Archivio di Giugno, 2008
1- Racconti quotidiani (Andrea Camilleri) Mondadori
2- Se questo è un uomo (Primo Levi) Einaudi
3- L’amico ritrovato (Fred Ulhman) Feltrinelli
4- Il piccolo principe (Antoine de Saint-Exupery) Feltrinelli
5- Il sentiero dei nidi di ragno (Italo Calvino) Mondadori
6- Il barone rampante (Italo Calvino) Mondadori
7- Il cavaliere inesistente (Italo Calvino) Mondadori
8- L’ombra del vento (Carlos Ruiz Zafon) Mondadori
9- Il visconte dimezzato (Italo Calvino) Mondadori
10- 1984 (George Orwell) Mondadori
Fonte: Arianna
“Io per prima sono stata vittima del bullismo, così come è poi capitato ai miei figli. Ed è da sempre che mi chiedo perché non sia stato fatto abbastanza per risolvere questo problema”.
Senza troppi giri di parole, ecco spiegato il successo di un romanzo, Diciannove minuti, che negli Stati Uniti ha venduto più di un milione e mezzo di copie. A scriverlo è stata Jodi Picoult, laurea a Pricenton e master in pedagogia ad Harward, sbarcata nelle librerie italiana con l’editore Corbaccio.
La sua storia, ambientata a Sterling, nel New Hampshire, racconta la strage compiuta da Peter Houghton, un ragazzo di diciasette anni che, dopo aver ferito a morte diversi studenti, tenta di togliersi la vita. Un plot dinamico e cruento, molto simile alle cronache di questi giorni (l’ultimo episodio del genere è capitato a Tokyo). E i “diciannove minuti” raccontati dalla Picoult sono proprio quelli che saranno fatali alle giovani vittime e al suo carnefice.
“Simili fatti di sangue” dice la scrittrice a Panorama.it “continueranno a succedere fintanto che le scuole non capiranno che non possiamo predicare la tolleranza ai nostri figli. Al contrario: dobbiamo tentare di coinvolgerli nella soluzione di ogni problema sforzandoci di persuaderli che essere cattivi significa sempre comportarsi da bullo. E, soprattutto che il non agire è la stessa cosa del bullismo”.
La conferma della validità della terapia? Per l’autrice, “quando si chiede ai ragazzi di partecipare ad una qualsiasi conversazione accade quasi sempre qualcosa di significativo: si assumono la responsabilità delle proprie azioni”. Ecco perché “bisogna iniziare dalla famiglia e dall’istruzione: troppi istituti hanno paura di concedere un po’ di potere agli studenti e soprattutto di proporre loro delle soluzioni. E questo è un grosso errore. Quando invece i ragazzi vengono coinvolti, il bullismo diminuisce davvero”.
Per la Picoult il fenomeno è tanto grave quanto diffuso e trasversale: “tragedie come queste possono avvenire ovunque, anche in Europa. Recentemente, negli USA, due genitori hanno consegnato il proprio figlio alla polizia, dopo aver trovato nella sua stanza degli appunti per mettere in atto un massacro e, nel suo armadio, materiali per costruire bombe. Informazioni che quel ragazzo ha reperito su internet, a insaputa di suo padre e di suo madre e che avrebbero potuto portare ad una strage se non ci fosse accorti in tempo di quel piano”. L’allerta, quindi, non deve scattare solo nelle grandi metropoli. Al contrario: “Ciò che c’è di pericoloso è che i piccoli centri spesso si considerano immuni da simili tragedie, ma non è vero”.
Dopo questo romanzo, che in Italia si appresta a superare le 60.000 copie vendute, la Picoult tornerà in libreria con Maneggiare con cura. La storia - anticipata in esclusiva a Panorama.it - è quella “di una nascita sbagliata. Ha per protagonisti un genitore che denuncia un’ostetrica per non avergli comunicato in tempo che suo figlio sarebbe stato invalido. Un libro” conclude l’autrice “che si occupa di tutte quelle cose che si spezzano nei momenti di stress: ossa, amicizie e famiglie”.
Di Elena Grecchi
Seconda data questa sera all’Arena civica di Milano per l’unica tappa italiana dei Radiohead. Al gruppo di Oxford, che è riuscito negli ultimi quindici anni a rivoluzionare il rock britannico con il suo stile malinconico e futuristico, è dedicato ora anche un libro, tutto italiano: Narradiohead - Storie e visioni rock a cura di Edoardo Acotto e Guido Michelone edito da Baldini Castoldi Dalai.
Il volume parte dall’idea di Edoardo Acotto di creare una raccolta di storie, immagini e fumetti ispirati ai testi delle canzoni dei Radiohead. Insieme a Gianni Michelone, docente di storia della musica afro-americana all’università cattolica di Milano hanno riunito un folto gruppo di autori tra cui Gianni Biondillo, Marco Bosonetto, Raul Montanari, Tibe, per creare un’opera che cerca di trasformare musica e poesia in prosa e immagini.
Ne sono usciti racconti visionari, cupi, come i suoni delle loro canzoni, immagini enigmatiche come un enorme pesce fatto di tante piccole faccine stilizzate realizzato da Marzia Migliora mentre ascoltava Weird fishes. Tra i fumetti vediamo gatti fuori di testa come in Myxomatosis di Alessandro Rivoir o uomini senza speranza come in Creep di Antonio Amodio. Il clima freddo e un po’ straniante delle canzoni dei Radiohead accompagna tutto il libro come un ritornello ripetuto ossessivamente che ci accompagna fino alla fine.
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La malattia vista dal punto di vista dei medici. La racconta così Jerome Groopman, professore di medicina presso la Harward Medical School, nonché storico collaboratore di The New Yorker, nel suo saggio Come pensano i dottori, pubblicato in Italia dalla Mondadori. ”Questo libro” racconta lo stesso Groopman “parla di cosa succede nella mente di un dottore quando cura un paziente”.
E nella mente di un medico pare che di cose ne succedano molte. Dalla prima visita alla terapia vera e propria infatti non solo c’è di mezzo un oceano tutto da attraversare ma un insieme di istinti, quelli di chi cura e di chi chiede di essere curato. Che si incontrano in un confronto che dovrebbe farsi dialogo, anche se purtroppo non sempre è così.
