Archivio di Settembre, 2008

Il giornalismo dal basso a partire dai clienti di un locale milanese

Nordest caffè2
Un locale raccontato in un libro, a partire dai suoi clienti: è Nordest caffè , il primo volume della collana editoriale Your space, un progetto tutto milanese che vuole raccontare i luoghi di aggregazione della città attraverso le testimonianze di chi quei luoghi li vive ogni giorno. Il primo a essere messo nero su bianco è appunto il Nordest, un bar nel cuore dello storico quartiere Isola che dalla colazione fino al brunch domenicale diventa la casa di affezionati e clienti di passaggio. Cento di loro hanno accettato di raccontare i propri gusti e le proprie abitudini: dal cocktail preferito al giornale più letto, sino ad arrivare alla vita privata, ai sogni e ai ricordi. Come quelli di Eugenio Viganotti, ladro di galline che frequentava il locale fin dagli anni Ottanta, quando “c’era gente della malavita … quando venivano grandi boss come Turatello”, fino a Marisa Nidasio, classe 1938, compagna di giochi di Silvio Berlusconi “lui abitava qui vicino”, racconta, “Ci incontravamo in strada, era molto galante con me. Ma a me non piaceva, era goffo”. Dalla fotografia ai dati personali, i clienti diventano protagonisti e si mettono in rete. Se infatti il libro è acquistabile nel locale da cui prende il nome, le sue storie si trovano anche in una pagina di MySpace, dove è possibile sfogliare le cento pagine di racconti accompagnati dalla musica di John Coltrane.
Nordest caffè
In un momento in cui tutti vogliono apparire e raccontarsi, il fotoreporter Marcello Mencarini e il giornalista Paolo Papi hanno raccolto le testimonianze di uomini e donne, che oltre ai loro vissuti hanno deciso di dare i propri dati personali, compreso l’indirizzo e-mail, per creare, a partire dai racconti di vita reale, una rete virtuale dove confrontarsi e incontrarsi.
Da Isola della mala a Isola della moda, il crocevia temporale e locale di un quartiere in continua trasformazione diventa così un locale e la sua gente. I prossimi volumi di Your space potrebbero raccontare le storie di vita dei clienti di una libreria come di un supermercato. Insomma un esperimento di giornalismo dal basso che attraverso un’indagine sugli spazi della contemporaneità ha voluto spezzare il luogo comune che vede oggi, nell’era del virtuale, la socialità solo attraverso un click e una webcam.
Un archivio emozionale di microracconti che descrive, dall’aiuto regista alla stilista, dall’edicolante single all’impiegato separato, passando per il famoso dj al designer di Tel Aviv, un mondo reale che sa anche diventare virtuale.

A ottobre in 650 Comuni italiani “Piovono libri”

Ottobre, piovono libri. Il logo della manifestaizone

Sono 960 le realtà italiane che hanno aderito all’edizione del 2008 di Ottobre, Piovono libri. I luoghi della lettura, campagna per trasformare ottobre in un mese dedicato al libro e alla lettura promossa dal ministero per i Beni e le Attività culturali e dalla Direzione generale per i beni librari, gli istituti culturali e il diritto d’autore.
Comuni, scuole, biblioteche, associazioni culturali, librerie, enoteche, centri per anziani, asili, case circondariali sparse in oltre 650 luoghi d’Italia si fanno promotrici di una galassia di oltre 1200 iniziative legate alla cultura, alla sua trasmissione, a un nuovo modo per vivere il piacere della prosa e della poesia, in luoghi anche insoliti, fuori dai canoni classici.
Quindi cacce al tesoro, intere vie di paesi e città dedicate al bookcrossing, lo scambio di libri, letture e riletture di classici in contesti originali, laboratori di scrittura/lettura. E il libro esce finalmente dalle stanze un po’ polverose dell’Accademia e prende il suo posto per le strade, nei parchi, sui mezzi di trasporto, nelle carceri, in ospedale. Dovunque ci siano lettori potenziali da raggiungere. Il target dichiarato di questo ottobre librario sono i giovani, “dai neonati agli studenti”, si legge nel comunicato di presentazione. A loro è dedicato oltre il 60% degli eventi.
Siccome lo scopo della manifestazione è anche quello di fare rete, unendo realtà diverse, sono molti gli eventi che si articolano in più appuntamenti in Comuni diversi e aumentano anche i gemellaggi, come quello tra Bosia in Piemonte e Modica in Sicilia, o tra le scuole biellesi e quelle lucane.
E in molte iniziative al libro e alla lettura si associano la buona tavola e la musica, perché la proposta è quella di un’esperienza a tutto tondo. Sicché largo a cene, merende aperitivi e perfino interi week-end letterari di incontro con gli autori in agriturismo per parlare di libri degustando qualche ottima specialità locale. E non di sola narrativa si tratterà ma anche di divulgazione scientifica, teatro, cinema. E poi culture migranti, legalità, memoria… Perché quello dei libri e della lettura è un tema vasto come la vita stessa.
Sul sito il database degli eventi, divisi per Regione.

