Archivio di Luglio, 2008

Rockstar tra i fornelli: a cena con i Franz Ferdinand

Alex Kapranos

Sa distinguere uno Chateauneuf du Pape da un Beaujolais-Nouveau. Ha provato salsa di alligatore a New Orleans ma non può fare a meno del bacon in un breakfast americano doc. È ovviamente uno chef d’eccezione e un appassionato wine writer. Ma di professione fa tutt’altro. Alex Kapranos, britannico, classe 1972, infatti è una delle rockstar della scena europea più applaudite in questo momento, cantante e chitarrista del gruppo scozzese rivelazione degli ultimi anni, i Franz Ferdinand. Ma non c’è contraddizione. Anzi, proprio grazie alle note e ai concerti che l’hanno portato negli ultimi anni in giro per il mondo è nata quest’avventura parallela, culinaria ed enogastronomia. Raccontata prima sulle pagine del quotidiano inglese The Guardian e adesso raccolta in un volume che esce anche in Italia con il titolo Rock Restaurant - A cena in tournèe con i Franz Ferdinand (Internazionale-Fusi Orari editore). Una guida sentimentale al cibo come è stata definita dai tabloid britannici, un ininterrotto pranzo di Babette, dall’Europa all’Asia, passando per le Americhe del Nord e del Sud, consumato tra ingredienti multietnici, vapori di cucine e pentole d’eccezione. Una rockstar, insomma, dimostra il seguitissimo Kapranos, può essere anche questo, osannata dai fan si trasforma in fan essa stessa, ma di sapori e ricette, tripudio nel tripudio. Che passa dall’insalata di ventrigli parigina al pesce “alla ninja” di Osaka, dalla pizza fritta all’italiana al Rossini, hamburger deluxe dello chef di Kitchen confidential, Anthony Bourdain. Resta solo da chiedersi se così abbondante acquolina in bocca non levi troppa energia alla musica.

Chie-chan e io: Banana Yoshimoto parla italiano

Un negozio Prada in Giappone
Vi siete mai chiesti cosa passi nella testa dei buyer giapponesi che affollano l’Italia alla ricerca di pezzi griffati da portare a casa? E come vedano, in mezzo a borse ed accessori di grido, il nostro Paese?
Chie-chan e io, l’ultima fatica letteraria della prolifica scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, pubblicato in Italia da Feltrinelli, può offrire in questo senso qualche risposta. Protagonista infatti è Kaori, una single con gli occhi a mandorla di professione responsabile acquisti per un negozio giapponese, quasi sempre in viaggio tra Milano e Firenze. Le continue trasferte in Italia la portano ad ammirare il nostro cibo, la nostra lingua e ovviamente i nostri monumenti. Così il lettore segue con lei l’intreccio, tra una Cappella Sistina, una Pietà di Michelangelo e un bicchiere di limoncello. Un intreccio minimale come è nello stile della Yoshimoto. Ovvero l’amicizia tra Kaori e la cugina Chie-chan, con cui divide il proprio appartamento, oltre a gioie e dolori.
È la prima volta che la scrittrice giapponese utilizza l’Italia come sfondo per la sua narrazione. “Ho scritto questo libro” ha raccontato lei stessa “mettendoci dentro tutte le emozioni che provo nei confronti del vostro Paese”. E l’Italia ha ricambiato, con un adattamento teatrale di questo volume a cura di Giorgio Amitrano presentato al Napoli Teatro Festival Italia. Peccato solo che ogni tanto la Yoshimoto scivoli nello stereotipo “In Italia, in confronto al Giappone” scrive, infatti, nel libro “esiste ancora un sistema di classi sociali abbastanza marcato(…) Si può correre il rischio di subire violenza, anche di gruppo, o di essere derubate, perciò è davvero necessaria molta cautela (…) Quindi se si viene abbordate, non bisogna mai seguire nessuno alla leggera”.

