
Che cos’è un italiano? Cosa fa di una persona un italiano? L’appartenenza a una razza? A un luogo, a un retaggio sanguigno? L’idea di patria forse? Oppure è la Storia, quella con la “s” maiuscola?
Qualunque sia la risposta, se mai ci sia una risposta, o se abbia senso cercarla, c’è una vicenda sconosciuta che vale la pena di (ri)scoprire, quella di Giorgio Marincola. Una vicissitudine sottratta, ora, dall’oblio dagli storici Carlo Costa e Lorenzo Teodonio in “Razza Partigiana” (Iacobelli, pp. 176, € 14,90).
La II Guerra Mondiale scoppia quando Giorgio ha 17 anni. Frequenta il liceo, è antifascista, è un meticcio, di pelle scura e nel giro di qualche anno diventerà l’unico partigiano italiano di origine somala decorato alla memoria. Giorgio combatte, per un paese che lo ha considerato “un essere moralmente e fisicamente inferiore, facile vittima di gravi malattie e inclinato ai vizi più riprovevoli”. La scintilla scatta in lui grazie all’incontro con Pilo Albertelli, suo insegnante, trucidato in seguito alle Fosse Ardeatine. Il destino porterà Giorgio a lottare a fianco di molti altri ragazzi come lui, nel nord del paese, in Piemonte, fino alla cattura da parte dei nazifascisti che lo deporteranno nel lager di Bolzano, dal quale uscirà nell’aprile del 1945, in seguito all’Operazione Sunrise, gli accordi per lo smantellamento dei campi stipulati tra l’Office of Strategic Services americano (l’attuale CIA) e i comandi della Wehrmacht e delle SS. Giorgio si rifiuta di partire con la Croce Rossa per la Svizzera e si dirige in Val di Fiemme per raggiungere il convento di Cavalese e incontrare alcuni frati, internati in passato nei lager sudtirolesi per aver collaborato con i partigiani della brigata autonoma “Cesare Battisti” e del “Comitato di Liberazione Nazionale”. Proprio per contattare il CLN fiammazzo, Giorgio e due compagni d’arme lasciano il convento qualche giorno dopo e si inoltrano nel territorio trentino. Il 3 maggio ‘45 raggiungono Molina sotto la neve, imbattendosi prima in un reparto tedesco in procinto di arrendersi e poi in un’autoblinda, che apre il fuoco. Giorgio si salva, l’indomani, in un posto di blocco partigiano, si imbatte in un convoglio di SS che apre nuovamente il fuoco. Gli ordini sono di non rispondere e di limitarsi a disarmare il nemico. Infine il 4 maggio un reggimento intero arriva a Stramentizzo battendo bandiera bianca, anche il gruppo di Marincola si trova da quelle parti; ingannati dalla bandiera, escono allo scoperto per prendere in consegna le armi dei tedeschi e vengono travolti da una pioggia di proiettili che ne fa strage. Quando, catturato a Biella, i fascisti gli chiesero perché un italo-somalo combattesse a fianco degli alleati, Giorgio rispose: «sento la patria come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi su una carta geografica… La patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i Popoli del Mondo. Per questo combatto gli oppressori…»
Che cos’è un italiano dunque? Forse qualche risposta potremmo trovarla in “Razza partigiana”.
Abbiamo chiesto a Wu Ming 2, membro dell’ omonimo collettivo di scrittori, attento da sempre alle tematiche della resistenza un commento sul libro di Costa e Teodonio: «La storia di Giorgio Marincola merita di essere conosciuta per diverse ragioni. Primo, perché è incredibile. Secondo, perché invece è vera. Terzo, perché forse non c’è molta differenza tra l’Italia fascista che considerava Giorgio un mulatto, un essere inferiore e quella repubblicana che considera i profughi somali clandestini, senza diritti (con tutto che la tragedia somala dovrebbe pesare come un macigno sulla nostra coscienza). Quarto, perché restituisce un’immagine della Resistenza tutt’altro che monolitica e compatta, come l’epica vorrebbe. Quinto, perché Carlo Costa e Lorenzo Teodonio l’hanno raccontata con una cura e una dedizione non comuni.»
- Giovedì 21 Agosto 2008

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