Archivio di Giugno, 2008

Ho avuto fame: gli ultimi visti da Don Colmegna

sgombero di un campo nomadi

Parlare di “emergenza rom” e sicurezza partendo dal Vangelo di Matteo. Un modo per non fermarsi a quello che dice la pancia e allo stesso tempo di affrontare questioni in apparenza teoriche dal basso, dalla realtà di tutti i giorni. Si legge inevitabilmente in chiave attuale il libro di Don Virginio Colmegna, Ho avuto fame (Sperling & Kupfer).

Don Colmegna parte da un celebre passo biblico: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché ho avuto fame e mi avete dato da magiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere…”. E mette insieme le storie passate tra le mura della sua Casa della carità, la casa d’accoglienza che ha aperto nella periferia di Milano e che è a metà tra il rifugio e il porto di mare.

“Il libro è scritto a più mani, mettendo in comune le esperienze mie e degli operatori e volontari che lavorano con me”, spiega don Virginio. L’emblema universale (”Ho avuto fame, ho avuto sete, ero straniero” e così via) si incarna nelle tante persone che sono passate per la Casa della carità. E ha i nomi degli “ultimi” che qui hanno bussato trovando una risposta: Sahid, il 17enne nordafricano arrivato in Italia nascosto sopra la ruota di un tir; Silvano, il “santo e originale bevitore”; Manuel, il cubano “straniero prima di tutto a se stesso”; Iole, la “donnina dai capelli arruffati” trovata a ballare nuda sotto la neve nel piazzale della stazione Centrale.

Da queste storie, ma soprattutto dall’incontro tra gli “ospiti” e chi si è trovato ad accudirli o a soccorrerli, scatta il dubbio su chi sia davvero lo straniero. I piani si confondono: “È bello e ovvio che a un certo punto”, scrive don Colmegna, “non si possa più distinguere chi dà e chi riceve. Ogni volta che si sperimenta l’ospitalità, si diventa tutti un po’ stranieri e migranti”. Chi può dire di non avere mai avuto fame, sete, freddo, paura…?

Il baule di zinco, romanzo d’esordio di un’energica signora di 85 anni

Il baule di zinco

“‘Smetti di giocare a bridge, siediti a un tavolino e scrivi’: così mi ripeteva sempre una mia amica” racconta a Panorama.it Cesarina Minoli, che a 85 anni ha appena pubblicato il suo primo romanzo, Il baule di zinco, edito da Campanotto. “Io, in verità, non avevo mai pensato né di scrivere né di pubblicare un romanzo” spiega “Poi però accarezzai l’idea di comporre una storia di cui per tanto tempo avevo conservato i frammenti”.
Quella storia Minoli l’aveva raccolta dopo la morte della madre, quando scoprì in un comò “quattro cassetti traboccanti di carte, atti notarili, documenti, bilanci, contabilità, di tre generazioni”. “Non sapremo mai” scrive Minoli all’inizio del suo romanzo “come riuscì a conservarle per tanti anni, né il motivo di quel silenzio”. Fatto sta che quel silenzio è ora rotto.
Dopo essere state chiuse da Minoli per altri vent’anni in un baule (di zinco, appunto), quelle carte e quelle storie sono ora state organizzate in un racconto che attraversa il tempo tra nonni, genitori e figli. In un albero genealogico che percorre un secolo di storia d’Italia, mentre le grandi vicende politiche si ripercuotono sulle vicende quotidiane dei protagonisti. Alle pagine scritte dall’autrice si aggiungono lettere, poesie e fotografie, in un continuo mutare di registo tra dolori, amori e passioni.
Quando ha deciso che quelle carte sarebbero diventate un romanzo?
Intanto, bisogna dire che forse non si tratta nemmeno di un romanzo. È senz’altro un percorso attraverso la memoria. Ma qualcuno mi ha accusata di non aver saputo fare la romanziera nel senso più stretto del termine. Qualcuno ritiene che nelle mie pagine manchi la giusta distanza emotiva tra le vicende che racconto e e quelle che ho vissuto. Ma d’altra parte, il coinvolgimento era inevitabile. Ho sentito la necessità di scrivere di quelle persone proprio perché le conoscevo bene. E perché, dopo aver letto tutte quelle carte, mi sono accorta di aver conosciuto ancora più in profondità i miei genitori, i miei nonni, i miei bisnonni. Quanto al momento preciso in cui ho deciso di scrivere il libro, non saprei definirlo. Forse mi è venuto naturale farlo nel momento in cui la mia vita è diventata un po’ meno turbolenta: dopo tre figlie da crescere, un divorzio e i vari cambi di casa tra Torino e New York, in tutta la mia esistenza non avevo mai avuto il tempo di concentrarmi su un lavoro come questo.
Cosa ha provato scrivendo il libro?
È stata un’esperienza completamente nuova. In precedenza avevo fatto delle traduzioni, avevo scritto qualche articolo, ma mi sono resa conto che la narrativa è tutt’altra cosa. Così è stato piacevole scoprire che c’erano tante cose che non sapevo, e che ho imparato scrivendo. Ho capito che la scrittura ha un importante riflesso su se stessi. E che il meccanismo dello scrivere incamera più che altro il nostro mondo irrazionale: è un processo che parte dall’intuizione, passa attraverso l’elaborazione e poi prende forma sulla pagina. Ho imparato anche quanto la scrittura possa essere un’attività gioiosa e al contempo carica di dubbi.
Un esordio letterario a 85 anni, e senza aver mai avuto il sogno nel cassetto di diventare scrittrice: un caso abbastanza anomalo…
James Hilman, ne La forza del carattere (edito da Adelphi, ndr), sostiene che quando si diventa vecchi si è più leggeri e meno responsabili perché si è consapevoli che qualsiasi cosa si stia facendo finirà presto. Forse è per questo che mi è venuta fuori questa creatività che non pensavo di avere. Dopo aver concluso il romanzo mi sono sentita più che altro liberata: dalla fatica della scrittura e anche da questa storia che finalmente ha preso una forma organica. Poi però mi sono accorta che avevo ancora delle cose da dire. E non escludo che possa presto iniziare a scrivere un secondo romanzo.

