Amos Oz: Il mio deserto ride dei politici

Amos Oz

Di Valeria Gandus

Una terra tormentata, due grandi scrittori e una cantante amata in tutto il mondo: la serata dedicata a «Israele e la forza degli elementi (terra e acqua)» è un appuntamento da non perdere il 28 giugno alla Milanesiana, rassegna che porta a Milano grandi nomi della letteratura, della musica e del cinema (riquadro a pagina 150). Elie Wiesel, premio Nobel per la pace, e Amos Oz, uno dei massimi scrittori viventi, parleranno della loro terra sacra e insanguinata, ricca di storia e dal futuro incerto. Ad accompagnare le loro parole le note del musicista italiano Fabio Vacchi e della cantante israeliana Noa. A leggere il testo preparato per l’occasione da Oz sarà Moni Ovadia. Durante la serata Amos Gitai presenterà il film Disimpegno. Panorama ha intervistato in anteprima Oz (il suo ultimo romanzo, La vita fa rima con la morte, è uscito da poco per la Feltrinelli) sul tema: la terra e l’acqua d’Israele.
Che rapporto ha con la terra?
Ho vissuto gran parte della mia vita in campagna, prima in un kibbutz e poi, da molti anni, qui ad Arad, nel deserto del Negev. Anche quando da ragazzo vivevo in città, a Gerusalemme, stavo molto vicino alla campagna. Per me è importantissimo camminare all’aperto: quando mi capita di stare in una città e di non poter fare le mie passeggiate, soffro di claustrofobia. Io devo vivere all’aperto, camminare, lo faccio quotidianamente, è una parte essenziale della mia giornata: mi alzo alle 5, bevo una tazza di caffè ed esco a passeggiare nel deserto, che sta a 5 minuti da casa mia. Cammino per mezz’ora, 40 minuti: il tempo necessario a mettere ordine nei miei pensieri.
E il rapporto con Eretz Yisrael, la terra d’Israele?
Fin da bambino ho sempre amato questo paese, le sue montagne, il mare, il deserto. Amo l’estrema varietà del suo paesaggio: c’è la Galilea, che assomiglia un po’ all’Italia, e c’è Gerusalemme, che assomiglia a Gerusalemme e a nient’altro nel mondo. C’è la costa, che è tipicamente mediterranea e ricorda l’Europa, per esempio la Grecia, e c’è il deserto del Negev, che sembra l’Africa.
La sua famiglia d’origine, immigrata in Palestina fra le due guerre, è sempre rimasta profondamente europea. Lei, invece, a 15 anni ha ripudiato il suo cognome europeo (Klausner) trasformandolo in Oz, che in israeliano vuol dire forza. Ha dunque reciso le sue radici europee?
Al contrario dei miei genitori, io mi sento profondamente israeliano. Loro vennero cacciati violentemente dall’Europa negli anni Trenta, ma non per questo cessarono mai di sentirsi europei. Dell’Europa continuarono ad amare l’atmosfera, le foreste, i fiumi, i palazzi antichi, l’architettura. Per me è diverso: sono affascinato dall’Europa, ma non sono più europeo. Il legame forte è con la mia terra, i suoi paesaggi, il suo deserto.
Il deserto ritorna spesso nei suoi pensieri e nelle sue pagine: In «Mai dire notte» è un personaggio essenziale. Che cosa rappresenta per lei il deserto?
Il deserto sta lì, a infondere profondissima pace e serenità. È qualcosa che ti rende piccolo, umile: quando sento i politici che usano le parole mai o per sempre, o eternità, mi immagino le pietre del deserto che ridono di loro.
Il conflitto con i palestinesi è fatto di terre perse, terre riconquistate, terre occupate: lei pensa che possa davvero risolversi con una definitiva spartizione di terre? Pace in cambio di territori?
Non c’è altra soluzione, perché i palestinesi vivono in Palestina e non hanno altra terra dove vivere, e gli israeliani vivono in Israele e non hanno altro posto dove andare. Il territorio deve essere diviso in due paesi. Non è una cosa così strana: è come dividere un appartamento a metà per farci stare due famiglie.
Un piccolo appartamento, come piccola è questa terra, in gran parte desertica, con poca acqua. E l’acqua è una risorsa essenziale per lo sviluppo di qualunque paese.
È vero, non c’è abbastanza acqua in Medio Oriente, e nemmeno in Israele. Ma è un problema che può essere risolto: non con una guerra per l’acqua, come si paventa, ma dissalando quella del mare. In Israele ci sono diversi progetti in questo senso, economicamente molto più convenienti di qualsiasi guerra per l’acqua. Al costo di una guerra potremmo dissalare l’intero Mediterraneo e poi metterci zucchero e limone e trasformarlo in un’enorme tazza di tè.
C’è un altro problema legato all’acqua: quello dell’accesso al mare per il futuro stato palestinese, se mai ci sarà.
Infatti non basta dividere la terra ma bisogna anche creare un corridoio per collegare con strada e ferrovia la Cisgiordania a Gaza e dare ai palestinesi l’accesso al Mediterraneo. Anche qui non ci sono altre opzioni: bisogna farlo e basta. Non so quanto tempo ci vorrà, ma il destino è uno solo: due popoli e due stati e per entrambi l’accesso al mare.
Il suo ultimo romanzo, «La vita fa rima con la morte», spiega la nascita del processo creativo, sembra quasi che abbia voluto mettere a nudo la sua arte così come, in «Una storia d’amore e di tenebre», aveva messo a nudo la sua vita. È così?
Nel romanzo racconto 8 ore nella vita di uno scrittore che è invitato a una lettura pubblica in un club di Tel Aviv. Un lasso di tempo nel quale egli trasforma ogni cosa in una storia: tutto ciò che egli tocca, vede e ascolta diventa racconto. Spiego come la vita diventa trama.
Di più: svela i suoi segreti di scrittore.
Sì, con un sorriso spiego come vita e narrazione si intreccino continuamente: in ogni giorno della vita c’è un evento, un suono, un incontro magari casuale in un caffè, da cui può nascere una storia.
A proposito di creatività, che cosa potrebbero inventarsi, israeliani e palestinesi, per uscire dall’impasse in cui sono pietrificati? Lei parla sempre della necessità di lottare contro i fanatismi e applicare l’arte del compromesso. Ma sembra così difficile per i politici avere buon senso. Ha ancora fiducia nel futuro?
Nel profondo del loro cuore sia gli israeliani sia i palestinesi sanno che la terra deve essere spartita: quello di cui ora hanno bisogno è una leadership coraggiosa per entrambi gli stati. È come se ci fosse un paziente pronto per essere sottoposto a un intervento chirurgico, non esattamente felice di andare sotto i ferri, ma preparato a quel che deve accadere. Mentre i medici non lo sono, non hanno il coraggio di fare quell’operazione. Ecco, c’è un problema di leadership: i medici delle due parti devono trovare il coraggio di tagliare, di dividere.
Ma i medici, quelli almeno ci sono?
All’orizzonte, purtroppo, non se ne vedono ancora.

