Archivio di Aprile, 2008

Un Pulitzer in bilico tra Santo Domingo e gli States

In attesa dell'uragano, un ragazzo osserva l'orizzonte a Enriquillo, il 18 agosto 2007

Ha dovuto aspettare più di dieci anni per vedere definitivamente consacrato il suo talento. Junot Diaz non ha solo vinto il Pulitzer per la narrativa 2008 per il suo La breve favolosa vita di Oscar Wao (uscito in Italia per Mondadori) ma ha dato il seguito che meritava al successo già raccolto nel 1996 negli Usa con Drown.

La breve favolosa vita di Oscar Wao è un tour de force geografico ed emozionale in cui Diaz, classe 1967, nato a Santo Domingo ma naturalizzato statunitense, ripercorre i temi che più gli stanno a cuore perché vissuti sulla propria pelle: la dura esperienza dell’emigrazione, le dinamiche familiari, non sempre facili e idilliache, e il rapporto con il sesso di un giovane che è il prodotto di due culture differenti. proprio come l’autore e come il suo personaggio, Oscar, un dominicano obeso e goffo che vive nel New Jersey, ossessionato dalle ragazze (che però lo ignorano), dai giochi di ruolo e dai romanzi di fantascienza e fantasy. Il suo sogno è di diventare il Tolkien Dominicano e ovviamente di trovare l’amore. Ma per centrare il suo obiettivo deve sfidare il micidiale fukù, l’antica maledizione dell’isola che perseguita i membri della sua famiglia da generazioni.
Già, il fukù, con tutto il bagaglio che si porta dietro di dolore e sventura. La maledizione della Storia che porta Diaz a definire la sua terra d’origine come Ground zero dei Caraibi, in cui il Vecchio Mondo è morto per lasciare spazio al Nuovo. Dietro la metafora di un’isola segnata dall’uomo bianco e dalle dittature sostenute dall’Occidente. Come quella di Trujillo, dittatore a vita e la sua fu particolarmente lunga se imperversò dal 1930 al 1961, considerato uno dei responsabili del dramma storico della repubblica Dominicana. Diaz si muove dunque tra passato e presente, in cerca di un futuro per il quale è solo possibile sperare. Per ogni fuku però, ed è lui stesso a raccontarlo nel romanzo, secondo le leggende tradizionali c’è sempre una zafa, un controincantesimo. È alla letteratura, dunque, alla sua, che affida questo difficile compito.

Thomas Kohnstamm: sesso e droga sono meglio della Lonely Planet

www.thomaskohnstamm.com
Tanta voglia di viaggiare, ma ben poca di lavorare. O almeno, non ai miseri compensi elargiti da Lonely Planet. Così, Thomas Kohnstamm, un autore di guide per i viaggi, ha recentemente dichiarato di aver contribuito alla stesura della guida della Lonely Planet relativa alla Colombia, senza averla mai visitata, grazie ad un conoscente che lavorava nel consolato colombiano. “Non mi pagavano abbastanza” si è giustificato l’autore. Ma la Colombia non è l’unico Paese di cui l’autore/viaggiatore si è occupato. Così, alla Lonely Planet hanno deciso ora di correre ai ripari. E hanno sguinzagliato una serie di segugi per verificare quante balle Kohnstamm abbia infilato nelle sue guide.
L’editore della Lonely Planet, Piers Pickard, ha annunciato che i tre volumi sotto accusa - Sud America, Patagonia cilena e Caraibi - saranno rivisti a fondo anche se “in tutti e tre il contributo di Kohnstamm era davvero minimo”.
Ma ormai il danno è fatto, visto che lo stesso autore ha confessato pubblicamente la sua condotta poco edificante: più che controllare gli orari dei treni e i menu dei ristoranti, Kohnstamm se la spassava con le donne, senza farsi scrupolo di vendere ecstasy pur di sbarcare il lunario. Le sue memorie la prossima settimana usciranno nelle librerie statunitensi: Do travel writers go to hell? (Gli scrittori di viaggio vanno all’inferno?). Certo è che i suoi non sembrano davvero resoconti dall’inferno: “La cameriera mi fa capire di tornare quando chiuderà il ristorante, intorno a mezzanotte”, racconta. “Finiamo con il fare sesso su una sedia e dopo su uno dei tavoli sul retro”. E proprio quella performance si guadagnò un’indicazione sulla guida che descriveva il ristorante come “una sorpresa piacevole” con un “ottimo servizio al tavolo”.

