Archivio di Maggio, 2008
Ha solo 35 anni, e benché adesso viva negli Stati Uniti dove ha ottenuto asilo politico, i suoi occhi hanno visto più di mille vite. Daoud Hari, professione interprete, non viene infatti da un paese qualunque ma dal Darfur, la regione occidentale del Sudan, teatro di una guerra scoppiata nel 2003 e di un feroce massacro che ha prodotto più di 300 mila vittime. Nel suo Il traduttore del silenzio, pubblicato in Italia da Piemme, quella che racconta non è solo la sua storia personale di testimone oculare degli orrori perpetrati dalle milizie arabe per conto del governo sudanese ma l’intera storia di una terra devastata alle radici.
Hari, che ha lavorato come interprete per molti giornalisti occidentali rischiando ogni giorno in prima persona, ha conosciuto l’abbrutimento della prigionia e della tortura. Ma non ha dimenticato il valore della sua passione, quella per i libri e la letteratura. Ha letto Oliver Twist e L’isola del Tesoro, parole dietro le quali ha costruito le sue. Nato nella tribù degli Zaghawa, dedita principalmente all’allevamento dei cammelli, il traduttore del silenzio, che è l’altro modo di chiamare se stesso, racconta nel suo libro ciò che avvenne prima della guerra e dell’odio tribale, quando le tribù africane e arabe convivevano ancora pacificamente. E spiega in che modo è avvenuto il cambiamento, che ha portato dall’alleanza dei nomadi arabi con Karthoum, e al conseguente inizio delle razzie nei villaggi. Grazie alla sua penna gli Janjaweed, alla lettera i diavoli a cavallo, cioè i nomadi arabi durante i saccheggi diventano personaggi in balia del male, quasi mitologici. Ma il resto non è mitologia. Madri che si impiccano, ossa abbandonate nel deserto, gente sterminata con i machete. Hari in Darfur ha perso tutto, persino la sua famiglia. Ma non la voglia di raccontare.
1-El juego del angel (Carlos Ruiz Zafon) Editorial Planeta
2-Los peces de la Amargura (Fernando Irigoyen) Tusquets Editores
3-El nino con el pijama de rayas (John Boyne) Publicaciones Y Ediciones Salamandra
4-El asombroso viaje de Pomponio Flato (Eduardo Mendoza) Editorial Seix Barral
5-El oscuro Pasajero (Jeff Lindsay) Umbriel Editores
6-La Extrana (Sandor Marai) Publicaciones Y Ediciones Salamandra
7-Ni pies ni cabeza: Una novela de picoletos… (Juan Carlos Cordoba) Plaza & Janes Eiditores
8-Polvora Negra (Glez Montero) Editorial Planeta
9-La muerte de Superman (Dan Jurgens) Planeta De Agostini
10-Perdona se te llamo amor (Federico Moccia) Editorial Planeta
Fonte: Casa del Libro
“La prende per la gola e stringe. Forte, sempre più forte, fino a sentirla morire”. Finisce così il prologo del romanzo di Antonio Pagliaro, Il Sangue degli Altri (Sironi Editore, euro14,50). Il giallo si snoda attraverso Corrado Lo Coco, giornalista palermitano, che si trova ad indagare su una truffa inerente la costruzione di alcuni casinò in Sicilia. L’appalto va ad una società lettone. Il romanzo si apre con due omicidi nel giro di poche ore e Lo Coco benché spaventato decide di “voler capire”. Affronterà un viaggio che lo porterà da Palermo a Grozny, in Cecenia, passando per Mosca e Riga. Pagliaro spiega l’idea centrale del suo romanzo a Panorama.it: “Cosa nostra cerca di fare business ovunque sia possibile, ovviamente senza alcun tipo di vincolo etico. E in zone di guerra o di instabilità politica, fare soldi col crimine è sempre più facile. È successo, ad esempio, nell’Est Europa dopo la caduta del muro. Non credo sia successo in Cecenia, almeno non con la mafia siciliana, ma che succeda è certamente verosimile”.