L’ultimo indizio di Piernicola Silvis: l’arresto del boss diventa romanzo

L�ultimo indizio
A metà tra romanzo autobiografico e giallo L’ultimo indizio di Piernicola Silvis, pubblicato da Fazi è, al di là della fiction, la cronaca fedele di uno dei fatti di più importanti della storia italiana degli ultimi venti anni. Cioè l’arresto, nel 1992, dell’allora numero due di Cosa Nostra, il boss Giuseppe “Piddu” Madonia, intercettato quasi casualmente durante una sua breve trasferta in Veneto. Le parole del romanzo fanno, così, precipitare il lettore dritto dritto nel 1992, anno terribilis per la lotta alla mafia, visto che in pochi mesi furono uccisi i giudici Falcone e Borsellino con relative scorte, permettendogli di rivivere atmosfere, brividi e anche retropensieri che fecero di quell’epoca un stagione in cui la paura si mescolava ogni giorno al sangue.

Silvis, investigatore di professione, è dirigente della Polizia di Stato, lo è anche nella scrittura. Che si compone seguendo un indizio dietro l’altro fino a creare una rete investigativa-letteraria nelle quali si rimane, da lettori, piacevolmente impigliati. L’autore, per sua stessa ammissione, da ragazzo avrebbe voluto fare il regista cinematografico. E il libro si snoda come una sceneggiatura. Così ecco Vicenza con le battute principali dell’operazione che conducono poi all’arresto del boss. E in contemporanea ecco anche Roma dove per tenersi lontano dai clamori dei flash Antonio Manganelli oggi capo della polizia coordina da lontano ogni momento dell’azione. Ma c’è anche spazio per storie parallele, più private, come la difficoltà a gestire i propri rapporti personali, l’amore per figli e l’amicizia per i colleghi di lavoro. Uno specchio della vita, insomma, quello che Silvis riesce a restituire. Dove anche la mafia deve fare i conti con la quotidianità.

Mishima, tutta la verità sul più controverso scrittore giapponese

Alla prima di

Yukio Mishima è forse lo scrittore giapponese più controverso del secolo scorso. Autore di Confessioni di una maschera (pubblicato in Italia da Feltrinelli), romanzo autobiografico che gli valse all’inizio degli anni Cinquanta la notorietà mondiale, fu poi etichettato come fanatico di destra, anche per la bizzarria di essersi costruito un esercito personale. Morì nel 1970, con un suicidio spettacolare, dopo aver preso in ostaggio un generale dell’esercito giapponese.
Ora arriva nelle librerie italiane la biografia che di questo grande autore scrisse nel 1974 Henry Scott Stokes, giornalista inglese oggi settantenne, inviato del Times a Tokyo negli anni ‘60 e ‘70.
Già dal titolo, Vita e morte di Yukio Mishima (Lindau) si propone come “la” biografia. Anche in ragione del fatto che Stokes fu amico di Mishima, conobbe la sua famiglia, trascorse periodi di vacanza insieme a lui, e fu anche l’unico occidentale ad avere il permesso di seguire le esercitazioni del suo esercito privato.
Da questa conoscenza personale emerge un racconto smaliziato (a tratti addirittura critico) della vita di Mishima, che passa in rassegna tutti gli aspetti della poliedrica - e contraddittoria - personalità dello scrittore.
Mishima e l’arte, l’amore appassionato per i libri, Mishima che fu il primo scrittore giapponese in odor di Nobel per la letteratura e che però si vide soffiare il prestigioso premio, nel 1968, dal più anziano Yasunari Kawabata. Mishima e la sessualità faticosa, l’attrazione latente per gli uomini, la difficoltà nell’intrattenere rapporti fisici, l’attaccamento morboso alla madre. Mishima e il matrimonio, una scelta fatta a 32 anni (molto tardi, per gli standard dell’epoca) e sostanzialmente solo per far stare tranquilla la famiglia. Mishima e la moglie trovata attraverso gli omiai, gli incontri fatti apposta per combinare matrimoni - e fa quasi sorridere leggere le caratteristiche che lo scrittore aveva indicato come indispensabili per la sua sposa: doveva essere carina e più bassa di lui (anche con i tacchi!), accettare di buon grado il ruolo di angelo del focolare, e non disturbarlo quando lavorava. Mishima e l’esibizionismo, tratto marcato del suo carattere, che unito all’egocentrismo lo spingeva sempre a desiderare di essere al centro dell’attenzione.
Mishima e i viaggi in giro per il mondo, dagli Stati Uniti all’Europa, da quella New York che gli faceva un po’ paura (e che definì, suggestivamente, “Tokyo tra cinquecento anni”) al salotto dei baroni Rotschild a Parigi, dalle conferenze alla Michigan University alla Grecia, dove s’innamorò “del limpido cielo della culla del classicismo”. E infine, Mishima e la morte: forza oscura che sullo scrittore esercitò, fin dall’infanzia, un fascino invincibile, specialmente nella forma più tradizionale e truculenta - quella del suicidio rituale tramite seppuku (l’autosventramento, che in Italia spesso viene indicato impropriamente con il termine “harakiri”). Tanto è vero che Mishima mise in scena molte volte il seppuku nei suoi lavori letterari: e un’ultima volta nella vita reale, su se stesso, quando si suicidò.
Il libro condensa, in oltre quattrocento pagine, la vita e l’arte di Mishima, in un continuo intersecarsi di aneddoti biografici e citazioni dai romanzi. Per trovare quel che lo scrittore ha nascosto di sè nelle pagine dei suoi libri: “Dietro la maschera del samurai“, riflette Stokes, “Mishima sarà sempre un uomo emotivo e vulnerabile. Sensibilissimo a ogni minima offesa e nel contempo all’influenza altrui, invocava amore pur essendo apparentemente incapace di amare”.