Dagli intrighi del ‘300 a Montalbano. Modica raccontata da un primario-scrittore

Modica

Finora era conosciuta come la terra del Commissario Montalbano. Stiamo parlando di quel lembo di Sicilia compreso tra i capolavori barocchi di Scicli e quelli di Modica, nella provincia di Ragusa dove è stata girata l’omonima serie televisiva. Ma la passione per la storia di un primario del posto, Giorgio Cavallo, ha ridato a tutta l’area una prospettiva diversa e antenati illustri al celebre commissario. E così ecco il piccolo miracolo. Anni di ricerche negli archivi locali, la Ausl di Ragusa che si trasforma per l’occasione in editore, il volume che diventa un piccolo caso letterario per la zona. L’Ospedale degli Onesti di Giorgio Cavallo, infatti, è un viaggio di un medico nel tempo, indietro di 7 secoli, alla scoperta dei suoi predecessori, tra delitti e congiure da far impallidire lo stesso Montalbano.
“Modica era una terra di intrighi” racconta a Panorama.it Giorgio Cavallo “del resto fu capitale dell’omonima contea del 1392, uno stato indipendente dentro la Sicilia. Come in ogni grande città di quei tempi, la lotta per il potere era senza esclusione di colpi. Come fu il caso del governatore del Nero, dal 1543 al 1545 inviato dal conte Luigi Henriquez e Cabrera con la precisa istruzione di sindacare l’operato della precedente amministrazione e poi, a sua volta, carcerato per avere compiuto alla perfezione il suo dovere”. E agli intrighi si sommarono le malattie. Dalla peste alla sifilide, tanto che in città un ospedale intero venne trasformato in sifilicomio, chiuso solo nel 1945. “Dalla sifilide qui ci si curava grazie alle cosidette botti a vapori mercuriali inventate da un personaggio locale, Tommaso Campailla. Il paziente veniva inserito in una botte riscaldata grande quanto un cubicolo nella quale si poneva un braciere con il mercurio. Pare funzionasse”.
Insomma, la terra di Montalbano prima ancora dell’arrivo del celebre commissario fu luogo di passioni ma anche di impegno civile in cui il talento del singolo veniva messo al servizio della comunità.
“Come fu con le Principesse Grimaldi” conclude l’autore “che, a cavallo fra il XVIII ed il XIX secolo, ebbero il coraggio di smonacarsi per dedicarsi tutta la vita ad opere di beneficenza, un esempio che ha un valore ancora oggi”.

Renata Pisu racconta i suoi Mille anni a Pechino

La Città Proibita

In Mille anni a Pechino (Sperling & Kupfer) Renata Pisu ripercorre la storia della Repubblica popolare cinese guanrdandola dalla grande capitale, e narrandola attraverso una serie di aneddoti di vita vissuta, personali o ricordati da uomini e donne incontrate nei diversi soggiorni nella Cina popolare.
L’autrice non si limita a spiegare la simbologia dei luoghi più famosi di Pechino, dai giardini imperiali al Tempio del Cielo, dalle Tombe Ming alla Grande Muraglia. Ma riesce anche a svelare i pensieri dei cinesi che hanno vissuto in questi luoghi nell’epoca imperiale, in quella maoista, in quella delle riforme economiche e nella modernità olimpica.
Renata Pisu non nasconde le atrocità commesse negli anni di Mao Zedong, anzi, fa persino luce su efferatezze ormai dimenticate, come l’esecuzione, nel lontano 1951, dell’italiano Antonio Riva, colpevole, a detta dei cinesi, di aver ordito un complotto contro il Grande Timoniere in combutta con un giapponese. Allo stesso tempo, racconta anche dell’abitudine dei sessantenni di oggi di ritrovarsi per cantare gli inni rivoluzionari di cui conoscono ancora le parole a memoria. Nessuno ha nostalgia del passato, è vero, ma il rimpianto della tranquillità e dell’uguaglianza di quegli anni è un sentimento comune tra le vecchie generazioni, che non capiscono l’ossessione per il guadagno dei propri nipoti.
Infine, l’autrice non manca di soffermarsi sulle vecchie e nuove abitudini che si stanno diffondendo nella capitale del Regno di mezzo. Descrive la mania della coppie moderne di posare per due album di nozze: il primo, ufficiale, per parenti e amici. Il secondo, privato, arricchito da scatti più intimi. O, infine, la magia dei parchi a primavera, quando si diffonde nell’aria una musica armoniosa emessa da zufoli a due canne fissati sotto la coda dei piccioni che, volando contro vento, creano una melodia molto speciale.
Mille anni a Pechino, insomma, è la lettura più adatta per coloro che, prima di recarsi in Cina, volessero trovare le chiavi di lettura di una capitale tanto complessa quanto affascinante.
Guarda le Gallery:
I fasti della Pechino imperiale
- Anche la Città proibita si prepara alle Olimpiadi

“Un cappello pieno di ciliege”, il libro postumo di Oriana Fallaci

La Fallaci con i nipoti Edoardo ed Elisabetta nella casa in Toscana
Oriana Fallaci con i nipoti Edoardo ed Elisabetta nella casa in Toscana