“I medici” continua Groopman nel suo volume “hanno un disperato bisogno che i pazienti, e anche i familiari e gli amici dei pazienti, li aiutino a pensare. Senza questo aiuto, sarà loro negato l’accesso a dei fattori chiave per l’individuazione del problema. Si tratta di una cosa che non ho imparato da medico, ma da paziente, quando sono stato malato”.
Uno degli scopi del libro, dunque, è proprio quello di offrire un contributo per migliorare la dialettica medico-paziente. Ma soprattutto di sensibilizzare la categoria dei medici ad una lacuna grave dell’intero settore: l’assenza di studi sul pensiero clinico. Si scopre così che al di là del progresso della scienza, la medicina non è una scienza esatta ma una scienza artigianale che impone delle scelte a volte immediate e dirette. Si procede, nella maggior parte dei casi, tra tentativi ed errori. È questa consapevolezza che Groopman cerca di risvegliare. Affinché la medicina possa essere veramente un viaggio, di medico e paziente insieme, verso nuovi orizzonti di conoscenza.
Prima di tutto, una notizia di cronaca. Milano, 26 maggio: Cgil, Cisl e Uil organizzano un convegno “Cara Merlin ti scrivo”. Si scopre così che, nella sola metropoli lombarda, almeno centomila uomini ha avuto rapporti sessuali con una prostituta. Un milanese su dieci, quindi.
Adesso, invece, ecco l’incipit di un libro: “C’è un uomo tra i diciotto e i cinquant’anni residente a Milano o che a Milano sia venuto per affari o per svago, il quale non abbia fatto almeno una visita a una famosa casa che la burocratica verecondia della Pubblica Sicurezza, che ne ha l’alta sorveglianza, e lo spirito pecoresco dei reporter di giornali, han qualificato per innominabile?”.
Se non fosse per il riferimento alla casa di tolleranza, sembrerebbe pura cronaca. Ma ovviamente non lo è. Il libro porta la data 1904 ed è a firma di Umberto Notari, direttore e fondatore dell’ “Ambrosiano”, nonchè amico e sodale di Filippo Tommaso Marinetti. Si intitola Quelle signore e costa al suo autore un processo per oltraggio al pudore. Ecco: basterebbe questo a spiegare il motivo per cui la casa editrice Otto/Novecento lo ripubblica ora a distanza di ottantaquattro anni.
Basterebbe, ma non basta: il libretto è un rutilante affresco di una città distratta, tutto smog (si, proprio così, smog) ed affari, dietro la cui ipocrisia si nascondono in controluce edonismo e sfruttamento.
Di qui, prende le mosse la storia di Marchetta, bella, esperta e sensualissima femme fatale che smania e si divincola dalla cronaca quotidiana di lenoni, viscidi signori e sfruttatori. È un ritratto di un secolo fa, ma sembra un’ istantanea scattata ieri sera.

Pan (Marsilio, (464 pp. € 19) non è un romanzo facilmente inquadrabile, e questo, oltre alla qualità narrativa, depone a suo favore. Francesco Dimitri, classe 1981, appassionato di esoterismo, un paio di romanzi e di saggi alle spalle, fa di Roma lo scenario di un’avventura a cavallo tra le visioni di Tim Burton, Neil Gaiman, James Matthew Barrie e le ossessioni di HP Lovecraft, spostando così il confine tra sogno e realtà verso zone selvagge e buie, laddove fanciullezza, meraviglia e terrore confinano. I bambini perduti di Dimitri si muovono in una capitale stregata fatta di ombre, di orrori invisibili, di truce quotidianità, di goia anarchica e crudele.
Pan, ci viene in ausilio il vocabolario, è narrazione panica in quanto relativa al dio Pan, a una forza primordiale e al timore di un pericolo che turba l’animo innescando comportamenti incontrollabili.
Con Pan, la narrativa italiana riprende quel dialogo particolare con il fantastico e con il meraviglioso che negli ultimi tempi si era perso, sommerso da altri generi, Fantasy compreso. Andrebbe la pena ricordare, a volte, che “chi alla Meraviglia chiude gli occhi, di Morte sente tredici rintocchi”.
Abbiamo incontrato Francesco Dimitri.
Che “oggetto narrativo” è Pan?
Un romanzo, uno di quelli identificatissimi. Non credo per niente nella confusione tra saggi, romanzi e “oggetti narrativi non identificati” vari. Di più: la trovo disonesta, una fegatura travestita da esperimento. Voglio sapere che roba compro. È come con il cibo: mangio di tutto, ma mi piace sapere cos’è. Se ordino un topo arrosto e mi danno caviale, mi incazzo. Ho ordinato topo, voglio topo. L’importante è che sia arrostito bene.
Perché ha scelto Roma per ambientare la vicenda?
Io sono arrivato a Roma a diciotto anni, venendo dalla provincia di Taranto - non so se mi spiego. E l’impatto con una città del genere ti segna. Se Milano è come Metropolis, Roma somiglia a Gotham City: sporca, lurida, confusionaria, classista nel midollo, piena di gente che tira a fregarti. Eppure puoi scoprire un Mitreo sotterraneo vicino casa, puoi fare un giro a Monti e avere la sensazione di essere finito a Frittole, puoi andare a Villa Ada e trovare un vero e proprio bosco dentro la città. È un set ideale per il mio tipo di storie. Ed è un set che conosco, quindi mi è più facile mitologizzarlo, agguantare la città nella realtà consensuale e spingerla a tradimento nell’immaginario.
Quanto ha inciso il suo interesse per l’esoterismo nella stesura della storia?
