Archivio di Agosto, 2008
C’è chi proprio non riesce ad abituarsi, chi cade in depressione e chi invece è continuamente al settimo cielo. Essere madre oggi è un’esperienza a 360 gradi che coinvolge tanto il genitore quanto il figlio in un turbine di emozioni e sentimenti spesso non facili da sbrogliare. Ad individuare un ordine nella matassa ci pensa adesso una mamma di professione, Silvia Colombo che con il suo Confessioni di una mamma pericolosa, Fazi editore, offre la sua esperienza personale condita con molta ironia. Ne viene fuori una pedagogia spericolata, come è la stessa autrice a definirla. Anche perché la Colombo di figli non ne ha avuti uno ma due e tutti e due allo stesso momento visto che il suo parto è stato gemellare. Il libro comincia subito dopo la nascita delle due bambine e racconta senza imbarazzo le mille traversie di una madre che vive in una città grande e difficile come Milano. Le difficoltà iniziali mettono dunque alla prova la Colombo e tutte le potenziali lettrici del suo libro. Le levatacce notturne per la poppata, che in questo caso vanno moltiplicate per due, lo stress di essere aiutate dai nonni, la perdita di privacy e di spazi personali. Poi le bambine crescono e i problemi semplicemente cambiano di forma e nelle sfumature ma uguale resta il coinvolgimento fisico ed emotivo di chi da genitore deve comunque condurre il gioco. Anche perché l’idea di fondo è che la famiglia sia tutto fuorché democratica. Da un lato loro i marmocchi, che diventeranno adolescenti e poi piccoli uomini, dall’altro i genitori, che sono adulti e che diventeranno vecchi. In una dinamica del genere il movimento dare avere è sempre unidirezionale, ci ricorda l’autrice. Ma alla fine tra esercizi di acrobazia quotidiana a spuntarla è una sana gioia di vivere che riesce ad avere la meglio su tutto.
“Se si va per la prima volta in Sicilia è certamente utile portare con sé la tipica guida turistica che descrive i luoghi più celebri, a cominciare da Taormina, da Segesta e dalla valle dei Templi. Ma, se si è curiosi e se si vuole evadere dal solito cliché turisti stico che ha contributo ha creare l’immagine di un’Isola da cartolina turistica, si può fare anche una piccola deviazione, e scoprire così paesaggi di cui si parla poco o punto”.
Parola di Matteo Collura, scrittore e giornalista di punta della generazione cresciuta nel secondo Dopoguerra, nonché autore di Sicilia sconosciuta, da poco ripubblicato per Rizzoli in un’edizione interamente aggiornata e corredata dalle foto di Mino Minnella. Un libro insolito, difficilmente catalogabile, che si distanzia tanto dal baedeker quanto dalla cronaca da Grand Tour che pure fino a metà Novecento è stato genere assai praticato dagli scrittori nostrani.
Iniziamo dal titolo: perché Sicilia sconosciuta?
L’aggettivo le calza in modo più aderente rispetto ad ogni altra regione italiana. L’isola è ignota ai suoi stessi abitanti, che tutto sanno del luogo in cui sono nati e vivono, e poco o niente di altri luoghi, di altre province, anche confinanti. Non è un caso che il siciliano, sempre pronto a partire, è però avvezzo più ai lunghi viaggi che a quelli brevi. Provi a chiedere quanti parenti ed amici ha un palermitano a Catania: scoprirà che ha scarsissimi legami con Catania, ma che molti, palermitani e catanesi, ne hanno con Roma, Milano e con mille altri paesi sparsi in tutto il resto d’Italia.
Un legame in cui non resta indifferente neppure l’elemento che rende la Sicilia isola, e cioè il mare.
Questo è un rapporto assai recente, nato solo nel Dopoguerra. La letteratura isolana, a parte qualche vistosa eccezione, non ha fatto altro che registrare una sorta di indifferenza che l’isolano nutre da secoli nei confronti del mare. Ed infatti sia Agrigento che Palermo, pur essendo città litorali, hanno entrambe voltato le spalle alla costa.
