Archivio di Settembre, 2008
Una linea lunga di misfatti e di misteri italiani, dagli eccidi dei Borbone ai Fasci siciliani, dal primo dopoguerra a Portella della Ginestra, da Ciaculli a Viale Lazio, da Falcone e Borsellino fino alla bomba di via dei Georgofili a Firenze. Questo il percorso nel tempo della Mafia rivissuto da Giuseppe Carlo Marino, docente di Storia contemporanea all’Università di Palermo, nel suo volume La Sicilia delle stragi, Newton Compton Editori. Perché la geografia mai come in questo caso è diventato campo di battaglia della storia. La Sicilia, dunque viene rivissuta, nel suo concetto più profondo, quello di isola lontana dalla terraferma, il Continente appunto come ancora molti siciliani definiscono il resto del paese. E in questa isola nel corso degli anni la Mafia si è radicata fino a scuoterne le radici più profonde, assumendo, a seconda delle generazioni, fisionomie completamente diverse. Dall’eccidio di Portella della Ginestra nel 1947 dove si mescolarono banditismo e sindacalismo con personaggi dai risvolti avventurosi come Salvatore Giuliano fino ad arrivare allo stragismo che fece tra le vittime più illustri i magistrati Falcone e Borsellino. Quello che rende La Sicilia delle stragi un contributo interessante alla pur già abbondante letteratura dedicata all’argomento è il fatto di essere un volume polifonico. Giuseppe Carlo Marino ha raccolto testi di studiosi e scrittori, giornalisti, magistrati, testimoni autorevoli e bene informati. Quello che ne viene fuori è un mosaico narrativo in cui i veri eroi sono le vittime della Mafia, i singoli come la popolazione in difesa dei quali ancora tanto resta da fare.

Particolare della copertina de La veglia di Anne Enright
La scombussolata e disastrata famiglia Hegarty è la protagonista del libro rivelazione La veglia (The Gathering) dell’irlandese Anne Enright, romanzo che ha vinto da outsider il prestigioso Man Booker Prize 2007, edito in questi giorni in Italia da Bompiani.
Venuti al mondo velocemente e senza tante moine, i componenti della famiglia Hegarty sono tutti un po’ strani e disperati, dall’instabile Bea, a Ernest, prete spretato, all’alcolizzata Ita. Il padre è stato manesco e senza premura di contraccettivi, e la loro “mammina”, con dodici figli e sette aborti, è una persona “così assente che potrebbe persino non vedere se stessa”. Di inconsistenza e paura di svanire soffre talvolta anche Veronica, tra i tanti fratelli quella con la vita più regolare. È lei che, di fronte al suicidio del fratello più caro, Liam, anche lui alcolizzato, ripercorre i ricordi della famiglia e dell’infanzia, cercando di risalire all’origine del cancro interiore che ha portato Liam ad immergersi nelle acque di Brighton, con le tasche piene di pietre. Tra ricordi che spesso però si confondono con l’immaginazione, frammentari. Neanche a Veronica sono chiari i confini tra verità e non, come sono confusi i contorni dell’abuso sessuale che, però, ricorda.
Insieme alla triste storia della famiglia Hegarty, intanto sono protagonisti l’amore, la morte, il desiderio, raccontati dalla Enright con uno stile originale e tutt’altro che lineare. Le memorie vengono prese in mano e poi ricadono su se stesse, in un crescendo cupo spezzato o accompagnato dall’ironia.
Panorama.it incontra Anne Enright, quarantaquattrenne di Dublino che, prima de La Veglia, tradotto in 25 lingue, aveva pubblicato una raccolta di racconti e tre romanzi.
Signora Enright, in passato ha definito il suo libro “the intellectual equivalent of a Hollywood weepy”, il corrispondente letterario di un film strappalacrime, dicendo che chi cerca qualcosa di leggero non dovrebbe leggerlo. Quindi La veglia non è un libro per tutti?
Quella è stata una risposta a una domanda su perché avessi scritto un libro così cupo, quindi ero sulla difensiva. Invece l’interrogativo da porsi è come mai libri cupi abbiamo così successo? Il pubblico ne ha bisogno.
Com’è nata La veglia?
È difficile da dire da dove sia arrivata, avevo scritto dei frammenti per settimane… La prima immagine che ho avuto è stata quella di Nugent, che sedeva con le mani sulle gambe. Ma questo era un personaggio troppo grande per essere inserito in un racconto, avevo bisogno di una spazio maggiore.