LA GALLERY

La nuova epica italiana? Se fosse rosa… Ecco la nuova sfida di Kai Zen

Un principe azzurro
Dopo la riscoperta del romanzo giallo, toccherà ora a quello rosa? È la sfida lanciata dal collettivo Kai Zen: un’opera scritta in collaborazione con i lettori e ambientata in un universo narrativo ricco di sentimenti, sensazioni, emozioni. Che permette di esplorare le atmosfere dei grandi romanzi ottocenteschi, da “Guerra e Pace” di Tolstoj a “Madame Bovary” di Flaubert. Mettendone in discussione i luoghi comuni attraverso un gioco creativo con i partecipanti. Non c’è il rischio di banalizzare la trama cadendo in un intimismo stereotipato? “Lo scenario e l’intreccio sullo sfondo è quello della guerra di Crimea” ricordano gli autori “e uno dei protagonisti è William Russell, uno dei primi reporter di guerra a descrivere l’orrore dei conflitti, depurandoli dalla dimensione eroica fino ad allora prevalente”. Alla metà dell’Ottocento la crudezza dei suoi reportage turba la Gran Bretagna coinvolta nel conflitto contro la Russia, e alleata con Francia, Regno di Savoia e Impero Ottomano. “La nostra idea è nata una sera parlando di narrativa” dicono i membri del collettivo “proviamo a ‘intellettualizzare’ il romanzo rosa, come quello delle serie Harmony. Una scommessa, ma anche una forzatura”. L’operazione di Kai Zen è in sintonia con un magma di iniziative e opere racchiuso nel nome di New italian epic (il brand del progetto letterario è Ercole vestito con la pelle di leone): sono esperimenti narrativi di alcuni scrittori italiani che hanno in comune anche il recupero di eventi e personaggi del passato descritti da punti di vista differenti (qui il saggio in pdf, scaricato 21mila volte). Come fa Carlo Lucarelli nell’Ottava vibrazione (ambientato nei giorni della guerra in Eritrea) e Wu Ming con Manituana, sullo sfondo dei territori nordamericani prima della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti nel 1776.
Da giovedì 26 giugno sarà pubblicato online il primo capitolo sul sito Romanzo totale. Poi la penna passa in mano ai lettori: possono scrivere il secondo capitolo (che sarà valutato dalla redazione) oppure ampliare l’orizzonte narrativo aggiungendo contenuti utili per la stesura del romanzo: mappe, immagini, testi. “Il 99% dei contributi arriverà da chi partecipa” prevede il collettivo Kai Zen.

I sette uomini d’oro di Lorenzo Licalzi: alla ricerca del tempo perduto in provincia

Lorenzo Licalzi

Castagnabuona, nella Valle Scrivia, è un paesino di ottocento abitanti. “Una via centrale, un bar con il suo monumento ai caduti (tre, durante la Prima guerra mondiale), qualche villa arroccata sulla collina a rappresentare i fasti di un tempo e un albergo a due stelle, il Castagna d’oro”. Il paese è tutto qui.
Eppure nelle poco meno di duecento pagine del romanzo di Lorenzo Licalzi capita di tutto. A non fare annoiare il lettore, ad esempio, ci pensano “Giggi Cippolina”, “Cinghialone” e “Aurelio Ferrio”, tre vecchi amici che si rincontreranno dopo diversi anni in uno scenario ai loro occhi fino a quel momento del tutto inverosimile.
Metà commedia anni ‘60, metà noir scanzonato e irriverente, Sette uomini d’oro (Rizzoli), così come altri libri dell’autore ligure, è tutto ambientato nella provincia. A spiegarne il perché è lo stesso Licalzi: “ci sono più relazioni umane tra gli abitanti di un paese di 2000 persone che tra i condomini di un palazzo in centro. Ma ciò che personalmente mi affascina di più, sono certi personaggi che lo popolano. Spesso grotteschi, talvolta esilaranti, ma con una tipizzazione e una carica umana che è difficile trovare in città dove tutto è omologato, persino l’individualità. E poi questi uomini e queste donne hanno una particolarità davvero insuperabile: non sono mai emarginati, come magari potrebbe succedere in una metropoli, ma sono parte integrante e integrata della vita degli altri”.
Spesso i suoi libri sono ambientati nel genovese. Che rapporto ha con la sua regione?
Più che con la mia regione, io ho rapporti con il mio paese. Abito a Pieve ligure, nel primo levante di Genova, e sono piuttosto stanziale. Ho una casa in mezzo alla collina che si affaccia sul mare. Dal giardino vedo il monte di Portofino e, sotto, Camogli. Capisce quindi che mi muovo solo quando le vicissitudini della vita mi costringono a farlo. In ogni caso, e a parte gli scherzi, Genova mi piace soprattutto per come è riuscita a trasformarsi in questi ultimi anni. I genovesi, o i liguri se vogliamo, mi fanno simpatia soprattutto per quel loro carattere magari un po’ introverso ma schietto e sincero, senza fronzoli. Come la mia scrittura, del resto.
Ma la provincia può davvero essere, come spesso si dice, “un punto di osservazione privilegiato”, oppure è solo retorica?
Il discorso sarebbe lungo. Diciamo che la provincia è un punto di osservazione privilegiato per comprendere i rapporti umani. Ma la realtà oggi non è quella della provincia. La realtà, almeno quella osservabile direttamente, la fanno le grandi metropoli, il capitalismo esasperato, le movide, i locali alla moda, gli “eventi”. E così, se osservi la realtà dalla provincia, ti sembra una cosa lontana. Se invece, al contrario, vuoi conoscere quella stessa realtà indagando la provincia, fai storia più che contemporaneità. Una sorta di viaggio nel come eravamo piuttosto che una cronaca del giorno d’oggi.
Lei, Andrea Camilleri, Andrea Vitali, Giuseppe Pederiali etc.: sembra quasi che il lettore italiano stia cercando un contesto diverso da quello delle grandi città metropolitane, almeno in libreria. Come mai?
I lettori, tranne quelli più giovani, quella vita l’hanno vissuta, intanto perché le città di allora erano come la provincia di oggi e poi perché, quando ancora non usava andare in vacanza in luoghi esotici si passava l’estate in campagna. Insomma, le persone, in queste storie, ci si ritrovano. O meglio, per dirla con Proust, ritrovano “il tempo perduto”.
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Cento e una sera con i dvd consigliati da Irene Bignardi

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Particolare della copertina di Le cento e una sera

Un’agile guida tra cento e un film da gustare in dvd. Per chi ama affondare nel divano per far andar con un “play” la pellicola, ma anche per chi adora il cinema da assaporare in sala, con lo schermo grande e le ginocchia puntate sulla poltroncina del vicino, e riassaporare in casa.
È questo Le cento e una sera (pagg. 159), libro firmato dalla nostra signora del cinema, Irene Bignardi, appena uscito per I Nodi di Marsilio. Un piccolo “vademecum” che nasce da quanto la ex direttrice del festival di Locarno ha firmato la rubrica dedicata ai migliori dvd, sul Venerdì di Repubblica. Selezionandone solo centouno, con vistose assenze - premesse dall’autrice - dovute semplicemente al dovere di cronaca di proporre il miglior dvd del momento, in base ai ritmi e alle modalità delle uscite sul mercato.
Queste cento e una piccole storie “possono essere lette come schede informative su (una parte di) ciò che è disponibile o come consigli per gli acquisti, o come cronache di una passione di chi le ha scritte” scrive la Bignardi. “Possono suggerire miniserie da portarsi in vacanza o da godersi sotto il piumone la sera”.
E soprattutto possono essere una lezione di cinema, realizzata in punta di penna, da una delle più competenti voci italiane di critica cinematografica.
I titoli sono raccolti in gruppi, da “Notizie dal mondo”, film che, anche se non capolavori, raccontano ciò che accade attorno a noi, come Private di Saverio Costanzo o Water di Deepa Mehta, a “I nuovi classici”, con registi più che mai attivi ma che hanno già lasciato il segno, come Casinò di Martin Scorsese o Dogville di Lars von Trier.
Panorama.it ha incontrato l’autrice.