C’è poi la cucina, forse la più ricca e complessa d’Italia…
Per i siciliani il cibo è una festa. La gastronomia isolana è forse il testimone più immediato e tangibile del barocco isolano. In un cannolo o in una cassata quella cifra stilistica è rimasta cristallizzata più che in chiese e cattedrali, contribuendo a rappresentare un’idea di gusto che è innanzitutto estetico e solo in secondo luogo culinario. Un codice unico e difficilmente riscontrabile in altre parti d’Italia, e tuttavia, anch’esso ancora in parte sconosciuto.

Oltre un miliardo di persone nel mondo ogni anno non ha la possibilità di accedere all’acqua potabile, circa un sesto della popolazione mondiale. Più di due milioni di persone nei paesi in via di sviluppo (la maggior parte bambini), muore ogni hanno in seguito ai disagi dovuti alla mancanza d’acqua e alle cattive condizioni igieniche di essa: uno ogni quindici secondi. Negli ultimi dieci anni, la dissenteria provocata dall’inquinamento dell’acqua ha ucciso un numero di bambini superiore al numero complessivo di morti causati da tutti i conflitti armati che si sono succeduti nel pianeta dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi.

Questi numeri rappresentano una parte importante di un bellissimo volume fotografico, Blu Planet Run, scaricabile gratuitamente sul sito di Amazon, appena pubblicato dall’organizzazione no profit Blu Planet Run che dal 2002 è impegnata a cercare di sollecitare la popolazione mondiale a non dimenticare questa immane tragedia. Le immagini sono state scattate da 40 grandi fotoreporter in giro per il mondo, che per un mese hanno fissato con l’obiettivo i particolari di questa crisi globale, realizzando autentiche opere d’arte.

Le peculiarità di questo volume, hanno dichiarato gli autori, sono due: risvegliare le coscienze di ognuno di noi davanti a questo dramma e lanciare un messaggio di ottimismo e speranza perché si tratta di una battaglia che si può facilmente vincere. In sintonia con il messaggio del volume, la fondazione fa sapere che per ogni albero utilizzato per la produzione del libro altri due saranno piantati e il 100 per cento del ricavato dai diritti d’autore verrà devoluto per i progetti legati all’acqua potabile.

Blue Planet Run
Il nuovo terrorismo italiano raccontato per la prima volta in forma di romanzo. E’ l’esperimento narrativo di Marco De Franchi, sostituto commissario della Polizia di Stato in servizio presso la Squadra Mobile. De Franchi ha fatto parte del gruppo investigativo che ha condotto l’inchiesta sulle nuove Brigate Rosse fino all’arresto dei responsabili degli omicidi D’Antona, Biagi e Petri. Nel suo La carne e il sangue, Barbera editore, racconta la sua storia attraverso quella dei personaggi che inventa, arricchita dunque di dettagli realistici e di una visione d’insieme che solo un investigatore che l’ha vissuta in prima persona può avere. Il lettore torna così indietro con la memoria a quel 19 marzo 2002 quando Marco Biagi, professore universitario, esperto di diritto del lavoro e consulente del governo venne ucciso da alcuni militanti delle Nuove Brigate Rosse, in un agguato a Bologna in via Valdonica, sotto casa sua, mentre rientrava verso le ore 20. Un omicidio chiave per capire il nuovo terrorismo italiano. Ma il romanzo di De Franchi vuole rimanere un romanzo e come tale non dà spiegazioni né chiavi di lettura. Segue piuttosto il corso dei sentimenti che vedono contrapposte nella finzione narrativa due donne. La borghese Lucia che non esita a trasformarsi in militante rivoluzionaria e la combattiva Serena, commissario di polizia, impegnata con tutta se stessa nella lotta contro il terrorismo.
Alla fine non ci saranno né vinti né vincitori. Sulle vite di tutti infatti peserà l’ombra della violenza. Insieme al suo nonsense.
(Un’immagine della mostra Io sono adolescente )
Televisore acceso, Ipod nelle orecchie, computer collegato, palmare in funzione. “Claudio, quindici anni, sta facendo una ricerca per la scuola su internet. Arriva un messaggio sul telefonino a cui risponde immediatamente. Di lì a qualche minuto invierà a YouTube un video buffo girato in classe, visiterà alcuni blog e si connetterà a una chat dove parlerà con altri ragazzi di musica rap. Prima di andare a dormire, invierà alcune foto scattate con il telefonino su MySpace”.