Molto, anche se forse più come mood che altro. Per colpa di guru lampadati e tantrismo pret-a-porter, il pensiero magico è oggi frainteso in modo estremo. Me ne frega molto poco della cronaca - non dico che interessarsene sia sbagliato, dico solo che io preferisco fare altro. Se devo scegliere tra usare il mio tempo per farmi un’opinione seria sul programma politico di Berlusconi o farmela sul futuro della nobile casata Stark (chi legge Geroge R.R. Martin capirà), preferisco gli Stark, grazie tante. Mi interessano i miti, le storie, anche più della cosiddetta realtà - che poi altro non è se non il mito dominante, intessuto nella struttura stessa della tua lingua naturale. L’idea che sia “più reale” di altre storie non è solo sbagliata: è un inganno ontologico. Questa visione del mondo come tessuto di storie, che in più di un senso è magica, credo emerga da ogni cosa che scrivo.
Terrore e meraviglia, macabro e fanciullesco vanno d’accordo?
Pochi hanno davvero letto il Peter Pan di James Barrie. È un libro terribile. Peter Pan è egoista, schizoide, violento, i Bambini Perduti per prima cosa tentano di accoppare Wendy. E questa è l’ultima frase: “E così via via avverrà, sempre, finchè i bambini saranno spensierati, innocenti e senza cuore.” Ecco, se non vi mette un brivido, non so cos’altro possa farlo. Nell’immaginario contemporaneo abbiamo fatto ai bambini la stessa cosa che abbiamo fatto alle fate: essendo creature pericolose, li abbiamo ridotti a esserini di polistirolo da rimbambire con dosi massicce di Melevisione. Il punto è che i bambini hanno avuto meno tempo per intessere le loro vite nella storia dominante e quindi sono aperti alle alternative: alla possibilità che la vicina di casa, che quel pagliaccio, che sembra un mostro, be’, sia un mostro. E hanno avuto meno tempo anche per convincersi che l’uomo sia un animale mite ancorchè un po’ sopra le righe. E quindi non hanno paura di affrontare il mostro con tutte le armi che servono - senza le fighettate da pensiero debole che si usano per coprire la paura. Appunto, terrore (mamma mia, è un dèmone!), meraviglia (che splendore - esistono i dèmoni!) e macabro (ok, splendido, ma vogliamo farlo fuori sì o no?) - in un certo senso dobbiamo davvero riscoprire il bambino interiore, come dicono gli psicologi da talk show. Il punto è che non è detto che quello che scopriremo ci piacerà.
Quali sono gli scrittori cui è debitore?
Tantissimi. Il principale credo sia Clive Barker, uno dei più grandi scrittori viventi, anche se in Italia è poco conosciuto e ancor meno letto. Il New York Times lo ha paragonato a Pynchon, ma per quanto mi riguarda Barker vince di parecchie lunghezze: un visionario capace di scombussolare il tuo mondo da cima a fondo. Poi c’è Tolkien, che ho letto e riletto in ogni salsa, e che con Il Signore degli Anelli mi ha fatto pensare, in quinta elementare, ‘io da grande voglio fare lo scrittore’. È un autore immenso, anche se credo di essere molto lontano da lui.
E tanti altri, lo Steinbeck più cazzone (quello di Pian della Tortilla e La Corriera Stravagante), Ann Rice quando scrive di sesso, Stephen King quando delinea personaggi… tendo a studiare molto gli autori che mi piacciono.
Pan ricorda il presupposto di American Gods di Gaiman per cui alcune divinità / enti soprannaturali tornano sulla terra….
Chiarisco subito due cose. La prima è che trovo American Gods un libro stupendo - forse il migliore di Gaiman, che è uno scrittore che seguo fin dai tempi di Sandman. La seconda è che, se American Gods vi è piaciuto, non è detto che vi piaccia Pan: sono libri molto diversi. Gaiman è uno scrittore pulito, che fa meccanismi a orologeria. Io sono più carnevalesco e rumoroso. Lo dico giusto per onestà.
Comunque, credo che il “ritorno dell’Incanto” sia un tema nell’aria, per motivi culturali complessi. Di recente ho letto una trilogia che non conoscevo, inedita in Italia, di Mark Chadbourn, che racconta del ritorno in Inghilterra degli dèi celtici. Il tono e la storia non c’entrano nulla con quelli di Pan, ma la premessa è quasi identica, e ne sono rimasto colpito. Credo che stiamo vivendo la fine di un certo scientismo superstizioso, e che altre forme di pensiero stiano riemergendo - e questo è un bene. Vari alfieri del vecchio ordine, come Richard Dawkins, dimostrano una superficialità desolante nel non capire che il ritorno di un pensiero mitologico (il ritorno degli dèi, se vogliamo) non significa la morte della scienza - significa una nuova polifonia. Se ragioniamo in termini di “credere” e “non credere”, perdiamo uno dei più bei nuclei di Meraviglia del nostro tempo.
Pan è un “fuori collana” per Marsilio, come si è trovato con la casa editrice veneziana (anche alla luce delle esperienze precedenti)?
Benissimo. Sinceramente, non pensavo che sarebbe andata così liscia: avevo in mente un libro molto forte, e temevo che avrei avuto problemi. Loro mi hanno garantito autonomia totale e poi (Meraviglia!) me l’hanno concessa davvero. Pan è un libro strano, per certi versi rischioso, soprattutto in un catalogo come quello Marsilio. Pubblicare il romanzo di una giovane ragazza che parla del suo ombelico sarebbe stata una scelta più ovvia, ma non l’hanno fatta. Insomma, se il libro fa schifo, non potrò dire che è colpa dell’editor (e la cosa mi dà quasi fastidio, è bello avere qualcuno da incolpare). Quanto al passato, so di essere stato fortunato, rispetto a tanti colleghi. Sia con Gargoyle che con Castelvecchi mi sono trovato bene: poi, è fisiologico che le esigenze cambino e alcune strade si allontanino.
Cosa ne pensa del panorama attuale della narrativa italiana?