Signora Bignardi, perché proprio “cento e uno” film?
Cento e uno è un numero simbolico e richiama Le mille e una notte perché, similmente, il libro vuole essere il filo di un racconto.
Cinema visto in sala cinematografica e, come lo definisce lei, “quel piccolo grande miracolo” che è il dvd, che può distogliere proprio dall’andar al cinema. Che rapporto c’è tra i due, nemici-amici?
Dipende dalla fascia di pubblico: c’è un pubblico che ha resistenza ad andare nelle sale, per mille motivi diversi, dalla poca voglia di uscire alla difficoltà di parcheggiare, e c’è un pubblico che ama il cinema, sia in sala sia in dvd. Quindi ci sono spettatori per cui il dvd è concorrente del cinema in sala, altri per cui è complementare. E il mio libro parla sia a chi preferisce vedere solo dvd sia a chi va al cinema ma ama anche rivedere i film in dvd, per un rapporto più intimo o per recuperare scene madri o pellicole sfuggite…
Lei guarderà dvd e film in sala in gran quantità…
Sì, ma a volte rimango sconcertata dalla tecnologia del dvd, con il telecomando che talvolta non va o qualcos’altro che non funziona. E mi chiedo comunque come facevano gli storici del cinema un tempo, prima del dvd, ad annotare tutti i dettagli, quante volte dovevano rivedere proiezioni di uno stesso film, quanto tempo passavano in sala… Non c’erano l’elasticità che c’è adesso e la comodità del “rewind”. Erano degli eroi.
Alcune volte, come scrive a proposito di Nascita di una nazione di David Wark Griffith, il dvd ha il merito di salvare delle pellicole dall’oblio.
Assolutamente sì, e il caso di Nascita di una nazione è esemplare: il film è di proporzioni ingombranti, e non può certo essere proiettato in sala, in alcuni di quei tentativi di riproporre vecchi lungometraggi. Compare solo in qualche festival, tipo recentemente a Pordenone, ed è quindi visibile solo da pochi. Il dvd offre invece la possibilità di recuperare e vedere simili lavori.
Tra i cento e uno dvd c’è anche un cartone animato, Bambi, catalogato sotto “Scene madri”, ed è divertente il ricordo che lei descrive della proiezione al cinema Capitol di Milano…
Bambi è molto più di un film per bambini. Quando andai a vederlo al cinema Capitol di Milano eravamo tutti molto piccoli e sullo schermo stava passando la scena scioccante del cacciatore che uccide la mamma di Bambi. Fu allora che sentii il grido straziante di una ragazzina, in sala, che faceva “No, no, la cervella no”. La cerva era diventata “la cervella” - sorride la Bignardi -. Bambi è un cartone che colpisce tantissimo. Decostruisce i miti classici, e contiene insieme alle gioie e alle innocenze dell’infanzia le inevitabili tragedie della vita.
Veniamo ai recenti successi di Gomorra e Il divo a Cannes che hanno fatto gridare a una resurrezione del cinema italiano. Ma è davvero una rinascita? E c’erano già segnali di qualcosa di buono nell’aria?
C’erano dei segnali: questo è stato un anno pieno di film interessanti, seppur nessuno avesse ancora avuto la forza dirompente di Gomorra e Il divo, che hanno avuto anche il caso di aiutarsi e trainarsi a vicenda anziché ostacolarsi come a volte accade. Entrambe le pellicole sono realizzate da quasi quarantenni e narrano di disastri italiani, riuscendo a far da molla l’una all’altra. Nascono comunque su un buon tessuto di registi, in una fase di ri-decollo del nostro cinema, sempre che non vengano chiusi i rubinetti degli aiuti… Ad esempio Non pensarci di Gianni Zanasi è una piccola commedia deliziosa, che dal Giappone a Londra è stata recepita e apprezzata. I nuovi autori sono bravi, non più ombelicali, e tra questi sono sbucate queste due torri, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino.
Lei è presidente di Filmitalia, l’organo di promozione del cinema italiano all’estero, che viene da un buon successo a New York con la rassegna “Open roads”. Com’è sentito il nostro cinema nel mondo? Si è ancora fermi a Fellini?
Tra il grande pubblico si crede che Mastroianni sia ancora vivo. Magari! Invece a livello di élite e pubblico cinefilo la risposta è ottima. Durante “Open roads” la sala del Lincoln Center era sempre sold-out, e due o tre film, tra cui Saturno Contro, sono stati venduti in America. Resta comunque il fatto che negli Stati Uniti per lo spettatore il cinema non americano è percepito come proveniente da un altro pianeta. Tutto ciò che non è statunitense è considerato come “cinema di lingua straniera” e su cento titoli in programmazione solo uno è italiano, magari un paio cinesi, uno francese… Solamente i più curiosi vanno a vedere film stranieri, anche perché negli States le pellicole non vengono doppiate - cosa bella per me -, sono con i sottotitoli, e possono risultare più impegnative e percepite meno “proprie”. In Europa, invece, il cinema italiano è più sentito e più identificato, ma anche qui va fatto un lavoro di promozione molto paziente. Da quando Filmitalia è riuscita a portare molto cinema al festival di Londra, ad esempio, ci sono positivi riscontri in Gran Bretagna.
I festival, sempre più numerosi, possono aiutare quei film di qualità che non hanno una super-campagna promozionale a sostenerli?
Sicuramente, i festival sono fondamentali. I fratelli Dardenne non sarebbero usciti dai confini del Belgio se Cannes non li avesse premiati per Rosetta nel 1999. Sarebbero rimasti buoni registi, ma senza alcuna risonanza. Stessa cosa per Laurent Cantet, recente Palma d’oro, premio che non veniva assegnato a un francese da ventuno anni. Il festival serve sia come moltiplicatore di successi sia per scoprire talenti.
A proposito di festival, le manca Locarno?
Confesso che mi manca… Ma quando sento la nostalgia penso che ora sono sul divano di casa, che magari tra poco mi alzerò per scrivere qualcosa, e che invece se fossi ancora direttrice del festival probabilmente mi troverei in una saletta di Londra per una proiezione, per poi fuggire all’aeroporto e magari correre come un leprotto a Locarno. Un simile lavoro è affascinante ma estenuante, soprattutto quando un festival ha pochi fondi: ti taglia dalla vita vera e dagli affetti. E io ho anche un figlio, ora grande. Sono una donna normale, e certe cose non si possono fare insieme.

