Castagnabuona, nella Valle Scrivia, è un paesino di ottocento abitanti. “Una via centrale, un bar con il suo monumento ai caduti (tre, durante la Prima guerra mondiale), qualche villa arroccata sulla collina a rappresentare i fasti di un tempo e un albergo a due stelle, il Castagna d’oro”. Il paese è tutto qui.
Eppure nelle poco meno di duecento pagine del romanzo di Lorenzo Licalzi capita di tutto. A non fare annoiare il lettore, ad esempio, ci pensano “Giggi Cippolina”, “Cinghialone” e “Aurelio Ferrio”, tre vecchi amici che si rincontreranno dopo diversi anni in uno scenario ai loro occhi fino a quel momento del tutto inverosimile.
Metà commedia anni ‘60, metà noir scanzonato e irriverente, Sette uomini d’oro (Rizzoli), così come altri libri dell’autore ligure, è tutto ambientato nella provincia. A spiegarne il perché è lo stesso Licalzi: “ci sono più relazioni umane tra gli abitanti di un paese di 2000 persone che tra i condomini di un palazzo in centro. Ma ciò che personalmente mi affascina di più, sono certi personaggi che lo popolano. Spesso grotteschi, talvolta esilaranti, ma con una tipizzazione e una carica umana che è difficile trovare in città dove tutto è omologato, persino l’individualità. E poi questi uomini e queste donne hanno una particolarità davvero insuperabile: non sono mai emarginati, come magari potrebbe succedere in una metropoli, ma sono parte integrante e integrata della vita degli altri”.
Spesso i suoi libri sono ambientati nel genovese. Che rapporto ha con la sua regione?
Più che con la mia regione, io ho rapporti con il mio paese. Abito a Pieve ligure, nel primo levante di Genova, e sono piuttosto stanziale. Ho una casa in mezzo alla collina che si affaccia sul mare. Dal giardino vedo il monte di Portofino e, sotto, Camogli. Capisce quindi che mi muovo solo quando le vicissitudini della vita mi costringono a farlo. In ogni caso, e a parte gli scherzi, Genova mi piace soprattutto per come è riuscita a trasformarsi in questi ultimi anni. I genovesi, o i liguri se vogliamo, mi fanno simpatia soprattutto per quel loro carattere magari un po’ introverso ma schietto e sincero, senza fronzoli. Come la mia scrittura, del resto.
Ma la provincia può davvero essere, come spesso si dice, “un punto di osservazione privilegiato”, oppure è solo retorica?
Il discorso sarebbe lungo. Diciamo che la provincia è un punto di osservazione privilegiato per comprendere i rapporti umani. Ma la realtà oggi non è quella della provincia. La realtà, almeno quella osservabile direttamente, la fanno le grandi metropoli, il capitalismo esasperato, le movide, i locali alla moda, gli “eventi”. E così, se osservi la realtà dalla provincia, ti sembra una cosa lontana. Se invece, al contrario, vuoi conoscere quella stessa realtà indagando la provincia, fai storia più che contemporaneità. Una sorta di viaggio nel come eravamo piuttosto che una cronaca del giorno d’oggi.
Lei, Andrea Camilleri, Andrea Vitali, Giuseppe Pederiali etc.: sembra quasi che il lettore italiano stia cercando un contesto diverso da quello delle grandi città metropolitane, almeno in libreria. Come mai?
I lettori, tranne quelli più giovani, quella vita l’hanno vissuta, intanto perché le città di allora erano come la provincia di oggi e poi perché, quando ancora non usava andare in vacanza in luoghi esotici si passava l’estate in campagna. Insomma, le persone, in queste storie, ci si ritrovano. O meglio, per dirla con Proust, ritrovano “il tempo perduto”.
- Mercoledì 25 Giugno 2008

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