Archivio di Maggio, 2008

La Top Ten dei Libri della Settimana

1-La deriva. Perché l’Italia rischia il naufragio (G.A. Stella/S.Rizzo) Rizzoli
2-Pochi inutili nascondigli (Giorgio Faletti) Baldini Castoldi Dalai
3-L’uomo che non credeva in Dio (Eugenio Scalfari) Einaudi
4-Gomorra (Roberto Saviano) Mondadori
5-I barbari. Saggio sulla mutazione (Alessandro Baricco) Feltrinelli
6-Firmino. Avventure di un parassita metropolitano (Sam Savage) Einaudi
7-L’eleganza del riccio (Muriel Barbery) E/O
8-Il cacciatore di aquiloni (Khaled Hosseini) Piemme
9-Il campo del vasaio (Andrea Camilleri) Sellerio
10-La solitudine dei numeri primi (Paolo Giordano) Mondadori

Fonte: Arianna

Letterature, Festival internazionale di Roma: word in progress

[i](Foto: Ansa)[/i]

Nick Hornby, Carlo Lucarelli, Sandro Veronesi

Staffetta letteraria tra Milano e Roma. Dal 14 al 16 maggio la letteratura trova voce sotto la Madonnina, con Officina Italia e la creatività artistica italiana ad alternarsi nella lettura di opere inedite, in fase di creazione, presso la Palazzina Liberty. Quest’anno un occhio particolare è rivolto alla cosiddetta Terza Generazione, i nuovi talenti nati tra gli anni ‘70-’80, che si avvicendano con i maestri. Gli autori sono Silvia Avallone, Andrea Bajani, Andrea Cortellessa, Mario Desiati, Barbara Di Gregorio, Igino Domanin, Gian Arturo Ferrari, Giuseppe Genna, Paolo Giordano, Sergio Luzzatto, Michele Mari, Laura Pariani, Valeria Parrella, Rosella Postorino, Veronica Raimo, Walter Siti, Sebastiano Vassalli, Sandro Veronesi, Alessandro Zaccuri.
Dal 20 maggio al 19 giugno invece la letteratura si trasferisce in Capitale con “Letterature - Festival internazionale di Roma“. Presso la basilica di Massenzio, tra le antichità dei Fori imperiali, la settima edizione della rassegna porta i maggiori scrittori delle scena mondiale contemporanea a leggere loro brani inediti. Il tema su cui si confrontano quest’anno è “Parola, Silenzio”. Gli autori sono stati chiamati a comporre su questo binomio di termini, in apparente dicotomia ma così complementari e imprescindibili nella letteratura.
La serata inaugurale si apre con il progetto “La storia siamo noi”, in cui tredici scrittori di generazioni diverse raccontano l’Italia dal 1848 ad oggi: Giosuè Calaciura, Andrea Camilleri, Leonardo Colombati, Giancarlo Liviano D’Arcangelo, Mario Desiati, Antonio Franchini, Giuseppe Genna, Nicola Lagioia, Helena Janeczek, Laura Pariani, Sandra Petrignani, Laura Pugno, Antonio Scurati.
La serata del 22 maggio è dedicata al giallo, con due maestri del genere, il giornalista e giallista americano Jeffery Deaver, l’autore de Il collezionista di ossa, e il nostro Carlo Lucarelli, abile penna di gialli e noir.
Per gli amanti dell’immaginario e del surreale la data è il 27 maggio, con due massimi esponenti dei generi “cyberpunk” e “pulp”, William Gibson (Negromante, 1984), leader del movimento Cyberpunk, che si muove tra nuove tecnologie e le loro conseguenze funeste, e il texano Joe R. Lansdale, l’autore underground di maggior successo al mondo.
Il 29 maggio è protagonista Massimo Carlotto, giallista italiano, tra i maggiori in Europa.
Letteratura al femminile il 4 giugno con l’americana Katherine Dunn, romanziera, poetessa, giornalista e insegnante di scrittura creativa, e l’enfant terrible della letteratura spagnola contemporanea, Lucía Etxebarría. Il 5 giugno tira vento d’Oltremanica, con il londinese Nick Hornby e l’irlandese Joseph O’Connor. L’appuntamento del 10 giugno è interamente dedicato allo scrittore, poeta, autore di testi teatrali, giornalista e sceneggiatore Vincenzo Cerami.
Spazio agli esordienti, il 12 giugno, con il lancio dei due giovani autori ritenuti più interessanti e validi dai selezionatori: l’italiano Paolo Giordano e il texano Stefano Merrill Block. Il 17 giugno Letterature ospita il premio Nobel Vidiadhar Surajprasad Naipaul, britannico nato nell’isola caraibica di Trinidad da genitori indiani di casta braminica. È una festa corale quella della serata conclusiva del 19 giugno e segna l’inizio della presenza della poesia nel festival. Partecipano in video i due grandi poeti italiani contemporanei Andrea Zanzotto e Alda Merini, mentre sul palco della Basilica di Massenzio si alternano i poeti Antonella Anedda, Milo De Angelis, Silvia Bre, Franco Loi, Patrizia Cavalli, Valerio Magrelli, Patrizia Valduga, Valentino Zeichen.