Lontano dal Tibet: l’esilio di una nazione raccontato da un italiano

Un attivista filotibetano durante una manifestazione di solidarietà a Roma

Dal Tibet con dolore. Dopo la cronaca degli ultimi scontri ecco la testimonianza di Carlo Buldrini, ex direttore dell’Istituto italiano di cultura di Nuova Delhi con il suo Lontano dal Tibet, storia di una nazione in esilio, pubblicato prima in Gran Bretagna nel 2005, poi in Italia da Lindau.
“Se esiste ancora il Tibet?” racconta a Panorama.it l’autore che in India ha trascorso, a partire dal 1971, trenta anni della sua vita. “Mi posi la domanda nel 1979, quando visitai a Nuova Delhi il campo di profughi tibetani di Majnu ka Tilla. All’epoca non trovai una risposta. Oggi, invece, stiamo assistendo ad un genocidio. Il fatto di definirlo culturale non ne sminuisce la gravità visto che si sta cercando di spazzare via un’intera identità nazionale. Se l’Occidente non farà qualcosa rischiamo davvero che il Tibet smetta di esistere”.
Pagina dopo pagina Buldrini ripercorre con scrupolo da reporter e con l’ampiezza di sguardo tipica di uno scrittore di viaggio gli ultimi quarant’anni di questo paese martoriato dai suoi difficili rapporti con la Cina. Una cronaca fedele dei fatti resa possibile grazie alle preziose testimonianze dei rifugiati in India raccolte personalmente dall’autore negli anni’70.
Il viaggio comincia nel lontano 1959, nove anni dopo l’invasione dall’Esercito di Liberazione Popolare di Mao Zedong, con l’insurrezione della capitale Lhasa. Giorni drammatici che si conclusero con la repressione della rivolta e la fuga della massima autorità religiosa del Buddismo Tibetano, il Dalai Lama, in India, dove avrebbe dato vita al governo tibetano in esilio. “Conosco il Dalai Lama da più di 30 anni da quando portava gli occhiali con la montatura nera e sembrava un giovane studente universitario. Ho seguito da vicino tutto il suo pensiero politico. E nel libro compare una sua intervista, una delle tante che gli ho fatto nel corso degli anni. Una volta fu proprio lui a dirmi che il problema del Tibet non è un problema solo di diritti umani o di sistemi economici diversi” spiega Buldrini “ma di essere una cultura, una nazione completamente separata dalla Cina, con la sua storia, la sua lingua, la sua spiritualità. La Cina vuole il Tibet e se l’è preso ma non vuole i tibetani” continua “E per questo li sta distruggendo. Il mio libro è stato scritto per loro. Perché le nuove generazioni non dimentichino il loro passato e ne facciano tesoro per i problemi che adesso si trovano a fronteggiare”.

Il caso De Magistris: eroe o provocatore?

Luigi De Magistris, pubblico ministero a Catanzaro

C’è chi lo considera degno erede dei “magistrati-eroi” di una ventina d’anni fa, quelli morti ammazzati da una mafia che non era disposta ad accettare certe inchieste scabrose. Per converso, c’è chi lo accusa di un atteggiamento troppo sovraesposto e, a tratti, quasi “provocatorio”. Certo è che negli ultimi mesi, con il suo operato, Luigi De Magistris ha finito con l’incidere sugli equilibri della politica nazionale. Fino a fare scoppiare un vero e proprio Caso De Magistris, che adesso il cronista Antonio Massari racconta nelle quattrocento e passa pagine del saggio pubblicato da Aliberti. Una ricostruzione dettagliata, che si avvale anche di un’intervista esclusiva al magistrato catanzarese. Da regalare ai cultori della pubblicistica firmata Travaglio & Co.

