Archivio di Luglio, 2008
Nella foto: Flavia Capitani ed Emanuele Coen
Immigrato rumeno: la mente corre irrimediabilmente a Emil Cioran, a Eugène Ionesco, a Mircea Eliade, a Paul Celan e a tutti gli intellettuali che hanno contribuito alla crescita del pensiero europeo e che hanno fatto sfiorare la vetta alla cultura occidentale del XX secolo. Senza contare quelli che, come Constantin Noica, Tudor Arghezi, Lucian Blaga, Vasile Voiculescu, Ion Barbu, Ion Vinea e Ion Pillat, sono rimasti in patria nonostante gli orrori della dittatura.
Esuli, migranti, apolidi, resistenti, dissidenti nati alla periferia del globo in uno - così lo definisce proprio Cioran in Esercizi di Ammirazione- “spazio culturale minore”, che non ha nulla da offrire - “dramma e vantaggio di esserci nati” - ma in cui tutto ciò che è straniero si illumina di una luce diversa che conferisce una sete quasi malsana di peregrinazione attraverso le filosofie e le letterature di tutto il mondo. Nell’Europa dell’est, il livello di curiosità e informazione è più elevato di quello provinciale dell’ovest. È il nulla di questi luoghi marginali, a rendere gli scrittori, i filosofi, i pensatori più aperti e vivi degli europei, immobili, imprigionati dalle loro tradizioni e incapaci di sfuggire alla “loro prestigiosa sclerosi”.
E mentre immaginiamo l’est come un luogo tetro, grigio, fatto di casermoni da socialismo reale, o di periferie squallide e degradate, Sibiu, la meravigliosa Sibiu, è stata capitale della cultura europea del 2007 accogliendo tra le sue strade, degne delle città d’arte italiane, turisti da tutto il mondo. A bocca aperta.
Oltre le rovine della cortina di ferro c’è vita. C’è subbuglio, fermento, creatività.
I giornalisti Flavia Capitani e Emanuele Coen hanno intrapreso un viaggio in quelle che dovrebbero essere città desolate e desolanti e che si sono rivelate pulsanti, quanto, e più, delle capitali occidentali, troppo impegnate a vantarsi per brillare come Bucarest, Sofia, Belgrado, Varsavia “e persino” Tirana.
A Est (Einaudi, pp. 155, € 12,50) è un reportage che sfata molti cliché e mette in scena le sorprendenti città orientali, lontane dagli itinerari classici, in una vera e propria guida scritta con piglio e precisione, senza cadere mai nella celebrazione gratutita. I problemi A Est sono molti, ma non diversi da quelli delle nostre strade, eppure al di là del Danubio sembra che le persone abbiano le risorse vitali, intellettuali, architettoniche e poetiche per affrontare la deriva. Una deriva che da queste parti ci ostiniamo a pensare sia altrove. Nel frattempo, nonostante tutto, a Bucarest si vive nel verde, a Belgrado la notte è gioiosa, a Tirana si respira colore, a Sofia si progetta il futuro e a Varsavia si raccoglie l’eredità creativa di Berlino. L’occidente sogna pensando di essere sveglio, l’oriente è sveglio e cerca di dare voce ai propri sogni.
È il 4 giugno del 1946 quando il Corriere della Sera pubblica una notizia, che suscita curiosità e forse anche un brivido di vertigini.”Una calcolatrice mostro mille volte più rapida delle altre” è il titolo. Annuncia la nascita della ENIAC, una “macchina che occupa un intero locale, munita di 18.000 valvole elettroniche, il cui calore viene dissipato da un apposito impianto di ventilazione”.
Sembra fantascienza, oggi è archeologia. L’episodio è solo uno di quelli raccontati da Marcello Zane in Storia e memoria del personal computer, pubblicato da Jaca Book.
Ma scrittori e giornalisti nostrani, come si sono approcciati negli ultimi anni al pc?
Bruno Vespa ha più volte ricordato di essere stato il primo direttore del Tg1 ad introdurre il personal computer a viale Mazzini. Al contrario del senatore a vita Giulio Andreotti, che ancora oggi è solito rispondere a studiosi e giornalisti usando rigorosamente penna e calamaio.