Una saga familiare che copre gli anni tra il 1773 e il 1889, come lo ha definito lei stessa, l’epopea della sua famiglia. È questo Un cappello pieno di ciliege, romanzo postumo di Oriana Fallaci, che esce il 30 luglio, edito da Rizzoli.
Nel suo sferzante libro La rabbia e l’Orgoglio, la giornalista fiorentina morta il 15 settembre 2006 l’aveva già annunciato: “La vigilia della catastrofe (l’11 settembre 2001) pensavo a ben altro: lavoravo al romanzo che chiamo il-mio-bambino (…). Un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta”. E così infatti è stato.
Oriana Fallaci aveva consegnato il suo “bambino” al nipote Edoardo Perazzi, in 684 cartelle dattiloscritte, battute a macchina sulla cara Olivetti Lettera 32, lasciando precise disposizioni su titolo e pubblicazione.
Il libro (pagg. 864, euro 25) esce con una prima tiratura di 350 mila copie e include una sezione finale di “Note di edizione”, la riproduzione di pagine dal dattiloscritto originale e un albero genealogico ricostruito sulla base delle vicende del romanzo. Viene così ripercorsa la storia dell’Italia rivoluzionaria di Napoleone, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II attraverso le avventure di uomini come Carlo che voleva piantare viti e olivi nella Virginia di Thomas Jefferson; o come Francesco nostromo, negriero e padre disperato; o Giovanni assassino mancato del traditore Carlo Alberto; Giobatta sfigurato nel volto e nell’anima da un razzo austriaco durante la battaglia di Curtatone e Montanara.

Sono molti i riferimenti strettamente autobiografici, come quello che si legge a pagina 205, sul cancro, il “mal dolent” - come veniva chiamato in Catalogna - che colpisce Maria Isabel Felipa, madre di Montserrat, la trisnonna della madre di Oriana. Si legge: “Nella sua perfidia il mal dolent include qualcosa di positivo: un’attesa di solito abbastanza lunga dell’inevitabile traguardo chiamato Morte. Un’anticamera dell’aldilà, se vuoi. Un intervallo o un limbo nel quale la Morte in arrivo cammina col rallentatore sicché, aspettandola e osservandola mentre viene a noi piano piano, si ha tutto il tempo di fare due cose. Apprezzare la vita cioè accorgersi che è bella anche quando è brutta, e riflettere bene sia su noi stessi che sugli altri: vagliare il presente, il passato, quel po’ di futuro che ci rimane. Io lo so. E forse Maria Isabel Felipa non s’accorse che la vita è bella anche quando è brutta: una tale ammissione richiede una sorta di gratitudine che lei non aveva. La gratitudine per i nostri genitori e nonni e bisnonni e trisnonni e arcinonni, insomma per chi ci ha dato l’opportunità di vivere questa straordinaria e tremenda avventura che ha nome Esistenza”.

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Regalami un sorriso: il primo libro di Paola Barnobi

libri moriza

Amore, tradimento, valori e emozioni. Nel romanzo di Paola Barnobi, Regalami un sorriso, ci sono tutti gli ingredienti giusti per far sognare adulti e ragazzi. La protagonista è Debby, una ragazza romana, che, insoddisfatta della propria vita decide di partire alla volta di New York, città magica per eccellenza, dove tutto può accadere. È li che incontra Richard, un uomo misterioso che le ruba il cuore. Per caso si troveranno a lavorare insieme nella stessa redazione e comincerà così un’appassionante storia d’amore turbata, però, dall’arrivo di Evan, un ragazzo affascinante e molto ricco che tenterà di sedurre la nostra eroina. Lo stile è fresco ed essenziale, le descrizioni coinvolgenti e divertenti.
Panorama.it ha incontrato l’autrice.
Qual è l’obiettivo del suo libro?
L’intento è quello di aiutare le persone a credere nelle proprie capacità e incitarle a realizzare i propri sogni.
Perché ha scelto New York come location?
Ci sono stata molte volte e mi sono subito innamorata di quella città dove tutto sembra possibile. Ogni posto che descrivo l’ho vissuto di persona e le emozioni sono le stesse che ho provato quando mi sono trovata lì. New York è un posto che ami o odi. Non ci sono mezze misure.
Perché Debby ha lasciato Richard per Evan?
Voleva evadere dalla quotidianità. Il suo uomo la stava trascurando e Evan rappresentava la tentazione: in lui c’era l’ignoto, la sorpresa, il mistero. A tutti è capitato di amare qualcuno e di sentirsi attratti da un altro. Io l’ho raccontato.
C’è qualcosa di autobiografico?
La protagonista ha molto del mio carattere. È istintiva, determinata, ma soprattutto coraggiosa. È quello che sono e quello che vorrei essere, una grande giornalista che si realizza nel lavoro e nell’amore.
In rete l’hanno soprannominata la Sophie Kinsella italiana. Le fa piacere?
È la mia autrice preferita. Adoro quel modo di scrivere romanzi leggeri che ti sanno dare tanto, che ti fanno sorridere ma anche riflettere.