Antonio Massari, Il caso De Magistris, Aliberti editore, pp. 444, euro 16,50

I motivi (più o meno gravi) della paralisi italiana

Beppe Grillo in piazza Maggiore a Bologna per il Vaffa-day

Se sulla scheda, in cabina elettorale, troverete una decina di partiti in meno è anche merito suo. Nei mesi scorsi, infatti, Giovanni Guzzetta è stato con Mario Segni uno dei promotori del referendum sulla legge elettorale. Referendum rinviato all’anno prossimo, ma le cui più immediate conseguenze saranno già presenti nell’urna di domenica. Nel frattempo, l’autore, che insegna Diritto Pubblico all’università Tor Vergata di Roma, ha pensato bene di scrivere Italia. Ultima chiamata, tentando si spiegare tic e controriforme ataviche del nostro Paese. Un saggio ricco di spunti inediti, da consigliare a chi è convinto da ciò che dice Beppe Grillo, ma non lo vorrebbe in Parlamento.

Giovanni Guzzetta, Italia. Ultima chiamata, Rizzoli, pp. 281, euro 18

Così perdiamo il Nord: è il grido d’allarme tra Bossi e Veltroni

particolare della copertina del libro di Riccardo Illy (Mondadori)
Chi lo ha detto che è solo la Lega a parlare di questione settentrionale? Riccardo Illy, che nella sua vita ha già fatto tre mestieri (imprenditore, sindaco di Trieste e governatore del Friuli-Venezia Giulia) e che si candida a continuare a presidente la regione friuliana, prova a lanciare l’allarme anche da sinistra. Così perdiamo il Nord è una denuncia che sembra anche l’amara presa d’atto del rapporto mai chiarito tra sinistra e Settentrione. Consigliato a chi apprezza Bossi ma è tentato da Veltroni.

Riccardo Illy, Così perdiamo il Nord, Mondadori, pp.108, euro 14,50

Il mostro mite: perché sinistra non fa rima con modernità

Partecipanti alla manifestazione a sostegno del disegno di legge sui Dico fanno suonare le sveglie dei loro cellulari in piazza Farnese a Roma. Alle 18, infatti, tutta la piazza ha fatto scattare sveglie, fatto suonare fischietti e cellulari, e applaudito per chiedere una sveglia sui diritti civili.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
Sinistra e modernità: due parole compatibili o una contraddizione insanabile? A chiederselo è Raffaele Simone, uno dei più noti studiosi europei di filosofia del linguaggio. E le considerazioni che vengono alla penna dello studioso non sono di certo tra le più incoraggianti: alle soglie del XXI secolo, di fronte al Mostro mite (leggi: la società moderna e globalizzata), la sinistra si è trovata disattenta o, al peggio, impreparata. Simone tenta di suonare la sveglia, cercando di interpretare in modo inedito e per nulla aprioristico la realtà quotidiana. Da regalare al popolo della “No-Tav” e ai suoi più entusiastici sostenitori.

Raffaele Simone, Il mostro mite, Garzanti, pp.172, euro 12

La democrazia in trenta lezioni

È il più noto politologo italiano, uno dei più autorevoli al mondo. Professore emerito alla Columbia Univerisity e all’Università di Firenze, è accademico dei Lincei ed ha insegnato negli atenei più prestigiosi del mondo (Harvard, Yale, Stanford). Giovanni Sartori ha ora deciso di raccogliere trenta lezioni sulla democrazia, curate dalla giornalista Lorenza Foschini, in un libretto di poco meno di cento pagine, che si legge in poco più di due ore. Un piccolo classico, utile ad avere le idee più chiare su vizi e virtù del sistema di governo più amato (e contestato) dell’intero Occidente.

Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Mondadori, pp.110. euro 12

Com’è cambiata la Russia tra elezioni e torture

Il candidato di Russia Unita Dmitry Medvedev

Come è cambiata la Mosca di zar Putin? Se lo chiede Leonardo Coen, storico inviato in Russia per Repubblica, nel suo libro, Putingrad (Alet edizioni). La capitale russa è chiamata infatti dal giornalista “Putingrad”, capitale di Putinia, ovvero la Russia, il Paese più vasto del mondo, ricco di risorse naturali che scatenano le “avances” dei potenti. Un’analisi della città, cuore pulsante politico ed economico, a 360 gradi, condotta dagli occhi dello stesso Zar, mentre dai vetri della sua limousine attraversa la Kutuzovski prospekt. In una città così frenetica, dove il divario tra ricchissimi e poverissimi è molto accentuato, si è giocata la partita delle presidenziali di marzo. E il passaggio dello scettro “reale” da Putin a Medvedev, ripercorrendo le fasi cruciali dell’ascesa nel 2000 del presidente tanto amato dai russi da essere eletto per due volte consecutive. Molti politologi riconducono la vittoria di Vladimir Putin ad una frase detta spesso in campagna elettorale: “Ammazzare i terroristi anche nel cesso” rivolto ai ceceni. E Musa Mutaev, autore del libro Il sole verde (Neftasia editore) lo sa fin troppo bene. Kirghiso, Mutaev ha subito svariate torture e vessazioni fisiche e psicologiche prima di riuscire a fuggire nel 2004 in Norvegia e diventare il primo scrittore- ospite di ICORN (International Cities of Refuge Network). Lo scrittore si sofferma a raccontare, senza paure né tentennamenti, i sistemi di terrore usati dalle forze russe per estorcere confessioni indotte. Scosse elettriche, rottura di arti, sangue. Una sofferenza a cui i civili devono sottostare se non vogliono auto-accusarsi di qualcosa che non hanno commesso. Una scossa elettrica più intensa di un’altra dipinge il sole di verde: “Adesso il sole era verde. Ma non esiste un sole verde! In realtà il sole è giallo oro…”.

Se li conosci, li eviti: gli onorevoli impresentabili di destra e sinistra

Ecco la lista, ecco tutti i nomi. La premiata ditta Gomez-Travaglio presenta la mappatura integrale ed aggiornata dei cosiddetti “impresentabili”. Da destra a sinistra, le contraddizioni e i trascorsi giudiziari dei candidati alle prossime elezioni politiche ed amministrative. Se li conosci, li eviti è un vero e proprio calcio allo stomaco al politicamente corretto, forse poco adatto all’elettore indeciso. Anche perché, a lettura conclusa, la sensazione è quella che un partito vale l’altro.

Peter Gomez, Marco Travaglio, Se li conosci li eviti, Chiarelettere, pp. 571, euro 14,60

La libreria perfetta secondo il Telegraph

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/polifemus/111515924/]polifemus[/url] by Flickr)[/i]

Sono 110 i libri che compongono la biblioteca ideale, e tra questi ci sono anche quattro classici italiani. Il Sunday Telegraph ha riempito gli immaginari scaffali di questa biblioteca con i testi giudicati essenziali - con un ovvio punti di vista anglocentrico, e con alcune scelte davvero discutibili - e tra questi ha infilato la Divina Commedia di Dante, il Principe di Machiavelli, Le vite degli artisti del Vasari, e, unico tra i contemporanei, Se questo è un uomo di Primo Levi.
La biblioteca ideale si divide in varie categorie, che vanno dai gialli, alle biografie, dai libri per ragazzi alla fantascienza, dai classici ai libri che per i compilatori “hanno cambiato il mondo”, quindi quelli che “hanno cambiato il tuo mondo”. All’interno di queste categorie, poi, ci sono i “must read” quelli da leggere obbligatoriamente: è il caso, nella sezione Biografie, delle Vite di Giorgio Vasari, “la storia dell’arte del Rinascimento raccontata attraverso le biografie dei suoi pesi massimi”, nella definizione del domenicale. Dante, nella sezione Poesia, viene definito “l’export letterario più bello dell’Italia”; mentre Il principe - giustamente inserito tra i libri che hanno cambiato il mondo - viene così descritto: “Scritto durante il suo esilio dalla repubblica fiorentina, la bibbia della realpolitik di Machiavelli offre il mandato definitivo per quei politici (ancora troppi) che mettono la conservazione del potere sopra alla promozione della giustizia”. E su Primo Levi e il suo Se questo è un uomo, i compilatori osservano: “Il suo retroterra di perito chimico di Torino può non apparire degno di nota, ma il pacato racconto che Levi fa della sua esperienza dell’inferno sulla terra come prigioniero di Auschwitz lo è senza dubbi”.
Il resto della biblioteca ideale contiene molti libri inglesi ed americani (com’è noto, i lettori anglosassoni, specie negli Usa, leggono pochi titoli che non siano originariamente in inglese), con molte presenze ovvie (I sonetti di William Shakespeare, indicati come ‘must read’ della poesia), assenze assurde: tra i classici per bambini essenziali non c’è Pinocchio, ma compare Le sue materie oscure di Philip Pullman.
Qui la classifica del Telegrah. Qual è invece la vostra top ten? Ditelo nel FORUM