Fautore del pc e dei suoi riti è invece Luciano De Crescenzo, che confessa: “Le mie prime cose scritte col computer risalgono al 1950. Avevo un elaboratore di almeno dieci metri quadrati. Era un 1401 della IBM, che non sapeva fare le moltiplicazioni e le divisioni, ma solo le sottrazioni e le addizioni. Col tempo, il pc, non l’ho mai abbandonato, anche se adesso mi aggiorno un po’ meno”.
Salvo Montalbano e la sua Vigata devono invece molto a mouse e tastiera: “Utilizzo due computer” confessa Andrea Camilleri “che per me sono solo delle macchine per scrivere ipertecnicistiche”. Il motivo è presto detto: “Mi consentono di accelerare i tempi e soprattutto mi hanno liberato dalla fissazione di riscrivere intere pagine per singoli errori. Ma ho dovuto domarle come un cavallo imbizzarrito: questa rapidità di scrittura mi prendeva la mano e producevo storie in continuazione”.
Anche il più diffidente e tradizionalista tra i lettori del commissario è accontentato. A dispetto di atavici pregiudizi, non è affatto detto che libri e pc non possano dialogare, come peraltro il saggio di Marcello Zane testimonia.
Per capire l’altro bisogna conoscerlo. Il che non sempre è facile soprattutto se l’altro tende a vivere in comunità chiuse e impenetrabili. È il caso per esempio dei cinesi d’Italia, un esercito parallelo ma non invisibile, le stime ufficiali parlano di poco più 100mila ma sono in realtà molti di più, che a volte si muove senza mai intersecarsi in profondità con la nostra cultura. A rompere il tabù del silenzio arriva adesso, pubblicato da Bur, Chi ha paura dei cinesi di Lidia Casti, esperta di lingua e cultura cinese e Mario Portanova, giornalista. Il volume è una fotografia dettagliatissima di micro e macrocosmi cinesi presenti nel nostro territorio. Si passano, infatti, in rassegna le inchieste giudiziarie più significative condotte sui cittadini italiani di origine cinese, che svelano gli aspetti finanziari sottesi al fenomeno immigratorio con dinamiche inquietanti, come per esempio la banca abusiva scoperta a Milano fino ad arrivare alla presenza della mafia gialla in Italia.
In mezzo però ci sono i diretti interessati, i cinesi, il loro quotidiano, i laboratori tessili dove vivono e lavorano con ritmi e modalità a volte non lontani dalla schiavitù, ma anche le giovani generazioni. Che continuano a sposarsi tra loro e che si divertono col karaoke o in discoteca. Non mancano i luoghi comuni degli italiani sui cinesi, affrontati però con rigorosità quasi scientifica. Scopriamo, così, che la leggenda metropolitana secondo la quale i cinesi non muoiono mai è vera, ma solo perché chi arriva da noi è giovane e dunque più lontano dalle statistiche di decesso. Mentre non è solo una leggenda , secondo gli autori, la convinzione che i cinesi usino esclusivamente contanti per pagare. Dietro, però, non c’è niente di poetico. Solo un giro di soldi vorticoso e spesso difficile da tracciare.

Non c’è Premio Strega che si rispetti senza che uno degli scrittori finalisti non polemizzi sull’esito. Un po’ come avviene in tutte le competizioni nessuno è disposto a perdere e anche quest’anno la polemica è servita. Cristina Comencini, finalista con il suo ultimo libro L’illusione del bene (ed. Feltrinelli) ha scritto sul suo blog: “Miei cari, finalmente a casa, lo Strega è finito! L’esperienza mi ha lasciato svuotata. Al di là dei libri, tutti secondo me con molte qualità è incredibile come un premio nato per volontà di un gruppo di scrittori sia diventata una gara tra editori, in cui spesso vince il più forte. Il libro di Giordano racconta molto bene i ragazzi, ma anche il libro di Rea è bello e interessanti sono i romanzi di De Silva e Ravera. Il problema è che la scrittura non mi sembra più in gioco nel premio più prestigioso d’Italia, e questa è una tristezza”.