Domanda imbarazzante, perché se rispondo “ne penso male” dò l’idea di essere presuntuoso, e se rispondo “ne penso bene”, mento. Allora sarò sincero: in linea di massima, la narrativa italiana contemporanea non mi interessa. È un panorama ombelicale, privo di fascino e meraviglia. Non sopporto Montalbano e soci. Gomorra non sono riuscito a finirlo (sono un appassionato del Padrino di Puzo: mito, non cronaca, che per quella ci sono i giornali). Baricco anche, ma l’ho adorato quando si è scagliato contro i suoi critici. Intendiamoci, ci sono varie cose che mi piacciono - Confine di Stato, La Strategia dell’Ariete, tutto Eymerich (con i crescendo e i diminuendo tipici di ogni serie), e tanti altri. Ma non fanno sistema. Io cerco visioni alternative alla realtà consensuale, non necessariamente ‘fantastiche’ in senso stretto, ma particolari - alla John Fante, per dirne uno, o alla John Kennedy Toole. In Italia queste visioni scarseggiano: i nostri scrittori, troppo spesso, si sforzano più di fare libri intelligenti che di fare bei libri.
E dell’esplosione del Fantasy made in Italy, ora che anche Einaudi ha aperto le sue porte al genere?
Penso che dobbiamo stare attentissimi. Il mio professore di cinema all’università una volta mi disse che il problema italiano è che organizziamo l’industria culturale per filoni e non per generi. Il genere è un meccanismo di produzione. Il filone è una cosa che scavi fino a che non la esaurisci. Ecco, io vedo il rischio della ‘filonizzazione’, che è quanto di peggio possa capitare a un genere, perchè lo affossa per sempre o quasi (vedi alla voce Spaghetti Western). Dobbiamo stare molto, molto attenti a evitare il filone. Detto questo, spero invece di far parte di una rivoluzione del genere che parte dall’Italia e dimostri anche all’estero che cosa possiamo fare: con un mio vecchio libro sono arrivato sul mercato spagnolo, ma il mio sogno è raggiungere quello inglese. Un paio d’anni fa parlavo a un editore di alcuni progetti, e mi sentii dire che “il fantasy in Italia non vende, specie se scritto da Italiani”. Io dicevo che era solo questione di tempo. E adoro avere ragione.
Un particolare della copertina di Dieci lezioni sul buddhismo
Esce oggi, edito da Marsilio Editori per la collana “I Nodi”, Dieci lezioni sul buddhismo di Giangiorgio Pasqualotto. Il libro contiene - aggiornati e leggermente rivisti - i testi di dieci conferenze tenute dal professor Pasqualotto, docente di Estetica all’Università di Padova e di Filosofia delle culture al Master di Studi Interculturali della medesima Università, uno dei fondatori dell’Associazione Maitreya di Venezia per lo studio della cultura buddhista.
L’agile scritto (pagg. 189) fornisce le basi per capire il buddhismo, unendo ricchezza di contenuti a una fondamentale organicità e chiarezza, per chiunque voglia avvicinarsi alla comprensione del pensiero orientale. Le dieci lezioni sono chiosate, nella parte finale, da ampie note bibliografiche ed esplicative, un glossario dei termini buddhisti in lingua pali o sanscrito, la simbologia e i mudrā, ovvero i gesti delle mani o delle dita usati nella meditazione.
Panorama.it incontra l’autore Giangiorgio Pasqualotto.
Professor Pasqualotto, a chi è rivolto il suo libro?
Non è per specialisti, ma neanche per persone completamente a digiuno da simili contenuti, per un pubblico medio-alto. Non è stato pensato come libro, è a spezzoni, perché è nato come una serie di conferenze, per questo non si tratta di certo di un saggio e il linguaggio è colloquiale.
Lei insegna Estetica e Filosofia delle culture e per anni ha insegnato Storia della filosofia. Quanto il buddhismo oscilla tra filosofia e religione?
Il Buddhismo non è una religione come le altre, non prevede un Dio creatore né un Dio persona, perché il Buddha è un uomo. E non esiste un testo sacro perché gli scritti sono la registrazione dei discorsi che il Buddha ha tenuto nel corso di quarantacinque anni. Inoltre non c’è un clero che interpreta la parola di Dio, non c’è una casta di sacerdoti. Già queste sono tre cose di notevole differenza dalle altre religioni, ma comunque è considerato una religione, perché prevede una salvezza, dal dolore. Questo è il punto centrale del Buddhismo. E prevede una serie di espedienti per prevenire il dolore, ovviamente non quello fisico, ma quello derivante da atteggiamenti sbagliati. È ritenuto una religione universale, come il Cristianesimo e l’Islam, perché non prevede una restrizione di casta e genere, chiunque può seguirlo. Detto ciò, secondo me gli aspetti filosofici sono molti preponderanti. Ad esempio la posizione del Buddha è anti-metafisica, simile a Kant, sulle tre grandi questioni: esiste Dio? esiste l’anima? il mondo è finito? Secondo il buddhismo questi tre interrogativi non possono essere risolti perché la mente umana è finita. Il Buddhismo è agnostico, e questo è un atteggiamento eccezionale, che dalla filosofia occidentale è stato acquisito da Kant in poi. È una posizione anti-metafisica, sperimentale, pragmatica.
Sul Buddhismo ci sono molte idee sbagliate e ignoranza. Per esempio, mentre quasi tutti sanno che Maometto fu un profeta di Dio, non è così scontato sapere che Buddha non è un Dio, e che il Buddhismo non parla neanche di un Dio. Come mai?
La maggior parte della gente non legge direttamente i testi del Buddha - tra l’altro oggi ci sono anche molto testi tradotti in italiano dal sanscrito. Solitamente, i più leggono libri di qualche lama o guru molto alleggeriti, con concetti sulla vita, che non parlano proprio delle basi del Buddhismo. Inoltre, gli stessi maestri orientali che vengono da noi sanno che l’occidente è stato condizionato al 90% dalle religioni, e vanno molto cauti nel presentare il Buddhismo come agnostico, hanno paura che vengano confusi con gli atei. Invece nel Buddhismo semplicemente non si parla di Dio. L’adorazione del Buddha è l’adorazione della Buddhità, del raggiungimento dell’illuminazione o Risveglio. Non c’è la prostrazione davanti a Dio, ma davanti alla nostra capacità di raggiungere la Buddhità.
Proprio per questo, il Buddhismo ripone molta fiducia nei mezzi umani, visto che ritiene la Buddhità, il raggiungimento dell’illuminazione, possibile dall’uomo in vita.
