
Gli anni di piombo raccontati da un giornalista che per anni si è occupato di mafia. Quello che veramente ami di Riccardo Arena, Dario Flaccovio Editore, è un romanzo intinto nella cronaca dove i sentimenti dei singoli si muovono incrociandosi con i sentimenti del loro tempo. Panorama.it ha incontrato l’autore.
Perché ha scelto il 1977 per ambientare la sua storia? E perché Milano?
Perché era l’anno della giovinezza, mia e del nostro Paese. E poi perché, come recita il titolo di un’ottima, e per questo misconosciuta, trasmissione Rai dedicata proprio al ’77, quello fu “l’anno che non finì mai”. Ho provato io, allora, a immaginarne una conclusione. Milano l’ho scelta perché per me era il centro del mondo e poi perché è la città dei due personaggi esistenti che hanno ispirato la storia.
Alla sua sicilianità che posto ha dato, invece, nel romanzo?
E’ il sole della mia Isola e delle zone in cui ci sono le origini della mia famiglia: Vittoria, il Ragusano, territori in cui sono cresciuto e dove terrò sempre un pezzo del mio cuore.
Quanto le è servita la sua esperienza di cronista giudiziario nella costruzione della trama e dei personaggi? Ci può fare qualche esempio?
E’ servita, anche se scrivere un romanzo è cosa ben diversa dal fare un articolo di cronaca. Ho fatto dei cenni ad aspetti processuali, ho costruito la figura dell’avvocato di Soccorso rosso che però soccorre anche il protagonista-fascista…
Lei affronta nel suo libro lo scontro generazionale (il ’77 in opposizione alla seconda guerra mondiale). Perché? Cosa le interessava?
Volevo cercare di capire il perché di tanti contrasti tra la mia generazione e quella precedente, compreso ovviamente il contrasto tra me e mio padre. Non so se ci sono riuscito. Ognuno rivendicava la propria guerra e le proprie sconfitte e se le è tenute.
La violenza è sempre presente nel suo volume, come aria che si respira, come azioni che coinvolgono i personaggi. Perché? Crede sia una condizione alla quale l’essere umano è condannato? O solo in certi momenti storici?
Ho sempre creduto all’importanza della violenza nella storia e al fatto che i grandi rivolgimenti avvengono soprattutto con l’uso delle armi. Tuttavia questo è un libro fondamentalmente pacifista, sull’assurdità di tutte le guerre: quelle vere, cui partecipa il padre del protagonista, e quella non dichiarata, cui prende parte “il Tunisi”.
Ma il suo libro è anche una storia d’amore, un amore difficile. Anche questo sentimento è forse una metafora? Di cosa?
È la metafora dell’amore impossibile, tra una destra e una sinistra che si sono rivelate sempre, in ultima analisi, ottuse: non hanno capito cioè che la vera rivoluzione è fare qualcosa di unico, di sconvolgente, di veramente grande. Unirsi, ad esempio, buttando via i vecchi arnesi della retorica e di culture-non culture che oggi ci hanno portato al veltrusconismo. Come diceva, quel signore? “Questo di tanta speme oggi mi resta…”.
- Martedì 12 Agosto 2008

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