Veronica dice “scopro che far parte di una famiglia è il modo più straziante possibile di essere vivi”. I vincoli famigliari sono così dolorosi e importanti?
È amare qualcuno che comporta dolore e sofferenza. Di chiunque si tratti, fratelli o no. Ti rende vulnerabile. E in più non puoi fuggire da una famiglia, è il nostro destino biologico. La cosa strana è che la famiglia non la si sceglie, ma la si ama.
Veronica è sposata con due figlie, come lei, e ha un’età simile alla sua. Assomiglia un po’ a lei? Ha tratto qualcosa dalle sue esperienze personali per disegnare questa famiglia epica?
Ogni artista guarda alla sua vita, ed è importante rimanere vicini, anzi, veritieri, alla vita che viviamo. In Veronica però non c’è molto di me, nonostante gli altri ci vedano molto. Diciamo che Veronica, comunque, mi ha perseguitato: c’è voluto molto tempo per riuscire a lasciarmela alle spalle. Inoltre sono stata molto contenta di inserire il tema dei figli, esperienza per me molto bella.
Il New York Times ha scritto che nel suo libro non c’è consolazione, il Guardian invece l’ha trovato divertente. Secondo me è intriso di una tristezza ironica. Lei come lo definisce?
Le persone trovano consolazione nei libri che iniziano per “C’era una volta” e hanno una conclusione classica. Ma questa è una soddisfazione infantile. Io non inizio con “C’era una volta”. Il lettore deve diventare passivo, deve lasciarsi portare… Comunque, sì, credo che La veglia sia di un’ironia triste. E possiamo dire che non c’è una facile consolazione, come nella vita.
La costruzione del romanzo non è lineare. Segue un flusso interiore o è qualcosa di studiato a priori?
È costruito, fatto con proposito, perché essendo un flusso di pensieri deve essere strutturato così. Ed è d’altronde vero che la vita non è lineare, come non lo è la mia vita.
Il libro è anche un’esplorazione complicata del desiderio sessuale, spesso nelle sue pagine mosso dall’odio.
Quello che interessa a Veronica è analizzare il desiderio sessuale maschile e il rapporto che ha con l’odio. È interessata ai danni che gli uomini fanno, chiamando il desiderio amore. Ciò che in fondo ha dovuto subire Liam.
Ora a che sta lavorando?
A una raccolta di racconti, una per il Regno Unito, una per gli Stati Uniti. Per il 2009 è in programma una raccolta di racconti irlandesi. E da dicembre inizierò a lavorare al prossimo romanzo: devo assolutamente scrivere! Spegnerò internet e mi chiuderò in casa.

Copertina de La veglia di Anne Enright
Da Roland Barthes alla Smart. Il viaggio antropologico di Jérôme Garcin, giornalista e condirettore de “Le Nouvel Observateur”, in Nuovi Miti, uscito in Italia con Isbn Edizioni comincia esattamente laddove finiva la celebre opera del filosofo francese, pubblicata per la prima volta nel 1957. Più di 50 anni dopo, molto - se non tutto - è cambiato. Al posto della Citroen c’è infatti adesso la Smart, al posto di Greta Garbo c’è Kate Moss e così via, in una foresta di simboli e feticci sempre più complicata e sovrabbondante. Per non perdersi allora l’unica arma, sembra dire Garcin, è quella del sapere. Di qui l’idea di affidare l’analisi dei singoli segni che meglio rappresentano il vivere contemporaneo ad alcuni dei più importanti intellettuali francesi, da Paul Virilio a Marc Augé passando per Jacques Attali. Passano allora sotto la lente d’ingrandimento fatti, cose e fenomeni che circondano la vita di tutti. Dagli sms, allo speed dating passando per il botox e perfino il commercio equo e solidale.
E diventa icona dell’estetica contemporanea anche l’11 settembre, decifrato e spiegato da Claude Lanzmann, scrittore e scenggiatore, che lo associa all’evento assoluto dell’assenza. Il vuoto lasciato dalle vittime ma anche quello lasciato dalle torri e dai milioni di americani che dopo quel giorno hanno ridotto drasticamente la loro presenza nei bar e nei ristoranti per rispetto dei morti ma anche per paura dell’ignoto. Comprendere i simboli del nostro tempo, dunque, oggi come 50 anni fa con Barthes è ancora decisivo se non per prevenire almeno per curare i mali del nostro tempo e proteggere la nostra illusione di felicità quotidiana.
