Sophie van der Stap racconta (con ironia) la sua vita con il cancro

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Un particolare della copertina de La ragazza dalle 9 parrucche

Occhi verdi grandi ed espressivi con striature brune, capelli biondi curati che arrivano quasi alle spalle, Sophie van der Stap oggi ha ventiquattro anni, è una bellissima ragazza olandese e una scrittrice di successo, e non ha più bisogno di parrucche. È “pulita”. Chemioterapia, iniezioni di vincristina, etoposide, ifosfamide, radioterapia, nausee, sudorazioni incontrollate, non fanno più parte della sua quotidianità. Sophie ha ucciso il cancro che si è presentato improvviso quando aveva ventuno anni, affrontandolo con forza di reazione, consapevolezza e tanta ironia. Cercando comunque di vivere, godere delle piccole cose, intessere relazioni amorose. E raccontando tutto ciò, sotto forma di diario, in un libro divertente (sì, divertente) e intenso, che in Olanda ha venduto 65 mila copie, altrettante in Germania, e appena uscito in Italia, edito da Bompiani Overlook: La ragazza dalle 9 parrucche.
Nove sono infatti le nuove Sophie che hanno convissuto con lei nell’anno e mezzo di malattia e cure, dal febbraio 2005 al giugno 2006, mentre riusciva a colorire l’esperienza ospedaliera con fantasie rosa sui vari dottori e cercava di vivere nonostante tutto. In lei e sulla sua “testa da cancro”, come scrive senza mezzi termini, hanno vissuto Stella, Daisy, Sue, Blondie, Platina, Uma, Pam, Lydia e Bebè. Daisy, ad esempio, è la Shophie maliziosa, con i lunghi ricci biondi da Barbie, ama i frullati e ride a ogni battutina stupida. Sue, con capelli rossi e selvaggi, può dare nell’occhio facilmente, “senza dover ridere per stupide battute o far danzare i riccioli”. Anche se inizialmente per Sophie non è stato facile accettare la malattia e il suo capo pelato da chemio: “Una parrucca ce l’ho, ma non ho ancora deciso chi trovo più brutta: Sophie con una grigia testa da sfigata o Sophie skinhead. Quindi ho semplicemente indossato un fazzoletto e ora non mi si distingue più dalla cameriera”. Panorama.it ha incontrato Sophie van der Stap.

Sophie, cosa ha significato per lei scrivere questo libro? E per chi lo ha scritto, per sé o per altri malati di cancro?
L’ho scritto per me. Semplicemente perché in quel momento mi faceva bene, era un passatempo e mi dava uno scopo. Quando uno è malato l’unico scopo è sopravvivere. Se si può essere anche creativi, con il sogno di scrivere, questo ti dà anche un altro scopo. Non sapevo che poi il mio lavoro sarebbe piaciuto a qualcun altro.

È stato facile raccontarsi o ha avuto pudore delle sue paure, del suo dolore, della sua sfera sentimentale ed erotica?
È stato un processo naturale e molto facile, soprattutto quando si trattava di raccontare emozioni. È stato ben più difficile parlare dell’amore, perché necessita di un po’ più di analisi personale. Ti fai domande del tipo “Come mai le mie relazioni, a differenza delle mie amiche, non durano molto?”.

Stella, Daisy, Sue, Blondie, Platina, Uma, Pam, Lydia, Bebé. Ogni parrucca ha rappresentato una parte di lei e uno o più momenti particolari. Blondie, la Sophie introversa, l’ha persa nelle acque di Nizza. Uma, bruna e sensuale, e Bebé, bionda anni Sessanta, sono venute con lei in vacanza in Spagna… Cosa hanno significato per lei e c’è qualcuna a cui è rimasta più affezionata?
Quella che più ho amato è Uma, ma con Pam è finita la mia ricerca di diversi personaggi, perché lei era perfetta, simpatica, curata, molto femminile, quello che volevo essere. Ho amato molto Uma perché era quella che mi dava l’idea di entrare nel personaggio di una serie televisiva che vedevo da piccola, con una donna forte che cavalcava in bikini, in mezzo a foreste, con lunghi capelli neri. Con Uma avevo la sensazione di uscire da sotto di lei, di essere nascosta sotto di lei.

Il libro parla del cancro con ironia, forza, franchezza. Sono doti che ha sempre saputo d’avere o che ha scoperto con la malattia?
Forza… Non direi di essere forte, piuttosto direi che ho fiducia in me stessa. L’ironia ho scoperto di averla scrivendo il libro. Ho scoperto che ho un grande senso dello humour e un alto grado di ironia, che c’è anche tra i miei amici, i quali a volte scherzano con me con battute del tipo “ma ti venga un cancro”. E anche mio padre è così. All’epoca mi chiedeva se ci fosse una parrucca anche per sostituire i peli pubici.