Qui il programma dettagliato di Officina Italia.
Qui il programma dettagliato di Letterature 2008.

Glokers, il mondo globale dei lavoratori sfruttati

[i](Credits: Ansa)[/i]
Si chiamano Glokers e sono la nuova faccia della globalizzazione. A quei milioni di lavoratori, cioè, che nelle regioni più disagiate del mondo continuano a venire sfruttati in nome di un mercato planetario è dedicato Glokers di Silvana Cappuccio, Ediesse edizioni. Un viaggio in 60 paesi nei cinque continenti, a metà tra l’antropologico e il geopolitico, per capire origini, sviluppo e funzioni reali dei global workers, con le loro testimonianze, le battaglie per i diritti, i casi di sfruttamento. Tutti sognano un unico orizzonte, “il decent work”, la possibilità, cioè, di poter esercitare il proprio diritto al lavoro tutelati da contratti e condizioni dignitose. Tutto questo a 60 anni esatti della Dichiarazione Fondamentale dei diritti dell’Uomo firmata a Parigi il 10 dicembre 1948. Dal Sud America all’Asia passando per l’Europa, le storie raccontate nel volume rispettano le varie latitudini e i diversi tipi di sfruttamento che li caratterizzano. I casi più duri si annidano in America latina con centinaia di morti ogni anno in Guatemala e Colombia a causa delle lotte sindacali.
Mentre il continente più in evoluzione resta quello asiatico, con in testa il gigante Cina, in cui ad un aumento della produttività ha corrisposto una diminuzione della quota dei salari, dal 53% nel 1998 al 41,4 % nel 2005 e, in alcuni casi, un peggioramento delle condizioni di lavoro. In tutto il continente, poi, continua ad essere una piaga lo sfruttamento dei minori. Benché sia diminuito negli ultimi cinque anni, ci sono ancora circa 122 milioni di bambini asiatici che lavorano. Perché non diventino loro i glokers del futuro bisogna, dunque, muoversi e in fretta.