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Sharon Bolton: un’esordiente sulla scia di Patricia Cornwell

Sharon Bolton

Kay Scarpetta ha fatto scuola. Creata ormai diciott’anni fa dalla fantasia di Patricia Cornwell, la tosta dottoressa (specialista in anatomopatologia) alterna il lavoro in obitorio alle indagini sui casi di omicidio e i suoi libri vendono milioni di copie in tutto il mondo. Ma ora se la deve vedere con parecchie colleghe intenzionate a soffiarle il titolo di regina del medical thriller. Come Maura Isles, medico legale nato dalla penna di Tess Gerritsen: prossimamente uscirà per la Longanesi la sua quinta avventura, Sparizione. Oppure Temperance Brennan, antropologa forense, già protagonista di ben 10 libri dell’autrice canadese Kathy Reichs.
L’ultima medico-detective in gonnella (ma solo in ordine di tempo) è l’inglese Sharon Bolton, o meglio la protagonista del suo romanzo d’esordio, Tora Hamilton, sposata, di professione ginecologa. Mentre scava nel suo giardino, Tora si imbatte in un cadavere orrendamente mutilato: una donna alla quale è stato strappato il cuore mentre era ancora viva. Così comincia Sacrificio (Mondadori), che arriva in libreria il 24 giugno.
Per scoprire l’identità della vittima e le misteriose circostanze della morte la dottoressa dovrà fare luce sui segreti custoditi dagli abitanti delle Shetlands, le fredde isole che costituiscono la punta settentrionale della Gran Bretagna. E dovrà anche decodificare il significato dei simboli che l’assassino ha inciso sulla schiena della donna prima di ucciderla: tre rune, antichi segni che nessuno sembra in grado di interpretare.
“Proprio perché per mestiere Tora fa nascere la vita, quando viene in contatto con una morte innaturale prova immediatamente l’istinto di combatterla. E usa le sue competenze scientifiche per arrivare là dove gli investigatori non avrebbero potuto spingersi” spiega Bolton, che tuttavia preferisce frenare i paralleli tra il suo personaggio e la celebre Kay Scarpetta: “Sono due medici che hanno l’innata capacità di scoprire la verità, ma proprio qui le similitudini si fermano”. Poi puntualizza: “La mia Tora è ben più giovane, molto meno ambiziosa, e poi… È già tanto se riesce a ficcare un piatto nel forno a microonde: non è certo una cuoca raffinata come Scarpetta”.
Più che di Patricia Cornwell, Bolton si professa grande ammiratrice di Dan Brown. In effetti, come il Codice da Vinci, Sacrificio si ispira a una leggenda tramandata nei secoli: quella dei trolls, creature sovrannaturali che popolerebbero le Shetlands.
L’autrice crede nel paranormale? “Il mio libro si basa su una leggenda riportata in alcuni documenti che ho scovato nella biblioteca di Aylesbury” spiega “ma non so se narri eventi realmente avvenuti. Personalmente, non ho mai assistito a fatti sovrannaturali: però non si sa mai”.