Il protagonista de Il sangue degli Altri, conoscerà la tristezza degli occhi delle donne cecene, le loro vicende di abusi sessuali e psicologici, tanto narrate dalla giornalista russa Anna Politkovskaja, a cui, tra l’altro è dedicato il libro: “La storia che racconto nel prologo è ispirata alla storia vera di El’za Kungaeva (la giovane cecena di appena diciotto anni, nel marzo del 2000 venne stuprata e uccisa dal colonnello Juri Budanov, ndr). Anche se molto cambiata dalla finzione romanzesca, la storia è quella, ed è certamente una storia che colpisce. Le prime tre pagine sono molto dure, ma questa è la guerra di Cecenia e così è opportuno, credo, raccontarla”, spiega lo scrittore.
Ma Corrado Lo Coco, non ha paura ed è deciso a scoprire la verità: “La stampa in generale gli assomiglia poco. Però anche nel romanzo è pavida e schiava del potere” spiega l’autore “Anche nella finzione è un giornalista isolato e coraggioso che indaga. Nella realtà non è molto differente: nella melma della stampa italiana, ci sono esempio di grandi giornalisti che non si piegano. Uno fu Antonio Russo, ad esempio, che per la Cecenia morì e alla cui memoria il libro è dedicato”.
Prestare i libri amati è sempre una scelta difficile. Ma se invece di sentire che ce ne stiamo privando cominciassimo a pensare che li stiamo “liberando”? È questo l’assunto di base del bookcrossing, movimento nato in America nel 2000 e cresciuto fino a raggiungere dimensioni globali grazie a internet. Sono 660 mila nel mondo e oltre 20 mila solo in Italia i lettori che aderiscono al movimento. E dal 30 maggio al 2 giugno si incontrano a Genova per il raduno annuale nazionale, il Munz 2008.
Come si fa a liberare un libro? Come si riconosce un libro lasciato da un bookcrosser? Che cosa fanno i bookcrosser quando si incontrano? Panorama.it ne ha parlato con Massimo Cipolla, meglio noto nell’ambiente come Maxcip, bookcrosser genovese tra gli organizzatori del raduno di fine maggio.
“Quella di lasciare libri letti in giro era già una pratica diffusa quando una coppia americana, Ron Hornbacker e sua moglie, inventarono un metodo per sistematizzare lo scambio e permettere di seguire il percorso dei libri. In realtà il sistema esisteva già ed era stato inventato per tracciare i numeri seriali delle banconote in America in una sorta di gioco “Dov’è George?”, in cui l’interrogativo si riferisce a George Washington”.
Come si libera un libro? “Ci si iscrive al portale americano“, spiega Maxcip, “si registrano i propri dati e poi si registrato i dati del libro da liberare: autore, titolo e così via. Il software genera automatricamente un codice che va stampato e incollato al libro e che identifica quel libro e lui soltanto. Possiamo aggiungere note e informazioni su dove abbiamo intenzione di liberarlo. Chi lo trova va sullo stesso portale, digita il codice del libro e scopre la sua storia”.
Quella dei bookcrosser è una di quelle comunità che dal virtuale (incontri e scambi di opinione su forum e blog) passa volentieri al reale. “In tutte le città organizziamo degli incontri il secondo martedì del mese”, racconta Maxcip. “Prendiamo accordi online e ci diamo l’appuntamento. Di solito in qualche locale che poi diventa anche luogo privilegiato per liberare e trovare libri”.
Il raduno annuale è un modo per entrare in contatto con una fetta più ampia della comunità, incontrare autori, socializzare e divertirsi. Sul sito italiano si trovano tutte le informazioni. “Di sicuro ci sarà un giro nella città vecchia organizzato per sabato 31 e alle 17 alla libreria Finis Terre in piazza Truogoli di Santa Brigida nel centro storico, la presentazione del libro Naviglio Blues di Adele Marini, con un accompagnamento musicale, ovviamente blues. La tradizione vuole che a questi raduni nazonali ci sia sempre anche una cena che noi definiamo “zingara”: un pic-nic sotto le stelle con lettura trash. Ognuno porta un libro che trova particolarmente trash e se ne leggono brani ad alta voce per divertimento”. Per la domenica 1 giugno il programma prevede una mega-liberazione di libri e una caccia al tesoro che seguirà il filo di un racconto e per lunedì è prevista una gita al mare con pic-nic, letture e chiacchiere.