Le città oscure di Alet: guide d’autore in chiave noir

La città dell'anno è Los Angeles<br /> [i](Foto da Flickr di [url=http://www.flickr.com/photos/brighterworlds/299583676/]brighterworlds[/url])[/i]
Immaginate una mappa cittadina in bianco e nero, immaginatela virata al negativo con le strade scure, gli angoli e le intersezioni in scala di grigi e le scritte appena percettibili in chiaro. Ora popolatela di anime buie che si muovono tra quartieri degradati, periferie anonime, sobborghi residenziali, quadrilateri degli affari, strade enormi e vicoli ciechi: luoghi in ombra che nessuna Lonely Planet, Rough Guide o Routard inseriranno mai nelle loro pagine.
Alla mancanza di una guida consona però risponde Alet, che (con la raffinatezza che la caratterizza) ha appena varato la nuova collana Nero Alet. La casa editrice padovana ha infatti portato in Italia la serie noir pubblicata negli Stati Uniti dalla Akashic Book di New York, uno degli editori indipendenti più interessanti degli ultimi anni. Le prime tre raccolte tradotte sono dedicate a Londra, Brooklyn e Los Angeles. In calendario, nei prossimi mesi, L’Avana, Washington D.C., San Francisco e Wall Street.
Ogni antologia ha un regista e un cast di scrittori più o meno noti dalle nostre parti come Micheal Connelly, Janet Finch, Robert Ferrigno o Patrick McCabe; alcuni sono giornalisti o, nel caso di “Londra noir” le cui pagine sono scandite dai titoli dei brani dei Clash, addirittura musicisti come Barry Adamson, già con i postpunk Magazine e con i Bad Seeds di Nick Cave e Max Décharné dei Gallon Drunk.
Le “guide” ai primi tre luoghi sono tutte di buon livello. Forse Los Angeles, con il suo stile hard boiled rivisto in chiave multietnica, multiculturale e gansta è leggermente superiore alle altre. Londra si tinge di squallido e tutto il fascino ingessato della capitale si sgretola per precipitare in una pozza oleosa e densa che si allarga a vista d’occhio da Ladbroke Grove; Maida Hill (Maida Hell) e Brixton fino a Mayfair, Soho e la City. Brooklyn si rivela una città nella città, un labirinto abitato da varie comunità che vivono vite parallele senza quasi mai toccarsi, come nel caso di “noir chassidico” di Pearl Abraham, in cui un intero microcosmo viene scosso dall’interno fino a implodere mentre il resto del quartiere non si accorge di nulla. In tutte e tre le raccolte sono i personaggi a farla da padrone: disperati di tutte le risme, criminali di mezza tacca, uomini d’affari, spacciatori, truffatori, sbirri corrotti, scrittori perseguitati dai propri fantasmi, santi e puttane. Tutti loro si muovono tra le linee d’ombra della mappa in negativo, tutti loro sono invischiati ineludibilmente dallo stesso destino amaro e tutti loro, infine, non sono altro che uno frammento di specchio del luogo oscuro da cui provengono.

I cigni neri ovvero il certo mondo dell’incerto

L'attacco al World Trade Center

Evocano favole lontane ma sono in realtà un modo nuovo ed originale per interpretare la realtà. I cigni neri di Nassim Nicholas Taleb, nell’omonimo volume edito da Il Saggiatore, altro non sono, infatti, che quegli eventi altamente improbabili che quando accadono però hanno il potere di cambiare il mondo e il corso della sua storia, intorno ai quali poi si passano anni per cercare di capire le ragioni della loro apparizione. Gli esempi appartengono anche alla storia contemporanea, come l’attacco alle Torri Gemelle, ma anche scavando all’indietro nel tempo se ne trovano di interessanti, come il crollo della Borsa del 1987 e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e via sempre più indietro fino a risalire addirittura all’epoca preistorica. I cigni neri, continua Taleb operatore di borsa di professione e filosofo nell’anima, sono insomma il moto propulsore dell’umanità, acceleratosi dopo la rivoluzione industriale che ha reso il mondo più complicato. Eppure la cecità nei confronti di questi speciali accadimenti sembra essere dominante. E la cecità è degli studiosi come dei governanti. Da qui l’idea del libro che vuole svelare le dinamiche dei cigni neri per renderli riconoscibili, prevenendo così se non interi eventi storici, quantomeno la loro portata. Certo, fare i conti con l’estremo non è facile, proprio perché l’estremo porta con sé il germe dell’improbabilità. Basta dunque accettare l’idea, ed è questa l’idea di fondo del volume, che il mondo si poggia sull’incertezza. A partire da noi. “Immaginate” scrive Taleb “un granello di polvere vicino a un pianeta miliardi di volte più grande della Terra. Il granello rappresenta la probabilità in favore della vostra nascita, l’enorme pianeta rappresenta quelle a sfavore”. Ma il fatto che siamo qui vuol dire che l’estremo merita almeno di essere giocato e vissuto.

Più male che altro: fallimenti sentimentali a Napoli

di Massimiliano Virgilio (Rizzoli) - particolare della copertina

“Nel mio romanzo, Napoli è uno sfondo. Le quarte di copertina di molti libri dicono sempre che la vera protagonista dei romanzi non è il persoanggio principale, ma la città. E questa sorte tocca spesso anche al capoluogo partenopeo, ritratto quasi sempre come un monolite indistruttibile, con tutti i suoi vizi e le sue qualità. Nel mio caso, invece, la città è solo uno sfondo, che però non può essere sostituibile. Non ha nulla di centrale, ma è l’unico contesto che mi sarei potutto immaginare per questa storia”.