McMafia: ecco la Gomorra su scala mondiale

McMafia, di Misha Glenny - Mondadori
Un lottatore bulgaro con catene d’oro al collo taurino e occhiali da sole, dal passato remoto di agente dei servizi segreti, dal passato prossimo di imprenditore di successo e massone, e dal presente in una cassa da morto; un misterioso omicidio di una geofisica nella placida cittadina di Woking nel Surrey; una sequela di personaggi che si muovono tra India, Nigeria, Balcani, Stati Uniti, India, Giappone, Italia, Colombia, Canada e la “fantomatica” Transnistria cancellando la nitidezza dei confini tra nazioni. Un’enorme, insidiosa, capillare e montante trama oscura che si allarga e si insinua oleosa nel sottobosco politico ed economico del globo. A fare da coro: hacker, uomini d’affari, narcos, brigate della morte, signori della guerra, banchieri, uomini di stato, dittatori, scafisti [...] e una lunga, lunghissima, scia di vittime affogate nel sangue.
Se fosse un romanzo verebbe tacciato di mancanza di verosimiglianza e trattato alla stregua di un pastiche complottistico dal sapore avventuroso, frutto della fantasia di uno scrittore dall’immaginazione un po’ troppo sopra le righe. Il fatto è che McMafia (Mondadori, pp. 447, 18 euro) non è un romanzo e Misha Glenny, l’autore, non è né Micheal Crichton né Clive Cusserl, ma un reporter con il pelo sullo stomaco che ha seguito sul campo l’intero conflitto dell’ex Iugoslavia e la situazione dei Balcani dalla caduta del muro in poi diventando in seguito consulente di politica internazionale per conto dell’Europa e degli USA. McMafia è il reportage, risultato di anni di ricerche, indagini e inchieste, che partendo dal cuore inquieto del vecchio continente traccia una mappa del crimine organizzato mondiale con ritmo e precisione chirurgica.
Dimenticate i confini, così come li conoscete, dimenticate il planisfero politico e i report ufficiali sul commercio e sull’economia mondiali perché a essi vanno sovrapposti quelli ombra, i doppelgänger oscuri che si fondono e confondono con i primi producendo, per quanto è possibile sapere, almeno il 20% dell’intera ricchezza mondiale.
Il viaggio di Glenny in questo demimonde parte dall’assassinio di un anonima sismologa in Inghilterra e dall’“innocuo” commercio di sigarette di contrabbando in Montenegro per arrivare passo dopo passo a tracciare un quadro globale dell’attività mafiosa i cui esponenti si muovono tra connivenze ufficiali e ufficiose, sfruttando cavilli e baratri degli accordi internazionali. La carta geografica di McMafia è dura, intrisa di violenza, denaro, potere e di strette di mano e la cosa più agghiacciante è che spesso a stringere le mani sbagliate sono coloro i quali dovrebbero combatterle.
Un libro feroce, dalla scrittura asciutta, una specie di Gomorra su scala planetaria, ma senza un’oncia di fiction, senza retorica e senza compromessi in grado di porre molte domande e gettare una luce sinistra sui traffici finanziari, sulle manovre politiche, sugli accordi tra nazioni, sulle politiche belliche, sulle scelte economiche di stati, governi e istituzioni. Fin dove arrivano i tentacoli? Chi è compromesso, chi coinvolto? Chi invece è all’opera per contrastare il fenomeno?
Una lettura sconcertante, che risulta ancora più destabilizzante se affiancata a Superclass di David Rothkopf, un’indagine sull’esigua élite al timone del mondo, sempre per i tipi di Mondadori (492 pp., 19 euro). Un migliaio di pagine in tutto, che se lette affiancate sono come acido nitrico e acido solforico. Mescolatele e otterrete nitroglicerina.

