“Ho scritto questo libro per l’Occidente. Ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere… un Islam moderato, domestico, non quello radicale.” A parlare è Kader Abdolah, scrittore iraniano e rifugiato politico. Il volume in questione è la Casa della moschea, in uscita in Italia con Iperborea, scritto interamente in olandese. E’ in questa parte di mondo, del resto, che Abdolah ha trovato rifugio nel 1988 ed è sempre qui che i suoi nuovi concittadini hanno votato il suo romanzo come il secondo migliore mai redatto finora nella loro lingua.
Dopo l’omicidio del regista Theo Van Gogh l’islamismo torna, dunque a far parlare di sé in una terra nota storicamente per il suo liberalismo e il suo esempio di democrazia. La storia raccontata nel romanzo del resto è avvincente, Corale ma priva di orpelli, capace di mostrare senza veli l’impatto del fondamentalismo islamico sulla vita quotidiana di una famiglia tradizionale persiana. La grande storia scorre infatti come un fiume nelle vite dei personaggi, dal regime dello Scià alla rivoluzione di Khomeini fino alla guerra con l’Iraq. L’Iran è, comunque, sempre presente, nelle sue declinazioni più intime, continuamente terra d’approdo nella memoria di un rifugiato politico come è Abdolah. Ed è presente in tante forme. Prima fra tutte la casa che è il luogo principale nel quale avvengono azioni e movimenti del romanzo. Vicina alla moschea è la lussuosa tana della famiglia del ricco mercante di tappeti Aga Jan ed è il crocevia in cui si intersecano le vite dei personaggi. Leggende, miti, ricordi si agitano intorno alle sue pareti. Fuori l’Iran che cambia, al passo con la storia. Saranno proprio i mattoni della ricca casa del ricco Aga Jan a sopravvivere al tempo e a loro stessi. Il passato quello, invece, insegna Abdolah, per avere senso nel presente deve rigenerarsi nella memoria collettiva. La memoria di tutti. Anche di chi è stato costretto a lasciare la casa, la propria casa.
- Sabato 9 Agosto 2008

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