Claudio è solo uno dei “ragazzi che crescono troppo in fretta” raccontati nell’ultimo libro dalla psicologa Anna Oliviero Ferraris. La sindrome Lolita, aldilà del riferimento letterale, è infatti un fenomeno trasversale. Coinvolge maschi e femmine, centri e periferie senza distinzioni di sorta. Così, storie simili a quella di Claudio, ne esistono a migliaia: piccole femme fatale e giovani latin lover in erba; tredicenni impaurite e ventenni pieni di complessi, e via proseguendo in un piccolo vortice che si trsforma spesso in psicodramma. Con simili premesse, inevitabile che i primi ad entrare in cortocircuito sono proprio i genitori.
La soluzione – suggerisce la Ferraris – nasce dal chiarimento di un equivoco: non è vero infatti che “la libertà delle persone coincide con il fruire di una meteora inesauribile di emozioni”. Il punto è che se è vero che “un’intelligenza senza emozione ci rende simili ad automi”, è altrettanto assodato che “un’emozione senza intelligenza ci lascia troppo esposti ai maghi della suggestione”. Più che i bambini e gli adolescenti, il vero problema riguarda dunque innanzitutto gli adulti, vittime, in queste come in altre circostanze, di una “generazione di transizione”. A loro, la possibilità di sciogliere l’arcano, che con il libro della Ferraris sembrerebbe più a portata di mano.

Che cos’è un italiano? Cosa fa di una persona un italiano? L’appartenenza a una razza? A un luogo, a un retaggio sanguigno? L’idea di patria forse? Oppure è la Storia, quella con la “s” maiuscola?
Qualunque sia la risposta, se mai ci sia una risposta, o se abbia senso cercarla, c’è una vicenda sconosciuta che vale la pena di (ri)scoprire, quella di Giorgio Marincola. Una vicissitudine sottratta, ora, dall’oblio dagli storici Carlo Costa e Lorenzo Teodonio in “Razza Partigiana” (Iacobelli, pp. 176, € 14,90).
La II Guerra Mondiale scoppia quando Giorgio ha 17 anni. Frequenta il liceo, è antifascista, è un meticcio, di pelle scura e nel giro di qualche anno diventerà l’unico partigiano italiano di origine somala decorato alla memoria. Giorgio combatte, per un paese che lo ha considerato “un essere moralmente e fisicamente inferiore, facile vittima di gravi malattie e inclinato ai vizi più riprovevoli”. La scintilla scatta in lui grazie all’incontro con Pilo Albertelli, suo insegnante, trucidato in seguito alle Fosse Ardeatine. Il destino porterà Giorgio a lottare a fianco di molti altri ragazzi come lui, nel nord del paese, in Piemonte, fino alla cattura da parte dei nazifascisti che lo deporteranno nel lager di Bolzano, dal quale uscirà nell’aprile del 1945, in seguito all’Operazione Sunrise, gli accordi per lo smantellamento dei campi stipulati tra l’Office of Strategic Services americano (l’attuale CIA) e i comandi della Wehrmacht e delle SS. Giorgio si rifiuta di partire con la Croce Rossa per la Svizzera e si dirige in Val di Fiemme per raggiungere il convento di Cavalese e incontrare alcuni frati, internati in passato nei lager sudtirolesi per aver collaborato con i partigiani della brigata autonoma “Cesare Battisti” e del “Comitato di Liberazione Nazionale”. Proprio per contattare il CLN fiammazzo, Giorgio e due compagni d’arme lasciano il convento qualche giorno dopo e si inoltrano nel territorio trentino. Il 3 maggio ‘45 raggiungono Molina sotto la neve, imbattendosi prima in un reparto tedesco in procinto di arrendersi e poi in un’autoblinda, che apre il fuoco. Giorgio si salva, l’indomani, in un posto di blocco partigiano, si imbatte in un convoglio di SS che apre nuovamente il fuoco. Gli ordini sono di non rispondere e di limitarsi a disarmare il nemico. Infine il 4 maggio un reggimento intero arriva a Stramentizzo battendo bandiera bianca, anche il gruppo di Marincola si trova da quelle parti; ingannati dalla bandiera, escono allo scoperto per prendere in consegna le armi dei tedeschi e vengono travolti da una pioggia di proiettili che ne fa strage. Quando, catturato a Biella, i fascisti gli chiesero perché un italo-somalo combattesse a fianco degli alleati, Giorgio rispose: «sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi su una carta geografica… La patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i Popoli del Mondo. Per questo combatto gli oppressori…»
Che cos’è un italiano dunque? Forse qualche risposta potremmo trovarla in “Razza partigiana”.