Parole d’onore: parlano i mammasantissima

In tribunale
Le massime aspirazioni del siciliano sono tre: mangiare carne, cavalcare carne, comandare carne. Parola di Angelo Nicosia, parlamentare della Commissione Antimafia negli anni ‘60 e ‘70. Dopo la lettura delle Parole d’onore scritte da Attilio Bolzoni e da poco pubblicate da Bur-Rizzoli, nulla sembra più vero. Perché il giornalista siciliano non ha fatto altro che collazionare dichiarazioni dei più noti ed efferati mafiosi, e poi commentarle in modo asciutto e rigoroso.
Ne è venuto fuori un diagramma dell’Isola in parte ancora inedito e sotto traccia, e capace al tempo stesso di restiturci un ritratto, per così dire, “dal di dentro”, delle mille metamorfosi degli uomini di Cosa Notra. Con la novità, decisiva, che a parlare stavolta sono gli stessi mafiosi. Così, ad esempio, è Totò Riina a tracciare il ritratto del pentito e a dire che la “curiosità è l’anticamera della sbirritudine”; oppure è lo stesso Tommaso spadaro, noto in loco come Don Masino, ad autodefinirsi “il Gianni Agnelli di Palermo”. Dunque, i mammasantissima parlano. E parlano di un pò di tutto: di moralità e di famiglia, di affari e di delitti, di regole e di amori, di soldi e religione, di vita e di morte. Con un codice asciutto e di una coerenza così rigida e razionale da dare ragione a ciò che una ventina d’anni fa scriveva Leonardo Sciascia: e cioè che in Sicilia si nascondono i cartesiani peggiori.

“Tanto scappo lo stesso”, romanzo di una matta

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Quando la paura lascia spazio all’ignoto e la vertigine sembra trascinare laddove le forme non sono più distinguibili, si è di fronte al confine della malattia psichiatrica. Alla frontiera, in bilico, da una parte c’è il mondo familiare e affettivo che guarda attonito e senza strumenti alla trasformazione, dall’altro l’individuo colpito che si trasforma in paziente prima, in matto poi. Più semplice, più convenzionale da dirsi come se la parola, che da sola suscita tenera simpatia, possa salvare il malato circoscrivendo il pericolo che egli corre. E invece no, la malattia mentale di cui Alice Banfi parla nel suo Tanto scappo lo stesso, Romanzo di una matta, edizioni Stampa Alternativa, fa scivolare in un mondo in cui non ci sono regole e in eterna trasformazione. E che per questo fa orrore. L’unica certezza è il punto di partenza. Alice è una bambina intelligente e vivace, ama dipingere e coltiva i suoi sogni all’interno di una famiglia un po’ anomala e allargata, con tre papà e due mamme. Ma evidentemente la fotografia che la vita le ha incollato addosso non fa per lei e per la sua mente. La gioia della speranza si trasforma nella rabbia del presente che Alice finisce nel riversare sul suo corpo: alcool, anoressia, autolesionismo. Un tappeto rosso per il primo ricovero in reparto psichiatrico. La diagnosi è chiara e la parola stavolta invece di circoscrivere il problema sembra allargarlo all’infinito: disturbo di personalità borderline. Il viaggio di Alice è, dunque, il viaggio non solo dentro una mente che osa oltrepassare l’invalicabile frontiera della malattia ma dentro un sistema, per lo meno quello italiano, in realtà incapace di darle significato e dignità. Alice ci ricorda delle violenze e dei soprusi subiti in reparto e della inadeguatezza dei servizi. Al dolore del male dunque aggiunge la sofferenza per il trattamento subito raccontato con una lucidità che, appunto, riesce a trasformarla da paziente a scrittrice.
In Italia i manicomi, lo ricordiamo, non esistono più, ma l’alternativa è quasi inesistente. Basti pensare che presso gli ospedali civici sparsi sul territorio nazionale sono attivi 285 servizi psichiatrici di diagnosi e cura. Sette su dieci di questi servizi dichiarano di usare la contenzione meccanica. In parole semplici, legare al letto le persone. Il mondo di Alice, insomma, continua ad essere schiacciato ogni giorno senza rispetto.