Massimo Cipolla lavora a Genova in un centro di biotecnologie, la sua liberazione record (la più alta) l’ha fatta l’anno scorso sul Monte Rosa e spesso, se il libro che vuole liberare gli è piaciuto particolarmente, ne compra un’altra copia da tenere per sé, in barba a chi dice che il bookcrossing nuoce agli autori perché fa vendere meno.
Da quando è nato il movimento sono stati liberati oltre 4 milioni e mezzo di libri. Le idee girano veloci.
Qui il programma completo della manifestazione.
LA GALLERY
Ogni nuova uscita di casa Bonelli è un piccolo evento. Ogni “numero uno” un piccolo tesoro per appassionati. Carlo Ambrosini, già all’opera come disegnatore e autore sulle pagine di Ken Parker, Dylan Dog e su quelle particolarissime di Napoleone, ha dato i natali a Jan Dix, un “investigatore” molto particolare.
Panorama.it ha incontrato Ambrosini per farsi raccontare qualcosa in più su questa miniserie bimestrale di 14 numeri appena approdata in edicola.
Chi è Jan Dix?
Un conoscitore, un osservatore d’arte; piccolo collezionista e mercante; pubblicista e scrittore (sempre d’arte) nonché consulente del Rijksmuseum di Amsterdam. Quarant’anni, fidanzato con Annika Hermans, la trentenne direttrice di una sezione della pinacoteca del museo. Dix gira il mondo per recupero, attribuzioni e acquisizioni di opere d’arte, ma anche per consulenze e conferenze. Vive ad Amsterdam in un loft in centro dove riceve la fidanzata, clienti vari e… ammiratrici.
Da quanto tempo è al lavoro sul personaggio?
Sono occupato da Dix praticamente a tempo pieno da più di due anni, dalla chiusura di Napoleone.
Doveva chiamarsi Pollock…
Già… ma la legislazione sulla tutela del diritto d’autore degli artisti morti da meno di settant’anni ci ha costretto (in virtù della sua fumosità) a rivedere, l’utilizzo del nome.
Cosa rappresenta l’arte per Dix? E per il suo autore?
Direi che per entrambi è uno strumento per gettare uno sguardo sul mondo. Una via preferenziale per acquisirne la conoscenza.
Quali sono state le fonti di ispirazione per la creazione delle storie e del personaggio?
Per la caratterizzazione dei protagonisti, ho creduto di ispirarmi a dei modelli fisici quali quelli di Jeremy Irons e di Giulia Roberts che vogliono essere solo riferimenti di massima ai quali i disegnatori, me compreso, dovranno attenersi ma che sono liberi di interpretare con il loro segno. Irons ha un fisico sufficientemente atletico per rincorrere e ammazzare qualche cattivo (infatti spara, anche se con una certa riluttanza) ma anche un viso credibile come studioso capace di approfondimenti intellettuali. Giulia Roberts, d’altro canto, mi sembra molto bella senza essere troppo stereotipata. Il debito con la fisionomia degli attori per me è funzionale soprattutto a comunicare con i disegnatori per intenderci sulle tipologie di massima. Altri due componenti fissi della serie sono il giudice Hilman (un vecchio giudice in pensione, mentore e confidente di Dix il cui nome è un omaggio al grande psicanalista e filosofo) e per finire, Gherrit, il suo assistente, un venticinquenne carino, dinamico e scanzonato studente di architettura.
