Cento e una sera con i dvd consigliati da Irene Bignardi

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Particolare della copertina di Le cento e una sera

Un’agile guida tra cento e un film da gustare in dvd. Per chi ama affondare nel divano per far andar con un “play” la pellicola, ma anche per chi adora il cinema da assaporare in sala, con lo schermo grande e le ginocchia puntate sulla poltroncina del vicino, e riassaporare in casa.
È questo Le cento e una sera (pagg. 159), libro firmato dalla nostra signora del cinema, Irene Bignardi, appena uscito per I Nodi di Marsilio. Un piccolo “vademecum” che nasce da quanto la ex direttrice del festival di Locarno ha firmato la rubrica dedicata ai migliori dvd, sul Venerdì di Repubblica. Selezionandone solo centouno, con vistose assenze - premesse dall’autrice - dovute semplicemente al dovere di cronaca di proporre il miglior dvd del momento, in base ai ritmi e alle modalità delle uscite sul mercato.
Queste cento e una piccole storie “possono essere lette come schede informative su (una parte di) ciò che è disponibile o come consigli per gli acquisti, o come cronache di una passione di chi le ha scritte” scrive la Bignardi. “Possono suggerire miniserie da portarsi in vacanza o da godersi sotto il piumone la sera”.
E soprattutto possono essere una lezione di cinema, realizzata in punta di penna, da una delle più competenti voci italiane di critica cinematografica.
I titoli sono raccolti in gruppi, da “Notizie dal mondo”, film che, anche se non capolavori, raccontano ciò che accade attorno a noi, come Private di Saverio Costanzo o Water di Deepa Mehta, a “I nuovi classici”, con registi più che mai attivi ma che hanno già lasciato il segno, come Casinò di Martin Scorsese o Dogville di Lars von Trier.
Panorama.it ha incontrato l’autrice.