Commenti

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Il 22 Giugno 2008 alle 10:04 ether.zooth ha scritto:

Uno dei migliori scrittori Israeliani in assoluto.
Riporto delle parole di NADINE GORDIMER:

“Un piccolo lembo del pianeta terra, ove due popoli di antica e comune origine, gli israeliani e i palestinesi, lottano per il proprio diritto di esistere - ma non insieme: è qui che sono stata invitata a un Festival Internazionale di Scrittori, non dal governo, ma dagli autori israeliani. Al centro di una controversia profondamente confusa, quando i negoziati di pace, fondamento di una soluzione giusta per i due popoli, alternano momenti di stallo e di ripresa, due cose hanno per me valore assoluto.

Per Israele, il diritto di esistere, negato da Hamas e dai palestinesi della jihad; per la Palestina, la restituzione dei territori occupati. Tutti gli scrittori israeliani che ho incontrato – tra cui Amos Oz, noto in tutto il mondo per le sue brillanti qualità di narratore e per l´audacia con cui esprime le sue critiche a voce alta e prospetta soluzioni possibili e giuste per i due stati – si sono espressi contro l´occupazione dei territori, stigmatizzando la durezza dei militari israeliani verso la popolazione palestinese. Attraverso i contatti col pubblico presente alla conferenza ho appreso che una maggioranza di israeliani è contraria alla politica di occupazione portata avanti dal governo di Tel Aviv; mentre solo una minoranza delle persone che ho incontrato ha difeso questa politica, interpretando l´occupazione dei territori conquistati e le nuove linee di spartizione dopo il 1967 come un segno divino, a compimento della profezia biblica.”

Scriviamo di piu, facciamo conoscere la vera essenza di questo sanguinoso ed interminabile confronto tra due popoli, e facciamo si, che ci siano 2 Bandiere 1 Territorio.

Shalom

Il 22 Giugno 2008 alle 10:06 ether.zooth ha scritto:

“Il punto interrogativo rimane. E incombe sui negoziati di pace – la base vitale per arrivare a una risposta che dovrà avere il sostegno di chiunque creda nella giustizia: la creazione di due Stati pienamente indipendenti, entro confini realistici e concordati.

Ai poeti e ai narratori israeliani e palestinesi incombe una particolare responsabilità di testimonianza dall´interno. Non certo per l´immediato consumo delle tv e della stampa quotidiana, ma attraverso opere capaci di durare nel tempo, facendo emergere da sotto la superficie dell´informazione qualcosa delle contraddizioni della condizione umana, della capacità di resistere, delle speranze di chi la vive in questo tempo e luogo.”
NADINE GORDIMER

Il 26 Febbraio 2010 alle 09:49 Anticipazioni. Il nuovo romanzo di Amos Oz il 10 marzo in libreria - Libri - Panorama.it ha scritto:

[...] è stato più volte candidato al Nobel, vanno almeno ricordati La vita fa rima con la morte (leggi l’intervista rilasciata a Panorama), Non dire notte e Una storia di amore e di tenebra, forse il più bel libro [...]

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