La sopravvivenza spirituale nell’era della globalizzazione

Abbazia nel Dorset

La globalizzazione ha un’anima. E quell’anima è nata nel Medioevo tra le comunità monastiche. È così che Didier Long racconta le origini un fenomeno capace di trasformare il mondo. Ex monaco benedettino, autore teatrale, scrittore, esperto di marketing: Long dà voce a tutte le sue corde nel suo ultimo libro La sopravvivenza spirituale nell’era della globalizzazione (Excelsior 1881). A chi vuole raccogliere le sfide del mercato consiglia di parlare “globish” (global english), ma anche di proteggere l’ambiente. Di comprendere l’essenza planetaria e locale di internet. Di trasformarsi, insomma, in un marchio mondiale allo stesso modo di Andy Warhol. Ma, a differenza di altri, l’autore francese recupera la dimensione dell’anima. E rilegge le radici della civiltà attuale spingendosi fino al Medioevo.
Mosteiro dos Jerónimos
Seguendo la regola benedettina “Ora et labora”, le comunità monastiche vendono la produzione agricola locale e costruiscono una rete internazionale per diffondere il cristianesimo. L’abbazia francese di Cluny, il latino come lingua franca e l’uso della moneta diventano i semi di un processo destinato a cambiare il mondo. Che ha come motore, però, non il profitto, ma la ricerca della salvezza spirituale. Attorno al dodicesimo secolo, insomma, inizia la globalizzazione. Dopo il Medio Evo vince l’etica protestante con l’espansione dell’Olanda e del Regno Unito. Ancora una volta la spinta di fondo non è il denaro, ma una meta ultraterrena, come spiega Max Weber nell’Etica protestante e lo spirito del capitalismo: per i calvinisti, paradossalmente, il successo nell’accumulazione di ricchezza diventa una conferma dell’ingresso in Paradiso. Un bisogno così intenso da ispirare le prime multinazionali con un obiettivo più terreno, quello del conseguimento di un profitto. Alla fine, però, sembra che il meccanismo si rovesci e Long parla di “mercato delle religioni globalizzate”: incapaci di sottrarsi alle suggestioni del marketing, ora i credenti scelgono percorsi personali e si affidano al tele-evangelismo. Come trovare la salvezza? L’ex monaco benedettino cede a tentazioni “new age” e parla di noosfera fraterna: a suo modo, una sorta di anima collettiva in quella rete di persone e tecnologia che è internet. Ancora una volta, dunque, la questione spirituale torna in primo piano.

Déjà-vu: Tom McCarthy e il romanzo metafisico

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Un romanzo sospeso. Al confine tra materia ed essenza. Con Déjà-vu (ISBN edizioni, 208 pp., 17,50 €) Tom McCarthy mette in scena la realtà e la sua irritante capacità di rivelarsi finzione. L’io narrante è “sbalorditivamente” antipatico e stupido, eppure riesce a condurre il lettore per mano attraverso le pagine accompagnadolo in una spirale di follia calibrata, armoniosa, eletta a sistema.
Un oggetto misterioso, e tale rimarrà per tutto il romanzo, cade dal cielo, colpisce il protagonista e lo priva quasi del tutto dei ricordi. Durante la riabilitazione la realtà rivelerà nuovi contorni. Anche i meccanismi fisici più semplici, come portare una carota alla bocca, fare un passo, inciampare, assumeranno una valenza ontologica. Da quel momento in poi, il mondo sembra dischiudere i propri segreti, i fenomeni sbiadiscono, lasciando intravedere la loro vera forma. L’ossessione comincerà ben presto a scavare nella mente del nostro, che risarcito di otto milioni e mezzo di sterline per l’incidente da una compagnia aerea, comincia a mettere in scena i frammenti di ricordi che a tratti emergono nelle pieghe della sua memoria. Passato, presente e futuro andranno così via via dilatandosi e accartocciondosi su loro stessi. Con l’aiuto di un “facilitatore” (una sorta di organizzatore professionista) e impiegando tutte le risorse economiche acquisite, vengono messi in scena e reinterpretati fin nei dettagli più insignificanti, i ricordi, i ricordi dei ricordi, le reinterpretazioni delle reinterpretazioni, in un corto circuito che porterà inevitabilmente oltre il limite.
La scrittura di McCarthy è fluida, ricercata - la traduzione di Anna Mioni riesce a renderla alla perfezione - anche se a tratti è un po’ troppo autocompiaciuta e indugia eccessivamente sul versante della speculazione (di maniera). Qualche pagina in meno non gli avrebbe fatto male. Déjà-vu rimane comunque una lettura interessante, per certi versi affascinante, con meccanismi narrativi ben orchestrati e una storia celebrale, a regola d’arte, congegnata come un orologio. Il New York Times lo ha inserito tra i cento libri del 2007, e sempre nello stesso anno è stato vincitore del Believer Book Award.