Massimiliano Virgilio ha ventotto anni. Più male che altro, pubblicato dalla Rizzoli, è il suo esordio come narratore. Anzi no: come spiega a Panorama.it, ha già scritto due romanzi, ancora inediti, “uno su una malattia mortale, l’altro sulle frustrazioni del narratore”. L’idea di scrivere il terzo nasce “dalla mia terza ossessione. Il libro è tutto incentrato sui fallimenti sentimentali. Anche perché, di solito, gli scrittori giovani tendono a proiettare le proprie paranoie in situazioni che non vivono. E una di queste mie ossessioni corrisponde proprio al tema del libro”.

Probabilmente anche per questo, Virgilio ha deciso di scrivere una specie di piccolo ritratto di famiglia in un interno, adeguato al clima e all’atmosfera napoletana, che non risente quasi mai della stanchezza di uno stile narrativo veloce, quasi compulsivo . Il romanzo ha per protagonista Bartolomeo, uno che “non crede ai suoi sessantanove anni. Il tempo fugge, ma la passione per le donne, per i loro profumi e abbracci non è ancora sopita. E poi le donne lo amano ancora. Non sono più giovani e perfette come quelle di una volta, ma che importa a sessantanove anni e in fase di romanticismo calante è in grado di far girare la testa a qualcuna”. Ha sposato Cristina, che “in Italia è per tutti, e sempre sarà prima di qualsiasi altra cosa, una donna rumena in cerca di una vita meno grigia della precedente”.
“Come ha già scritto Fofi, l’analisi di questa famiglia” commenta Virgilio “ha poco di antropologico e molto di etologico: questi personaggi sono asserviti a meccanismi quasi animaleschi. E la dimostrazione è che c’è una specie di prigione nella quale si consumano quasi sempre gli stessi meccanismi e gli stessi riti, a causa dei quali i protagonisti restano invischiati dal punto di vista esistenziale, professionale e sentimentale”.

A fare da sfondo, c’è però la città più chiaccherata d’Italia, quella ormai icasticamente rappresentata dai cumuli di monnezza: “questa storia” precisa l’autore “è napoletana solo dal punto di vista del contesto, ma forse i punti focali della narrazione possono essere estesi, con le dovute modifiche, anche ad altri parti d’Italia. Il vero problema non è infatti geografico, ma sociale: ormai da tempo il nostro modello di sviluppo non è di certo il più adatto a quella che una volta si chiamava borghesia e che adesso non si sa più come definire”.

Non è un caso che “il protagonista del mio romanzo è un libero professionista, che al giorno d’oggi diventa un precario con la partita Iva, magari anche ben pagato, ma pur sempre uno che non può smettere di lavorare. Uno, insomma, che non è più il borghese di una volta, eppure uno che ne ha tutte quelle caratteristiche culturali”.

Ma Napoli, la città dove è ambientato il libro, resta comunque una città “con mille problemi quotidiani”. Su questo, Virgilio ha “poco da dire. Anche perché tutti tendono a voler dare una risposta e a porsi la domanda corretta. Io non ho idea: credo che però il mio capoluogo sia una specie di specchietto per le allodole per tutto il sistema Italia. Diciamo che rappresenta bene l’insieme esasperato di quelli che sono i difetti dell’Italia, che a sua volta è una specie di grande metafora dell’Europa. E la rappresentazione mediatica della città campana sembra messa in piedi a posta per ricreare una sorta di pulp -fiction costante sottoforma di divulgazione giornalistica”. Tanto a basta quindi a evadere dal solito repertorio, magari leggendosi un buon libro di un giovane esordiente.

Scalfari, L’uomo che non credeva in Dio

Il giornalista Eugenio Scalfari, fondatore della Repubblica.

Più che un’autobiografia, si può identificare come una riflessione a voce alta sulla propria vita con l’intento di tracciare un bilancio di quelle che sono state le scelte fatte nel corso della propria esistenza. Così si può riassumere il senso dell’ultimo libro di Eugenio Scalfari edito da Einaudi dal titolo L’uomo che non credeva in Dio, in questi giorni in libreria.