Sì, per questo è stato valorizzato da psicologi e psicoanalisti, perché c’è questa possibilità di redimersi da soli. Poi ci sono anche forme di Buddhismo provvidenziali, in cui ci si salva grazie al Buddha.
Altro luogo comune errato è ritenere la consueta icona del Buddha che ride, panciuto, come la raffigurazione del primo Buddha.
Il primo Buddhismo era aniconico. Dal II secolo dopo Cristo sono iniziate le prime rappresentazioni iconiche. E spesso si scambia per Buddha quella che invece è l’immagine di un saggio della prosperità, del buddhismo cinese. Tra l’altro il Buddha non ride, ma sorride, perché il sorriso significa distacco, non un coinvolgimento eccessivo, ma neanche indifferenza. E gli occhi sono socchiusi, quindi né aperti, in balia del mondo, né chiusi, in fuga.
Gli ultimi due capitoli di Dieci lezioni sul buddhismo sono dedicati al Buddhismo zen. Come mai?
Perché è una forma di Buddhismo che mi piace molto, con cui ho avuto anche a che fare, occupandomi di Estetica, visto che ha condizionato quasi tutte le arti giapponesi, dalla cerimonia del tè alla pittura, dai giardini alla poesia, con i cosiddetti haiku, brevissimi componimenti poetici di cui fu maestro indiscusso, anche se non unico, Bashō.
Recentemente c’è stata un’esplosione del buddhismo in occidente. Secondo lei perché e quanto può essere praticato il buddhismo da noi?
Difficile a dirsi, le motivazioni sono molto soggettive, ma sicuramente dopo il cosiddetto scontro di civiltà, in pratica tra Bush e Bin Laden, superficialmente tra un Cristianesimo e un Islam pazzi, si ha avuto la voglia di provare qualcosa di diverso, di più “soft”, non violento. Altre motivazioni sono da riscontrare nel fatto che gli psicologi vedano nel Buddhismo una strada epistologicamente interessante. Il Buddhismo può avere una versione occidentale? Credo sia una questione di tempo.
Daniel Galera
Ha 28 anni, un talento precoce ed eclettico, una mente logica e rapida come quella di un matematico. Eppure di professione fa lo scrittore e gli riesce molto bene visto che è considerato uno degli astri nascenti della letteratura brasiliana. Daniel Galera è di origini italiane, suo nonno era di Cremona ma lui è nato a Porto Alegre e da tre anni vive a San Paolo.
In Italia sono usciti Manuale per investire i cani ed altri racconti, Arcana editore e il recente Sogni all’alba del ciclista urbano, Mondadori. Panorama.it ha incontrato Daniel Galera a San Paolo.
Quando hai cominciato a scrivere e perché?
Prima c’è stata la musica, suonavo la chitarra, poi la pittura ma evidentemente non era quello il mio modo di esprimermi. Così ho provato a scrivere. Avevo16-17 anni, ero appassionato di libri, leggevo molto. E ha funzionato. Per questo ho continuato. Avevo delle cose da dire e questo era il modo migliore per farlo.
E il passo per diventare scrittore?
Ho sentito molto forte questo desiderio ai tempi dell’Università. Era il 1996 e in Brasile stava esplodendo Internet anche se era ancora agli inizi, per esempio non esistevano ancora i blog. Così mi sono inventato un sito letterario e perfino un’e-zine che spedivo via email a chi si iscriveva. Era tutto gratis ovviamente ma è stato un periodo bellissimo, pieno di fermento. Ho studiato pubblicità all’Università e in realtà ho odiato questo tipo di corso tanto che in seguito non ho mai lavorato nel settore. Però mi ha dato la possibilità di conoscere moltissimi ragazzi che come me non amavano il corso ma erano appassionati di letteratura, cinema, arte. Così sono arrivato a creare una casa editrice, la Livros do Mal che, nel suo genere è stata un caso perché è riuscita a dare voce ai giovani della nuova letteratura brasiliana.
Oggi è possibile parlare di un movimento di giovani scrittori in Brasile?
No, un movimento vero e proprio no. C’è molta comunicazione, questo sì, e anche scambio di idee ma poi ognuno prosegue nel suo progetto. C’è da dire che è un momento molto bello per il mio Paese, nel cinema, nella letteratura, c’è molto fermento.
Chi legge i tuoi libri non trova gli stereotipi del Brasile, sole, spiaggia, folclore né tantomeno l’impegno sociale nelle favelas e le tematiche legate al narcotraffico ma storie di giovani che potrebbero accadere ovunque.
Si, è vero, ma non credo che questo sia un problema. Ci sono miei colleghi che sull’impegno sociale svolgono un lavoro egregio ma non era quello che io volevo raccontare. Io appartengo alla classe media del Sud del Brasile, racconto quello che mi è vicino. Le mie storie non sono strettamente geografiche anche se per esempio in Sogni all’alba del ciclista urbano il portoghese che uso è quello con l’accento di Porto Alegre.
Il tuo prossimo libro?
Lo sto finendo in questi giorni. Posso dire che la protagonista è una ragazza che vuole avere a tutti i costi un figlio. È una storia nella quale si possono rispecchiare molte mie coetanee. Di tutte le razze e tutte le latitudini. È il bello della letteratura.
Mentre la cronaca avanza inesorabile, sull’argomento zingari arriva la riflessione accurata di una persona che sull’argomento lavora da anni, sia come storico sia come Presidente della Comunità di Sant’Egidio. Il caso zingari di Marco Impagliazzo, pubblicato da Leonardo International, vuole uscire dal coro e raccontare, dati alla mano, chi siano e in quale contesto giuridico si muovano coloro che comunemente chiamiamo zingari ma che dietro celano, in realtà, un mare magnum di ceppi e radici geografiche diverse. Si smantellano così alcuni luoghi comuni, primo fra tutti quello dell’origine. Che risalirebbe addirittura all’India. E molto lontano nel tempo. In Italia i nomadi sono arrivati infatti nel XIV secolo ma la loro onda migratoria è sempre stata altalenante. E spesso accompagnata da decreti di espulsione, messe al bando e perfino condanne a morte. Impagliazzo conia l’espressione “antigitanismo”, sintetizzando in una parola secoli di intolleranza e di incomprensione e si muove sicuro pagina dopo pagina ospitando anche altre voci ugualmente professionali. Come quella dello storico del diritto Paolo Morozzo della Rocca e di Giovanni Maria Flick, vice Presidente della corte Costituzionale. Emerge così che del 140 mila nomadi presenti attualmente in Italia oltre 70 mila sono cittadini italiani. Dei restanti settantamila, la metà circa sono rumeni, cioè cittadini dell’Unione europea. Solo l’altra metà proviene dall’ex Iugoslavia, che invece non fa parte dell’Unione europea. È qui dunque che risiede la maggiore precarietà giuridica, tanto più che non sono stati inseriti fra le minoranze riconosciute come tali dalla legislazione italiana perché privi di un collegamento territoriale
Da notare infine il parallelismo con gli ebrei. Come loro senza territorio. E una sorte simile, al tempo dell’Olocausto. In cui tra Sinti e Rom ne furono sterminati tra 200 e 500 mila.
