Oriana Fallaci con i nipoti Edoardo ed Elisabetta nella casa in Toscana
Una saga familiare che copre gli anni tra il 1773 e il 1889, come lo ha definito lei stessa, l’epopea della sua famiglia. È questo Un cappello pieno di ciliege, romanzo postumo di Oriana Fallaci, che esce il 30 luglio, edito da Rizzoli.
Nel suo sferzante libro La rabbia e l’Orgoglio, la giornalista fiorentina morta il 15 settembre 2006 l’aveva già annunciato: “La vigilia della catastrofe (l’11 settembre 2001) pensavo a ben altro: lavoravo al romanzo che chiamo il-mio-bambino (…). Un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta”. E così infatti è stato.
Oriana Fallaci aveva consegnato il suo “bambino” al nipote Edoardo Perazzi, in 684 cartelle dattiloscritte, battute a macchina sulla cara Olivetti Lettera 32, lasciando precise disposizioni su titolo e pubblicazione.
Il libro (pagg. 864, euro 25) esce con una prima tiratura di 350 mila copie e include una sezione finale di “Note di edizione”, la riproduzione di pagine dal dattiloscritto originale e un albero genealogico ricostruito sulla base delle vicende del romanzo. Viene così ripercorsa la storia dell’Italia rivoluzionaria di Napoleone, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II attraverso le avventure di uomini come Carlo che voleva piantare viti e olivi nella Virginia di Thomas Jefferson; o come Francesco nostromo, negriero e padre disperato; o Giovanni assassino mancato del traditore Carlo Alberto; Giobatta sfigurato nel volto e nell’anima da un razzo austriaco durante la battaglia di Curtatone e Montanara.
Sono molti i riferimenti strettamente autobiografici, come quello che si legge a pagina 205, sul cancro, il “mal dolent” - come veniva chiamato in Catalogna - che colpisce Maria Isabel Felipa, madre di Montserrat, la trisnonna della madre di Oriana. Si legge: “Nella sua perfidia il mal dolent include qualcosa di positivo: un’attesa di solito abbastanza lunga dell’inevitabile traguardo chiamato Morte. Un’anticamera dell’aldilà, se vuoi. Un intervallo o un limbo nel quale la Morte in arrivo cammina col rallentatore sicché, aspettandola e osservandola mentre viene a noi piano piano, si ha tutto il tempo di fare due cose. Apprezzare la vita cioè accorgersi che è bella anche quando è brutta, e riflettere bene sia su noi stessi che sugli altri: vagliare il presente, il passato, quel po’ di futuro che ci rimane. Io lo so. E forse Maria Isabel Felipa non s’accorse che la vita è bella anche quando è brutta: una tale ammissione richiede una sorta di gratitudine che lei non aveva. La gratitudine per i nostri genitori e nonni e bisnonni e trisnonni e arcinonni, insomma per chi ci ha dato l’opportunità di vivere questa straordinaria e tremenda avventura che ha nome Esistenza”.
Leggi anche: Vi presento la Fallaci che non conoscete e guarda la GALLERY
- Giovedì 24 Luglio 2008

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