Biancone, come lo chiamava amichevolmente il compagno di banco Italo Calvino, parte dagli anni dell’infanzia e della formazione sanremese trascorsi proprio in compagnia dello scrittore quando si intavolavano le prime discussioni sull’esistenza e su Dio o come lo chiamavano i due amici Filippo, anni caratterizzati anche dall’educazione al regime fascita seguiti dalla grande delusione provocata dalla dittatura totalitaria, per poi continuare e analizzare tutte le tappe e i momenti più importanti che si sono susseguiti nel corso degli anni cercando soprattutto di capire il perché delle cose.

Una vita intensa dedicata al giornalismo, quasi una missione, che comincia nel lontano 1949 alla corte di Mario Pannunzio al Mondo, dove si formerà, per poi partecipare nel 1955 alla fondazione dell’Espresso che guiderà con successo negli anni Sessanta fino a giungere alla fatidica data del 14 gennaio 1976 quando nelle edicole arriva la Repubblica, sua creatura.

 

“Sono stato balilla a sei anni, balilla moschettiere a dieci, avanguardista a quattordici , fascista universitario a diciassette. Fui espulso dal Guf nel gennaio del ’43. Fino a quel momento, cioè per undici anni di seguito dall’infanzia all’adolescenza sono stato fascista e mi sono sentito fascista. Ho aderito senza particolari difficoltà agli slogan sulla giovinezza, sulla romanità, sul destino eroico della nazione sul ‘navigare nocesse’, sulla lungimiranza politica del Duce e sulla sua funzione storica. Ho fatto parte dell’esperimento su vastissima scala di costruzione di un modello ideologico di massa da applicare ad un popolo intero e in particolare ai giovani che offrono maggiore presa e malleabilità, una sorta di cera vergine nelle mani sapienti del regime”.

Inediti e polemiche alla Fiera del libro di Torino

Di Roberto Barbolini

Sulla carta s’annunciava come un Salone di Bellezza con tanto di B maiuscola, perché proprio a questa ineffabile Primula rossa (”Che ci sia ciascun lo dice, /dove sia nessun lo sa”) è dedicata la sua ventunesima edizione. Ma la Fiera del libro di Torino, ineludibile vetrina dell’editoria italiana, quest’anno s’è rivelata con largo anticipo come la sagra delle polemiche, scoppiate a proposito della scelta di Israele quale nazione ospite. Con contestazioni e roghi di bandiere e slogan antisionisti da parte dei soliti noti, “ça va sans dire”; ma anche, e meno prevedibilmente, con un filosofo da tempo abituato a pensare debolmente, Gianni Vattimo, fra i boicottatori più accesi. Politica o vanity fair? Bellezza o “bêtise”?
In ogni caso, anche polemiche e contestazioni contribuiscono a dare all’edizione 2008 della Fiera del libro, diretta da Ernesto Ferrero (al Lingotto di Torino dall’8 al 12 maggio), un appeal inedito, scrostando la ruggine dell’abitudine con la quale eravamo avvezzi a percepirla. E appunto gli inediti, con un buon sapore di nuovo, anzi d’antico, costituiscono una robusta costola nell’ossatura della kermesse torinese. A cominciare dalle sorprendenti, persino commoventi lettere di Giorgio Manganelli, che la figlia Lietta pubblica dalla Aragno con il titolo Circolazione a più cuoriLettere familiari (Panorama ne anticipa in esclusiva alcuni stralci qui).
Inediti sono anche i soggetti e le sceneggiature cinematografiche di Cesare Pavese (di cui quest’anno ricorre il centenario), in preparazione dalla Einaudi per le cure di Maria Rosa Masoero. All’autore di La luna e i falò il Salone dedica una tavola rotonda sabato 10 alle 14, mentre alle 18 dello stesso giorno il centenario di Elio Vittorini (di cui sta per uscire Officina Einaudi, raccolta delle lettere editoriali anni 40) sarà ricordato da Alba Andreini, Vincenzo Consolo e Guido Davico Bonino, a sua volta fresco autore dalla Einaudi di Novecento italiano, viaggio fra i libri del secolo scorso che fa già discutere.
Insomma: se non proprio la Bellezza in persona, di sicuro ne vedremo delle belle. Boicottatori permettendo.