“Le cose che voi umani”: il romanzo sul caso Moro

Aldo Moro, 30 anni dopo il sequestro
Hanno scritto libri e saggi, prodotto film e telefilm, organizzato seminari, corsi di studio universitari, simposi e tavole rotonde. Mancava il romanzo. E adesso il romanzo è arrivato.
A firmarlo, Francesco Tagliabue, che al caso Moro ha deciso di dedicare trecento pagine di narrazione ad alta suspence. Il libro si intitola Le cose che voi umani ed è edito dall’editore Betelguese. Racconta la storia di Ruggero Mentasti, una vita trascorsa nelle Brigate Rosse proprio nei tragici giorni del sequestro del presidente della Dc e che ormai nessuno - nemmeno lui - sembra abbia voglia di rivangare.
Nessuno tranne un’oscura agenzia di intelligence diretta dall’armeno Alek Skàturian, che decide di rapirlo, finendo col fargli scontare 55 giorni di prigionia e accomunandolo così alle tragiche sorti del politico DC.
Tagliabue ha deciso di sporcarsi le mani attingendo a un materiale e a un contesto storico rischiosissimo, che scotta ancora oggi e che ancora oggi provoca polemiche e divisioni a non finire. Ma la sua storia, a parte qualche ingenuità, regge bene sino all’ultimo e proprio nelle pagine conclusive regala un finale per nulla didattico e scontato.

Il Riscatto in un clic. I bambini etiopi salvati da una foto

Il Riscatto in un clic. I bambini etiopi salvati da una macchina fotografica

(Credits: Il Sole Ong Onlus)

LA GALLERY

“Da quando sono arrivata qui sono molto serena. Sono felice in salute e da quando ho rimosso cosa mi è successo non sento niente di negativo per il futuro”. Non c’è poesia nelle parole di Mekdes Sheferaw perché anche quella se ne è andata, lasciando al suo destino una realtà che somiglianze ne ha solo con l’orrore. Mekdes è un’adolescente etiope, stuprata da bambina in un paese che è in continua guerra con se stesso e salvata da un clic. Quello di una macchina fotografica messale in mano dai volontari italiani dell’associazione Il sole che in appena sei anni di vita ha assistito più di 200 bambini tra i 2 e i 15 anni con il dramma dello stupro alle spalle. Tra le tante iniziative, infatti, la più pregevole è stata quella del corso di fotografia per insegnare a queste vittime un nuovo modo di guardare il mondo. Le foto di Mekdes e delle donne-bambine come lei sono adesso finite in un volume pubblicate da Infinito edizioni dal titolo che è anche un augurio, RiScatto. È un libro prezioso per la qualità delle foto e per le storie che esse raccontano. Ma è soprattutto un libro che guarda al futuro e regala una fetta di speranza a chi in una macchina fotografica ha riposto la possibilità di un cambiamento.
“Per il futuro spero di diventare un’artista o una pianista” scrive adesso Bezawit. L’obiettivo le ha insegnato che la vita non è solo un incubo. E che è possibile cambiare l’inquadratura. Concorda Teschal, un’altra bambina come lei: “Ti senti salva dietro l’obiettivo come se quella macchina potesse proteggerti dalle cose negative che vedi intorno a te”.

