Grand River, i Wu Ming raccontano l’altra America

Grand River
Non solo Stati Uniti. C’è un’altra America, “padre di un multiculturalismo che brilla e scintilla ma mostra la corda”. È l’America del Quebec, dell’Ontario, della British Columbia. Ed è a questa America che i Wu Ming hanno deciso di dedicare il loro ultimo libro, da poco sbarcato in libreria per l’editore Rizzoli.
Metà cahier di viaggio, metà romanzo polifonico, Grand River, come spiegano gli autori a Panorama.it, “è una prosecuzione di Manituana (uno dei loro libri di maggiore successo, n.d.r.) con altri mezzi e altre scelte stilistiche e narrative, anche perché abbiamo visitato i luoghi in cui i protagonisti di quel romanzo scappano alla fine del racconto. È una specie di sequel ’sghembo’, che percorre una direzione non facilmente prevedibile”.
Perché la scelta di raccontare l’America “che non è Stati Uniti”?
Se si vogliono capire gli Usa, il Canada è forse il punto di osservazione più interessante. È la parte di Nordamerica in cui George Washington non riuscì a esportare la rivoluzione, è la parte di Nordamerica che rimase parte dell’impero britannico. Ed, ancora, è la parte di Nordamerica in cui si rifugiarono i nativi americani che combatterono contro i ribelli e per questo ebbero in dono territori. Territori che abbiamo visitato e di cui abbiamo scritto.
Goethe, Chatwin, Hesse, Moravia e Pasolini. Da sempre, la letteratura di viaggio è un racconto tutto in soggettiva. Eppure la vostra scelta è quella dello pseudonimo. Come è possibile conciliare le due cose?
Noi siamo una band, e usiamo il nome “Wu Ming” come Lennon, McCartney, Harrison e Starr usavano il nome “The Beatles”. Ciò, tuttavia, non ha impedito a Lennon di usare l’io narrante nei testi delle canzoni. Basta pensare al singolo “A Day In The Life”: è quasi tutto scritto dal cantante inglese, che racconta in prima persona sue visioni e riflessioni. Eppure, proprio dentro quella canzone, c’è un inserto di McCartney, che ricorda in prima persona un frammento della sua adolescenza. Con le dovute diversità, anche in “Grand River” c’è l’io narrante di due diversi viaggiatori, che è la sintesi di due esperienze e di due diversi taccuini di appunti. E soprattutto ci sono pochissimi segnali che permettano di capire quando si “slitta” da un io narrante all’altro.
Ogni romanzo è fatto di storie e persone. Ma secondo voi quanto incidono i luoghi nella scrittura?
Le scritture sono tante, innumerevoli, infinite. Per certe operazioni importa calcare fisicamente la scena che si descriverà, per altre no. Gli scrittori di fantascienza guardano Hyde Park o Parco Sempione, e si immaginano interi universi, suddivisi in galassie, a loro volte contenuti in imperi inter-planetari, in cui i pianeti ospitano diverse civiltà. Ma a volte non è così. A volte scrittura e geografia camminano a braccetto. Come in questo caso.

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