Abbiamo chiesto a Wu Ming 2, membro dell’ omonimo collettivo di scrittori, attento da sempre alle tematiche della resistenza un commento sul libro di Costa e Teodonio: «La storia di Giorgio Marincola merita di essere conosciuta per diverse ragioni. Primo, perché è incredibile. Secondo, perché invece è vera. Terzo, perché forse non c’è molta differenza tra l’Italia fascista che considerava Giorgio un mulatto, un essere inferiore e quella repubblicana che considera i profughi somali clandestini, senza diritti (con tutto che la tragedia somala dovrebbe pesare come un macigno sulla nostra coscienza). Quarto, perché restituisce un’immagine della Resistenza tutt’altro che monolitica e compatta, come l’epica vorrebbe. Quinto, perché Carlo Costa e Lorenzo Teodonio l’hanno raccontata con una cura e una dedizione non comuni.»
Dal 19 al 21 settembre oltre 130 appuntamenti animeranno la città di Pordenone durante la festa del libro con gli autori, la nona edizione di Pordenonelegge, che anche quest’anno coinvolgerà firme italiane e straniere di grande prestigio. Racconti, dialoghi, percorsi tematici, riflessioni di filosofia, spettacoli teatrali, star della televisione e discussioni su argomenti di attualità vivacizzeranno per tre giorni la provincia friulana, attirando un vasto pubblico.
Pordenonelegge 2008 è uno stimolo a riflettere sulla complessità del mondo. Molti sono gli ospiti illustri attesi: tra gli italiani il giovane Premio Strega Paolo Giordano, che racconterà come è nata “La solitudine dei numeri primi” con centomila copie vendute; il musicologo e regista Alessandro Baricco; il conduttore del programma “Blu notte” e giallista di successo Carlo Lucarelli, che presenterà il libro “L’ottava vibrazione”, un’indagine sul mistero della sconfitta italiana ad Adua; Roberto Calasso, presidente della casa editrice Adelphi; lo scrittore di Erto, Mauro Corona, che presenterà la riedizione dei suoi primi libri; Valerio Massimo Manfredi che dialogherà con Marco Buticchi sulle origini del romanzo; Boris Pahor, che parlerà di “Necropoli”, uno dei casi letterari dell’anno. Tra gli stranieri non mancheranno il Premio Pulizter americano Michael Cunningham, autore di “Le Ore”; l’irlandese Catherine Dunne, che presenterà il suo ultimo romanzo “Metà di niente” in uscita a settembre; Delphine de Vigan, dopo il successo francese con “Gli effetti secondari dei sogni”; l’autore olandese di “Messia Ebreo”, Arnon Grunberg e lo scrittore spagnolo Arturo Perez Reverte, esponente del genere romanzo storico, che dialogherà con il narratore Franco Cardini.
Pordenonelegge affronterà anche i problemi del nostro tempo: la scienziata indiana Vandana Shiva proporrà una riflessione sull’ambiente, mentre il giornalista e scrittore Francesco Durante parlerà dei rifiuti a Napoli insieme al critico Antonio D’Orrico.
La lunga lista degli autori include anche Magdi Cristiano Allam con la sua conversione, Candido Cannavò, il duetto Gianpaolo Pansa-Marc Levy, il filosofo americano Fritjiof Capra, autore del celebre “Tao della fisica”, Lella Costa, tra gli attori-autori che si cimenteranno con la narrativa, e molti altri ancora.
Non mancherà una tavola rotonda sulla Cina, un’analisi sui rapporti controversi tra fede e libertà e una discussione sulla situazione delle scuola di scrittura creativa in Italia. Verrà ripresentata la formula della “Mappa dei sentimenti”, aperta ai ragazzi delle scuole superiori, e su questo filone l’iniziativa “SmSentimanti”. Si parlerà delle voci femminili nella letteratura del Novecento e si darà spazio alla poesia, dove voce e respiro riescono a farsi parola. Grandi stimoli anche ai giovani autori, chiamati a sfidarsi nel ring del “Fight Writing”.
