Archivio di Agosto, 2008

Viaggio alla scoperta dei Pink Floyd

La spiaggia della copertina di A momentary lapse of reason dei Pink Floyd

di Michele Lauro

I Pink Floyd e il viaggio. Un connubio stimolante, per certi versi indissolubile se si considera la magia evocatrice del Floyd sound, capace di trasportare le menti di più di una generazione verso uno sfuggente altrove, denso e magmatico come le viscere della Terra, etereo e inafferrabile come la “faccia nascosta”, labirintico come i territori della psiche. Da questo topos geografico-musicale hanno preso le mosse Alfredo Marziano e Mark Worden, autori di Floydspotting, Guida alla geografia dei Pink Floyd (Giunti 2008), un libro curioso, colto e originale a partire dal format di guida turistica, con tanto di apparato cartografico annesso.
117 stazioni sono le tappe del viaggio alla scoperta (più spesso riscoperta, quando non addirittura dissotterramento) dei luoghi-chiave dell’immaginario Floyd. Due gli epicentri, Cambridge e Londra, le città che videro nascere e poi esplodere il fenomeno a partire dai primi anni ’60, con qualche excursus nei dintorni (uno fra gli altri, la spiaggia del Devon dove furono allineati gli 800 letti che compaiono sulla copertina di A Momentary Lapse Of Reason). “Armati di appunti, mappe e voyeuristica curiosità”, come scrivono nell’introduzione, gli autori sono andati a caccia di quel che resta oggi della galassia Pink Floyd, intervistando compagni di scuola, musicisti, collaboratori o semplici persone informate dei fatti, confrontando fonti, verificando in loco.

I fedeli documenti (anche visivi, of course) restituiscono un originale spaccato di Inghilterra: dalle belle case vittoriane restaurate con cura a locali storici irrimediabilmente estinti, vittime della globalizzazione; dai prestigiosi college della buona borghesia britannica a scampoli di archeologia industriale. Come la celeberrima Battersea Power Station su cui volò il maiale di Animals, e che anche qui campeggia in copertina, non più trasfigurata dall’immaginazione di Storm Thorgerson ma nella sua cruda essenza di patrimonio industriale in disuso.
Naturalmente non è solo un libro dedicato ai viaggiatori. Vi si trova una miniera di curiosità legate al mondo dei Pink Floyd, anche a quello meno conosciuto degli esordi, quando era Syd Barrett a dettare la linea musicale con la sua onirica creatività. E non manca una buona dose di ironia, consona all’atmosfera british che si respira tra le pagine: chi l’avrebbe detto che Roger Waters fosse un ragazzo atletico che eccelleva negli sport, specie il rugby, o che Lulubelle III, la mucca di Atom Heart Mother, avrebbe passato indenne i turbolenti anni 70?