IL FORUM
Il dato allarmante arriva dall’Organizzazione mondiale della Sanità: entro il 2020 la depressione sarà la patologia che per invalidità occuperà in tutto il mondo il secondo posto subito dopo le malattie cardiovascolari. Un’onda nera che rischia di avvolgerci tutti se non si deciderà di affrontarla in modo corretto e possibilmente fuori dalle pressioni del marketing delle case farmaceutiche che spesso si limitano a proporre antidepressivi come unica soluzione di tutti i mali. Non basta, insomma, una pillola per cambiare le cose. È quanto sostiene nel saggio Dal mal di vivere alla depressione, pubblicato dalle Edizioni Magi, Nicola Lalli, titolare di Clinica Psichiatrica e Psicoterapia all’Università La Sapienza di Roma. Un saggio avvincente anche per chi non è medico, ma che della depressione ha conosciuto sintomi e umiliazioni.
Le cifre del resto non lasciano dubbi. Come indicato nel libro, circa il 15 per cento della popolazione mondiale ha sofferto, almeno una volta nella sua vita, di depressione. In Italia la stima è di circa 5 milioni, pari al 12 per cento della popolazione, con un’incidenza doppia tra le donne e con un costo sanitario totale pari all’1 per cento del Pil. Un problema dunque che non è più solo psichiatrico ma anche sociale ed economico. Dietro, una parola sola, depressione appunto, ma tanti significati. Da quello clinico a quello più simile al male di vivere, antico quanto l’uomo. Lalli nel suo volume accompagna il lettore in un viaggio nella psiche umana, proiettata anche nella storia. Scopriamo così che a soffrire di depressione erano addirittura gli egiziani come raccontano papiri risalenti a 5000 anni fa. Da lì il viaggio dell’umanità è stato lungo e ricco di scoperte ma il male di vivere, quello, è rimasto addosso come agli albori. La consapevolezza di questo, però, è un già un passo importante sulla via della guarigione.

Di Manuela Grassi
Li Testapelata, nuova razza padrona cinese, sta seduto sulla sua tazza d’oro, sogna di fare un giro nello spazio e si sente solo al mondo. Il suo saggio onesto fratello Song Gang se n’è andato e ora è un mucchietto di polvere in una scatolina. Comincia così Brothers (Fratelli), il best-seller più venduto degli ultimi 10 anni in Cina.
Un romanzo in due parti che racconta la Rivoluzione culturale lanciata da Mao Zedong negli anni Sessanta e la rivoluzione del mercato che ha cambiato il volto del paese negli anni Novanta.
Capigliatura a cespuglio, piccolo e vivace come un ragazzino, lo scrittore quarantottenne Yu Hua, di passaggio a Milano alla vigilia dell’uscita di Brothers in Italia (la Feltrinelli ne pubblica la prima parte il 13 giugno), parla del suo successo e del suo mondo.
Li Testapelata, un simpatico teppista, a 14 anni spezza il cuore a sua madre facendosi scoprire nella latrina pubblica a spiare i sederi delle donne, poi lo ritroviamo miliardario. C’è qualche elemento di realtà in questa storia?
Spiare le donne in bagno era una cosa diffusissima in Cina, in particolare durante gli anni della Rivoluzione culturale, era un modo di sfogarsi in un momento psicologico difficile. Quanto al miliardario dai gusti pacchiani, ce ne sono molti oggi da noi, e il wc d’oro è molto diffuso. Ho incontrato dei Li Testapelata 10 mila volte peggio del mio, che se non altro ha un po’ di humour, persone che nelle loro sconfinate camere da letto fanno scrivere: sala presidenziale.
Come spiega il grande successo di Brothers in Cina?
I miei precedenti romanzi hanno venduto bene, poi non ho più pubblicato per 10 anni, quindi c’era una certa suspense intorno a questa uscita. All’inizio non volevo scrivere più di 20 mila caratteri, alla fine ne ho scritti 100 mila. La storia mi ha preso la mano e forse ha travolto anche i lettori.
Ha fatto anche scandalo…
Alcuni critici dicono che è un capolavoro, altri che è spazzatura. Una delle pagine più criticate è quella del cesso.
C’è anche il registro poetico, quello violento, e quello lirico sentimentale, soprattutto nelle scene notturne.
La mia finalità era quella di descrivere in maniera lucida e frontale due epoche diverse. La prima parte è una tragedia in cui ho infilato molti elementi comici, la seconda è una commedia con elementi tragici. Se scegli di prendere di petto una storia, devi affrontare tutte le questioni, non puoi evitarne nessuna. Il romanzo, come la vita, ha cose grottesche, poetiche, violente.
Durante la Rivoluzione culturale lei era un bambino: ci sono episodi che ricorda?
In Cina, paese enorme con un numero grandissimo di abitanti, qualunque cosa tu scrivi esiste. Un personaggio del romanzo, il padre di Sun Wei, si suicida in carcere infilandosi un chiodo in testa a colpi di mattone. Dopo la pubblicazione mi ha telefonato un professore da Pechino: mi chiedeva per conto della madre se per caso quello di cui parlavo fosse il marito, che si era suicidato proprio così durante la Rivoluzione culturale. Oppure, Li Lan che in onore del marito morto non si lava i capelli per 7 anni è un’esagerazione: in genere le donne lo fanno per un mese o due. Be’, mi ha chiamato uno dicendo che sua nonna non se li è lavati per 10 anni!