Signora Bignardi, perché proprio “cento e uno” film?
Cento e uno è un numero simbolico e richiama Le mille e una notte perché, similmente, il libro vuole essere il filo di un racconto.
Cinema visto in sala cinematografica e, come lo definisce lei, “quel piccolo grande miracolo” che è il dvd, che può distogliere proprio dall’andar al cinema. Che rapporto c’è tra i due, nemici-amici?
Dipende dalla fascia di pubblico: c’è un pubblico che ha resistenza ad andare nelle sale, per mille motivi diversi, dalla poca voglia di uscire alla difficoltà di parcheggiare, e c’è un pubblico che ama il cinema, sia in sala sia in dvd. Quindi ci sono spettatori per cui il dvd è concorrente del cinema in sala, altri per cui è complementare. E il mio libro parla sia a chi preferisce vedere solo dvd sia a chi va al cinema ma ama anche rivedere i film in dvd, per un rapporto più intimo o per recuperare scene madri o pellicole sfuggite…
Lei guarderà dvd e film in sala in gran quantità…
Sì, ma a volte rimango sconcertata dalla tecnologia del dvd, con il telecomando che talvolta non va o qualcos’altro che non funziona. E mi chiedo comunque come facevano gli storici del cinema un tempo, prima del dvd, ad annotare tutti i dettagli, quante volte dovevano rivedere proiezioni di uno stesso film, quanto tempo passavano in sala… Non c’erano l’elasticità che c’è adesso e la comodità del “rewind”. Erano degli eroi.
Alcune volte, come scrive a proposito di Nascita di una nazione di David Wark Griffith, il dvd ha il merito di salvare delle pellicole dall’oblio.
Assolutamente sì, e il caso di Nascita di una nazione è esemplare: il film è di proporzioni ingombranti, e non può certo essere proiettato in sala, in alcuni di quei tentativi di riproporre vecchi lungometraggi. Compare solo in qualche festival, tipo recentemente a Pordenone, ed è quindi visibile solo da pochi. Il dvd offre invece la possibilità di recuperare e vedere simili lavori.
Tra i cento e uno dvd c’è anche un cartone animato, Bambi, catalogato sotto “Scene madri”, ed è divertente il ricordo che lei descrive della proiezione al cinema Capitol di Milano…
Bambi è molto più di un film per bambini. Quando andai a vederlo al cinema Capitol di Milano eravamo tutti molto piccoli e sullo schermo stava passando la scena scioccante del cacciatore che uccide la mamma di Bambi. Fu allora che sentii il grido straziante di una ragazzina, in sala, che faceva “No, no, la cervella no”. La cerva era diventata “la cervella” - sorride la Bignardi -. Bambi è un cartone che colpisce tantissimo. Decostruisce i miti classici, e contiene insieme alle gioie e alle innocenze dell’infanzia le inevitabili tragedie della vita.
Veniamo ai recenti successi di Gomorra e Il divo a Cannes che hanno fatto gridare a una resurrezione del cinema italiano. Ma è davvero una rinascita? E c’erano già segnali di qualcosa di buono nell’aria?
C’erano dei segnali: questo è stato un anno pieno di film interessanti, seppur nessuno avesse ancora avuto la forza dirompente di Gomorra e Il divo, che hanno avuto anche il caso di aiutarsi e trainarsi a vicenda anziché ostacolarsi come a volte accade. Entrambe le pellicole sono realizzate da quasi quarantenni e narrano di disastri italiani, riuscendo a far da molla l’una all’altra. Nascono comunque su un buon tessuto di registi, in una fase di ri-decollo del nostro cinema, sempre che non vengano chiusi i rubinetti degli aiuti… Ad esempio Non pensarci di Gianni Zanasi è una piccola commedia deliziosa, che dal Giappone a Londra è stata recepita e apprezzata. I nuovi autori sono bravi, non più ombelicali, e tra questi sono sbucate queste due torri, Matteo Garrone e Paolo Sorrentino.
Lei è presidente di Filmitalia, l’organo di promozione del cinema italiano all’estero, che viene da un buon successo a New York con la rassegna “Open roads”. Com’è sentito il nostro cinema nel mondo? Si è ancora fermi a Fellini?
Tra il grande pubblico si crede che Mastroianni sia ancora vivo. Magari! Invece a livello di élite e pubblico cinefilo la risposta è ottima. Durante “Open roads” la sala del Lincoln Center era sempre sold-out, e due o tre film, tra cui Saturno Contro, sono stati venduti in America. Resta comunque il fatto che negli Stati Uniti per lo spettatore il cinema non americano è percepito come proveniente da un altro pianeta. Tutto ciò che non è statunitense è considerato come “cinema di lingua straniera” e su cento titoli in programmazione solo uno è italiano, magari un paio cinesi, uno francese… Solamente i più curiosi vanno a vedere film stranieri, anche perché negli States le pellicole non vengono doppiate - cosa bella per me -, sono con i sottotitoli, e possono risultare più impegnative e percepite meno “proprie”. In Europa, invece, il cinema italiano è più sentito e più identificato, ma anche qui va fatto un lavoro di promozione molto paziente. Da quando Filmitalia è riuscita a portare molto cinema al festival di Londra, ad esempio, ci sono positivi riscontri in Gran Bretagna.
I festival, sempre più numerosi, possono aiutare quei film di qualità che non hanno una super-campagna promozionale a sostenerli?
Sicuramente, i festival sono fondamentali. I fratelli Dardenne non sarebbero usciti dai confini del Belgio se Cannes non li avesse premiati per Rosetta nel 1999. Sarebbero rimasti buoni registi, ma senza alcuna risonanza. Stessa cosa per Laurent Cantet, recente Palma d’oro, premio che non veniva assegnato a un francese da ventuno anni. Il festival serve sia come moltiplicatore di successi sia per scoprire talenti.
A proposito di festival, le manca Locarno?
Confesso che mi manca… Ma quando sento la nostalgia penso che ora sono sul divano di casa, che magari tra poco mi alzerò per scrivere qualcosa, e che invece se fossi ancora direttrice del festival probabilmente mi troverei in una saletta di Londra per una proiezione, per poi fuggire all’aeroporto e magari correre come un leprotto a Locarno. Un simile lavoro è affascinante ma estenuante, soprattutto quando un festival ha pochi fondi: ti taglia dalla vita vera e dagli affetti. E io ho anche un figlio, ora grande. Sono una donna normale, e certe cose non si possono fare insieme.

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