Le attività di Dix nelle sue avventure saranno quella di perseguire i responsabili di furti, truffe o trafugamenti di opere d’arte, ma anche, forse soprattutto, quella di gettare uno sguardo più consapevole sulla realtà che lo circonda attraverso l’osservazione, lo studio e l’interpretazione dei contenuti tematici e poetici dei quadri, delle sculture e della produzione artistica in genere. Il taglio sarà quindi quello di un noir psicanalitico con rimandi (più o meno espliciti e in conformità con le leggerezza del linguaggio del fumetto) all’aspetto filosofico ed esistenziale del discorso artistico.
Sembra esserci un filo che lega “la corte dei miracoli” del giudice Hilman ad alcuni personaggi del mondo psichico di Napoleone…
Sì, anche i barboni del giudice sono scorie umane e quindi scorie psichiche. Naturalmente le scorie, nell’osservazione dei fenomeni, sono più significative di quello che si espone in vetrina. Posso dirti però che non hanno certo l’importanza che avevano gli spiritelli di Napoleone. Questi vivono aneddoticamente molto più sul fondo.
Jan Dix è una miniserie. Una scelta che in qualche modo sta dando nuova linfa alla Bonelli. Ha pensato immediatamente a Jan Dix in questi termini oppure poteva essere una serie classica?
La bimestralità prevista nelle uscite non è propriamente classica, ma mi consente di avere più cura del prodotto. La lunghezza della serie dipende dal gradimento e dalla pazienza dell’editore, diciamo che i 14 numeri sono garantiti, poi vedremo. Io comunque non ho pensato a un romanzo conclusivo di 14 puntate.
Gli artisti che abbiamo trattato nei primi numeri sono: Vermeer, Rembrandt, Pollock, Van Gogh, Hopper… ma anche soggetti di fantasia come un esangue e maledetto pittore di ex voto, o artisti primitivi costruttori di totem e di immagini animistiche. Il materiale per sviluppare la serie non manca di certo.
Napoleone è stato uno dei più interessanti e particolari personaggi di casa Bonelli, per le storie, per gli argomenti, ma anche per i disegnatori coinvolti. Su tutti (senza nulla togliere agli altri), lo stile decisamente sopra le righe di Paolo Bacilieri... I lettori possono aspettarsi lo stesso da Jan Dix?
Sì certo, Bacilieri è della partita e al momento sta ultimando la sua seconda storia. Lo staff di napoleone è confermato se si esclude che abbiamo perso Pasquale Del vecchio e acquisito un paio di nuovi autori, uno è Giez, l’altro, un autentico esordiente di talento: Andrea Borgioli. Gli altri sono i sempre ottimi Gabriele Ornigotti, Giulio Camagni (che è anche un interessantissimo pittore), Emiliano Mammuccari e naturalmente il sottoscritto.
La serie è già stata scritta e disegnata tutta?
Si, ho già scritto dodici delle quattordici storie, ne abbiamo cinque finite e le altre in lavorazione.
Che risposta vi aspettate da parte del pubblico?
Una buona solida e nutritissima nicchia di affezionati.
Dopo Dix?
Mi coglie impreparato. Chi lo sa?
Napoleone, dopo nove anni, è finito forse un po’ troppo bruscamente, non è possibile un suo ritorno, nemmeno con un albo annuale, decennale?
Ecco questa potrebbe essere eventualmente una possibile occupazione dopo Dix. Quello che succederà al prodotto fumetto nei prossimi anni comunque è sottoposto alle leggi dell’imponderabile. Staremo a vedere.
