
Di Roberto Barbolini
Ci tiene subito a sgombrare il campo dall’equivoco sempre in agguato: “Questo secondo libro, come il primo, non è un romanzo sulla malasanità. I vizi, i difetti, gli errori della classe medica che descrivo sono quelli che io stesso mi sento potenzialmente addosso, un rischio che va affrontato tutti i giorni da chi fa il nostro mestiere in prima linea”.
La prima linea dell’anestesista Marco Venturino si trova appena di là dal vetro, a due passi da noi, nell’irreale atmosfera da acquario del reparto di terapia intensiva di cui è responsabile all’Ieo, l’Istituto europeo oncologico di Milano. Un luogo dove ogni giorno medici e infermieri ingaggiano una battaglia estrema a sostegno di vite umane in pericolo, per ripristinare quegli indispensabili fenomeni ritmici, dalla respirazione al battito cardiaco, che cadenzano il nostro quotidiano risvegliarci nel mondo e dietro i quali, ci ricorda il filosofo Hans-Georg Gadamer, si nasconde il mistero incommensurabile della salute. In un reparto di terapia intensiva Venturino aveva ambientato 3 anni fa il suo romanzo d’esordio, Cosa sognano i pesci rossi, storia agra e struggente di un uomo che una diagnosi senza speranza e un intervento chirurgico inopportuno hanno trasformato in un povero corpo tracheotomizzato e intubato. Con il protagonista di Si è fatto tutto il possibile (Mondadori), Venturino ci porta invece dall’altra parte della barricata: l’anestesista Mario Valenti è un medico brillante e un esponente del potere accademico-ospedaliero. Ma un giorno, in sala operatoria, scambia una fiala di adrenalina per atropina, causando la morte di un paziente.
Perché questo errore, che il medico non ha il coraggio di ammettere, si trasforma nella catastrofe della sua vita?
L’errore è una scusa, un appiglio narrativo: a entrare in crisi sono i valori di carriera, denaro e potere, su cui Valenti ha fondato la vita. Provando rimorso per l’errore, Valenti compie a suo modo una catarsi. Ma una catarsi senza speranza, senza nessuna possibilità di redenzione.
C’è nel libro una specie di leitmotiv: il fantasma del paziente ucciso si trasforma in una allucinazione ricorrente che ricorda a Valenti il suo sbaglio imperdonabile.
Ma il leitmotiv profondo del romanzo, più che l’errore è la distrazione. Non solo in sala operatoria, anche sul piano umano. Trascurando la quotidianità degli affetti familiari per inseguire il successo e la carriera, Valenti si è progressivamente distratto dalla sua vita vera, fino a ritrovarsi solo e senza amici davanti al proprio dramma. Allora, spinto dalla paura e dal rimorso, si renderà conto di tutto quello che ha perso.
Perché ha deciso di raccontare un personaggio negativo in prima persona?
È una scelta che mi è venuta naturale. Al di là delle esagerazioni romanzesche, il libro è anche una critica verso le proprie manchevolezze. Il non sentirsi idonei, il senso di inadeguatezza davanti alla vita dolente è una sensazione che credo tutti provino. Quindi l’autocritica è sempre presente, in un continuo rivolgersi verso se stessi. In questo senso il libro non poteva essere che in prima persona.
Una forma di esorcismo?
Di più: la scrittura rimane per me un’attività catartica, un altrove dove mi posso rifugiare. In definitiva, un’autentica terapia. E nel nostro mestiere (sorride) di terapia c’è sempre un gran bisogno.
“Il medico” scrive a un certo punto “impara più dalla morte dei propri pazienti che da montagne di libri”. Dobbiamo preoccuparci?
Credo che per qualunque processo di cura non si possa evitare di fare i conti con la morte, mentre la nostra società s’affanna invece a esorcizzarla. La morte fa, semplicemente, parte della vita. Non prendere in considerazione questo dato di fatto può portare al cosiddetto accanimento terapeutico, che spesso è proprio un errore di valutazione, un’incapacità di trovare equilibrio nel rapporto con la morte, ineluttabile punto d’arrivo. Come faccio, da medico, a trattare la morte d’un altro se non sono prima venuto a patti con la mia?
È un tema che al protagonista del romanzo si presenta in forma drammatica. Ma anche molto plausibile. Davvero si tratta solo di fiction e ogni riferimento a persone o vicende reali è puramente casuale?
Descrivo stereotipi, tipi umani, situazioni. Importante, in un’opera letteraria, è la verosimiglianza, non la verità di fatto. In ogni caso, l’ambiente medico è il set che conosco meglio: farà da sfondo anche al mio prossimo romanzo, incentrato sul dilemma di una difficile scelta esistenziale da parte di due malati di tumore.
Al profano, dopo la lettura, resta comunque un dubbio: possiamo davvero fidarci dei medici?
Banalmente, non se ne può fare a meno. È impensabile non riporre la più totale fiducia in uno che ti deve aprire e ricucire. Di questo noi medici non sempre teniamo il conto dovuto: un po’ per autodifesa, per non farci schiacciare dal senso di responsabilità, un po’ anche perché lo consideriamo, superficialmente, un dato di fatto. Il nostro alibi, anche davanti agli esiti più negativi, è racchiuso ironicamente nel titolo del libro: Si è fatto tutto il possibile. Ma siamo davvero sicuri che sia così?
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- Venerdì 19 Settembre 2008

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