Forse sul giudizio della scrittrice pesa la delusione di non aver vinto. Per stemperare le polemiche allora si potrebbe ricorrere alla diplomatica ma sincera dichiarazione di Umberto Eco all’annuncio dell’assegnazione del Premio Nobel, lo scorso anno, alla scrittrice Doris Lessing: “Sono felice per lei, ma non sono felice quanto lei”. Quindi è inutile discutere su come avvengono le votazioni e sulle regole della gara perché come è avvenuto in passato, quando a decidere erano solo gli scrittori, e come siamo convinti avverrà anche in futuro, nessuno accetterà la sconfitta.
Non solo Stati Uniti. C’è un’altra America, “padre di un multiculturalismo che brilla e scintilla ma mostra la corda”. È l’America del Quebec, dell’Ontario, della British Columbia. Ed è a questa America che i Wu Ming hanno deciso di dedicare il loro ultimo libro, da poco sbarcato in libreria per l’editore Rizzoli.
Metà cahier di viaggio, metà romanzo polifonico, Grand River, come spiegano gli autori a Panorama.it, “è una prosecuzione di Manituana (uno dei loro libri di maggiore successo, n.d.r.) con altri mezzi e altre scelte stilistiche e narrative, anche perché abbiamo visitato i luoghi in cui i protagonisti di quel romanzo scappano alla fine del racconto. È una specie di sequel ’sghembo’, che percorre una direzione non facilmente prevedibile”.
Perché la scelta di raccontare l’America “che non è Stati Uniti”?
Se si vogliono capire gli Usa, il Canada è forse il punto di osservazione più interessante. È la parte di Nordamerica in cui George Washington non riuscì a esportare la rivoluzione, è la parte di Nordamerica che rimase parte dell’impero britannico. Ed, ancora, è la parte di Nordamerica in cui si rifugiarono i nativi americani che combatterono contro i ribelli e per questo ebbero in dono territori. Territori che abbiamo visitato e di cui abbiamo scritto.
Goethe, Chatwin, Hesse, Moravia e Pasolini. Da sempre, la letteratura di viaggio è un racconto tutto in soggettiva. Eppure la vostra scelta è quella dello pseudonimo. Come è possibile conciliare le due cose?
Noi siamo una band, e usiamo il nome “Wu Ming” come Lennon, McCartney, Harrison e Starr usavano il nome “The Beatles”. Ciò, tuttavia, non ha impedito a Lennon di usare l’io narrante nei testi delle canzoni. Basta pensare al singolo “A Day In The Life”: è quasi tutto scritto dal cantante inglese, che racconta in prima persona sue visioni e riflessioni. Eppure, proprio dentro quella canzone, c’è un inserto di McCartney, che ricorda in prima persona un frammento della sua adolescenza. Con le dovute diversità, anche in “Grand River” c’è l’io narrante di due diversi viaggiatori, che è la sintesi di due esperienze e di due diversi taccuini di appunti. E soprattutto ci sono pochissimi segnali che permettano di capire quando si “slitta” da un io narrante all’altro.
Ogni romanzo è fatto di storie e persone. Ma secondo voi quanto incidono i luoghi nella scrittura?
Le scritture sono tante, innumerevoli, infinite. Per certe operazioni importa calcare fisicamente la scena che si descriverà, per altre no. Gli scrittori di fantascienza guardano Hyde Park o Parco Sempione, e si immaginano interi universi, suddivisi in galassie, a loro volte contenuti in imperi inter-planetari, in cui i pianeti ospitano diverse civiltà. Ma a volte non è così. A volte scrittura e geografia camminano a braccetto. Come in questo caso.
“Elementare, Watson!”. Ma se il romanzo è Il mastino dei Bskerville, scritto da Arthur Conan Doyle nel 1901, non è così semplice. Perché Sherlock Holmes potrebbe essere un detective ansioso di risolvere un caso, il suo amico Watson un osservatore fazioso e l’omicidio, in realtà, un incidente. Così Pierre Bayard nel saggio Il caso del mastino dei Baskerville (pubblicato da Excelsior 1881) rilegge il racconto dell’autore inglese. E rivela nuovi aspetti fino a scoprire un altro assassino nascosto tra le pagine della storia ambientata nella brughiera inglese.