Bono Vox secondo Bono Vox. Si potrebbe riassumere con questa frase il libro pubblicato dalla Aliberti editore, Parola di Bono Vox, a cura di Irvine Mc Kenzie. Oltre mille citazioni racchiuse in oltre cento pagine dedicate al leader degli U2. I pensieri quelli di Bono abbracciano la sua vita sia pubblica sia privata. Racconta del rapporto con suo padre, Bob Hewson, e della sua morte. Parla della sua band e del rapporto con la musica che “va oltre” la stessa sfociando in un rapporto con gli altri componenti del gruppo (The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen), di vera e solidale amicizia (”Una donna ha bisogno di un uomo. Io ho bisogno di The Edge”). Bono entra anche nell’intimo, raccontando stralci della sua vita con Alison detta Ali e con i suoi quattro figli (”È grazie a mia moglie Ali che posso pensare che la famiglia sia un organismo forte. Lei è straordinaria”). Ma Bono non è soltanto marito e padre affettuoso e leader che con gli U2 in 32 anni di musica ha venduto oltre 170 milioni di dischi. È anche un uomo il cui impegno nel sociale fa notizia. Si batte da sempre per la cancellazione del debito pubblico dei Paesi poveri, ha cantato per il Live8 e il Band Aid. La fede e l’altruismo lo portano all’incontro con Papa Giovanni Paolo II al quale regala i suoi preziosissimi occhiali (Il Papa mi ha donato un rosario. In cambio io gli ho dato i miei occhiali sa sole) e con Nelson Mandela, un incontro nel quale gli ideali di giustizia si fondono nella lotta alla povertà.

Cesare Pavese riceve il Premio Strega
“Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri”, scriveva nel diario Il mestiere di vivere. La sua risposta fu la letteratura.
Il 9 settembre ricorre il centenario della nascita di Cesare Pavese, il grande scrittore piemontese che pose fine alla sua vita a 41 anni, e la sua letteratura intrisa di riflessioni sulla solitudine, come sulla famiglia, sull’amore, sul sesso, sull’amicizia, sulla morte, è ancora di forte attualità. Come pure riecheggiano ancora vivamente i paesaggi che la accompagnano, le colline della sua infanzia, attorno al paese di Santo Stefano Belbo, sulle Langhe, dove è nato, ma anche il palpitare di Torino, città dove è cresciuto, dove si è laureato in letteratura, dove è stato arrestato per la sua complicità con i comunisti, dove ha lavorato per molti anni nella nascente casa editrice Einaudi, accanto a Leone e Natalia Ginzburg e Italo Calvino. Con i portici del centro storico, i quartieri della classe operaia, bar e ristoranti, il Po e ancora le colline vicino alla città.
Passando dalla poesia alla prosa, appassionato di letteratura anglo-sassone tanto da essere anche noto traduttore, dalla raccolta di versi Lavorare stanca (1936) al romanzo Paesi tuoi (1941) o La casa in collina (1949). Tra delusioni amorose e letterarie, ma anche fino al consacrato successo che assegnò il Premio Strega al capolavoro finale La luna e i falò, nel 1950.
A cento anni dalla sua nascita non potevano non rincorrersi le iniziative per ricordare Pavese. Soprattutto in Piemonte, dove la Fondazione Cesare Pavese, fino al 31 dicembre onora il “Centenario pavesiano” con un programma (qui in pdf) di eventi artistici che include “PPP Passeggiando per Pavese”, con l’installazione “L’uomo libro” realizzata proprio davanti alla Fondazione con centinaia di libri di Pavese, prestati dai lettori sparsi per il mondo. E il Grinzane dedica allo scrittore il suo post Festival.