LA GALLERY

Mostri per le masse, armi di distrazione di massa

Nono D'Attis, Mostri per le masse (Marsilio) - Particolare della copertina

Mostri per le masse (Marsilio € 16, pp. 240) di Nino D’Attis è un romanzo col turbante. È perturbante, conturbante e disturbante. A prima vista sembra un giallo dai tratti horror: 2005, a Roma alcuni efferati omicidi di stampo satanico sconvolgono la città, già scossa dall’agonia di Wojtyla. Un poliziotto si mette sulle tracce del colpevole intenzionato a portare a termine l’indagine a ogni costo. Con il passare dei paragrafi e dei capitoli si comprende che la prima vista inganna facilmente. La detection è puro pretesto, semplice cornice per descrivere una discesa agli inferi. Non ha alcuna rilevanza l’identità dell’assassino, il meccanismo narrativo ben presto si inabissa verso profondità insondabili, come un televisore che comincia a trasmettere immagini via via sempre meno nitide, con interferenze lampo, effetto neve e rumore bianco, Mostri per le masse si trasfigura nel corso della lettura. Una scrittura secca eppure speculativa, lineare eppure confusa, volutamente confusa. Il romanzo è perturbante nell’accezione freudiana del termine: “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” e D’Attis mette in scena l’orrore del quotidiano. Il disagio che la figura dell’ispettore Graziano Vignola ispira nel lettore non è dovuto semplicemente al fatto che sia uno sbirro corrotto e depravato ma dalla sensazione che la sua corruzione e la sua depravazione siano naturali, innate e inevitabili in ciascuno di noi. È conturbante perché ha una corrente erotica perversa che non smette di ronzare mai ed è disturbante, infine, perché fa sentire sporco il lettore come non succedeva dai tempi di Poppy Z. Brite e del suo Cadavere Squisito.
Se non bastasse, c’è di più. Mostri per le masse sembra rientrare in un grande romanzo collettivo che alcuni scrittori, inconsapevolmente o no, stanno scrivendo assieme. In quest’ottica non sarebbe un caso, o un semplice attestato di stima da parte dell’autore, che uno dei personaggi del libro di D’Attis stia leggendo Romanzo Criminale di Giancarlo De Cataldo. Mostri per le masse racconta il tempo presente, racconta una Roma e un’Italia il cui passato prossimo si può leggere nel lavoro di De Cataldo o in Confine di Stato di Simone Sarasso, per citarne solo due. Il denominatore comune in questo caso è il caos veicolato da armi di distrazione di massa. Un elemento da sempre presente nella storia del paese semplice, che però solo D’Attis, per il momento è riuscito a descrivere con ferocia caotica (per l’appunto) eppure con precisione chirurgica. Non importa se le visioni di Mostri per le masse siano pura fiction o se siano cronaca, importa solo che in qualche oscuro, ribollente e sgraziato modo rispecchino l’anima collettiva di questa nazione.