La trama: Sir Charles Baskerville muore e lascia una fortuna in eredità. Ma per James Mortimer, medico e amico dell’aristocratico inglese, è un omicidio: anzi, ricorda la leggenda di un cane mostruoso che aveva già ucciso un antenato dei Baskerville. Holmes si lancia sulla pista e parte per la brughiera di Dartmoor. Il colpevole non sarà catturato, ma scomparirà negli acquitrini della zona. Bayard, però, svela che il metodo d’indagine polizesca del detective è tutt’altro che infallibile: indizi raccolti in modo arbitrario, medie statistiche confuse con leggi scientifiche e la sistematica sottovalutazione dovuta al punto di vista del narratore. Altro che pura oggettività e fredda razionalità. Così si riapre (sia pure pure per gioco) un caso apparentemente risolto.
La ricerca dell’assassino, però, è un espediente. Che porta il lettore sulle tracce del “complesso di Holmes”. Un rapporto “patologico tra un abitante del mondo reale e un abitante del mondo fantastico”. Una sorta di cortocircuito tra pubblico, autore e personaggio. Bayard ne ricorda due esempi. Da una lato Arthur Conan Doyle che vuole allontanarsi da un personaggio ormai “troppo ingombrante” per dedicarsi a romanzi storici e racconti di fantascienza: così decreta la fine dell’investigatore per mano del dottor Moriarty ne Il problema finale (e poi lo farà tornare per risolvere altri casi). Dall’altro il complesso è diventato visibile alla fine del secolo scorso con la reazione di autentica disperazione dei lettori alla notizia della morte del detective, come se Sherlock Holmes fosse una persona reale (a Londra, comunque, è possibile visitare lo studio dell’investigatore al 221b di Baker Street). Insomma, una questione che, a ben vedere, va ben oltre i romanzi di Conan Doyle e riguarda quel vasto territorio di confine tra lettore e opera.
“È il 7 giugno 1981, una splendida mattina per Firenze. Era una tranquilla domenica con il cielo azzurro e una leggera brezza faceva ondeggiare le cime dei cipressi sulle colline che circondano la città. Mario Spezi si trovava alla sua scrivania nella sede del quotidiano La Nazione, dove lavorava come reporter da alcuni anni, mentre tranquillamente fumava una sigaretta e sfogliava il giornale.”
Questo è l’inizio del primo capitolo del libro che in questi giorni sta spopolando in America. Si tratta di The Monster of Florence (ed. Grand Central Publishing), il best seller scritto a quattro mani dallo specialista americano di trame gialle Douglas Preston e dal giornalista toscano Mario Spezi che per anni ha seguito il caso del mostro di Firenze e che si è fatto anche 23 giorni di carcere, di cui cinque in isolamento, perché accusato di depistaggio nelle indagini sulla la morte del medico di Perugia Francesco Narducci. La storia del serial killer italiano ha da sempre affascinato gli americani tanto che lo scrittore Tomas Harris, l’autore di Hannibal, volle assistere alle udienze del processo a Pietro Pacciani, il principale indagato, insieme ai compagni di merende, dei delitti che per una decina d’anni sconvolsero la tranquillità della campagna toscana. Il thriller che prende spunto dal libro uscito in Italia nel 2006 per Sonzogno e intitolato Dolci colline di sangue, nel giro di pochi giorni ha scalato le classifiche di vendite raggiungendo la terza posizione della classifica del New York Times; il sito internet Amazon lo ha scelto come libro del mese di giugno e come se non bastasse occupa la prima posizione della classifica True Crimes della celebre catena di librerie Barnes & Noble che ne aveva acquistato 50.000 copie. The MOF, come viene chiamato dai lettori americani dopo essere stato presentato ufficialmente l’11 giugno nello spazio aperto del Bryant Park, ha ricevuto ottime recensioni da parte delle più importanti testate e adesso i diritti sono stati venduti in numerosi paesi per la traduzione e in futuro si prospetta anche una trasposizione cinematografica. Lo sceneggiatore Chris McQuarry, premio Oscar per I Soliti sospetti, ha già firmato una prelazione per un eventuale film.