LA GALLERY
“Le carte sono quelle che ti vengono date e non puoi cambiarle. Ma puoi decidere tu come giocarle. E questo fa la differenza”. Non è di un banale poker, però, che sta parlando Randy Pausch, professore di informatica negli Usa alla Carnagie Mellon University. Bensì dello stare al mondo e del suo modo, tutto speciale, di affrontare quella che in molte famiglie arriva come un mattone sulla testa. Una diagnosi senza speranza, un cancro al pancreas con metastasi al fegato. A 47 anni, con una moglie e tre figli, invece di chiudersi nel suo dolore e prepararsi poco a poco alla morte, Randy ha giocato così le sue carte e ha tenuto lo scorso settembre, prima di congedarsi dai suoi studenti, una magnifica ultima lezione. Diffusa su youtube, è stata vista da milioni di persone ed è stata adesso trasformata in un libro, L’ultima lezione. La vita spiegata da un uomo che muore, edito in Italia da Rizzoli. Perché il potere dei sogni e il coraggio di vivere - ed è l’insegnamento di Randy cui sono stati diagnosticati non più di sei mesi di vita - questo la malattia non te lo può portare via. Insomma, il cancro non è più un tabù ma un’occasione per rileggere la propria vita e darle un nuovo senso. Lo testimoniano anche due volumi, stavolta tutti italiani, Così ho detto a mia figlia che sono malato di cancro di Corrado Sannucci, Mondadori e Cancro, non mi fai paura di Fabio Salvatore, Aliberti editore. Due storie stavolta a lieto fine ma con lo stesso sfondo di dolore. Sannucci, stimato e attivo giornalista di Repubblica, si è ritrovato all’improvviso con un mieloma multiplo mentre Salvatore, attore di teatro e cinema, ha vent’anni quando scopre di essere affetto da un carcinoma alla tiroide. Per entrambi il trauma della sentenza, il tentativo delle cure, in alcuni casi devastanti come la chemio, l’opzione della speranza, la guarigione all’orizzonte. C’è chi di cancro muore e chi al cancro sopravvive. In ogni caso, quello che i tre volumi in modo diverso insegnano è che il primo modo per vincere la battaglia in fondo è raccontarla.
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(Credits: DerrickT by Flickr)
Pistole, pugnali e revolver. Ma anche lacci emostatici, carrucole e utensili vari. E poi sangue, tanto sangue. Gli ingredienti per un thriller d’autore ci sono tutti. Solo che in questo caso non si tratta di un giallo, ma di una cronaca puntuale di due millenni di (in) civiltà. Storia criminale del genere umano (Newton & Compton) è proprio questo. E per non nutrire dubbi di sorta, basta dare un’occhiata al sottotitolo, che (è proprio il caso di dirlo) non lascia proprio nulla di intentato: “Storia mondiale dell’omicidio, del terrorismo e della rapina a mano armata”.
L’autore fa il nome di Colin Wilson, un arzillo settantasettenne che ha scritto decine di volumi tra gialli e saggi su serial killer. Ritenuto dagli addetti ai lavori una specie di guru del settore, si considera “un filosofo dedito alla ricerca del significato dell’esistenza”; nel frattempo si diletta in minuziose descrizioni di moventi, dinamiche ed assassinii.
Più passionali, e forse anche più scabrose, sono le Donne criminali raccontate dalla psichiatra Linda G. Stunell (anche queste per la Newton & Compton): persone “normali”, “ragazze della porta accanto”, capaci però di sgozzare, torturare e perfino violentare il prossimo con brutalità e cinismo, imponendo così un senso di rivalsa nei confronti di una società spesso non proprio benevola nei loro riguardi.
I giornalisti Gordiano Lupi e Sabina Marchesi hanno invece optato per una strada diversa. In Coppie diaboliche, pubblicato dall’editoriale Olimpia, hanno deciso di rievocare 34 casi di “crimine a due”. In poco più di un secolo (1902-2006), c’è un pò di tutto: dai casi più rinomati ed efferati (come dimenticare Erika ed Omar?), a quelli più lontani nel tempo e per questo meno conosciuti. Anche perché, per mutuare il titolo dell’introduzione al libro, è ormai noto che “in due si uccide meglio “.
“Un bambino scomparso è una fotografia che non invecchierà mai”. Per Caterina Boschetti, giornalista e autrice de Il libro nero dei bambini scomparsi (Newton Compton editori, 430 pagine) in libreria dal 29 maggio, è venuto il momento di togliere quelle foto dal cassetto e ricordare a tutti un dramma troppo spesso sottovalutato. Dopo Il libro nero delle sette in Italia (sempre Newton Compton), Boschetti racconta il mondo dell’infanzia negata e dà un volto a tutti quei bambini spariti nel buio. Che non sono pochi: secondo il rapporto annuale del Viminale sono 23.545 le persone sparite nel 2007, tra esse 9.710 sono minori. Le cause vanno dalla fuga volontaria al sequestro da parte di uno dei genitori, dalla riduzione in schiavitù al traffico di organi, dalla pedocriminalità al rapimento per scopo di estorsione.