Guarda il booktrailer

Si è fatto tutto il possibile: il dramma del medico che sbaglia

Marco Venturino

Di Roberto Barbolini
Ci tiene subito a sgombrare il campo dall’equivoco sempre in agguato: “Questo secondo libro, come il primo, non è un romanzo sulla malasanità. I vizi, i difetti, gli errori della classe medica che descrivo sono quelli che io stesso mi sento potenzialmente addosso, un rischio che va affrontato tutti i giorni da chi fa il nostro mestiere in prima linea”.
La prima linea dell’anestesista Marco Venturino si trova appena di là dal vetro, a due passi da noi, nell’irreale atmosfera da acquario del reparto di terapia intensiva di cui è responsabile all’Ieo, l’Istituto europeo oncologico di Milano. Un luogo dove ogni giorno medici e infermieri ingaggiano una battaglia estrema a sostegno di vite umane in pericolo, per ripristinare quegli indispensabili fenomeni ritmici, dalla respirazione al battito cardiaco, che cadenzano il nostro quotidiano risvegliarci nel mondo e dietro i quali, ci ricorda il filosofo Hans-Georg Gadamer, si nasconde il mistero incommensurabile della salute. In un reparto di terapia intensiva Venturino aveva ambientato 3 anni fa il suo romanzo d’esordio, Cosa sognano i pesci rossi, storia agra e struggente di un uomo che una diagnosi senza speranza e un intervento chirurgico inopportuno hanno trasformato in un povero corpo tracheotomizzato e intubato. Con il protagonista di Si è fatto tutto il possibile (Mondadori), Venturino ci porta invece dall’altra parte della barricata: l’anestesista Mario Valenti è un medico brillante e un esponente del potere accademico-ospedaliero. Ma un giorno, in sala operatoria, scambia una fiala di adrenalina per atropina, causando la morte di un paziente.
Perché questo errore, che il medico non ha il coraggio di ammettere, si trasforma nella catastrofe della sua vita?
L’errore è una scusa, un appiglio narrativo: a entrare in crisi sono i valori di carriera, denaro e potere, su cui Valenti ha fondato la vita. Provando rimorso per l’errore, Valenti compie a suo modo una catarsi. Ma una catarsi senza speranza, senza nessuna possibilità di redenzione.
C’è nel libro una specie di leitmotiv: il fantasma del paziente ucciso si trasforma in una allucinazione ricorrente che ricorda a Valenti il suo sbaglio imperdonabile.
Ma il leitmotiv profondo del romanzo, più che l’errore è la distrazione. Non solo in sala operatoria, anche sul piano umano. Trascurando la quotidianità degli affetti familiari per inseguire il successo e la carriera, Valenti si è progressivamente distratto dalla sua vita vera, fino a ritrovarsi solo e senza amici davanti al proprio dramma. Allora, spinto dalla paura e dal rimorso, si renderà conto di tutto quello che ha perso.
Perché ha deciso di raccontare un personaggio negativo in prima persona?
È una scelta che mi è venuta naturale. Al di là delle esagerazioni romanzesche, il libro è anche una critica verso le proprie manchevolezze. Il non sentirsi idonei, il senso di inadeguatezza davanti alla vita dolente è una sensazione che credo tutti provino. Quindi l’autocritica è sempre presente, in un continuo rivolgersi verso se stessi. In questo senso il libro non poteva essere che in prima persona.
Una forma di esorcismo?
Di più: la scrittura rimane per me un’attività catartica, un altrove dove mi posso rifugiare. In definitiva, un’autentica terapia. E nel nostro mestiere (sorride) di terapia c’è sempre un gran bisogno.
“Il medico” scrive a un certo punto “impara più dalla morte dei propri pazienti che da montagne di libri”. Dobbiamo preoccuparci?
Credo che per qualunque processo di cura non si possa evitare di fare i conti con la morte, mentre la nostra società s’affanna invece a esorcizzarla. La morte fa, semplicemente, parte della vita. Non prendere in considerazione questo dato di fatto può portare al cosiddetto accanimento terapeutico, che spesso è proprio un errore di valutazione, un’incapacità di trovare equilibrio nel rapporto con la morte, ineluttabile punto d’arrivo. Come faccio, da medico, a trattare la morte d’un altro se non sono prima venuto a patti con la mia?
È un tema che al protagonista del romanzo si presenta in forma drammatica. Ma anche molto plausibile. Davvero si tratta solo di fiction e ogni riferimento a persone o vicende reali è puramente casuale?
Descrivo stereotipi, tipi umani, situazioni. Importante, in un’opera letteraria, è la verosimiglianza, non la verità di fatto. In ogni caso, l’ambiente medico è il set che conosco meglio: farà da sfondo anche al mio prossimo romanzo, incentrato sul dilemma di una difficile scelta esistenziale da parte di due malati di tumore.
Al profano, dopo la lettura, resta comunque un dubbio: possiamo davvero fidarci dei medici?
Banalmente, non se ne può fare a meno. È impensabile non riporre la più totale fiducia in uno che ti deve aprire e ricucire. Di questo noi medici non sempre teniamo il conto dovuto: un po’ per autodifesa, per non farci schiacciare dal senso di responsabilità, un po’ anche perché lo consideriamo, superficialmente, un dato di fatto. Il nostro alibi, anche davanti agli esiti più negativi, è racchiuso ironicamente nel titolo del libro: Si è fatto tutto il possibile. Ma siamo davvero sicuri che sia così?