YouTube diventa un libro e tutto made in Italy. Ne YouTube, la Storia, edito da Salani Editore, Glauco Benigni, giornalista e oggi responsabile della Comunicazione delle Strategie Tecnologiche RAI prova a fare il punto di questa straordinaria avventura della rete. Partendo dall’inizio quando il 23 febbraio 2005 il primo video viene messo su Internet: 18 secondi, un soggetto banalissimo, nelle immagini si vedevano alcuni elefanti ripresi in un parco ma ad essere geniale fu la dinamica. Nasce in questo modo la storia dei tre fondatori californiani, Chad, Steve e Jawed, amici nella vita e all’epoca giovanissimi. Il video era proprio di Jawed che insieme ai suoi compagni di giochi informatici oltre alle immagini degli elefanti si era inventato un software capace di caricare video amatoriali in rete in modo velocissimo e di inviarli poi ad un numero infinito di destinatari. Un’ avventura quella dei tre ragazzi di San Bruno che grazie all’aiuto del Venture Capitalist Roelof Botha, che ha fornito loro i primi 3,5 milioni di dollari, si è trasformata in un gigante fagocitato poi da Google nell’ottobre del 2006 per la modica cifra di 1, 65 miliardi di dollari. Il volume, corredato anche di un cd-rom con i video più curiosi, segue così passo per passo i tre anni che hanno stravolto il mondo della rete sempre tenendo ben presente la filosofia del progetto. “Di fatto, grazie alla sua semplicità” scrive Glauco Benigni “YouTube sta risolvendo la visione del futuro, il sogno mediatico della comunicazione interattiva globale, consentendo un potenziale contatto facile e gratuito tra ogni membro della popolazione mondiale”. Non manca l’inevitabile corredo di numeri. Che però in questo caso diventano essi stessi contenuti.100 milioni di video che vengono visualizzati quotidianamente con 65.000 nuovi filmati aggiunti ogni 24 ore. Questo il bilancio oggi di YouTube. Partita da 18 secondi di immagini di elefanti in uno zoo californiano.
Per dare una sterzata ai cambiamenti climatici, invertire la rotta del riscaldamento globale e salvare il pianeta ciascuno di noi può fare la sua parte, incidendo in maniera significativa. O almeno ne sono convinti gli autori di Green Book, una sorta di breviario di ecologia domestica, pubblicato in Italia dalle serissime edizioni Codice.
Elizabeth Rogers e Thomas M. Kostigen danno consigli da mettere in pratica facilmente per ogni ambito della vita: dalla casa ai divertimenti, dallo sport allo shopping, dalla bellezza ai viaggi. Peccato che si tratti di suggerimenti chiaramente rivolti a un pubblico americano, con il dichiarato intento di incoraggiare a un uso consapevole delle risorse, ma tarato su comportamenti e consumi di partenza a dir poco sconsiderati. L’imperativo che anima l’intero volume è quello di incoraggiare chi lo legge ad aiutare l’ambiente ma senza dover cambiare lo standard qualitativo della propria vita. Gli americani sono i più fannulloni quando si tratta di aiutare l’ambiente perché la loro ricchezza li ha spinti fino ad oggi ad essere terribilmente spreconi. Gli autori lo sanno e cercano di lavorare ai fianchi per suggerire piccole modifiche alle abitudini promettendo in cambio lo stesso, o quasi, livello di comfort.
Per il lettore italiano, più che una collezione di consigli utili, alla fine quello che emerge dal libro è un inquietante ritratto dell’America. Dove “le persone che vivono a 3 km dal proprio ufficio spendono comunque 300 dollari l’anno per andarci e tornare in auto”, dove “in media una casa ha 24 diversi dispositivi elettronici”. Dove un cittadino “getta via circa 6 chili di pollo all’anno”, la spesa pro capite è “quattro volte quella di una persona di qualsiasi altra nazione” e “ogni americano produce in media 2 chili di immondizia al giorno, ovvero, nel corso di una vita, 600 volte il peso medio di un adulto”. Insomma, senza gli americani forse neanche esisterebbe una questione ambientale.
Quanto alle soluzioni, alcune lasciano perlomeno perplessi. Un esempio per tutti è l’invito a comprare una moto con motore a quattro tempi per sostituire la propria vecchia due ruote: se lo facesse il 15% di chi acquista una moto nuova “l’energia risparmiata potrebbe tenere accese le luci di Las Vegas per un anno intero”. Alla faccia del risparmio energetico!