Metà Piccolo principe, metà Diario di scuola. La bambina alla finestra è un libro destinato in breve a diventare un caso letterario anche in Italia, dove è stato pubblicato dall’editore Excelsior 1881. A scriverlo è stata Tetsuko Kuroyanagi, probabilmente il personaggio più noto della tv giapponese. Racconta di una bambina di sei anni, che di nome fa Toto-chan, “chiacchierina e straordinariamente curiosa”, ma non è certamente un racconto che può essere definito infantile.
Come il classicissimo capolavoro di Antoine de Saint-Exupery, parla dei sogni dei bambini, senza per questo trasformarsi in una favola utopistica. Piuttosto, si sofferma con le mille incomprensioni (incluse incomunicabilità) tra grandi e piccini, sfiora temi capitali come l’amore, la morte e la guerra, ma lo fa senza alcun gigioneggiamento verbale. Non è un caso che utilizzi un vocabolario di poco più di mille parole, e sfiori appena le duecentocinquanta pagine di narrazione. Il libretto della Kuroyanagi ha già venduto nel Sol Levante diverse milioni di copie, è stato tradotto in quindici lingue e si appresta a dilagare anche in Europa e Stati Uniti. Toto-chan ha appena sei anni, ma a quanto sembra il suo libro pare destinato diventare uno dei best seller giapponesi di sempre.
Il Papa incontra i rappresentanti di altre religioni
Negli Stati Uniti ha venduto un milione di copie. Arriva adesso anche in Italia, pubblicato da Newton Compton il saggio-scandalo Il libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere di Tim C. Leedom e Maria Murdy, due giornalisti e documentaristi con il naso nei grandi fatti della società. Come il titolo rivela senza scrupoli è la religione il filo rosso di tutto il volume, che si profila come una variegata antologia dei più importanti esperti sull’argomento, teologi, storici e ricercatori indipendenti. L’obiettivo è chiaro fin dalle prime pagine. Smantellare le mistificazioni della storia e le credenze che esse hanno prodotto.
La prospettiva di analisi si muove a 360 gradi in modo che tutte le religioni vengano passate al rastrello. Si comincia con il Cristianesimo cui vengono riconosciute filiazioni con movimenti più pagani come il Mitraismo, l’astrologia e Zoroastro fino ad arrivare al mistero di Maria Maddalena senza dimenticare i massacri perpetuati dai crociati in Europa e Medio Oriente. Ma i due autori non tralasciano neanche l’altra faccia del mondo. Ebraismo e islamismo sembrano essere, ai loro occhi, più intrecciati di quanto non si creda e nel volume una parte è dedicata proprio alle origini ebraiche dell’Islam di cui però vengono anche ricordati numerosi genocidi perpetrati nel tempo dai seguaci di Maometto. In questa Torre di Babele di lingue e di credi alla fine comunque quello che resta, fedele a se stesso, nello spazio e nel tempo è l’essere umano. La religione, questa la tesi dei due autori, altro non è che una sovrastruttura di cui ogni epoca ha avuto bisogno come scudo per affrontare la durezza del vivere.
Beato Angelico: Pannello raffigurante la “Predica di San Pietro”
Già nel 2002, col suo ‘1421: l’anno in cui la Cina scoprì l’America’, lo scrittore inglese Gavin Menzies (in realtà un ex ufficiale dell’esercito inglese che, in pensione, si diletta a reinterpretare la storia del quindicesimo secolo) aveva fatto parlare di se’ cercando di convincere i propri lettori che una flotta cinese guidata dal famoso ammiraglio Zheng He fosse approdata in America ben 70 anni prima di Cristoforo Colombo e, come se non bastasse, fosse riuscita nell’impresa di circumnavigare il globo con un secolo di anticipo rispetto a Ferdinando Magellano.