Vuoi scrivere un best seller? Va’ dove ti porta il titolo

Paolo Giordano

Sinfonia in nero con Beethoven

Donna noir

Di Sergio Altieri
“Italia al nero e non solo” è la nuova proposta editoriale del Giallo Mondadori dedicata agli autori italiani nella nuova collana “Il Giallo Mondadori presenta”. Ai primi di agosto sarà in libreria “Beethoven 27%”, una serie di racconti di Roberto Barbolini che esplorano la galassia della letteratura di massa, dal poliziesco all’horror, al sexy thriller e così via. Ecco la prefazione di Sergio Altieri, direttore editoriale del Giallo Mondadori.

Com’è riuscito uno stravagante urologo latino-americano a entrare in possesso del 27 per cento di una ciocca di capelli di Ludwig van Beethoven? E quale astrusa forza invisibile spinge due rock’n’ roller un po’ coatti ad andarsene in volo ad Amburgo alla ricerca di ciocche simili, appartenenti però a John Lennon e a Paul McCartney?
Qual è il vero significato della sorta di pellegrinaggio sentimentale, ma dalle connotazioni inequivocabilmente macabre, che due sensuali vedove allegre milanesi compiono ogni anno ai cimiteri di Los Angeles, California?
E poi, siamo davvero certi che Arthur Conan Doyle, mitico creatore del più mitico dei detective dell’Inghilterra postvittoriana, non avesse il suo di scheletro nell’armadio della colpa, a causa di un gesto tanto umanitario quanto sballato che costò la maratona olimpica a un ugualmente mitico fornaio italiano?
C’è un mucchio di polvere nel cimitero di San Cataldo, e non si tratta solo della polvere dei defunti, bensì di quelle candide nubi pronte a essere sparate dritte nelle sinapsi attraverso le narici. Un solo problema: per far posto alla cocaina si sfratta un morto più che prono alle passeggiate zombesche.
Le proposte di cui sopra sono il fulcro solamente di alcune delle storie di questa antologia. Una raccolta pressoché unica non nel suo genere ma nei suoi generi. Proposte oltraggiose e irriverenti, caustiche e corrosive, surreali e grottesche. Eppure tutte solidamente ancorate al tessuto connettivo della grande narrativa.
Giornalista e saggista, polemista e umorista ma anche, e prima di qualsiasi altra cosa, inarrivabile iconoclasta, Roberto Barbolini, classe 1951, modenese doc, rovescia l’intera equazione del giallo e dei suoi miti. Violando parametri e regole, distorcendo sfumature e componenti, con le 16 storie di Beethoven 27% Barbolini esplora la variegata quanto infida terra di mezzo che va dall’horror al mystery, dall’investigazione storiografica alla detective story, dal noir metropolitano al sexy thriller. Il risultato è una cavalcata ora divertente ora inquietante ma sempre, invariabilmente, inaspettata di un autore letterario tout-court che non aspetta altro se non di “sporcarsi le mani” con la narrativa “di controKultura” intesa nel senso più lato del termine.
Eppure, qualcosa sta cambiando. C’è sempre più noir “strano” là fuori. E c’è sempre maggiore contaminazione di generi, al punto che sull’argomento si scrivono saggi critici al massimo livello. Dell’uno aspetto e dell’altro Beethoven 27% potrebbe diventare non solo un’antologia che precorre i tempi, ma un autentico cult book.