ANTICIPAZIONE ESCLUSIVA: Le lettere di Giorgio Manganelli, che la figlia Lietta pubblica dalla Aragno con il titolo Circolazione a più cuoriLettere familiari.
IL FORUM

Manganelli. Che dolore questo dialogo con l’ago

Un funambolo del linguaggio, un virtuosistico clown della parola, uno speleologo di tutti i diverticoli della letteratura, frequentata fino al vizio e all’eresia: questa è sempre stata la maschera con la quale Giorgio Manganelli amava apparire. Sotto di essa l’autore di Hilarotragoedia e Agli dèi ulteriori nascondeva un nodo di dolore, un grumo di sofferenza e di nevrosi maturato in un’esistenza tribolata: da un’infanzia trascorsa fra liti familiari e sotto il giogo d’una madre incomprensiva a una fucilazione da parte dei tedeschi cui Manganelli scampò per miracolo, sotto un ammasso di cadaveri, quando militava nella Resistenza.
Ma sono soprattutto le traversie d’un matrimonio molto desiderato e poi atrocemente patito, fino alla fuga da Milano a Roma che preluderà alla trasformazione delle ansie private in angosce di stile, a costituire la trama e l’ordito di Circolazione a più cuori, la raccolta delle “lettere familiari” dello scrittore, spaziate in un arco tra la metà degli anni 40 e i 70. Finora inedite, la Aragno le pubblica in occasione della Fiera del libro di Torino. Le ha curate la figlia di Manganelli, Lietta, con una passione che non fa mai velo alla lucidità. Ne esce un ritratto imprevedibile, struggente, a tratti sconvolgente.
Tranne qualche raro abbandono alla facilità del suo talento parodico-grottesco, è come se Manganelli incidesse ogni parola sulla sua stessa pelle, in quell’incessante “dialogo con l’ago” di cui parla in una lettera alla figlia, qui in parte riprodotta assieme ad altri brani inediti, in una “circolazione a più cuori” (l’espressione è sua) che lo vede pargoleggiare scherzoso con la fidanzata e poi moglie Fausta, firmandosi Picinaglia o Cinaglia; ma anche impartire consigli saggi e leggeri a Lietta, da cui vive lontano. O confessare all’amato fratello Renzo le ferite e i traumi d’un romanzo familiare che fu la poco ilare tragedia del più ilarotragico scrittore italiano. (r.b.)

Alla moglie
28 Gennaio 1947

Mia cara Fausta, ho tardato a scriverti, e devi scusarmene. Ma sono stato tanto agitato, tanto stranito, tanto astratto, come da tempo non mi succedeva [...] Nella tua lettera mi sono dispiaciute alcune cose, ma una specialmente. È vero che io sono qualcosa di simile a un mantenuto.
Come è possibile che tu mi voglia mandare 1.500 lire, da cui detrarre lo zucchero e il sapone di tua sorella? Perché questo avvilimento? Ho tanta voglia di piangere: perché sono stato tanto disgraziato? [...] Un mantenuto ecco cosa sono. [...] Quindi io penso che se dovessi trovar lavoro qui a Milano non me lo lascerò scappare facilmente: sono stufo di umiliazioni. E mio figlio non sarà nemmeno mio: è tuo, io non ho soldi per mantenerlo. Come vedi sono non poco avvilito. Non ho la minima idea di quando verrò da te. Voglio lavorare, non vivacchiare così. Oh Fausta, che desolazione ho addosso [...]
Mi sento disordinato e inquieto
Ti bacio e abbraccio

Alla moglie
Roma, 24 Gennaio 1960

[...] Credo anch’io, come tu dici, che sia stato un bene che la nostra famiglia si sia sciolta: il mio carattere assai infelice avrebbe certo danneggiato, forse irreparabilmente, la tua sensibilità; e i sensi di colpa mi avrebbero distrutto. Può darsi che ci accorgeremo un giorno di aver ricavato da quella durissima esperienza una maggior chiarezza interiore [...]