Nel 2008, l’ex-comandante della marina torna in libreria con una tesi ancora più azzardata. Nel suo nuovo romanzo, intitolato ‘1434: l’anno in cui una magnifica flotta cinese arrivò in Italia e innescò il Rinascimento’, afferma che la Cina sia il Paese in cui vanno rintracciate le radici del Rinascimento Italiano. Il romanzo, provocatorio e dallo stile convincente, racconta dell’arrivo di dignitari orientali a Firenze nel 1434 e dell’incontro tra l’Ambasciatore cinese che rappresentava l’imperatore del Regno di Mezzo dell’epoca e Papa Eugenio IV. In questa occasione, al Papa vennero consegnate una serie di mappe geografiche (le stesse che vennero poi affidate da Colombo permettendogli di ‘riscoprire’ l’America), studi di astronomia, di matematica, di genetica, di ingegneria civile e militare, per non parlare dei dipinti e di altre opere d’arte che i cinesi regalarono a Sua Eminenza.
Secondo Menzies, sarebbe stato proprio questo patrimonio artistico e scientifico a stimolare Leonardo da Vinci, Galileo Galilei, Nicolò Copernico, Paolo Toscanelli, Nicola Cusano e Leone Battista Alberti nelle rispettive ricerche. Certo, Menzies non nega che gli artisti italiani abbiano a loro volta perfezionato le tecniche cinesi, ma il nodo della discussione é un altro: possibile che la base del movimento artistico e culturale più importante nella storia dell’Europa non ci sarebbe mai stato se non fossero intervenuti i cinesi?
Difficile da credere, così come suona strano che una flotta cinese abbia raggiunto Firenze nel lontano 1434. Non per i lettori cinesi: tra loro, naturalmente, il nuovo romanzo di Menzies va a ruba.

Gli anni di piombo raccontati da un giornalista che per anni si è occupato di mafia. Quello che veramente ami di Riccardo Arena, Dario Flaccovio Editore, è un romanzo intinto nella cronaca dove i sentimenti dei singoli si muovono incrociandosi con i sentimenti del loro tempo. Panorama.it ha incontrato l’autore.
Perché ha scelto il 1977 per ambientare la sua storia? E perché Milano?
Perché era l’anno della giovinezza, mia e del nostro Paese. E poi perché, come recita il titolo di un’ottima, e per questo misconosciuta, trasmissione Rai dedicata proprio al ’77, quello fu “l’anno che non finì mai”. Ho provato io, allora, a immaginarne una conclusione. Milano l’ho scelta perché per me era il centro del mondo e poi perché è la città dei due personaggi esistenti che hanno ispirato la storia.
Alla sua sicilianità che posto ha dato, invece, nel romanzo?
E’ il sole della mia Isola e delle zone in cui ci sono le origini della mia famiglia: Vittoria, il Ragusano, territori in cui sono cresciuto e dove terrò sempre un pezzo del mio cuore.
Quanto le è servita la sua esperienza di cronista giudiziario nella costruzione della trama e dei personaggi? Ci può fare qualche esempio?
E’ servita, anche se scrivere un romanzo è cosa ben diversa dal fare un articolo di cronaca. Ho fatto dei cenni ad aspetti processuali, ho costruito la figura dell’avvocato di Soccorso rosso che però soccorre anche il protagonista-fascista…
Lei affronta nel suo libro lo scontro generazionale (il ’77 in opposizione alla seconda guerra mondiale). Perché? Cosa le interessava?
Volevo cercare di capire il perché di tanti contrasti tra la mia generazione e quella precedente, compreso ovviamente il contrasto tra me e mio padre. Non so se ci sono riuscito. Ognuno rivendicava la propria guerra e le proprie sconfitte e se le è tenute.
La violenza è sempre presente nel suo volume, come aria che si respira, come azioni che coinvolgono i personaggi. Perché? Crede sia una condizione alla quale l’essere umano è condannato? O solo in certi momenti storici?
Ho sempre creduto all’importanza della violenza nella storia e al fatto che i grandi rivolgimenti avvengono soprattutto con l’uso delle armi. Tuttavia questo è un libro fondamentalmente pacifista, sull’assurdità di tutte le guerre: quelle vere, cui partecipa il padre del protagonista, e quella non dichiarata, cui prende parte “il Tunisi”.
Ma il suo libro è anche una storia d’amore, un amore difficile. Anche questo sentimento è forse una metafora? Di cosa?