Karen Essex e Le due donne del Partenone

Karen Essex
Particolare della copertina de Le due donne del Partenone

Nel 2007 ha vinto il Premio Roma per I cigni di Leonardo, storia di intrighi e passioni a corte attorno alle sorelle Isabella e Beatrice d’Este, intrecciati al destino di Leonardo da Vinci. Ora Karen Essex, scrittrice e giornalista statunitense, torna con un nuovo romanzo storico, e ancora una volta le protagoniste sono due donne, legate a distanza di più di due millenni da un’opera d’arte e umana meravigliosa, il Partenone. Edito il 16 luglio da Bompiani (pagg. 576), Le due donne del Partenone (Stealing Athena) dà voce a due figure femminili volitive e coraggiose, passionali e fascinose, Aspasia e Mary Nisbet. Aspasia di Mileto, amante di Pericle che lo stratega ateniese a lungo non ha potuto sposare perché una legge voluta da lui stesso vietava di congiungersi a straniere, ha subìto una tradizione storica e letteraria avversa, accusata di lenocinio e considerata cortigiana e concubina nonostante la solida unione con lo statista. Fu anche studiosa di filosofia nonché maestra di Socrate, qualità non apprezzata in una donna nel quarto secolo prima di Cristo. Mary Nisbet è stata invece la moglie di lord Elgin, l’ambasciatore dell’impero britannico in terra ottomana che, in età napoleonica, ha salvato dall’incuria (o rubato?) alcuni marmi del Partenone trasportandoli in Gran Bretagna affinché l’arte del suo Paese ne traesse lustro e ispirazione. Mary è stata la principale artefice di questo sforzo, riuscendo ad ottenere l’assenso del Sultano a prelevare i marmi e finanziando il problematico trasporto via mare.
La Essex offre un dettagliato spaccato di queste due epoche lontane e dei due affreschi di donna, con rigore storico e allo stesso tempo con sfumature personali e suadenti. Con un linguaggio piano ma coinvolgente.
Panorama.it ha incontrato una solare Karen Essex, anche lei sobria e attraente.

Karen Essex, dopo il Rinascimento, l’Italia e le due sorelle d’Este de I cigni di Leonardo ora ha scelto come protagoniste altre due donne. Perché proprio Mary Nisbet e Aspasia e come mai il parallelismo tra le due? Come ha “scoperto” la figura di Mary?
Nel 2001 ho visitato il British Museum per un’esposizione su Cleopatra e, nella galleria dedicata ai marmi di Elgin, sono rimasta affascinata dalle sculture del Partenone: in particolare mi sono chiesta come fosse stato possibile il trasporto dalla Grecia a Londra, anche dal punto di vista meccanico, e quale personaggio così ambizioso avesse potuto fare ciò. Nel 2004, poi, una studiosa americana ha pubblicato la biografia di Mary (Mistress of the Elgin Marbles: A Biography of Mary Nisbet, Countess of Elgin di Susan Nagel) e così ho appreso come fosse stata lei la responsabile del trasporto e come avesse convinto il Sultano… Già avevo pensato di scrivere sui marmi e quando ho sentito che dietro a tutto c’era stata una donna mi sono detta “è un libro per me”, visto che tratto di donne e potere. Aspasia, invece, l’avevo già studiata all’università e da anni riflettevo su come scrivere un libro su di lei. Finché un giorno, in ufficio, mi è balenata l’idea di abbinare le due donne, una che vede la costruzione del Partenone, l’altra che in un certo senso ne segue la demolizione.

Lei dà voce a donne che, più o meno indirettamente, hanno fatto la storia, anche se sono state dimenticate o se ne sono perse le loro tracce. È questo uno degli intenti del suo libro?
Sì, perché nella storia ufficiale le donne spesso sono nascoste, dai libri di storia non si apprende di loro: o sono state eliminate o ci viene fornita una errata lettura di ciò che hanno fatto. Le donne vengono sempre interpretate in base all’uomo con cui vanno a letto. Volevo quindi riportare alla luce i successi di molte di loro e dar loro volto umano. Non ho intenzione di idealizzarle, anche perché alcune sono terribili, ma semplicemente rendere loro una figura umana.