C’è un personaggio maschile forte e buono, Song Fanping, il patrigno di Li Testapelata.
Quando andavo alle elementari, il padre di un mio compagno è stato acciuffato, rinchiuso in un magazzino e torturato. Era un uomo che sapeva nuotare molto bene quindi non si buttò nel fiume ma in un pozzo. Il giorno prima della sua morte l’avevo visto sulla strada principale con suo figlio e scherzava. Mentre scrivevo di Fanping pensavo a quella persona che fino all’ultimo si era comportato come se niente fosse per non fare soffrire troppo la sua famiglia. In quegli anni credo ci siano stati tantissimi Fanping, gente comune, eroica.
Lei sembra molto critico anche sulla Cina di oggi, sulla corsa all’oro.
La Cina di oggi è ancora più allucinante di quella della Rivoluzione culturale. Perché quella fu terribile, caotica, però, nel cuore delle famiglie, i sentimenti venivano custoditi. Era proprio la follia che regnava al di fuori delle case a fare sentire le persone più vicine. Oggi tutto questo è un bene scomparso, frantumato.
Qual è il sentimento popolare verso il Tibet?
In realtà i cinesi non si vedono come un popolo distinto dai tibetani, perché, da quasi sessant’anni, il Tibet è una regione, una provincia della Repubblica Popolare Cinese. Una provincia autonoma, con una minoranza etnica. Prevale da noi un sentimento nazionalista.
Problemi di censura per i suoi libri?
Vivere venne pubblicato senza problemi, il film di Zhang Jimou invece fu censurato. Difficile dire perché: in genere la censura sui film è più severa. Brothers 10 anni fa non sarebbe mai potuto uscire, adesso sì, ma un film tratto dal romanzo forse deve aspettare altri 10 anni.
Prima a colpi di indagine adesso a colpi di penna. La mafia la si può combattere anche così, semplicemente raccontandola. Figuriamoci poi se a farlo è un magistrato che ha fatto della lotta alla mafia un impegno esistenziale, oltreché professionale. Cacciatore di mafiosi. Le indagini, i pedinamenti, gli arresti di un magistrato in prima linea, di Alfonso Sabella, pubblicato dalla Mondadori è una cronaca dei più importanti fatti di cronaca legati all’emergenza mafiosa. Sabella, del resto, dopo i tragici attentati a Falcone e Borsellino nel 1992, ha cercato con tutte le sue forze di disarticolare il potere di Cosa Nostra facendo parte del pool di Palermo. Ha condotto alcune delle inchieste più difficili, sempre a contatto con Giancarlo Caselli, Procuratore capo a Palermo dal 1993 al 1999.
Nel libro, laddove finisce la cronaca, comincia la storia, visto che gli episodi di cui si parla appartengono ormai all’immaginario collettivo di tutto un paese che da secoli deve fare i conti con il potere della mafia. E così ecco evocata - stavolta non con gli atti di un processo ma con la forza della scrittura - la morte del piccolo Giuseppe di Matteo, figlio del collaboratore Santino Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido da Giovanni Brusca. E ancora, il rapporto tra il boss Leoluca Bagarella e sua moglie che si uccise durante la clandestinità, oppure la melodrammatica religiosità del boss Pietro Aglieri che era solito chiedere ad un prete compiacente di celebrare la messa nel suo nascondiglio segreto. Bagliori di cronaca che danno il senso di un’epoca e di un’emergenza. Purtroppo ancora aperta fuori dalle pagine del libro.
Un particolare della copertina de La ragazza dalle 9 parrucche
Occhi verdi grandi ed espressivi con striature brune, capelli biondi curati che arrivano quasi alle spalle, Sophie van der Stap oggi ha ventiquattro anni, è una bellissima ragazza olandese e una scrittrice di successo, e non ha più bisogno di parrucche. È “pulita”. Chemioterapia, iniezioni di vincristina, etoposide, ifosfamide, radioterapia, nausee, sudorazioni incontrollate, non fanno più parte della sua quotidianità. Sophie ha ucciso il cancro che si è presentato improvviso quando aveva ventuno anni, affrontandolo con forza di reazione, consapevolezza e tanta ironia. Cercando comunque di vivere, godere delle piccole cose, intessere relazioni amorose. E raccontando tutto ciò, sotto forma di diario, in un libro divertente (sì, divertente) e intenso, che in Olanda ha venduto 65 mila copie, altrettante in Germania, e appena uscito in Italia, edito da Bompiani Overlook: La ragazza dalle 9 parrucche.
Nove sono infatti le nuove Sophie che hanno convissuto con lei nell’anno e mezzo di malattia e cure, dal febbraio 2005 al giugno 2006, mentre riusciva a colorire l’esperienza ospedaliera con fantasie rosa sui vari dottori e cercava di vivere nonostante tutto. In lei e sulla sua “testa da cancro”, come scrive senza mezzi termini, hanno vissuto Stella, Daisy, Sue, Blondie, Platina, Uma, Pam, Lydia e Bebè. Daisy, ad esempio, è la Shophie maliziosa, con i lunghi ricci biondi da Barbie, ama i frullati e ride a ogni battutina stupida. Sue, con capelli rossi e selvaggi, può dare nell’occhio facilmente, “senza dover ridere per stupide battute o far danzare i riccioli”. Anche se inizialmente per Sophie non è stato facile accettare la malattia e il suo capo pelato da chemio: “Una parrucca ce l’ho, ma non ho ancora deciso chi trovo più brutta: Sophie con una grigia testa da sfigata o Sophie skinhead. Quindi ho semplicemente indossato un fazzoletto e ora non mi si distingue più dalla cameriera”. Panorama.it ha incontrato Sophie van der Stap.
Sophie, cosa ha significato per lei scrivere questo libro? E per chi lo ha scritto, per sé o per altri malati di cancro?