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Fred Vargas, Un po’ più in là sulla destra: una nuova commedia criminale

traffico

Si chiamano Marc, Mathias e Lucien, abitano nella “topaia”, una casa malmessa a quattro piani a Rue Chasle a Parigi: sono i tre giovani storici dal presente precario guidati da un ex commissario della Criminale Armand Vandoosler (zio-padrino di Marc), protagonisti della trilogia di Fred Vargas che si completa roa con Un po’ più in là sulla destra.
Il libro - che risale al 1996 e che è ora pubblicato in Italia da Einaudi - è la seconda puntata dei volumi dedicati alle avventure investigative dei tre storici: il primo è Chi è morto alzi la mano, mentre il terzo è Io sono il tenebroso.
Fred Vargas, pseudonimo di Frederique Audouin-Rouzeau, maestra del giallo, amata in Francia come nel resto dell’Europa, tradotta in ventidue lingue, è considerata l’anti-Patricia Cornwell. Per lei, figlia di una chimica e di un surrealista, ricercatrice di archeozoologia specializzata in medievalistica, il poliziesco è una specie di favola, ironica o tragica o cerebrale.
“Non sopporto” ha sottolineato più volte “i gialli ultraviolenti che raccontano crimini complicatissimi (che nella realtà non esistono): un delitto è sempre semplice”. Con la sua penna ispirata ha tracciato il profilo del commissario Jean Baptiste Adamsberg (”lo spalatore di nuvole”) che tornerà ad aprile del 2009 con Un luogo Incerto.
Nel frattempo i fan della Vargas possono gustare questo libro e ritrovare i tre storici disoccupati, squattrinati e senza donne le cui strade si intersecano con quella di un ex funzionario del ministero degli Interni, Louis Kehlweiler, detto il Tedesco. Un uomo particolare che osserva la vita da una panchina e parla con un rospo di nome Bufo. Per un caso fortuito trova un frammento di osso umano e in maniera pervicace segue questa esile traccia che lo porta in un piccolo villaggio della Bretagna. Ma da solo non può farcela: il tedesco ha una gamba rigida e quindi chiede aiuto ai tre storici che ha conosciuto attraverso Vandoosler.
Una squadra singolare quella creata dalla Vargas con Mathias, monolitico come gli uomini preistorici di cui si occupa, Lucien, un esagitato fanatico della Grande Guerra, e Marc, un medievista delicato di nervi che si sente responsabile del suo anziano zio-padrino.
Attorno a loro si muovono personaggi oscuri e inquietanti fra i quali un collezionista di macchine per scrivere, fanatico di qualsiasi meccanismo ben oliato, un sindaco pavido e untuoso che non vuole problemi, un losco individuo ferocemente razzista. Tutti insieme danno vita a una formidabile commedia del crimine firmata dalla Vargas che, come al solito infonde nei suoi libri la giusta dose di grazia e ironia.

È morto lo scrittore-viaggiatore Giorgio Bettinelli

Mentre era in Indonesia gli avevano dato una Vespa Piaggio come pagamento di un debito. Con quella aveva fatto il giro dell’isola. E poi non si era più fermato, cominciando a immaginare una serie di viaggi che lo avrebbero portato, nell’arco di un decennio, a girare tutto il mondo e a raccontare atmosfere, itinerari e incontri in una serie di libri pubblicati da Feltrinelli.
È proprio la casa editrice che oggi dà l’annuncio della sua morte: “Lo scrittore, viaggiatore e giornalista Giorgio Bettinelli è morto il 16 settembre colpito da un’infezione nel Sud della Cina, sulle rive Mekong, dove viveva dal 2004 con la moglie Yapei”.
Nato a Crema il 15 maggio 1955, aveva ricevuto una certa notorietà dalla pubblicazione di In vespa (1997), in cui narrava il suo primo viaggio su due ruote da Roma a Saigon. Poi è stata la volta di Brum brum. 254.000 chilometri in Vespa (2002) e Rhapsody in black. In Vespa dall’Angola allo Yemen (2005). Il suo ultimo libro, uscito qualche mese fa, La Cina in Vespa, è invece la cronaca di un viaggio che ha toccato tutte le 33 regioni dell’immenso paese orientale.
L’ultimo post del suo blog è datato 25 agosto 2008. Scriveva: “… Con i baffi impiastricciati di schiuma mi trovai a lanciare un lunghissimo ululato, dapprima quasi con circospezione, poi senza più ritegno, tra la perplessità divertita di alcuni vietnamiti che avevano preso ad attorniarmi e scuotevano la testa increduli, a metà strada tra un vago rispetto abbastanza immotivato e la consapevolezza motivatissima della follia altrui, e mi facevano domande in un inglese impavido, cantilenato con le curiose inflessioni delle lingue tonali, dopo aver visto la targa “Roma” e una strana scritta sulla fiancata della Vespa: From Italy to Vietnam…