Pink Floyd at Live 8: Comfortably Numb


Il fattore della famosa mucca di Atom Hearth Mother dei Pink Floyd

E navigar m’è dolce in questo libro

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di Damiano Iovino

Nel quadrato di una barca a vela c’è sempre una piccola libreria. Non solo portolani e libri dei fari, ma anche romanzi, saggi e soprattutto racconti di viaggi.
«Ho mandato più gente in mare io con i miei libri che Benito Mussolini con tutte le sue guerre» amava ripetere Ugo Mursia, fondatore della casa editrice che in Italia vanta il primato sulla materia. Negli anni 50 Mursia trovò su una bancarella una delle prime versioni italiane del romanzo di Joseph Conrad Tifone. Disgustato dalla mediocre traduzione dei termini marinari, decise di affrontare il problema. Un impegno che lo portò a creare un comitato di traduttori e gli valse l’ammissione alla Conrad Society.
Scorrere la lista dei titoli Mursia sul mare è un po’ come ripercorrere un pezzo di storia della società italiana. Prima degli anni 60 la nautica interessava solo ai marittimi e a qualche ricco appassionato. Poi scoppia il ’68 e anche il mare diventa una via di fuga dalla realtà borghese. Bernard Moitessier racconta la sua vita tra Oceano Indiano e Polinesia, Eric Tabarly traversa gli oceani e scrive come si affronta una tempesta. È l’epoca dei vagabondi del mare ai quali si ispirano i diportisti a caccia di emozioni.
Negli anni 80 arrivano i nuovi ricchi, la barca diventa simbolo di successo, un fenomeno che esplode negli anni 90. E la Mursia pubblica i manuali, sempre più tecnici e specifici. Alla traduzione del Manuale dei Glenans, scuola di vela fondata in Bretagna da un gruppo di scampati ai campi di concentramento, hanno lavorato per 18 mesi sette esperti e rimane una bibbia per tutti i velisti.
Ma non di sola tecnica si vive, il mare offre sempre spunti per un libro. Come testimonia il successo di due autori tradotti in Italia dalla Longanesi: Clive Cussler, con le avventure di Dirk Pitt fra relitti e multinazionali che minacciano l’ambiente, e Patrick O’Brian, che racconta le avventure del capitano Jack Aubray nella guerra contro la flotta di Napoleone, tradotte da Ridley Scott nel film Master & Commander. Su questo filone, caro alla letteratura inglese, la Mursia ha lanciato in Italia l’eroe creato da Kent Alexander, il guardiamarina Richard Bolitho.
E i velisti professionisti cosa leggono? Il neozelandese Russell Coutts, protagonista degli ultimi vent’anni della Coppa America, legge «Grisham, Forsythe e Tom Clancy. Non leggo mai libri di vela. Per me la vela è solo lavoro, leggere è relax». Lo skipper di Luna Rossa, Francesco De Angelis, ha alle spalle «le buone letture fatte da ragazzo, dalla Montagna incantata di Thomas Mann a Guerra e pace di Lev Tolstoj. Ma quando lavoro al massimo riesco a leggere Tex Willer».
Tra gli skipper di Coppa America Vincenzo Onorato forse è quello che legge di più. Non solo, ha anche scritto sette romanzi. «Leggo di tutto, ma amo i saggi di teologia, a cominciare da Vittorio Messori. E mi ha entusiasmato il libro su Gesù del Papa».
Onorato non è il solo velista-scrittore. Simone Perotti, manager, si è appena preso un anno sabbatico per dedicarsi alle attività preferite: «Scrivere e navigare». Il suo ultimo libro, L’estate del disincanto (Bompiani), si svolge nella Sicilia del ’43, durante lo sbarco degli Alleati, fra taverne e marinai. La prefazione gliel’ha scritta Björn Larsson, svedese che deve la sua gloria in Italia a Massimo D’Alema: quando un giornalista gli chiese se sullo yacht leggesse Karl Marx, l’allora presidente del Consiglio rispose: «No, sto leggendo La vera storia del pirata Long John Silver». Così anche in Italia si scoprì l’autore che raccontava la storia del pirata che nell’Isola del tesoro di Robert Luis Stevenson esce di scena con un tuffo in mare. Perotti ha creato un sito sul quale recensisce «tutti i libri in cui si parla di mare, da quelli tecnici ai romanzi».

Dall’Atlante agli Appennini: il libro Cuore di Youssef

Marocco, Sahara

Cento anni fa moriva Edmondo De Amicis, lo scrittore ligure che, al di là delle critiche letterarie, con il suo Cuore ha fatto piangere e commuovere generazioni di piccoli lettori.
Cento anni dopo si è ricordata di lui Maria Attanasio che nel suo Dall’Atlante agli Appennini, (Orecchio Acerbo edizioni), ha deciso di ripercorrere una trama simile a quella di uno dei racconti più celebri di Cuore: Dagli Appennini alle Ande.
Nell’insolito riadattamento ovviamente molto cambia: le mappe geografiche, in primis, ma anche la modernità nervosa dei personaggi. Resta, però, identico il senso del percorso. Il piccolo Marco di deaminicisiana memoria nel racconto da Genova si imbarcava alla volta di Buenos Aires in Argentina per raggiungere la madre che lì era emigrata per lavoro. Nel romanzo della Attanasio il protagonista è un altro piccolo eroe ma si chiama Youssef e proviene stavolta non dagli Appennini ma dall’Atlante marocchino. Anche lui però come Marco si mette in viaggio che di per sé è un’avventura, fisica oltre che spirituale. Da clandestino si imbarca per andare cercare sua madre in Italia. Come in De Amicis dunque sullo sfondo predomina il tema del’immigrazione che in questo caso però ovviamente assume i connotati dell’attualità, associandosi ai problema della sicurezza, della clandestinità e delle discriminazioni razziali. Infine una nota di merito alle illustrazioni bellissime di Francesco Chiacchio che accompagnano il racconto. Il loro asciutto bianco e nero dà una prospettiva senza tempo alla storia di Youssef, il piccolo Marco dei tempi moderni.

