Una canzone per Bobby Long: storie di eccezionale lucidità, o quasi

Ronald Everett Capps
Foto Carpediem/Luca Ramenzo

Può un libro dai presupposti bukowskiani nascondere tra le sue pagine un romanzo di formazione?
Di storie di sbandati, debosciati e derelitti, circonfuse di alone poetico, ce ne sono molte in circolazione sugli scaffali delle librerie e tra gli ingranaggi dei proiettori; ce ne sono talmente tante, e sono tutte talmente simili, che di poetico non è rimasto nulla.
Le prime pagine di Una canzone per Bobby Long di Ronald Everett Capps (Mattioli 1885, pp. 308, € 18) potrebbero trarre in inganno. Il tono è quello della disperazione, della caduta in disgrazia con tutti gli annessi e - gli abusi - connessi. Bobby Long e Byron Burns, sembrano due personaggi usciti direttamente da un’imitazione di Storie di ordinaria follia. Potrebbe essere il solito scritto: specchio dell’America del sogno infranto e delle vite sprecate.
Non è così. Bobby e Byron sono, sì, due ubriaconi depravati dal passato glorioso, ma non sono per nulla maledetti. Figure tragicomiche, entrambi in qualche modo hanno scelto di vivere come due barboni, hanno scelto di bere fino alle estreme conseguenze e hanno scelto di lasciarsi andare. Non c’è autodistruzione però nella loro condotta dissoluta, semplicemente, un giorno la vita si è avvitata su sé stessa e loro hanno concluso che fosse giunto il momento di scendere dal carrozzone.
Quando Hanna, la figlia adolescente e sbandata di una loro improbabile convivente, obesa e malata di mente, capita all’improvviso a New Orleans per la morte della madre, i nostri decidono che per un certo periodo dovranno dedicarsi a uno scopo che non sia semplicemente bere vodka Popov e fare sesso con qualsiasi cosa respiri.
Bobby e Byron si prenderanno cura a modo loro di Hanna; tra lezioni di letteratura, ballate country per ukulele, letture di Tennessee Williams e squallide, ironiche, avance; facendole scoprire che nella vita tutti hanno la possibilità di scegliere.
A questo punto Byron forse citerebbe Sartre, dicendo che “è la stessa cosa ubriacarsi in solitudine e guidare popoli. Anzi è probabile che il quietismo dell’ubriaco solitario vincerà l’inutile agitazione del condottiero di popoli”. In ogni caso siamo liberi e responsabili di ciò che facciamo della nostra esistenza e di cosa decidiamo di essere, ubriaconi o condottieri. Bobby gli darebbe una pacca sulla spalla, e bevendo birra allungata con succo di pomodoro (!), comincerebbe a intonare una qualche canzonaccia, senza accorgersi di avere la patta sbottonata.
Una storia felicemente amara, a tratti grottesca, buffa e tenera, tradotta in pellicola qualche anno fa, che merita attenzione. Un piccolo grande libro, un po’ nascosto e soffocato dalle pubblicazioni estive, ma che vale la pena di fare proprio. Esistenzialista ma leggero, divertente e mai banale, Una canzone per Bobby Long, è forse quello che ci vuole davvero sotto l’ombrellone, al posto dei vari polpettoni consigliati da più parti. Una questione di scelta.

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