Amos Oz: Il mio deserto ride dei politici

Amos Oz

Di Valeria Gandus

Una terra tormentata, due grandi scrittori e una cantante amata in tutto il mondo: la serata dedicata a «Israele e la forza degli elementi (terra e acqua)» è un appuntamento da non perdere il 28 giugno alla Milanesiana, rassegna che porta a Milano grandi nomi della letteratura, della musica e del cinema (riquadro a pagina 150). Elie Wiesel, premio Nobel per la pace, e Amos Oz, uno dei massimi scrittori viventi, parleranno della loro terra sacra e insanguinata, ricca di storia e dal futuro incerto. Ad accompagnare le loro parole le note del musicista italiano Fabio Vacchi e della cantante israeliana Noa. A leggere il testo preparato per l’occasione da Oz sarà Moni Ovadia. Durante la serata Amos Gitai presenterà il film Disimpegno. Panorama ha intervistato in anteprima Oz (il suo ultimo romanzo, La vita fa rima con la morte, è uscito da poco per la Feltrinelli) sul tema: la terra e l’acqua d’Israele.
Che rapporto ha con la terra?
Ho vissuto gran parte della mia vita in campagna, prima in un kibbutz e poi, da molti anni, qui ad Arad, nel deserto del Negev. Anche quando da ragazzo vivevo in città, a Gerusalemme, stavo molto vicino alla campagna. Per me è importantissimo camminare all’aperto: quando mi capita di stare in una città e di non poter fare le mie passeggiate, soffro di claustrofobia. Io devo vivere all’aperto, camminare, lo faccio quotidianamente, è una parte essenziale della mia giornata: mi alzo alle 5, bevo una tazza di caffè ed esco a passeggiare nel deserto, che sta a 5 minuti da casa mia. Cammino per mezz’ora, 40 minuti: il tempo necessario a mettere ordine nei miei pensieri.
E il rapporto con Eretz Yisrael, la terra d’Israele?
Fin da bambino ho sempre amato questo paese, le sue montagne, il mare, il deserto. Amo l’estrema varietà del suo paesaggio: c’è la Galilea, che assomiglia un po’ all’Italia, e c’è Gerusalemme, che assomiglia a Gerusalemme e a nient’altro nel mondo. C’è la costa, che è tipicamente mediterranea e ricorda l’Europa, per esempio la Grecia, e c’è il deserto del Negev, che sembra l’Africa.
La sua famiglia d’origine, immigrata in Palestina fra le due guerre, è sempre rimasta profondamente europea. Lei, invece, a 15 anni ha ripudiato il suo cognome europeo (Klausner) trasformandolo in Oz, che in israeliano vuol dire forza. Ha dunque reciso le sue radici europee?
Al contrario dei miei genitori, io mi sento profondamente israeliano. Loro vennero cacciati violentemente dall’Europa negli anni Trenta, ma non per questo cessarono mai di sentirsi europei. Dell’Europa continuarono ad amare l’atmosfera, le foreste, i fiumi, i palazzi antichi, l’architettura. Per me è diverso: sono affascinato dall’Europa, ma non sono più europeo. Il legame forte è con la mia terra, i suoi paesaggi, il suo deserto.
Il deserto ritorna spesso nei suoi pensieri e nelle sue pagine: In «Mai dire notte» è un personaggio essenziale. Che cosa rappresenta per lei il deserto?
Il deserto sta lì, a infondere profondissima pace e serenità. È qualcosa che ti rende piccolo, umile: quando sento i politici che usano le parole mai o per sempre, o eternità, mi immagino le pietre del deserto che ridono di loro.
Il conflitto con i palestinesi è fatto di terre perse, terre riconquistate, terre occupate: lei pensa che possa davvero risolversi con una definitiva spartizione di terre? Pace in cambio di territori?
Non c’è altra soluzione, perché i palestinesi vivono in Palestina e non hanno altra terra dove vivere, e gli israeliani vivono in Israele e non hanno altro posto dove andare. Il territorio deve essere diviso in due paesi. Non è una cosa così strana: è come dividere un appartamento a metà per farci stare due famiglie.
Un piccolo appartamento, come piccola è questa terra, in gran parte desertica, con poca acqua. E l’acqua è una risorsa essenziale per lo sviluppo di qualunque paese.
È vero, non c’è abbastanza acqua in Medio Oriente, e nemmeno in Israele. Ma è un problema che può essere risolto: non con una guerra per l’acqua, come si paventa, ma dissalando quella del mare. In Israele ci sono diversi progetti in questo senso, economicamente molto più convenienti di qualsiasi guerra per l’acqua. Al costo di una guerra potremmo dissalare l’intero Mediterraneo e poi metterci zucchero e limone e trasformarlo in un’enorme tazza di tè.
C’è un altro problema legato all’acqua: quello dell’accesso al mare per il futuro stato palestinese, se mai ci sarà.
Infatti non basta dividere la terra ma bisogna anche creare un corridoio per collegare con strada e ferrovia la Cisgiordania a Gaza e dare ai palestinesi l’accesso al Mediterraneo. Anche qui non ci sono altre opzioni: bisogna farlo e basta. Non so quanto tempo ci vorrà, ma il destino è uno solo: due popoli e due stati e per entrambi l’accesso al mare.
Il suo ultimo romanzo, «La vita fa rima con la morte», spiega la nascita del processo creativo, sembra quasi che abbia voluto mettere a nudo la sua arte così come, in «Una storia d’amore e di tenebre», aveva messo a nudo la sua vita. È così?
Nel romanzo racconto 8 ore nella vita di uno scrittore che è invitato a una lettura pubblica in un club di Tel Aviv. Un lasso di tempo nel quale egli trasforma ogni cosa in una storia: tutto ciò che egli tocca, vede e ascolta diventa racconto. Spiego come la vita diventa trama.
Di più: svela i suoi segreti di scrittore.
Sì, con un sorriso spiego come vita e narrazione si intreccino continuamente: in ogni giorno della vita c’è un evento, un suono, un incontro magari casuale in un caffè, da cui può nascere una storia.
A proposito di creatività, che cosa potrebbero inventarsi, israeliani e palestinesi, per uscire dall’impasse in cui sono pietrificati? Lei parla sempre della necessità di lottare contro i fanatismi e applicare l’arte del compromesso. Ma sembra così difficile per i politici avere buon senso. Ha ancora fiducia nel futuro?
Nel profondo del loro cuore sia gli israeliani sia i palestinesi sanno che la terra deve essere spartita: quello di cui ora hanno bisogno è una leadership coraggiosa per entrambi gli stati. È come se ci fosse un paziente pronto per essere sottoposto a un intervento chirurgico, non esattamente felice di andare sotto i ferri, ma preparato a quel che deve accadere. Mentre i medici non lo sono, non hanno il coraggio di fare quell’operazione. Ecco, c’è un problema di leadership: i medici delle due parti devono trovare il coraggio di tagliare, di dividere.
Ma i medici, quelli almeno ci sono?
All’orizzonte, purtroppo, non se ne vedono ancora.

Mare di Libri: Marta Barone è la voce di Maria, la mamma di Gesù

Tra gli eventi in programma a “Mare di Libri”, primo festival di letterature per adolescenti in programma dal 20 al 22 giugno, c’è un incontro speciale: “La Palestina ha due facce”. Ovvero, una di fronte all’altra due scrittrici tanto giovani quanto intriganti, Randa Ghazy e Marta Barone, le autrici, rispettivamente, di Oggi forse non ammazzo nessuno, storia divertente di integrazione di una ragazza mussulmana in Italia, e Miriam delle cose perdute, l’infanzia di Maria, la mamma di Gesù, che diventa romanzo. Ad unirle anche un curioso caso: entrambe hanno scritto la loro opera prima a… quindici anni!
Panorama.it incontra Marta Barone.