A Milano, nel corso della rassegna “Estate nei chiostri”, per il ciclo “Caro docente“, all’Umanitaria Franco Mereghetti approfondisce l’opera a partire dal libro Lavorare stanca. Anche Poste Italiane lo celebra con l’emissione di uno speciale francobollo, che fa il suo esordio negli uffici postali il 9 settembre, del valore di 0,65 euro, stampato in 3 milioni e 500 mila esemplari. Disegnato da Rita Morena, riproduce un ritratto dello scrittore e, sullo sfondo, alcuni versi del manoscritto originale della poesia Hai un sangue, un respiro, una fra le più amate fra quelle pubblicate postume nella raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Gli ultimi versi di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi sono dedicati all’attrice americana Constance Dowling, sua delusione amorosa, che andò ad aggiungersi al disagio esistenziale che neppure il Premio Strega vinto da poco aveva risollevato. In una camera dell’albergo Roma, a Torino, occupata il giorno prima, il 27 agosto 1950 Pavese si suicidò ingerendo sedici bustine di sonnifero. Sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò che si trovava sul tavolino aveva scritto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.

Da sinistra Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Augusto Frassinelli negli anni ‘40 sulle colline delle Langhe
Riparte il campionato, le Olimpiadi sono già un ricordo in via di sbiadimento. Gli atleti che soffrono, piangono, ridono, le immagini pechinesi di epici eroi in lotta contro i limiti, contro la fatica; sani, puliti e lontani dalla miseria umana dello showbusiness. Eppure sul comodino c’era qualcosa che stonava, che disturbava la diretta televisiva, che smorzava l’ardore della fiamma olimpica. I volti degli atleti acquistavano all’improvviso un’altra espressione. Infelice e artificiale. Sul comodino c’era Acido Lattico (Alberto Gaffi, 158 pagine, 11 euro) di Saverio Fattori.
Una narrazione algida, impietosa che sonda, attraverso lo sguardo del protagonista Claudio Seregni, il lato oscuro dello sport e in particolare dell’atletica leggera. I toni sono quelli del noir psicologico e la tensione è quella del thriller: il risultato è una lama nei tendini, una rasoiata nei tessuti e nel corpo di un Italia senza riscatto morale, incapace di qualsiasi impegno etico, nemmeno in quello che veniva considerato il più pulito, il più sano, il più umile e contemporaneamente nobile degli sport. Lo sguardo cinico, asociale e freddo di Seregni non dà scampo e non risparmia nessuno, nemmeno i dilettanti alle prese con la maratona di New York o i superatleti alle prese con l’Ironman. Panorama.it ha incontrato l’autore, che con Acido Lattico è alla sua terza prova, in copyleft.
Claudio Seregni corre, ma anche Saverio Fattori corre… Come nasce Acido Lattico?
Era inevitabile. Ho due passioni che non mi danno da mangiare ma che definire “Hobby” non farebbe giustizia. Mi occupo di letteratura e pratico atletica e podismo (e scrive , tra l’altro, sul mensile “Correre” n.d.r.). Non a livelli altissimi, sono un middle class in tutte e due queste attività. Sono due “cose” molto pesanti che non danno tregua e lasciano tossine. Per correre a livelli decenti devi farlo praticamente tutti i giorni, in agosto non ti conviene stare fermo un mese, tornare in forma sarebbe troppo complicato. E non c’è un giorno della mia vita che non faccia qualcosa di attinente alla letteratura. Da qualche parte dovevano fondersi, il mio cervello deve averci girato attorno qualche anno prima di posarsi sull’embrione di Acido Lattico, ma poi il gorgo mi ha risucchiato. Non è stato un flusso inarrestabile, un Fuoco Sacro, ma la storia ha preso una forma propria quasi indipendente dalla mia volontà. Oppure era già tutta dentro di me e non ne avevo piena coscienza. “Acido” nasce dall’amore-odio per l’atletica e dall’amore-odio per la letteratura. Io corro a livelli più bassi rispetto a Claudio Seregni, mi sono scelto un alter ego molto più forte. È molto più stronzo, all’inizio della storia è un individuo agghiacciante. Potrebbe essere tra i potenziali olimpici di Pechino. Potrebbe, non è così chiaro. Ho gareggiato da bambino e dai venticinque anni in poi, quindi non sono mai stato una promessa come lui, ho immaginato proprio la parte di carriera che nella realtà mi manca.
In pochi si sono cimentati nella “narrativa sportiva”….
