Vi siete mai chiesti cosa passi nella testa dei buyer giapponesi che affollano l’Italia alla ricerca di pezzi griffati da portare a casa? E come vedano, in mezzo a borse ed accessori di grido, il nostro Paese?
Chie-chan e io, l’ultima fatica letteraria della prolifica scrittrice giapponese Banana Yoshimoto, pubblicato in Italia da Feltrinelli, può offrire in questo senso qualche risposta. Protagonista infatti è Kaori, una single con gli occhi a mandorla di professione responsabile acquisti per un negozio giapponese, quasi sempre in viaggio tra Milano e Firenze. Le continue trasferte in Italia la portano ad ammirare il nostro cibo, la nostra lingua e ovviamente i nostri monumenti. Così il lettore segue con lei l’intreccio, tra una Cappella Sistina, una Pietà di Michelangelo e un bicchiere di limoncello. Un intreccio minimale come è nello stile della Yoshimoto. Ovvero l’amicizia tra Kaori e la cugina Chie-chan, con cui divide il proprio appartamento, oltre a gioie e dolori.
È la prima volta che la scrittrice giapponese utilizza l’Italia come sfondo per la sua narrazione. “Ho scritto questo libro” ha raccontato lei stessa “mettendoci dentro tutte le emozioni che provo nei confronti del vostro Paese”. E l’Italia ha ricambiato, con un adattamento teatrale di questo volume a cura di Giorgio Amitrano presentato al Napoli Teatro Festival Italia. Peccato solo che ogni tanto la Yoshimoto scivoli nello stereotipo “In Italia, in confronto al Giappone” scrive, infatti, nel libro “esiste ancora un sistema di classi sociali abbastanza marcato(…) Si può correre il rischio di subire violenza, anche di gruppo, o di essere derubate, perciò è davvero necessaria molta cautela (…) Quindi se si viene abbordate, non bisogna mai seguire nessuno alla leggera”.
- Domenica 27 Luglio 2008

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