Come è nato questo libro inchiesta?
Ho iniziato con una ricerca storica del fenomeno: a partire da Paolo Ratti, il primo bambino scomparso nel 1963 , ai sequestri di Farouk Kassam e Augusto De Megni. Ho cercato di raccontare questa piaga attraverso le testimonianze dei familiari delle persone scomparse e mai più tornate a casa, da Paolo Onofri, il padre del piccolo Tommy, a Luciano Paolucci, genitore di Lorenzo, il bambino sequestrato e ucciso dal mostro di Foligno. Con l’aiuto dell’Interpol, della Polizia di Stato e Postale, ma anche grazie al Ministero dell’Interno e della Giustizia ho analizzato i dati e i singoli casi.
Cosa è emerso?
Che c’è poca informazione. Se non fosse per la trasmissione Chi l’ha visto, oggi in Italia quasi non si parlerebbe di persone scomparse. Non esiste un numero verde per i bambini scomparsi, nè una banca centrale degli obitori e dei dati nazionali del dna. Manca un fondo per le vittime e le loro famiglie: anche stampare volantini costa. Non basta indignarsi quando scompare un bambino, altri Paesi hanno avviato sistemi per aiutare queste persone e noi dovremmo prendere esempio da loro. E poi volevo sfatare i luoghi comuni.
Quali?
Raccontare che non esistono solo i casi terribili di Denise Pipitone e Angela Celentano, ma mille altri come lo scenario tremendo del mondo nomade: un bimbo rom rende dai 500 ai mille euro al giorno, e così vengono venduti e usati per accattonaggio e borseggio.
Cosa spera da questo libro?
Che la gente si sensibilizzi al problema. Il 25 maggio è la Giornata internazionale dell’infanzia negata. Chi scompare lascia un segno indelebile. Non cancelliamo il problema con l’indifferenza.
1-Je reviens te chercher (Guillaume Musso) XO
2-La Consolante (Anna Gavalda) Le Dilettante
3-Millénium, vol.1: les Hommes qui… (Stieg Larsson) Actes Sud
4-Millénium, vol.2: la Fille qui evait… (Stieg Larsson) Actes Sud
5-La Valse lente des tortues (Katherine Pancol) Albin Michel
6-Millénium, vol.3: la Reine dans le alais… (Stieg Larsson) Actes Sud
7-Le Montespan (Jean Teulé) Julliard
8-La Théorie Gaia (Maxime Chattam) Albin Michel
9-A genoux (Michael onnely) Seuil
10-L’Elégance du hérisson (Muriel Barbery) Gallimard
Fonte: Le Nouvel Observateur
Versamenti dell’otto per mille, stipendi degli insegnanti di religione, convenzioni su scuola e sanità. Ma anche centinaia di milioni per il finanziamento dei “Grandi Eventi” e vantaggi fiscali, tra cui il mancato incasso dell’lci, l’esenzione da Irap e Ires, oltre che “l’elusione consentita per le attività turistiche e commerciali”.
Curzio Maltese, inviato ed editorialista del quotidiano La Repubblica, ha fatto i conti in tasca al Vaticano. E, benefit dopo benefit, ha tirato la barra dell’addizione fermandosi a quota 4 miliardi. Aggiungendo che questa somma solo per un quinto viene destinata a interventi di carità e di assistenza sociale. E’ nato così La questua (Feltrinelli) che alle buone vendite in libreria ha fatto seguire polemiche infinite.