Alla figlia Lietta
Roma, 8 luglio 1974

[...] Cara Lietta, tu forse hai il genio dell’amore, e allora potrò sperare che tu veramente possa essermi vicina senza giudicarmi, cosa che neppure io so fare, sebbene con furore ubbidisca a quello che io chiamo il mio destino, quella a me misteriosa parte che mi è stata affidata, per quanto minima, in un tappeto che io riconosco dalla minuta e ininterrotta trafittura dell’ago che mi riconosce e mi disegna?
Talora ci si domanda se si può sempre “dialogare con l’ago”, senza mai scorgere, senza neppure osare di chiedere di scorgere l’ombra, o la luce, intollerabili entrambi, della mano che lo governa; quell’ago sapiente, indifferente e amoroso, che forse può accecarti le pupille, forse trafiggendole, può spalancarle. In questo “dialogo con l’ago” non c’è pausa, non c’è dolcezza, e c’è insieme tanta dolcezza, di quella fatale e consumante dolcezza che si sperimenta solo nel cuore della sofferenza più intollerabile, che a essa non è concesso rinunciare.

Al fratello Renzo
Roma, 2 novembre 1955

Carissimo Renzo, [...] sono alquanto malandato di salute [...] Si tratta di una psiconevrosi [...] Ormai mi è chiaro che io sono sempre stato uno squilibrato, sempre da quando avevo sei o sette anni, e le liti di famiglia mi gettavano in preda all’angoscia più disperata, angoscia che deve aver rotto qualcosa che non ho più potuto aggiustare; e la mia intelligenza è stata sempre oscurata da fantasmi, sofferenze, paure, che continuamente mi hanno proposto soluzioni disperate, o invitato a lasciarmi naufragare nella totale anarchia mentale, forse la pazzia. [...] Mia madre mi ebbe tra le mani indifeso quando ero all’inizio della mia storia: ma non si accorse di niente, e mi camminò sopra storpiandomi per sempre. [...]

Il mondo di Sergio. Il dramma dell’autismo in un libro

di Mauro Pissan (Fazi editore) - Particolare della copertina

Non è un malattia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito l’autismo un disturbo dello sviluppo psico-mentale. Ma per chi ne è colpito, e le famiglie coinvolte in Italia sono circa 600 mila, si è trasformato in un buco nero dal quale a volte si fa fatica a non essere risucchiati. È questo il contesto su cui si muove l’intera vicenda, realmente accaduta, narrata ne Il mondo di Sergio, Fazi editore, dall’abile mano giornalistica di Mauro Paissan. La storia vera, cioè, di Elvira e Salvatore. E del loro figlio Sergio, colpito da autismo. Fino all’epilogo più tragico. Il 13 giugno 2003 dalla pistola di Salvatore partono volontariamente due colpi di pistola contro il ragazzo. Il dramma di Sergio finisce lì, insieme con il desiderio di vivere dei suoi genitori. “Ho scritto questo libro” racconta Paissan a Panorama.it “per mettere in evidenza che la solitudine in cui vengono lasciate queste famiglie può arrivare ad avere una carica assassina. Il padre di quel ragazzo, lui, non è stato né un eroe né un criminale”. L’omicidio del giovane è stato, infatti, l’ultimo atto di disperazione di una famiglia che per 39 anni ha provato in tutti i modi a convivere con il lato oscuro dell’autismo. Le violenze, le percosse, gli atti di autolesionismo, la casa puntualmente sfasciata, gli scatti d’ira di Sergio contro chiunque provasse a dargli un aiuto, a partire dai suoi familiari.
“I medici, le istituzioni politiche, le strutture sanitarie e quelle assistenziali non escono bene da questa vicenda” sottolinea l’autore “la speranza è che negli ultimi anni si sia affermata una nuova sensibilità e una maggior consapevolezza nei riguardi dell’autismo, delle quali Sergio certo non ha avuto modo di usufruire”. Il libro è stato scritto non solo per i genitori del ragazzo ma assieme a loro. Che insegnano, avendolo imparato per primi, quanto si possa amare davvero un figlio anche se a causa dell’autismo è il linguaggio della violenza a prevalere. “Attraverso le pagine di questo libro hanno perpetuato l’amore per lui continuando a perseguire la speranza di una ‘guarigione’, ormai purtroppo solo simbolica e per i tanti Sergio; per tutti coloro che ancora oggi hanno bisogno di una voce che per loro gridi l’abbandono, la solitudine, il dolore di una vita così infelice”. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha concesso la grazia a Salvatore nel 2006.