A volte, ne La ragazza dalle 9 parrucche, parla del cancro come di un amico che le ha fatto riscoprire la vita, provare intensamente, gustare le piccole cose, apprezzare gli affetti. Altre volte fa addirittura fatica a vedersi diversa e lontana dall’anno e mezzo di chemio e ospedali…
In tempi difficili è difficile trovare cose belle e allora si diventa creativi. Il cancro è talmente presente nella vita del paziente che non si può fare a meno di sentirlo vicino. Dovevo pur dargli un volto positivo. Ora, che sono qui seduta, guarita, mi rendo conto di quello che mi ha dato. È evidente che è una terribile battaglia, ma rende la vita comunque più ricca, perché se uno sa che c’è la morte riesce anche a riconoscere tutte le ricchezze della vita. Ci sono momenti in cui ci si rende conto di essere al massimo della felicità, grazie alla morte. Ad esempio, quando ero in ospedale per diversi giorni di fila, con la nausea, pensare di tornare a casa per mangiare il mio piatto preferito, pollo con insalata, era il massimo della felicità. Il cancro mi ha dato questa consapevolezza. Altrimenti la malattia sarebbe insopportabile.

E il dottor C, il medico inizialmente “antipatico come la mia malattia” ma che l’ha curata e ha partecipato con affetto alle sfilate di parrucche, l’infermiere Bas, “un orsacchiotto con l’aria da duro”, l’affascinante dottor K, che ha popolato molte sue fantasie erotiche… Li vede ancora?
Sì, anche quando vado a fare i controlli. E poi sono venuti a qualche presentazione del libro. C’è un ottimo rapporto tra di noi.

Ha altri progetti letterari?
Sì, ho scritto un secondo libro, già uscito in Olanda, e sto pensando di scriverne un terzo. Il mio più grande sogno è quello di essere una vera scrittrice. E tutto quello che faccio ora di diverso è collegato a questo obiettivo principale. Per il terzo libro voglio però prendermi tutto il tempo necessario, voglio che sia un vero romanzo. Il secondo invece è il seguito della mia storia, racconta quello che capita dopo una malattia così grave, perché anch’io, come tutti mi dicevano, sono caduta in un buco. Esci dal nido caldo che è l’ospedale, l’agenda è vuota, c’è il vuoto… Devi prendere decisioni ed è molto difficile. Dovevo decidere se riprendere gli studi o fare altro. E alla fine ho deciso di realizzare un sogno. Con il mio primo libro ho guadagnato molto: potevo quindi progettare il futuro, comprarmi una casa… ma invece volevo solo pensare a “ora, ora, ora”. Il mio sogno era andare in Argentina, e così ho fatto un viaggio in Sud America. Ma avevo anche un altro obiettivo, che era scrivere un nuovo libro. Il secondo è però diverso dal primo, che era spontaneo, è più pensato. E con questo voglio comunicare che la vita è cambiata: ci sono momenti in cui tutto è stravolto, e quando c’è questo stravolgimento bisogna viverlo, creando così spazio per nuove belle idee.

Cos’è l’Orange Ribbon International, di cui è ambasciatrice internazionale e portavoce?
È un’organizzazione che ha lo scopo di attrarre maggiore attenzione sul tumore nei bambini. L’ho fondata insieme a due cari amici, Walter, che si è occupato degli aspetti più tecnici, e Jurrian, il cuore dell’organizzazione, lo stesso Jurrian di cui parlo nel libro (ndr. morto a gennaio 2008, a 29 anni, per cancro, ora l’organizzazione è dedicata a lui). Jurrian voleva trasformare in positivo la sua esperienza con la malattia e cercare metodi complementari per guarire i bambini. Lo scopo principale dell’Orange Ribbon International è generare più consapevolezza sulla malattia. Il nostro sito è anche un forum per altre organizzazioni che si occupano di cancro.

LEGGI anche: Senza tabù. Pagine contro il cancro

Sophie van der Stap
La copertina di La ragazza dalle 9 parrucche

Commenti

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Il 6 Giugno 2008 alle 00:33 berenice64 ha scritto:

Ho il cancro. E allora? mi è piaciuta moltissimo questa intervista. Ho 44 anni e la diagnosi è arrivata due anni fa. Mi sono curata, radioterapie ecc, e oggi sto bene. Anzi, a volte mi viene in mente di scherzare sul cancro, ridere e fare battute, ma ogni volta mi fermo. Non siamo preparati. Le persone hanno paura soltanto della parola: cancro. Anche se oggi sempre più spesso si può affrontare e curare. Anche se oggi non è detto che sia una condanna a morte. E per noi che dobbiamo conviverci, sarebbe molto più rassicurante se questa parola non facesse così paura, se potessimo raccontare che abbiamo il cancro così come di parla di una brutta ernia, che quasi sicuramente si potrà curare. Parliamone, parlatene ancora, per piacere, fate in modo che sul sito, che nella rete se ne parli per spiegare che non è giusto vivere con la paura. Ah, ho il cancro. E allora?

Il 7 Giugno 2008 alle 09:52 gabi ha scritto:

Hai ragione. Si fa fatica a nominarlo. A volte si usano eufemismi, altre volte sospensioni… Il cancro resta una malattia dura e pericolosa, ma conosco tante persone che hanno fatto il loro difficile iter di cure e sofferenze e oggi hanno una vita più o meno normale. Come conosco altre persone che ne sono morte. Ma sì, perché non parlarne? la malattia, come la morte, fa parte della vita.

Il 8 Giugno 2008 alle 13:37 Notizie scientifiche prima settimana di Giugno | Psiche Soma ha scritto:

[...] Sophie van der Stap racconta (con ironia) la sua vita con il cancro [...]

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