Anche perchè, rispetto all’inchiesta iniziale del giornalista pubblicata lo scorso autunno su Repubblica, Maltese ci ha messo il carico da novanta. Scrivendo nella prefazione al libro parole che non sono di certo piaciute all’elettorato cattolico: “La vera differenza fra un governo di centrodestra e uno di centrosinistra non sta tanto nella difesa dei valori cattolici o laici - assai timida nel secondo caso, almeno rispetto agli altri paesi europei. La differenza reale sta nel diverso atteggiamento nei confronti della perenne ‘questua’ di danaro pubblico da parte del Vaticano. Si tratta di un do ut des fra due caste, quella dei politici e quella ecclesiastica, che passa sulla testa dei cittadini. Gli italiani spendono per mantenere la Chiesa più di quanto spendano per mantenere l’ odiato ceto politico. Ma non lo sanno”.
Così lo j’accuse mosso all’autore del libro da laici e cattolici ha sfiorato vari livelli: ignorare la Costituzione dove, attraverso l’esplicito riferimento ai Patti Lateranensi, è assegnato alla Chiesa un ruolo preminente nella società italiana; sottovalutare l’importanza sociale della presenza delle strutture ecclesiastiche in città e realtà dimenticate; assemblare tanti, troppi dati, in un unico calderone che rischia di risultare troppo poco significativo. Scontri e polemiche a gogò, che di sicuro non sono intempestive. Nel momento in cui governo e parlamento si apprestano infatti a (ri) discutere i cosidetti temi etici, la questione resta aperta ed il dibattitto accesissimo.
IL FORUM
Bimbo tra i genitori
Al Nord più bambini dati in custodia ai padri rispetto a prima, al Sud quasi sempre e solo alle madri
È un omaggio all’adozione, non solo come alternativa ad un bambino che non arriva ma come un altro modo, bellissimo, di vivere la maternità. La cicogna che sconfisse l’aviaria di Paolo Moretti, edito da Infinito edizioni è un racconto in prima persona di chi insieme alla propria moglie ha vissuto l’esperienza dell’adozione. Un padre, non una madre, perché l’adozione in fondo prevede una gravidanza uguale per entrambi i genitori. Niente pance su cui mettere le mani ma l’euforia e la paura ugualmente condivisa di un nuovo futuro a tre. La forza del libro è quella di giocare con i valori globali, la storia, la politica, gli eventi senza confini come per esempio l’aviaria che aveva colpito l’India proprio mentre l’autore e sua moglie stavano adottando la loro bambina. La maggior parte delle adozioni, infatti, sono internazionali. E questa globalizzazione alla fine diventa una splendida metafora per raccontare in modo sincero quella magica alchimia che è l’inclusione di un piccolo individuo con una storia completamente diversa nel nuovo microcosmo rappresentato dai suoi genitori adottivi. Moretti, giornalista di mestiere e nella penna, accompagna per mano il lettore in un viaggio che alterna la paura dell’altro all’intensità dell’amore, in mezzo ad una burocrazia che farebbe passare la voglia anche ai più volenterosi. Tematiche pesanti come quella dell’infertilità o dell’integrazione culturale diventano umane, dunque sopportabili, grazie all’uso di un’ironia capace di rompere tutti i tabù che ci rendono prigionieri. Del resto la chiave alla sua storia Moretti l’ha trovata lui stesso leggendo Gibran “I vostri figli non sono vostri, sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di se stessa”.
Per la prima volta, un’ex bambina soldato racconta in un libro la sua storia: lancinante, quasi incredibile nella sua durezza. Da quando a nove anni venne strappata alla famiglia e internata in uno dei campi di reclutamento dell’”esercito di resistenza” del suo Paese, l’Uganda, a quando nel 1999, grazie all’intervento delle Nazioni Unite, riuscì a scappare riparando in Sudafrica. Durante gli anni nell’esercito le fu dato un nuovo nome, “China”. Le venne messo in braccio un fucile, ordinandole di sparare e uccidere. Nessun sopruso le fu risparmiato, tanto che lei oggi dice “Non so nemmeno più contare quanti uomini abbiano abusato del mio corpo quando avevo quindici anni. Questo è il ricordo più difficile con cui convivere”.