Soluzioni reali, molto documentate, per un settore molto specifico, le fornisce invece Il computer sostenibile, scritto da Giovanna Sissa, Responsabile dell’Osservatorio tecnologico del Ministero dell’Istruzione, ed edito da FrancoAngeli. Il libro racconta perché l’e-waste, i rifiuti tecnologici, sono un problema destinato a ingigantirsi e spiega come affrontarlo. Non solo separando i rifiuti elettronici, spesso contenenti materiali pericolosi, dal resto della spazzatura, ma anche allungando la vita dei nostri PC, grazie a un riutilizzo intelligente che ha nel software libero il suo alleato migliore.
Mettere da parte pennelli e colori per raccontarsi a parole. È la chiave di Doppio ritratto, a cura di Maria Cristina Secci, edizioni Nottetempo che racconta le vite stesse dei due autori, icone della pittura messicana: Frida Kahlo e Diego Rivera, genio sregolato nonchè infedele compagno della pittrice. Due esistenze spese, attraversando il Novecento, in nome dell’arte e delle sue rigide regole.
E così mentre l’anno scorso il mondo intero ha ricordato i cento anni dalla nascita di Frida con mostre, progetti culturali ma anche con iniziative commerciali di dubbio gusto, come una linea di cosmetici a lei dedicati, la celebre coppia sudamericana torna di nuovo alla ribalta, stavolta con parole è il caso di dirlo, ad essa proprie.
Frida, tormentata dai dolori fisici, soffriva infatti di poliomielite, torna così a raccontare di Diego, i cui “occhi vivaci, scuri, intelligentissimi e grandi difficilmente” è lei stessa a descriverli “stanno fermi nelle palpebre gonfie e protuberanti”. Di Frida invece Rivera riesce a parlare solo in un contesto più largo, quello dell’arte messicana. Della sua compagna riconosce il valore e il talento, “Frida è l’unico esempio nella storia dell’arte” dice di lei “di un artista che si è strappato il seno e il cuore per dire la verità biologica di quello che sente”. Ma Rivera sembra temere il dettaglio intimo, quello che lega un uomo e una donna per un tempo più lungo e ad un sentimento più profondo. Sappiamo però che, pure se tormentato, fu grande amore. Lo dice la stanza murata con gli oggetti di Frida che Diego tenne chiusa per anni e che fu riaperta solo dopo la sua morte. Ma lo dicono anche le parole di questo libro. Compreso il non-detto che lo circonda.

Paolo Giordano ed Ermanno Rea
Il giovane esordiente Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi ieri notte ha vinto il Premio Strega 2008 ottenendo 163 voti, contro i 118 del secondo classificato, Ermanno Rea con Napoli Ferrovia. Dopo Ennio Flaiano alla prima edizione dello Strega nel 1947, Raffaele La Capria nel ‘61, che vinse per un voto, è la terza volta che il Premio va ad un’opera prima, non contando Alessandro Barbero nel ‘96, quando in gara fu deciso di mettere solo giovani.
Gli altri tre finalisti si sono classificati con molto distacco: al terzo posto Cristina Comencini con L’illusione del bene e 43 voti; al quarto Diego De Silva con Non avevo capito niente e 22 voti; quinta ed ultima Lidia Ravera con Le seduzioni dell’inverno e 20 voti. Il seggio, presieduto da Niccolò Ammaniti vincitore della scorsa edizione, ha anche registrato un’unica scheda bianca.
Giordano, nato a Torino nel 1982, è laureato in fisica teorica ed ha una borsa di dottorato all’università della sua città. Questo romanzo, storia dolorosa di due giovani segnati dalla vita, è già stato un grande successo, con quasi 200mila copie vendute e pare piaccia agli adulti come ai ragazzi.
Durante la serata, resa lunga e noiosa dalle attese e soste per rispettare i tempi televisivi, molti hanno rimpianto Anna Maria Rimoaldi, scomparsa nell’agosto 2007, poco dopo la scorsa edizione del Premio, che gestiva certamente ma cercando di bilanciare in modo equanime i rapporti tra case editrici e il loro alternarsi nei diversi anni. La vittoria di uest’anno, per il Premio, significa anche un momento di ringiovanimento che sicuramente varrà popolarità presso lettori che non erano attratti da questo tipo di manifestazione. Qualcosa sta evidentemente cambiando e, se lo Strega era diventato il più importante premio italiano e una sorta di riconoscimento alla carriera, ora la gara appare più aperta e più legata però a esigenze commerciali.