Marta Barone ha ventuno anni. Torinese, studia Letterature comparate. Miriam delle cose perdute è il suo primo libro, scritto a quindici anni - pubblicato recentemente -, attingendo dalle letture dei Vangeli Apocrifi, racconta in prima persona l’infanzia e l’adolescenza di Maria, la mamma di Gesù.
Marta, come nasce Miriam delle cose perdute e per chi è?
L’ho scritto a quindici anni ed è nato dall’ascolto de La buona novella di De André e dalla voglia di raccontare in un modo diverso una storia normalmente narrata da un punto di vista più canonico. Nessuno si era ancora occupato dell’infanzia di Maria e nei Vangeli Apocrifi ci sono tante sue avventure. Quando lo scrissi non stavo pensando a una pubblicazione. Ora è stato pubblicato per i ragazzi, ma può essere letto anche dagli adulti.
Quanto c’è di fantasia e quanto di realtà storica?
Tutti gli episodi e i dialoghi sono tratti dai Vangeli Apocrifi, poi da qui mi sono data la libertà di spaziare e la fantasia è andata soprattutto nella costruzione psicologica dei personaggi.
Marta, cos’è per lei la Palestina?
Palestina per me è Israele e un punto fermo della mia vita. Il mio interesse principale è l’israelismo, con cui ho un legame forte. Come con il popolo israeliano. Ho avuto questa passione dall’infanzia, e non con spirito da credente visto che vengo da una famiglia di atei. Sin da piccola leggevo libri sulla Shoah.
Conosce l’opera di Randa Ghazy, insieme a cui anima l’incontro di Rimini?
Sì, ho letto gli ultimi due suoi libri, ma non il primo Sognando Palestina. Conosco i suoi interessi e che parte incarna e so che l’incontro sarà interessante. Anzi, il titolo “La Palestina ha due facce” è limitativo. Dovrebbe essere “La Palestina ha mille facce”, perché è terra araba, ma anche la culla del cristianesimo, come il teatro della storia.
Poco più che ventenne e già scrittrice di successo: era nei suoi sogni? E cosa vede nel suo futuro?
Mi piacerebbe lavorare nell’editoria, studiare cosa c’è dietro un libro, e leggere tanto, essenziale per imparare e migliorarsi. Quindi sarò soprattutto una lettrice a tempo pieno, e spero un editor. Scrivere, oltre che un sogno, per me è un bisogno. Sono piena di idee e ho già scritto anche altre cose… Ora sto lavorando a un secondo libro, che però non parla di Israele e racconta un percorso intimo tramite la scrittura, parlando anche di autismo.
Una curiosità: quanto tempo ha impiegato per scrivere il suo primo libro?
È stato veloce, l’ho scritto in tre mesi, quando avevo quindici anni. La revisione invece è stata molto più lunga. Ho ripreso l’opera in mano l’anno scorso, quando mi hanno dato il via alla pubblicazione, e mi sono fatta l’editing da sola. In un certo senso ho già iniziato a fare l’editor.

Mare di Libri, Randa Ghazy oggi non ammazza nessuno

Tra gli eventi in programma a “Mare di Libri”, primo festival di letterature per adolescenti in programma dal 20 al 22 giugno a Rimini, c’è un incontro speciale: “La Palestina ha due facce”. Ovvero, una di fronte all’altra due scrittrici tanto giovani quanto intriganti, Randa Ghazy e Marta Barone, le autrici, rispettivamente, di Oggi forse non ammazzo nessuno, storia divertente di integrazione di una ragazza mussulmana in Italia, e Miriam delle cose perdute, l’infanzia di Maria, la mamma di Gesù, che diventa romanzo. Ad unirle anche un curioso caso: entrambe hanno scritto la loro opera prima a… quindici anni!

Panorama.it incontra Randa Ghazy.
Randa Ghazy ha ventidue anni e studia Relazioni Internazionali. Nata a Saronno da genitori di origini egiziane, ha esordito quindicenne con Sognando Palestina, amicizie e amori di un gruppo di ragazzi israeliani e palestinesi. Ora è alla sua terza pubblicazione.

Randa, come nasce il suo ultimo libro Oggi non ammazzo nessuno e per chi è?
Quando l’ho scritto era un periodo particolare, in cui in Italia si parlava molto di Islam, su giornali, nei talk-show, ma in una versione un po’ mistificata della realtà. Si verteva soprattutto sul velo delle donne, soffermandosi sul nikab, il velo che copre tutto il viso rendendo quindi non riconoscibile chi lo indossa… Ma non si parlava di ciò che c’è dietro a tutto questo, della necessità di svecchiare la struttura patriarcale araba come pure l’interpretazione del Corano, testo che risale a quattordici secoli fa, non si parlava di tante tematiche ben più profonde. Per questo ho scritto il mio romanzo, per sdrammatizzare e per dare voce alla categoria delle seconde generazioni di immigrati, trascurate dalle istituzioni e dalla cittadinanza mancata.
C’è diffidenza in Italia verso persone di origini arabe, anche di seconda generazione e quindi teoricamente più integrate?
Sulla mia pelle non la noto. Tutto però dipende da come appari. Se indossassi il velo sarebbe di sicuro diverso: una ragazza con il velo difficilmente trova lavoro. Ma io ho uno stile occidentale, vesto da occidentale, quindi non ho mai avuto discriminazioni. Non escludo comunque che ci siano.
L’incontro di “Mare di Libri” di cui è protagonista si chiama “La Palestina ha due facce”. Cos’è per lei la Palestina?
La Palestina rappresenta un ideale. Tra le mie aspirazioni c’è fare la giornalista e occuparmi di fenomeni immigratori, ma anche di situazioni conflittuali, profughi, rivolgendomi soprattutto ai più deboli. Per me parlare di Palestina è il sogno di giustizia, ma non solo in quella terra. La Palestina rappresenta tutte le situazioni di ingiustizia nel mondo. Decenni fa c’era chi credeva fortemente nel panarabismo, un sentimento di legame profondo tra arabi. Io lo sento ancora, e mi sento anche palestinese.
Conosce l’opera di Marta Barone, insieme a cui anima l’incontro riminese?
Sì, ero curiosa e l’ho letta: è un bel libro, con un’idea interessante. Sono incuriosita anche dalla struttura dell’incontro di “Mare di Libri”. Il libro di Marta Barone non parla di Israele oggi ed è in forma romanzesca, mentre il mio lavoro è direttamente schierato pro-palestinese. E io sono molto politicizzata.
Poco più che ventenne e già scrittrice di successo: era nei suoi sogni? E cosa vede nel suo futuro?
Fare la scrittrice era un grandissimo sogno. Con il passare del tempo è stato però destabilizzante raggiungerlo a quindici anni: devi poi crearti un altro sogno, e stare con i piedi per terra. Oggi ho quasi ventidue anni e mi sento come una quarantenne, ma so che devo ancora imparare tanto. Ho una forte propensione politica e vorrei analizzare la realtà che ci circonda, l’interazione tra mondo occidentale, di cui faccio parte visto che sono cittadina italiana, e il mondo arabo, visto che sono molto legata alle mie origini e alla mia religione. Mi piacerebbe fare la giornalista. Il periodo storico che stiamo vivendo non ci esime da un’analisi, anzi, ci dovrebbe far indignare, e il fatto che ciò non accade è significativo.
Una curiosità: quanto tempo ha impiegato per scrivere il suo primo libro?
La storia è nata come racconto per un concorso. Poi Beatrice Masini della Fabbri mi ha contattato perché ne realizzassi un romanzo e mi ha chiesto di ampliarlo in due settimane, così da pubblicarlo in tempo per la Fiera del libro di Bologna. Ora che sono più adulta, rileggendolo, lo modificherei, ma rimane comunque bello per la sua spontaneità.