Pianeta Pollo: tutto ciò che non sapete sul pennuto che mangiate a pranzo

Si può pensare che non vi sia modo per essere più vicini al cibo che ingoiandolo, ma c’è molto da imparare, specie se si fa un giro tra i produttori. Parola della ricercatrice Hattie Ellis, che in Pianeta Pollo, ha deciso di fare un giro lungo tutta la catena alimentare che dall’allevatore arriva fino alle nostre tavole. Soffermandosi, in particolare, su una specie di animale, il pennuto appunto, che pare particolarmente caduta in disgrazia. Per la Ellis, sono tre gli ostacoli principali che impediscono “ai consumatori di fare la differenza per milioni di polli da carne. In primo luogo la mancanza di informazione, e di conseguenza, la mancanza di rabbia. Il pubblico non ha un simbolo univoco, come può essere la gabbia delle ovaiole, attorno al quale riunirsi per opporsi all’allevamento intensivo dei broiler. Molti sentono poi un’avversione istintiva per le modalità di allevamento di polli da carne, ma solo quando questo avviene”.
Il libro della studiosa, più o meno, racconta questo attraverso una lunga sfilza di esempi che passano anche per atroci sofferenze e per dati che farebbero impallidire i più sensibili ecologisti. Resta, quale unico comandamento, l’amara constatazione: “ammettere che mangiare carne coinvolge una vita e, in definitiva, una morte”.

La minaccia viene dall’Occidente? Il nuovo libro di Loretta Napoleoni

Le macerie del World Trade Center

Minaccia reale o pericolo gonfiato ad hoc all’interno di una strategia politica più ampia? A 7 anni dall’attacco alle torri gemelle il mondo si interroga ancora su cosa sia il terrorismo internazionale e soprattutto quale pedina ricopra oggi all’interno della scacchiera mondiale. E se lo chiede anche Loretta Napoleoni, economista italiana brillantemente prestata all’estero che collabora tra gli altri con l’Homeland Security degli Stati Uniti, insieme a Ronald J. Bee.

Nel loro I numeri del terrore, pubblicato da Il Saggiatore vengono smantellati ad uno ad uno i falsi miti del terrorismo contemporaneo offrendo così al lettore un’analisi nuova e originale. Quello che emerge, per esempio, dati ovviamente alla mano, è che rispetto ai tempi della Guerra Fredda l’incidenza di atti terroristici è in realtà più bassa sia per il numero di attacchi che per il numero di vittime. E se dall’11 settembre in poi è stato effettivamente registrato un aumento di atti terroristici essi si sono verificati per lo più nel mondo musulmano, non in Occidente.

Eppure la percezione dell’uomo comune è quella di vivere in un mondo globale diventato molto più insicuro e pericoloso. La strategia della paura scelta dai governi dei paesi leader dunque è riuscita nel suo obiettivo, spiega la Napoleoni che però va oltre e si chiede anche cosa ci sia dietro. La vera minaccia, spiega con dovizia di particolari, viene in realtà dall’Occidente stesso, cavallo di Troia nel suo stesso ventre. Ed altro non è che la disintegrazione del sistema capitalista a causa delle politiche neoliberiste che hanno portato a guerre in Iraq e in Afghanistan contro presunti ed ipotetici terroristi. Ancora una volta, insomma, è l’economia a tirare le redini del mondo e ad indossare però i più facili panni della paura.

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