L’incubo durò dieci anni: dopo l’addestramento fu impiegata come guardia del corpo di un alto funzionario del regime di Yoweri Museveni (tuttora presidente dell’Uganda), poi fu trasferita alla polizia militare.
Il libro di memorie di China Keitetsi, Una bambina soldato, che porta l’eloquente sottotitolo “Vittima e carnefice nell’inferno dell’Uganda”, è arrivato da poche settimane nelle librerie italiane, per la casa editrice Marsilio. L’autrice racconta nella prefazione che per lei scriverlo è stato come una liberazione: “Iniziai a scrivere, tra le lacrime, e più andavo avanti più mi sembrava impossibile riuscire a smettere di piangere. Allo stesso tempo, però, vedevo accadere anche qualcosa di diverso: man mano che le parole passavano sul foglio, mi sentivo più leggera, più libera, e avevo bisogno di continuare”. Mettere nero su bianco la sua esperienza non è stato facile: “Mi riusciva difficile immaginare che io, China, io che mi consideravo come un esserino senza alcuna importanza, niente di più che una cartaccia da buttar via senza degnarla di uno sguardo, all’improvviso fossi capace di scrivere un libro”. Ma ci è riuscita: “Scrivevo con l’unico obiettivo di liberarmi dai pesi che continuavano a gravarmi sul cuore”.
China adesso vive tra la Danimarca e il Ruanda, dove ancora abitano i suoi parenti scampati alla guerra civile. Ha scelto di non seppellire il suo passato, di non dimenticare: è voluta anzi diventare l’”avvocato” di quelle centinaia di migliaia di bambini che ancora combattono negli eserciti del Terzo mondo. La sua missione è proprio parlare delle infanzie violate, delle aberrazioni che i bambini soldato sono costretti dai loro aguzzini a commettere e a subire.
China Keitetsi è stata invitata a parlare alle Nazioni Unite, all’Unesco, al Parlamento tedesco. Ha creato un’associazione per aiutare gli ex bambini soldato come lei e oggi è anche ambasciatrice dell’Unicef. Sul suo sito ufficiale l’home page è un inno alla speranza: accanto alla foto del suo viso sorridente c’è la scritta “Il passato è passato… E il futuro è cominciato!”.
China Keitetsi
Autrice del libro “Una bambina soldato” (ed. Marsilio)
Un argentino, uno svizzero, un inglese, uno spagnolo e un russo. Non è l’incipit di un barzelletta nè l’inizio di una boutade, ma sono le nazionalità dei cinque finalisti del Premio internazionale Vallombrosa Gregor Von Rezzori, giunto alla seconda edizione e dedicato alla narrativa straniera e alla traduzione.
L’iniziativa, nata da un’idea di Betarice Monti della Corte, è legata allo scrittore Gregor Von Rezzori (1914-1998) che, insieme con la moglie, nel 1967 si trsferì nel Valdarno, a Santa Maddalena: in pochi anni, la residenza divenne celebre per essere il luogo ideale per la creazione e la stesura di opere di autori del calibro di Bruce Chatwin, Claudio Magris, Robert Hughes e Michael Ondaatje.
Quest’anno , le due giurie presiedute da Ernesto Ferrero e Andrea Landolfi, hanno deciso di scegliere come finalisti Peter Cameron con Un giorno questo dolore ti sarà utile (Adelphi), Josè Pablo Feinmann autore dell’ Ombra di Heidegger (Neri Pozza), Charles Lewinsky in Italia noto per La fortuna di Mejer pubblicato dalla Einaudi e Gary Shteyngar di cui Guanda ha pubblicato il romanzo Absurditan.
Il vincitore si saprà solo domenica mattina, mentre è già noto che a Silvia Bortoli è stato assegnato il premio di traduzione per l’edizione dei Buddenbrook di Thomas Mann pubblicata nella collana dei Meridiani della Mondadori. Prima della proclamazione, sabato pomeriggio, nell’altana di Palazzo Medici Riccardi lo scrittore John Banville terrà una lectio magistralis sulle “personae dell’estate”.
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