La paura e la speranza: una lettura per gli indecisi

Giulio Tremonti, Vicepresidente di Forza Italia | Ansa
È stato per antonomasia il libro di questa campagna elettorale. Sul suo conto si sono scritti centinaia di articoli, animati decine di dibattiti, programmate intere trasmissioni radiofoniche e televisive. E se il Pdl dovesse vincere le prossime elezioni, il suo autore, Giulio Tremonti, si ritroverà nuovamente a dover gestire uno dei ministeri più “pesanti”, quello dell’Economia. Anche se nessuno lo ha detto esplicitamente, La paura e la speranza è destinato a incidere sul nuovo corso di politica estera ed economica di un eventuale governo guidato da Silvio Berlusconi. Ecco perchè la sua lettura può orientare gli indecisi a votare, in un senso o nell’altro, alla tornata elettorale di domenica prossima.

Giulio Tremonti, La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla, Mondadori, pp. 120, euro 16

La moneta d’oro. Fantascienza made in Africa

Malawi, Africa (southern_martin - Flickr)

Può l’Africa raccontare se stessa utilizzando linguaggi e icone della fantascienza? È la sfida intellettuale di Ken Bugul, al secolo Mariètou Mbaye Biléoma, senegalese di nascita ma da anni in Benin. Una vita spesa in bilico tra la letteratura e il suo impegno a favore delle donne africane e dei loro problemi sociali. Con La Moneta d’oro (pubblicata in Italia da Baldini Castoldi Dalai) ad essere raccontato è un continente dove magia e superstizioni ancestrali vengono rinnovate e rilette per la prima volta con l’occhio del genere fantascientifico. Un sincretismo riuscito il cui risultato è una favola originalissima. Amara nelle sue conclusioni. Fortemente critica nella sua metafora politica. L’Africa appare agli occhi della Bugul come un continente in cerca di una nuova identità grazie alle varie indipendenze nazionali, che però fa ancora fatica a riemergere dall’epoca coloniale e dai suoi feroci strascichi.
L’intreccio narrativo parte da un simbolo della narrazione favolistica: la moneta d’oro. Capace di portare benessere, potere e ricchezza a chi la possiede ma ad una condizione: non deve essere venduta. Appartenuta al genio Condorong, figura mitica dell’Olimpo africano, la moneta d’oro attraversa tutto il libro come un referente con cui tutti i personaggi sono costretti a confrontarsi. E’ con lei che il padre di Moise abbandona il villaggio per cercare fortuna in città, è lei che alla fine sparisce proprio quando tutto il resto della famiglia del protagonista si è ricongiunto nella metropoli spietata. È a questo punto che la favola si trasforma in racconto fantascientifico, seguendo schemi e regole caratteristiche della letteratura occidentale. La scrittrice si inventa così due extraterrestri che, come un deus ex machina porteranno ad un finale che è più happy end di quello che si potesse sperare. Resta, però, la delusione profonda nei confronti di un continente dove i miraggi, di tutti i tipi, soprattutto sociali, sono ancora più forti delle certezze. Questi gli extraterrestri non sono riusciti a portarli via.

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