola di concordia nella regione. Un miracolo? Sì. Infatti s’intitola Miracolo a Baghdad (Edizioni Al Hikma, Imperia) il libro scritto da Hamza Roberto Piccardo (ex segretario nazionale dell’UCOII) per raccontare il sogno di un accordo interconfessionale e interetnico nel martoriato Iraq.
Il libro è corredato da due scritti di Franco Cardini e di Tariq Ramadan che Panorama.it mette on line per i lettori.
LEGGI I TESTI: Una testimonianza, di Franco Cardini - Un racconto, una visione, di Tariq Ramadan
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