Male, i potenziali lettori di un romanzo che si occupa di queste tematiche sono davvero tanti. I giovani non praticano l’atletica, la crisi di vocazioni è tragica, ma i podisti over-35 che affollano le maratone domenicali sono un numero sterminato, in genere sono persone di cultura media che leggerebbero con interesse un romanzo con le tematiche di Acido. Sto avendo buoni riscontri anche durante le presentazioni. Ovviamente avendo pubblicato per un piccolo editore non troveranno pile di Acido Lattico in libreria, dovranno ordinarlo, dovranno sbattersi e fra qualche mese potranno scaricarlo da internet. In precedenza in Italia solo Mauro Covacich per Einaudi aveva scritto un libro di questo genere, A perdifiato, un romanzo ottimo, molto convincente. Il tema del doping è comunque molto morboso, la trasformazione del corpo, l’illusione della sospensione della performance e conseguente rimozione della vecchiaia e della morte. Nervi scoperti nella nostra società. Poi la maratona di New York ha una valenza di feticcio, secondo me a poco a che fare con l’Atletica Leggera. Molto con le Agenzie Turistiche.
Come si è documentato?
Su internet trovi di tutto, poi avevo un collega culturista che mi parlava del GH, come dell’Elisir della giovinezza. Nel 1989 uscì un testo illuminate di Alessandro Donati e Antonello Sette, Campioni senza valore, con la scusa del caso Ben Johnson parlò molto di certe pratiche in Italia. Acido Lattico accenna al doping di Stato praticato in Italia negli anni Ottanta e ben descritto nel libro sopraccitato, ma senza l’intenzione di farne un report giornalistico o una Crociata Etica. Il mio non è un diario del doping. È fiction pura nella trama in una ragnatela di fatti veri o molto verosimili. Ci sono già stati processi su certi fatti e certi personaggi e buonanotte. Nulla da aggiungere. La pratica dell’autoemotrasfusione mi è sembrata molto “letteraria”, tutto qui. Penso di poter essere alla giusta distanza per cercare una descrizione credibile dei fatti. Né colluso, né inconsapevole. È un testo con una sua complessità, non giustifica il doping, né si fa illusioni. Non possiamo pretendere che lo sport professionistico sia il nostro giardino incontaminato. Vogliamo l’epica dei ciclisti che divorano passi dolomitici, vogliamo eroi sempre più invincibili. Poi ci strozziamo di indignazione e maccheroni davanti ai titoli dei telegiornali massimalisti. In realtà ho pena dei ciclisti dopati, non riesco ad odiarli. A ma basta leggere certi programmi di allenamento per capire che sarebbe molto difficile recuperare certi lavori senza l’aiuto farmacologico.
Perché copyleft?
Perché quando una persona mi dice che ha letto il miei libri precedenti (Alienazioni Padane e Chi ha ucciso i Talk Talk?) dopo averli scaricati, sono sinceramente felice. Non di meno che se li avesse comprati in libreria. Per me la felicità e uguale. E poi io alla rete devo tutto.
Carlo Lucarelli
La città dei Gonzaga celebra la letteratura internazionale, quella nota e quella meno nota fino al 7 settembre. Il folto elenco degli ospiti (qui in pdf) del Festivaletteratura di Mantova n. 12 rischia di accontentare tutti. Gli amanti del fantasy possono essere soddisfatti con Licia Troisi, autrice de Le cronache del mondo emerso, e Shimon Adaf, ritenuto l’iniziatore del fantasy in lingua ebraica. Chi cerca nomi nuovi ha a disposizione gli spagnoli Bernardo Axtaga e Julio Llamazares, il romeno Mircea Cartarescu, l’islandese Guðrún Eva Mínervudóttir… E per un po’ di giallo dal sapore glaciale ci sono gli scandinavi Maj Sjöwall, autrice con il marito Per Wahloo della serie di polizieschi con protagonista il commissario Martin Beck, Jo Nesbø, Håkan Nesser e il maestro del giallo svedese Leif GW Persson.
Il programma è ricco, e non poteva non includere anche un omaggio a Cesare Pavese, nell’anno del centenario della nascita. Per celebrare lo scrittore torinese si susseguiranno un reading collettivo dei poeti ospiti, una lezione che Eraldo Affinati dedicherà a La casa in collina e lo spettacolo Non fate troppi pettegolezzi portato in scena da Fabrizio Gifuni e Cesare Picco.
Per la prima volta presenti al Festival Jonathan Safran Foer, Nicole Krauss, William
Langewiesche, Eugenio Scalfari, Paolo Villaggio e Sebastian Faulks, nuovo autore delle storie di James Bond. E anche l’inventore del legal thriller, Scott Turow.