Cosa prova a caratterizzare e umanizzare personaggi così grandi come Pericle, Fidia, Socrate, e le stesse Aspasia e Mary? Timore reverenziale o una sorta di adrenalinico potere creatore?
Prima di mettermi alla scrittura conduco una ricerca molto approfondita, che nel caso di personaggi femminili risulta difficile perché è stato scritto poco su di loro, pertanto bisogna studiare la cultura in cui sono vissute. Soprattutto per Aspasia. Nel caso di Mary è stato più facile perché lei ha pubblicato anche delle lettere. Conclusa la ricerca, sì, scatta una fase di creazione adrenalinica, visto che i personaggi parlano tramite me. Trovo molto importante non farmi intimorire da queste figure torreggianti su di me, da Leonardo a Fidia. È fondamentale rendermeli vicini. Nel caso de I cigni di Leonardo ho cercato di concentrarmi su quella che era la vita di Leonardo, che combatteva con le richieste dei mecenati, in una condizione molto umana e simile a quella di molti artisti che conosco.

Quanto tempo ha impiegato per comporre Le due donne del Partenone?
L’ho scritto molto rapidamente perché l’editore, senza dirmelo, aveva già detto la data di pubblicazione. Quindi ho lavorato per quattro anni senza sosta, giorno e notte.

Sia Aspasia sia Mary vengono processate e colpisce che, a distanza di più di due millenni, entrambe non possano difendersi perché la voce femminile non è ascoltata, anzi, esprimersi è visto come una libertà “licenziosa”. Come è cambiato e cosa non è cambiato oggi nella condizione femminile?
Ora le donne possono parlare e anche difendersi, dire la propria, anche se poi vengono criticate per averlo fatto. Se un uomo esprime la propria opinione senza scuse viene ammirato, se lo fa una donna viene criticata.

Lei come scrittrice, giornalista e sceneggiatrice, ha mai sentito che il suo essere donna fosse un ostacolo?
Sì e no. Oggi se c’è discriminazione è a livelli molto raffinati e sottili. Ma non voglio fare proclami: certamente a volte ho sperimentato il pregiudizio, ma altre volte l’essere donna mi ha aiutata. Di sicuro non scrivo libri con uno spirito di vendetta e non mi sento una donna arrabbiata. Scrivo con spirito di equità.

Ha mai visto il Partenone dal vivo? E cosa ha provato? Crede che i marmi di Elgin dovrebbero tornare in Grecia?
Sì, ho visto il Partenone, sul mio sito si possono vedere le foto. Come tanti visitatori sono rimasta annichilita dalla bellezza, così come di fronte alle Piramidi egiziane. Ogni volta ho la stessa sensazione. E credo che sia arrivato il momento del ritorno in patria delle sculture. Gli inglesi per anni hanno dato diverse motivazioni per trattenerle, dall’averle salvate dai turchi al degrado in cui versava Atene all’epoca. Comunque hanno reso i marmi disponibili a tutti al British Museum. D’altro canto i greci hanno realizzato il museo dell’Acropoli, con una galleria apposita per le decorazioni del Partenone: è giunto il momento che i marmi di Elgin tornino. Certo, non si possono restituire tutte le opere d’arte ai loro paesi d’origine, altrimenti si svuoterebbero i musei, ma le sculture di Fidia hanno influenzato tutta la scultura successiva e appartengono ai greci.

La copertina del libro ritrae un bel dipinto di Aspasia della pittrice Marie-Geneviève Bouliard, un’altra donna. L’ha scelto lei?
Sì, ed è lo stesso della copertina americana. È l’autoritratto di una pittrice francese vissuta nello stesso periodo di Mary e dipingendosi da Aspasia: era perfetto.

Lei è autrice di romanzi storici e di biografie romanzate (Cleopatra e Pharaoh): come mai ha scelto la storia come fonte di ispirazione?
Non lo so, non l’ho mai scelto. Non è stata una decisione razionale. Per Cleopatra sì, perché avevo studiato la sua figura e sapevo che era totalmente diversa dall’immagine data dal film con Elizabeth Taylor. Successivamente ho scoperto molte altre donne, di cui non si è parlato, e ho voluto scriverne.

Il prossimo libro?
Un altro romanzo storico, che avrà a che fare con donne e vampiri.