L’ho scritto per me. Semplicemente perché in quel momento mi faceva bene, era un passatempo e mi dava uno scopo. Quando uno è malato l’unico scopo è sopravvivere. Se si può essere anche creativi, con il sogno di scrivere, questo ti dà anche un altro scopo. Non sapevo che poi il mio lavoro sarebbe piaciuto a qualcun altro.
È stato facile raccontarsi o ha avuto pudore delle sue paure, del suo dolore, della sua sfera sentimentale ed erotica?
È stato un processo naturale e molto facile, soprattutto quando si trattava di raccontare emozioni. È stato ben più difficile parlare dell’amore, perché necessita di un po’ più di analisi personale. Ti fai domande del tipo “Come mai le mie relazioni, a differenza delle mie amiche, non durano molto?”.
Stella, Daisy, Sue, Blondie, Platina, Uma, Pam, Lydia, Bebé. Ogni parrucca ha rappresentato una parte di lei e uno o più momenti particolari. Blondie, la Sophie introversa, l’ha persa nelle acque di Nizza. Uma, bruna e sensuale, e Bebé, bionda anni Sessanta, sono venute con lei in vacanza in Spagna… Cosa hanno significato per lei e c’è qualcuna a cui è rimasta più affezionata?
Quella che più ho amato è Uma, ma con Pam è finita la mia ricerca di diversi personaggi, perché lei era perfetta, simpatica, curata, molto femminile, quello che volevo essere. Ho amato molto Uma perché era quella che mi dava l’idea di entrare nel personaggio di una serie televisiva che vedevo da piccola, con una donna forte che cavalcava in bikini, in mezzo a foreste, con lunghi capelli neri. Con Uma avevo la sensazione di uscire da sotto di lei, di essere nascosta sotto di lei.
Il libro parla del cancro con ironia, forza, franchezza. Sono doti che ha sempre saputo d’avere o che ha scoperto con la malattia?
Forza… Non direi di essere forte, piuttosto direi che ho fiducia in me stessa. L’ironia ho scoperto di averla scrivendo il libro. Ho scoperto che ho un grande senso dello humour e un alto grado di ironia, che c’è anche tra i miei amici, i quali a volte scherzano con me con battute del tipo “ma ti venga un cancro”. E anche mio padre è così. All’epoca mi chiedeva se ci fosse una parrucca anche per sostituire i peli pubici.
A volte, ne La ragazza dalle 9 parrucche, parla del cancro come di un amico che le ha fatto riscoprire la vita, provare intensamente, gustare le piccole cose, apprezzare gli affetti. Altre volte fa addirittura fatica a vedersi diversa e lontana dall’anno e mezzo di chemio e ospedali…
In tempi difficili è difficile trovare cose belle e allora si diventa creativi. Il cancro è talmente presente nella vita del paziente che non si può fare a meno di sentirlo vicino. Dovevo pur dargli un volto positivo. Ora, che sono qui seduta, guarita, mi rendo conto di quello che mi ha dato. È evidente che è una terribile battaglia, ma rende la vita comunque più ricca, perché se uno sa che c’è la morte riesce anche a riconoscere tutte le ricchezze della vita. Ci sono momenti in cui ci si rende conto di essere al massimo della felicità, grazie alla morte. Ad esempio, quando ero in ospedale per diversi giorni di fila, con la nausea, pensare di tornare a casa per mangiare il mio piatto preferito, pollo con insalata, era il massimo della felicità. Il cancro mi ha dato questa consapevolezza. Altrimenti la malattia sarebbe insopportabile.
E il dottor C, il medico inizialmente “antipatico come la mia malattia” ma che l’ha curata e ha partecipato con affetto alle sfilate di parrucche, l’infermiere Bas, “un orsacchiotto con l’aria da duro”, l’affascinante dottor K, che ha popolato molte sue fantasie erotiche… Li vede ancora?
Sì, anche quando vado a fare i controlli. E poi sono venuti a qualche presentazione del libro. C’è un ottimo rapporto tra di noi.
Ha altri progetti letterari?
Sì, ho scritto un secondo libro, già uscito in Olanda, e sto pensando di scriverne un terzo. Il mio più grande sogno è quello di essere una vera scrittrice. E tutto quello che faccio ora di diverso è collegato a questo obiettivo principale. Per il terzo libro voglio però prendermi tutto il tempo necessario, voglio che sia un vero romanzo. Il secondo invece è il seguito della mia storia, racconta quello che capita dopo una malattia così grave, perché anch’io, come tutti mi dicevano, sono caduta in un buco. Esci dal nido caldo che è l’ospedale, l’agenda è vuota, c’è il vuoto… Devi prendere decisioni ed è molto difficile. Dovevo decidere se riprendere gli studi o fare altro. E alla fine ho deciso di realizzare un sogno. Con il mio primo libro ho guadagnato molto: potevo quindi progettare il futuro, comprarmi una casa… ma invece volevo solo pensare a “ora, ora, ora”. Il mio sogno era andare in Argentina, e così ho fatto un viaggio in Sud America. Ma avevo anche un altro obiettivo, che era scrivere un nuovo libro. Il secondo è però diverso dal primo, che era spontaneo, è più pensato. E con questo voglio comunicare che la vita è cambiata: ci sono momenti in cui tutto è stravolto, e quando c’è questo stravolgimento bisogna viverlo, creando così spazio per nuove belle idee.
Cos’è l’Orange Ribbon International, di cui è ambasciatrice internazionale e portavoce?
È un’organizzazione che ha lo scopo di attrarre maggiore attenzione sul tumore nei bambini. L’ho fondata insieme a due cari amici, Walter, che si è occupato degli aspetti più tecnici, e Jurrian, il cuore dell’organizzazione, lo stesso Jurrian di cui parlo nel libro (ndr. morto a gennaio 2008, a 29 anni, per cancro, ora l’organizzazione è dedicata a lui). Jurrian voleva trasformare in positivo la sua esperienza con la malattia e cercare metodi complementari per guarire i bambini. Lo scopo principale dell’Orange Ribbon International è generare più consapevolezza sulla malattia. Il nostro sito è anche un forum per altre organizzazioni che si occupano di cancro.
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La copertina di La ragazza dalle 9 parrucche
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