Festivaletteratura si apre anche al Medio Oriente, con al centro il Libano, con autrici come Najwa Barakat, Joumana Haddad, Nisrine Ojeil, Rania Zghir. E anche Yael Lerer, coraggiosa editrice di una collana di testi arabi in Israele.
Naturalmente saranno a Mantova anche nomi più immediatamente riconoscibili: Hans Magnus Enzensberger, Gianrico Carofiglio, Daniel Pennac, Michele Serra, Corrado Augias, Carlo Lucarelli, Eric-Emmanuel Schmitt, Jeanette Winterson, Alberto Arbasino, Piergiorgio Odifreddi.
Qui il programma completo del Festival (in pdf).
Allegri e disperati, diventare grandi nell’Italia di oggi, Barbera Editore non è un romanzo né un saggio e alla fine finisce con l’essere sia l’uno che l’altro. Perché in forma di piccoli racconti regala una interessantissima fotografia dell’Italia di oggi scattata da chi, pur giovanissimo, ha fatto della scrittura il suo mezzo di espressione privilegiato. Ivano Bariani, Matteo De Simone, Peppe Fiore, Giorgio Fontana, Simone Marcuzzi, Marco Missiroli, Michele Vaccari coordinati da Gabriele Dadati con le parole raccontano, dunque, quello che una generazione intera non riesce a dire. Età media, la loro, 27 anni, un belvedere interessante da cui però il panorama non corrisponde alle aspettative. E non è solo un problema di precariato lavorativo e di tutte le incertezze che esso porta con sé. No, in ballo stavolta c’è la fragilità di un’epoca storica e di una generazione che con il tempo deve fare i conti. Piccoli uomini che non hanno conosciuto guerre e che per questo fanno fatica a dare speranza alle incertezze. Una guerra, infatti, prima o poi finisce e sicuramente quello che verrà dopo sarà meglio di quello che c’era durante. Ma quando invece si aspetta senza sapere bene cosa accadrà la sensazione è di finire tutti come il barbone Valdimiro di Aspettando Godot di Beckett. Senza nemici, senza appuntamenti con la storia e alla fine senza parole, i giovanissimi talenti letterari di oggi si ritrovano a riflettere su se stessi con un linguaggio asciutto ed essenziale e con uno strano presagio di occasione mancata. “Chi vuoi essere? Quale sarà il tuo destino?” scrive uno di loro, Giorgio Fontana “Avrebbe potuto vivere ovunque, e aveva vissuto ovunque. Facendo qualunque cosa. Ma non sarebbe mai stato felice, perché la sua felicità giaceva altrove, in un inizio lontano”. Peccato solo che nel volume manchino voci femminili. L’Italia di oggi in fondo è un enigma anche per loro.
In un libro tutti i segreti del candidato repubblicano alla Casa Bianca. Il volume s’intitola John McCain, tutte le guerre di Maverik (Utet, (pp 277, euro 11). Gli autori, Federico Leoni, Moreno Marinozzi e Daniele Moretti sono tre giornalisti di SkyTg24, tutti e tre impegnati, da molti mesi, nel progetto ‘America 2008′ che ha fatto della tv diretta da Emilio Carelli un punto di riferimento dell’informazione televisiva italiana sulle elezioni statunitensi.
Il volume narra in nove capitoli, che fin dalla titolazione rivelano l’indulgenza degli autori verso parole ed espressioni americane, il percorso personale e politico del senatore bianco dell’Arizona che potrebbe diventare il 44.o presidente degli Stati Uniti: il primo ad arrivare alla Casa Bianca dopo avere combattuto in Vietnam ed essere stato fatto prigioniero di guerra.
Utilissime le appendici e le rubriche di servizio a fondo libro: le posizioni di McCain tema per tema, le citazioni, il glossario. Strumenti preziosi per seguire e capire di qui al voto le dinamiche e le procedure elettorali statunitensi.
McCain ‘il vecchio’ - ha 72 anni e sarebbe il presidente Usa più anziano eletto al primo mandato-, ha vissuto -sostengono gli autori- “un lungo rosario di disastri e salvataggi, disgrazie e rinascite”.