‘Anna , ti va di disegnare?’, è il la da cui parte Sono malato, dammi un foglio grande, edizioni Elsevier Masson, di Riccardo Riccardi e Patrizia Rubbini Paglia, rispettivamente primario e coordinatrice del servizio psicologico della Divisione di Oncologia pediatrica del Policlinico Gemelli di Roma. Un viaggio pieno di speranza in un mondo, quello dell’oncologia pediatrica, che di speranze ne ha ben poche. Il volume racconta, infatti, la straordinaria esperienza del reparto in cui i medici da tempo hanno introdotto nella terapia la tecnica del disegno. Che non è più solo tecnica ma, per i piccoli pazienti, oasi felice in cui poter esprimere il proprio mondo interiore e le preoccupazioni mentre per gli adulti, genitori e medici, è un eccellente strumento per seguire meglio e ancora più da vicino quella che è un’esperienza di vita forte e spesso difficile da spiegare ai bambini.
E così ecco disegnati dai piccoli pazienti il gioco della rana perduta o quello della volpe nera, a indicare l’incertezza o la speranza del proprio percorso terapeutico. Oppure il mare, una farfalla senza ali e senza testa, ma anche un soldato che ha vinto la guerra. E ancora Lorenzo, tutti i nomi nel libro sono ovviamente di fantasia, per esorcizzare il trauma della diagnosi di linfoma non-Hodgkin si raffigura come un gatto senza zampe a rappresentare l’isolamento al quale la malattia l’ha costretto. Metafore semplici e profonde allo stesso tempo, utili a tutti, anche a chi legge, per comprendere il valore di un segno e il fascino della speranza, vero orizzonte di tutte le piccole grandi storie raccontate nel volume.
Enrico Brizzi
Il racconto di viaggio sta cambiando. Non più riflessione a posteriori sui luoghi visitati e le persone incontrate, ma diario in divenire, scritto (e letto) in tempo reale, mentre si visitano i luoghi e si vivono le emozioni. A renderlo possibile è la tecnologia e a cimentarsi in questa originale forma narrativa è Enrico Brizzi, uno che di sperimentare non ha paura. Diventato di colpo famoso a 19 anni con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Brizzi ha cambiato più volte registro passando dai tormenti adolescenziali del libro d’esordio all’iperviolenza di Bastogne, fino ad approdare al racconto di viaggio, anzi di pellegrinaggio, ne Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro, romanzo ispirato al viaggio a piedi fatto sulla via Francigena.
E sempre a piedi Brizzi è partito questa estate da Roma alla volta di Gerusalemme armato di un palmare sul quale annota le sue impressioni che è possibile leggere, quasi in tempo reale, sul portale GiraMi Mobile, servizio di informazione e intrattenimento di Milano disponibile gratuitamente per l’utenza mobile. In pratica Brizzi scrive il suo racconto per tappe su un cellulare, noi possiamo leggerlo sul sito oppure a nostra volta sul telefonino, scaricando il programma Pocket City.
A che punto è il viaggio? Dopo 28 tappe italiane Brizzi sta lasciando il paese alla volta della Grecia. Qui finisce la camminata e comincia la lunga traversata in barca a vela con un po’ di island hopping in Grecia, poi Cipro e finalmente l’arrivo a destinazione, previsto per il 18 luglio. Ma prima di lasciare Brindisi lo scrittore spiega così sul suo diario mobile il senso di questa avventura intrapresa con un gruppo di amici: “Siamo cinque ragazzi cresciuti in giro per l’Italia, cinque ragazzi che i primi capelli bianchi invitano a considerare uomini, e ci siamo convinti in prima persona che è meglio dare scandalo e continuare a camminare piuttosto che restare ubbidienti e pettinati a ripestare per la milionesima volta il cortile sotto casa. Perché per non immergersi due volte nella stessa acqua basta stare fermi in mezzo alla corrente, ma se si vuole vedere la fonte del fiume serve risalirlo con le nostre forze, e nessuno mai lo farà al nostro posto”. Sicuramente è il viaggio più documentato della storia: oltre al portale mobile, si possono seguire le avventure di Brizzi e compagni anche su un apposito blog e vederne le foto su flickr.
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