A Rimini c’è un Mare di Libri, il primo festival di letteratura per adolescenti

Libri lanciati in aria

I ragazzi che amano leggere si ritrovano a Rimini, dal 20 al 22 giugno. Il debutto di “Mare di Libri” regala il primo festival di letteratura per adolescenti, dove i più giovani possono incontrare i loro autori preferiti e coetanei con cui condividere passioni.
Ideato dalle libraie Alice Bigli, Elena Gaddoni e Serena Zocca della libreria dei ragazzi “Viale dei Ciliegi 17” riminese, per diventare realtà ha avuto il supporto della casa editrice Rizzoli. Ed ecco il festival pronto ad offrire tre giorni di iniziative nel centro storico della città. E ad ospitare gli scrittori per ragazzi più interessanti della scena nazionale e internazionale, tra presentazioni, spettacoli e laboratori. Non possono mancare autori noti come Federico Moccia con il suo Scusa ma ti chiamo amore (presente domenica 22, ore 16.30, Chiostro degli Agostiniani), il giovane Paolo Giordano con il suo brillante esordio: La solitudine dei numeri primi (domenica 22, ore 18, Musei Comunali). E poi il maestro del romanzo storico Valerio Massimo Manfredi con L’armata perduta (domenica 22, ore 21.30, Chiostro degli Agostiniani) e Licia Troisi, la principale autrice di fantasy italiana, con le sue eroine, da Nihal a Sofia, Dalle Cronache del Mondo Emerso a La ragazza Drago (sabato 21, ore 16.30, Chiostro degli Agostiniani).
Ma ci sono anche ghiotte novità, come l’incontro con la trentenne scrittrice americana Robin Benway, che negli States ha avuto un enorme successo con il romanzo d’esordio Audrey, wait! (recentemente uscito da noi con il titolo di Aspetta! La canzone che mi ha cambiato la vita). O l’arrivo in Italia della saga fantasy I regni di Calaspia e soprattutto dei suoi giovanissimi autori, i gemelli inglesi di origine indiana Joyti e Suresh Guptara (nati il 22/11/88, data singolare per due gemelli), veri casi editoriali in India.
Gli eventi in programma degni di nota sono tanti (qui il cartellone completo). Come quello di sabato (ore 10, Musei Comunali), dal titolo “La Palestina ha due facce”, che pone una di fronte all’altra due scrittrici tanto giovani quanto intriganti, Randa Ghazy e Marta Barone, ovvero le autrici, rispettivamente, di Oggi forse non ammazzo nessuno, storia divertente di integrazione di una ragazza mussulmana in Italia, e Miriam delle cose perdute, ovvero l’infanzia di Maria, la mamma di Gesù, che diventa romanzo. Ad unirle anche un curioso caso: entrambe hanno scritto la loro opera prima a… quindici anni!

Panorama.it ha intervistato le due scrittrici Marta Barone e Randa Ghazy

Una canzone per Bobby Long: storie di eccezionale lucidità, o quasi

Ronald Everett Capps
Foto Carpediem/Luca Ramenzo

Può un libro dai presupposti bukowskiani nascondere tra le sue pagine un romanzo di formazione?
Di storie di sbandati, debosciati e derelitti, circonfuse di alone poetico, ce ne sono molte in circolazione sugli scaffali delle librerie e tra gli ingranaggi dei proiettori; ce ne sono talmente tante, e sono tutte talmente simili, che di poetico non è rimasto nulla.
Le prime pagine di Una canzone per Bobby Long di Ronald Everett Capps (Mattioli 1885, pp. 308, € 18) potrebbero trarre in inganno. Il tono è quello della disperazione, della caduta in disgrazia con tutti gli annessi e - gli abusi - connessi. Bobby Long e Byron Burns, sembrano due personaggi usciti direttamente da un’imitazione di Storie di ordinaria follia. Potrebbe essere il solito scritto: specchio dell’America del sogno infranto e delle vite sprecate.
Non è così. Bobby e Byron sono, sì, due ubriaconi depravati dal passato glorioso, ma non sono per nulla maledetti. Figure tragicomiche, entrambi in qualche modo hanno scelto di vivere come due barboni, hanno scelto di bere fino alle estreme conseguenze e hanno scelto di lasciarsi andare. Non c’è autodistruzione però nella loro condotta dissoluta, semplicemente, un giorno la vita si è avvitata su sé stessa e loro hanno concluso che fosse giunto il momento di scendere dal carrozzone.
Quando Hanna, la figlia adolescente e sbandata di una loro improbabile convivente, obesa e malata di mente, capita all’improvviso a New Orleans per la morte della madre, i nostri decidono che per un certo periodo dovranno dedicarsi a uno scopo che non sia semplicemente bere vodka Popov e fare sesso con qualsiasi cosa respiri.
Bobby e Byron si prenderanno cura a modo loro di Hanna; tra lezioni di letteratura, ballate country per ukulele, letture di Tennessee Williams e squallide, ironiche, avance; facendole scoprire che nella vita tutti hanno la possibilità di scegliere.
A questo punto Byron forse citerebbe Sartre, dicendo che “è la stessa cosa ubriacarsi in solitudine e guidare popoli. Anzi è probabile che il quietismo dell’ubriaco solitario vincerà l’inutile agitazione del condottiero di popoli”. In ogni caso siamo liberi e responsabili di ciò che facciamo della nostra esistenza e di cosa decidiamo di essere, ubriaconi o condottieri. Bobby gli darebbe una pacca sulla spalla, e bevendo birra allungata con succo di pomodoro (!), comincerebbe a intonare una qualche canzonaccia, senza accorgersi di avere la patta sbottonata.
Una storia felicemente amara, a tratti grottesca, buffa e tenera, tradotta in pellicola qualche anno fa, che merita attenzione. Un piccolo grande libro, un po’ nascosto e soffocato dalle pubblicazioni estive, ma che vale la pena di fare proprio. Esistenzialista ma leggero, divertente e mai banale, Una canzone per Bobby Long, è forse quello che ci vuole davvero sotto l’ombrellone, al posto dei vari polpettoni consigliati da più parti. Una questione di scelta.

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