Questi alcuni grani del ‘lungo rosario’: pilota della marina in Vietnam, fu abbattuto e catturato; la sua prigionia e un incidente stradale della moglie mandarono in frantumi il primo matrimonio; ma la seconda moglie Cindy gli è al fianco dal 1980 e l’ha pure reso ricco; la carriera politica corse senza batoste, ma senza entusiasmi, fino alla campagna per la nomination del 2000, quando George W. Bush riuscì a batterlo coi soldi di famiglia e la macchina del partito; un tumore maligno lo aggredì nei primi anni del XXI Secolo, ma lui lo sconfisse.
Per par condicio politica e commerciale, la Utet ripropone, in edizione aggiornata, Barack Obama, la rockstar della politica americana (pp. 198, 11 euro), di Guido Moltedo e Marilisa Palombo, un agile libretto che un po’ racconta e un po’ spiega il ‘fenomeno’ Obama, figlio “della nuova America multicolore”.

Immaginarli tutti in un unico spalto fa un certo effetto. Come racconta Massimo Raffaelli in una nota al libro Ah! i Mundial, che raccoglie alcuni articoli scritti da Mario Soldati per il Corriere della Sera, a seguire i mondiali di Spagna dell’82 c’è buona parte dei pesi massimi della narrativa nostrana.
Accanto allo scrittore torinese, siedono infatti “altri colleghi non meno incompetenti ed entusiasti, scrittori prestati per così dire al calcio, tifosi impuniti e tanto beati da averne fatta una professione o quantomeno un mestiere: per esempio Giovanni Arpino, inviato de “La Stampa”, l’amico Manlio Cancogni, e Oreste del Buono, navigato nella cui bibliografia c’è addirittura un libro scritto a quattro mani con Gianni Rivera. Tra i vicini di posto, accerchiato dai cronisti più giovani, altrettanto intemperante e pittoresco, pontifica un suo vecchio sodale, Gianni Brera, cui Soldati riconosce la tempra del vero scrittore, non solo il rango di maggiore critico e di inventore del lessico calcistico italiano.
È quest’ultimo il vero principe e cantore del dio Eupalla ed è suo il libretto che la casa editrice Book Time ha da poco ripubblicato in un’edizione curata dal figlio Paolo. Il mestiere del calciatore raccoglie alcune delle pagine più suggestive di “Gioannbrerafucarlo”: una sorta di dizionarietto appassionato sul football e i suoi miti che prende le mosse, manco a dirlo, da un’affettuosa chiosa al titolo fatta dallo stesso autore: “Ora, il calcio, diciamolo subito, è il più bel gioco del mondo. La mirabolante scoperta è tutta mia e me ne sono gloriato (ma sì, mi scuso) quando ancora giovane giornalista ho fornito questo titolo a un vecchio collega, autore di un libro di storia calcistica. Subito altri giornalisti specializzati in tennis, rugby, pallanuoto e persino pallavolo mi hanno obiettato che esageravo. Ho risposto che io giocavo a calcio, padronissimi loro di usare lo stesso titolo per usare lo stesso titolo per i loro giochi preferiti”.
Si inizia col portiere, si finisce col centravanti: nessun ruolo è trascurato dal giornalista pavese, ma le pagine più belle sono quelle dedicate all’estremo difensore: “calciatori non si nasce, si diventa: ma portieri si nasce. E forse per questo sostiene qualcuno che il portiere non sia propriamente un calciatore. In effetti, non si serve dei piedi se non per effettuare la rimessa in gioco dalla palla uscita sul fondo, oppure per disperazione quando non avrebbe altro modo di respingere. A giocare in porta, bisogna sentirsi vocati: questa convinzione mi sono fatto riandando alle mie prime esperienze giovanili. In pota viene sempre lasciato il più piccolo, che non osa ribellarsi alla condanna, oppure il più lungo inidoneo a correre come gli altri. Può perfino succedere che un aspirante giocatore attraversi una sorta di periodo mistico – forse dipendente dalla stanchezza psicofisica – e che cerchi da sé un esilio se non addirittura un’espiazione fra i pali”.
Ecco: provate ora a confrontare queste righe con quelle di buona parte dei cronisti sportivi di oggi. Troverete subito la risposta più esaustiva al seguito che Gianni Brera (scomparso in quel di Cadogno ormai sedici anni fa) continua ad avere tra giovani e meno giovani calciofili nostrani.
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