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Karen Essex

Un incontro con Harry Wu per parlare di “Laogai. L’orrore cinese”

È in Italia lo scrittore Harry Wu (Shanghai, 1937) per presentare il suo libro Laogai. L’orrore cinese (ed. Spirali). Sabato 19 luglio alle 19.30 sarà a Villa San Carlo Borromeo, a Senago, alle porte di Milano, dove animerà il dibattito sul suo ultimo lavoro.
Proveniente da una famiglia benestante, Harry Wu era stato arrestato una prima volta per avere criticato il Partito comunista cinese durante la Campagna dei Cento Fiori, poi una seconda volta, con l’accusa di controrivoluzionario, fu condannato senza processo al lavoro forzato nei campi di lavoro detti “laogai“, (come il titolo del suo libro) dove rimase per diciannove anni, durante i quali, trasferito in dodici diversi “centri di rieducazione attraverso il lavoro”, fu costretto a estrarre carbone, a costruire strade e a lavorare la terra.
Rilasciato nel 1979, si trasferì negli Stati Uniti, dove tuttora vive. Per molti anni ha taciuto l’esperienza vissuta nei campi, dedicandosi solo all’insegnamento (come docente di geologia alla University of California). In seguito, però, è maturata in lui la necessità di far conoscere al mondo gli orrori dei laogai e del comunismo cinese, e d’intraprendere una strenua battaglia per i diritti umani. Nel 1992 ha fondato la Laogai Research Foundation, organizzazione non profit che in tutto il mondo promuove la raccolta e la diffusione di informazioni sui campi di lavoro cinesi. I suoi libri sono pubblicati in diversi paesi. In Italia sono usciti Laogai. I gulag cinesi (2006), Controrivoluzionario. I miei anni nei gulag cinesi (2008), Cina. Traffici di morte. Il commercio degli organi dei condannati a morte (2008).

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Cento anni di best seller italiani. E un sondaggio

Fiera del libro di Torino

Qual è la linea di confine che divide un “normale” Best Seller da un classico della letteratura? Era dal 1994, da quando cioè Susanna Tamaro e Antonio Tabucchi fecero parlare di sé per Va dove ti porta il cuore e Sostiene Pereira vendendo milioni di copie in tutto il mondo, che non si assisteva a un caso editoriale di portata planetaria per un autore italiano. Ed è proprio quello che sta avvenendo per Gomorra di Roberto Saviano. Mettendo da parte il valore di denuncia dell’opera del giovane scrittore campano, oramai riconosciuto da tutti, a distanza di due anni dalla sua prima edizione, il libro continua a rimanere in cima alle classifiche di vendita superando abbondantemente in Italia 1.100.000 copie. Il libro di Saviano è stato tradotto in 42 paesi e nel 2007 è entrato nella classifica dei 100 migliori libri dell’anno stilata dal New York Times. A questo punto, senza attendere il giudizio della critica letteraria, “Gomorra” può di diritto entrare a far parte di quella ristretta lista di classici della letteratura italiana che si studiano nelle scuole e che a distanza di anni continuerà a far discutere.

Intorno a ogni libro di successo che si rispetti c’è sempre un alone di leggenda che lo circonda si tratti questo della stesura, della pubblicazione o dell’accoglienza ricevuta da parte della critica, quasi a voler confermare quanto sia complicato entrare nella storia, e come sempre accade il miglior giudice rimane il lettore.

Il primo vero caso editoriale del Novecento è stato certamente Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello scritto di notte mentre assisteva la moglie gravemente ammalata in un momento di notevole difficoltà economica. Il successo fu immediato tanto da essere tradotto in tedesco, francese e inglese. Italo Svevo pubblicò La Coscienza di Zeno a sue spese e fu addirittura trascurato dalla critica dell’epoca. Alberto Moravia si fece prestare i soldi dal padre per pubblicare il suo romanzo Gli Indifferenti vendendo poi 20.000 copie e realizzando tre ristampe in pochi mesi. Primo Levi si vide rifiutare Se questo è un uomo da Einaudi e fu costretto a rivolgersi al piccolo editore De Silva che stampò solo 2.500 copie per la prima edizione. A chi andò peggio di tutti fu sicuramente a Giuseppe Tomasi di Lampedusa con Il Gattopardo dal momento che l’autore non riuscì a vederlo pubblicato perché fu dato alle stampe postumo dopo che Elio Vittorini, che lo aveva avuto tra le mani, lo aveva giudicato un po’ “vecchiotto” come trama e impostazione. In due anni dal 1958 al 1960 furono stampate ben 52 edizioni. Arrivando ad anni a noi più recenti non può mancare il caso di Umberto Eco: al momento della pubblicazione del suo Il Nome della Rosa, il mondo editoriale affermò che avrebbe venduto solo poche copie e come se non bastasse dopo il successo mondiale l’autore venne accusato anche di plagio.

Ultima caratteristica che accomuna questi libri di successo è che ognuno di essi ha avuto trasposizione teatrali e cinematografiche che in più di una circostanza hanno raccolto premi nazionali e internazionali quasi a voler confermare il valore indiscusso dell’opera.

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