Best seller in America: la Top Ten della settimana

 

1- The Whole Truth (David Baldacci) Grand Central

2- Hold Tight (Harlan Coben) Dutton

3- The Miracle at Speedy Motors (Alexander McCall Smith ) Pantheon

4- Unaccustomed Earth (Jhumpa Lahiri) Knopf

5- Where Are Youn Now (Mary Higgins Clark) Simon & Schuster

6- Certain Girls (Jennifer Weiner) Atria

7- Quicksand (Iris Johansen) St. Martin’s

8- Dead Heat (Joel C. Rosenberg) Tyndale

9- The Appeal (John Grisham) Doubleday

10- Santa Fe Dead (Stuart Woods) Putnam

Fonte: New York Times

Le meditazioni trascendentali di David Lynch


Un libro non solo sulla meditazione ma soprattutto attraverso la meditazione. Il regista statunitense David Lynch racconta se stesso e i suoi 33 anni di lavoro interiore in In acque profonde, Oscar Mondadori. Più di 200 pagine che riescono a non trasformarsi mai in un fatuo vademecum per la felicità ma che si imprimono come un vibrante diario dell’anima grazie al quale comprendere talento e creatività di uno dei più originali registi contemporanei. “Le idee sono simili a pesci” scrive Lynch “se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell’acqua bassa. Se invece vuoi prendere il pesce grosso devi scendere in acque profonde”. Ecco dunque, l’arte di Lynch intrecciarsi alle sue pratiche quotidiane di meditazione trascendentale imparate per la prima volta a Los Angeles. “Vivere una vita d’arte” continua “significa appunto essere liberi di dare alle cose positive il tempo di accadere”. E il lettore scopre allora che prima di dedicarsi al cinema Lynch scelse la pittura e che anche i suoi film successivamente non si sono mai allontanati da un gusto pittorico profondo e spirituale. Già la spiritualità. Il film piu spirituale di tuttti? Eraserhead. Ci ha messo 5 anni a terminare le riprese. Ma a salvare il finale che non arrivava, si rivela nel libro, fu una frase trovata nella Bibbia. Mentre Dune, ammette il regista, fu un fiasco perché non ne seguì il montaggio fino alla fine. Del resto in quel progetto confessa di non aver mai creduto. Mentre in Velluto Blu, di fronte ad una sceneggiatura paralizzata per blocco di ispirazione fu un sogno che come un deus ex machina salvò pellicola e troupe. A metà tra misticismo orientale e una rigorosa professionalità creativa, Lynch fa in tempo a raccontare pezzi di sé e della storia del cinema. Come quando riuscì in ospedale ad incontrare Federico Fellini. Qualche giorno dopo il Maestro se ne sarebbe andato via per sempre.

Il volo del cuculo, trent’anni senza manicomi

dizioni Nutrimenti, pagg. 256

Dal 9 maggio in libreria Il volo del cuculo - 1978-2008: trent’anni senza manicomi (edizioni Nutrimenti, pagg. 256). Le due autrici Luana De Vita, giornalista e psicologa, e Mimosa Martini, inviata di politica internazionale per il Tg5, documentano quanto e cosa è cambiato da quel 13 maggio 1978 che, con la legge 180, anche nota come legge Basaglia, aprì porte e portoni di manicomi, restituendo la follia alla normalità.
Che cosa è successo da allora? Dove sono andati i malati, i medici, gli operatori? Siamo riusciti davvero a cambiare il mondo del disagio psichico? E quanto è penetrato nel mondo dei “normali” il senso profondo di questa rivoluzione tutta italiana? A queste domande rispondono cronaca, racconti, interviste e approfondimenti raccolti dalle due scrittrici.
La prefazione del libro è di Lucia Annunziata e la postfazione di Paolo Villaggio. Allegato anche un Dvd di testimonianze inedite, di cui Panorama.it presenta qui un estratto esclusivo (con intervento di Sergio Piro, psichiatra, ex direttore dell’ospedale psichiatrico Materdomini di Nocera Superiore, Salerno, testimone delle primissime esperienze rivoluzionarie che attuarono, Basaglia a Gorizia e lui a Nocera, fin dal 1964):

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