La generazione rubata: il dramma degli aborigeni

aborigeni
Tornare a casa anche se dopo generazioni. È il metaforico viaggio compiuto da Larissa Beherendt, di professione avvocato e docente di diritto, che nel suo Home, uscito in Italia per Baldini Castoldi Dalai, racconta con tutta la spietatezza della legge, smussata però dalla dolcezza della forma romanzata, la sua storia, cioè la storia della sua antenata nella quale è stata catapultata anche la sua esistenza una volta venuta al mondo. La bisnonna di Larissa, infatti, fu una di quelle bambine aborigene australiane “rubate”. Sottratta alla propria famiglia nel 1918 venne affidata, educata e cresciuta dai bianchi. Intere generazioni, furono così strappate per decenni, fino al 1969, alle proprie radici e alla propria identità. Per l’Australia una vergogna di cui solo ora si comincia a parlare e discutere. Tra realtà e fiction Larissa abbandona così le sue vesti di avvocatessa, esperta peraltro di diritti degli aborigeni, per accogliere la fantasia dei suoi personaggi ai quali affida il difficile compito di raccontare il percorso familiare. Anche perché la consegna di quei bambini alle nuove famiglie portò con sé tutta una scia di abusi, problematiche, drammi psichici ancora oggi testimoniate dai sopravvissuti. Il romanzo della Beherendt, dunque, al di là del suo valore di opera narrativa, apre un varco nella coscienza di un paese che ha fatto fatica negli anni ad ammettere gli errori commessi ma che adesso con maggiore distacco e lucidità sta tornando sulla sua storia. Come ha dimostrato l’attuale premier Kevin Rudd che ha chiesto pubblicamente scusa per quanto avvenuto ai danni degli aborigeni. Molto però ancora resta da fare.

Mamadou va a morire: rotte, ricatti e naufragi di migranti

Immigrati clandestini a Lampedusa
Una vera e propria fortezza con dentro, però, un tesoro che può trasformare la sopravvivenza più becera in vita dignitosa. Questa è l’Europa come la vedono migliaia di immigrati clandestini che ogni anno tentano il tutto e per tutto affrontando viaggi che spesso rasentano le file più basse della disperazione. A raccontarlo è chi è andato a trovarli di persona nei loro paesi di origine, per ricostruirne rotte, percorsi, ricatti e naufragi, dato che molte di quelle storie non hanno avuto e continuano a non avere un lieto fine. È questo il meritevole lavoro, quasi certosino, di Gabriele Del Grande, giornalista, fondatore di Fortress Europe, l’osservatorio mediatico sulle vittime dell’immigrazione clandestina. Con il suo Mamadou va a morire (Infinito edizioni), l’occhio del reporter si mescola alla realtà nuda e cruda che l’Europa spesso si rifiuta di vedere. E così, dai deserti della Libia alla miseria del Maghreb con un salto in Senegal e in Turchia, le mappe si sovrappongono unificate da un unico comune denominatore: la miseria. Che dà il coraggio di affrontare viaggi disumani, a bordo di barche inconsistenti o dentro carichi stipati di merci e di uomini.

Dal 1988 più di 12.000 giovani sono morti, così, tentando di espugnare la fortezza Europa. Morire di frontiera, come è stato definito questo stillicidio pressocché quotidiano, è diventata una delle cause di morte più alta dei paesi in via di sviluppo che si affacciano sul Mediterraneo. Il titolo del volume scritto da Del Grande trae spunto da una delle tante storie narrate nel libro, quella di Mamadou appunto ma non si fa in tempo a scorgere il suo volto che subito si sovrappone a quello di migliaia di altri. Una generazione in viaggio. Il più delle volte, però, senza ritorno.

DreamRunner: il sogno di Oscar Pistorius

Oscar Pistorius durante la prova all'Arena di Milano

Sognare è solo una questione di testa. Realizzare i propri sogni anche. Lo testimonia nella vita e adesso anche a parole Oscar Pistorius, un’esistenza spesa inseguendo un record. Con il suo DreamRunner, in corsa per un sogno scritto a quattro mani con Gianni Merlo e pubblicato da Rizzoli l’atleta racconta adesso se stesso. E la grande magia di cui è stato artefice. Trasformare, cioè, la propria disabilità in una grande opportunità: diventare campione. Una storia la sua ormai risaputa ma sentirla snocciolare attraverso il filtro minuzioso e riflessivo della scrittura direttamente dal diretto interessato è un’altra cosa. Sudafricano, nato con una grave malformazione Pistorius subisce da bambino l’amputazione di entrambe le gambe. Ma si dedica con costanza e passione a molti sport, grazie al supporto di due protesi in fibra di carbonio. “The fastest thing on no legs” diranno di lui a sottolineare gli eccellenti risultati portati a casa nonostante tutto.
Una vita la sua che finisce con l’essere da campioni in tutti i sensi, fino a trasformarsi in una lotta agguerrita e continua contro i pregiudizi. Detentore dei record di velocità nelle gare di 100, 200 e 400 metri Pistorius dopo lunghe battaglie sportive e legali viene prima escluso dalla partecipazione alle Olimpiadi dei normodotati e poi riammesso dal tribunale sportivo. “Tutti abbiamo una disabilità. Magari un problema mentale o fisico-racconta l’atleta nel suo libro-ma possediamo anche milioni di altre abilità, di talenti che ci possono permettere di superare i nostri limiti e le difficoltà”. E il bilancio è presto fatto. Una famiglia alle spalle affettuosissima e di grande carica vitale, una determinazione testarda e ovviamente un talento unico. La ricetta di sé Pistorius la dà fra le righe. Quella più generale dell’esistenza è, invece, il senso di ogni suo capitolo. Utile anche se non si è campioni come lui.

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