È la metafora dell’amore impossibile, tra una destra e una sinistra che si sono rivelate sempre, in ultima analisi, ottuse: non hanno capito cioè che la vera rivoluzione è fare qualcosa di unico, di sconvolgente, di veramente grande. Unirsi, ad esempio, buttando via i vecchi arnesi della retorica e di culture-non culture che oggi ci hanno portato al veltrusconismo. Come diceva, quel signore? “Questo di tanta speme oggi mi resta…”.
Il 2008 è l’anno della Cina. E non solo per le Olimpiadi. Anzi i giochi olimpici sono stati un gran bel pretesto perché l’Occidente potesse fermarsi e mettere a fuoco il gigante vicino in continua crescita, anche attraverso le critiche e le parole dei cinesi stessi. Lo dimostra Zhou Qing che nel suo La sicurezza alimentare in Cina pubblicato in Italia da Spirali, scatta una fotografia fin troppo esauriente del paese del dragone, visto stavolta dalla apparentemente innocua prospettiva di una tavola imbandita. E invece si scopre che di innocuo non c’è poi così molto e che la frontiera con la sofisticazione alimentare viene varcata ogni giorno da ignari consumatori che pensano di nutrirsi e non certo di avvelenarsi. Quello cheQing offre è un viaggio minuzioso negli scaffali dei negozi cinesi. Il bilancio è sconcertante. Gli alcolici vengono contraffatti, sono usate sostanze cancerogene nella produzione dei cibi nonché immessi sul mercato piatti geneticamente modificati fuori norma. Non solo. L’elenco delle sostanze velenose al pari dei normali ingredienti fa rabbrividire: pesticidi, steroidi anabolizzanti, antibiotici metabolizzati, fluoro, iodio. E se questo non bastasse la lista si completa con un bel gruppo di alimenti deteriorati.
“Mentre vige il mito della Cina come grande paese moderno -scrive Qing- l’80% delle sue tubature acquedottifere utilizza stabilizzanti al piombo, vietati da anni negli Usa. (…)Eppure il trattamento ed il consumo alimentare in Cina non sono messi in discussione”. Un vero e proprio flagello, insomma, che ha un impatto su più di 400 mila vittime l’anno. “La sicurezza alimentare” in Cina è stato censurato dal governo di Pechino. Ma la forza della scrittura evidentemente ha prevalso, aprendo un dibattito nuovo e necessario.
“Ho scritto questo libro per l’Occidente. Ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere… un Islam moderato, domestico, non quello radicale.” A parlare è Kader Abdolah, scrittore iraniano e rifugiato politico. Il volume in questione è la Casa della moschea, in uscita in Italia con Iperborea, scritto interamente in olandese. E’ in questa parte di mondo, del resto, che Abdolah ha trovato rifugio nel 1988 ed è sempre qui che i suoi nuovi concittadini hanno votato il suo romanzo come il secondo migliore mai redatto finora nella loro lingua.
Dopo l’omicidio del regista Theo Van Gogh l’islamismo torna, dunque a far parlare di sé in una terra nota storicamente per il suo liberalismo e il suo esempio di democrazia. La storia raccontata nel romanzo del resto è avvincente, Corale ma priva di orpelli, capace di mostrare senza veli l’impatto del fondamentalismo islamico sulla vita quotidiana di una famiglia tradizionale persiana. La grande storia scorre infatti come un fiume nelle vite dei personaggi, dal regime dello Scià alla rivoluzione di Khomeini fino alla guerra con l’Iraq. L’Iran è, comunque, sempre presente, nelle sue declinazioni più intime, continuamente terra d’approdo nella memoria di un rifugiato politico come è Abdolah. Ed è presente in tante forme. Prima fra tutte la casa che è il luogo principale nel quale avvengono azioni e movimenti del romanzo. Vicina alla moschea è la lussuosa tana della famiglia del ricco mercante di tappeti Aga Jan ed è il crocevia in cui si intersecano le vite dei personaggi. Leggende, miti, ricordi si agitano intorno alle sue pareti. Fuori l’Iran che cambia, al passo con la storia. Saranno proprio i mattoni della ricca casa del ricco Aga Jan a sopravvivere al tempo e a loro stessi. Il passato quello, invece, insegna Abdolah, per avere senso nel presente deve rigenerarsi nella memoria collettiva. La memoria di tutti. Anche di chi è stato costretto a lasciare la casa, la propria casa.
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