
Immaginarli tutti in un unico spalto fa un certo effetto. Come racconta Massimo Raffaelli in una nota al libro Ah! i Mundial, che raccoglie alcuni articoli scritti da Mario Soldati per il Corriere della Sera, a seguire i mondiali di Spagna dell’82 c’è buona parte dei pesi massimi della narrativa nostrana.
Accanto allo scrittore torinese, siedono infatti “altri colleghi non meno incompetenti ed entusiasti, scrittori prestati per così dire al calcio, tifosi impuniti e tanto beati da averne fatta una professione o quantomeno un mestiere: per esempio Giovanni Arpino, inviato de “La Stampa”, l’amico Manlio Cancogni, e Oreste del Buono, navigato nella cui bibliografia c’è addirittura un libro scritto a quattro mani con Gianni Rivera. Tra i vicini di posto, accerchiato dai cronisti più giovani, altrettanto intemperante e pittoresco, pontifica un suo vecchio sodale, Gianni Brera, cui Soldati riconosce la tempra del vero scrittore, non solo il rango di maggiore critico e di inventore del lessico calcistico italiano.
È quest’ultimo il vero principe e cantore del dio Eupalla ed è suo il libretto che la casa editrice Book Time ha da poco ripubblicato in un’edizione curata dal figlio Paolo. Il mestiere del calciatore raccoglie alcune delle pagine più suggestive di “Gioannbrerafucarlo”: una sorta di dizionarietto appassionato sul football e i suoi miti che prende le mosse, manco a dirlo, da un’affettuosa chiosa al titolo fatta dallo stesso autore: “Ora, il calcio, diciamolo subito, è il più bel gioco del mondo. La mirabolante scoperta è tutta mia e me ne sono gloriato (ma sì, mi scuso) quando ancora giovane giornalista ho fornito questo titolo a un vecchio collega, autore di un libro di storia calcistica. Subito altri giornalisti specializzati in tennis, rugby, pallanuoto e persino pallavolo mi hanno obiettato che esageravo. Ho risposto che io giocavo a calcio, padronissimi loro di usare lo stesso titolo per usare lo stesso titolo per i loro giochi preferiti”.
Si inizia col portiere, si finisce col centravanti: nessun ruolo è trascurato dal giornalista pavese, ma le pagine più belle sono quelle dedicate all’estremo difensore: “calciatori non si nasce, si diventa: ma portieri si nasce. E forse per questo sostiene qualcuno che il portiere non sia propriamente un calciatore. In effetti, non si serve dei piedi se non per effettuare la rimessa in gioco dalla palla uscita sul fondo, oppure per disperazione quando non avrebbe altro modo di respingere. A giocare in porta, bisogna sentirsi vocati: questa convinzione mi sono fatto riandando alle mie prime esperienze giovanili. In pota viene sempre lasciato il più piccolo, che non osa ribellarsi alla condanna, oppure il più lungo inidoneo a correre come gli altri. Può perfino succedere che un aspirante giocatore attraversi una sorta di periodo mistico – forse dipendente dalla stanchezza psicofisica – e che cerchi da sé un esilio se non addirittura un’espiazione fra i pali”.
Ecco: provate ora a confrontare queste righe con quelle di buona parte dei cronisti sportivi di oggi. Troverete subito la risposta più esaustiva al seguito che Gianni Brera (scomparso in quel di Cadogno ormai sedici anni fa) continua ad avere tra giovani e meno giovani calciofili nostrani.
- Lunedì 1 Settembre 2008

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Commenti
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Il 25 Giugno 2010 alle 07:57 Quando l’Italia era campione del mondo: i mondiali di calcio raccontati da Gianni Brera - Libri - Panorama.it ha scritto:
[...] negli altri saggi e romanzi del grande giornalista sportivo (Il mestiere del calciatore, Il corpo della ragassa, La ballata del puglie suonato), anche questo è un libro di [...]
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