Archivio di Ottobre, 2008

Il romanzo di Ligabue diventa un fumetto

LA GALLERY

Di Roberto Barbolini
“Sono nato a 79 anni. Meglio non poteva andare”. Di questo, Sogno DiFo è perfettamente convinto. Perché mai dovrebbe dubitarne? A ogni stagione che passa continua a ringiovanire, sentendosi sempre più sano, attivo e sessualmente vigoroso. Come in un nastro registrato quando si preme il pulsante del “rewind”, la vita umana si dipana alla rovescia, nella società umana ipertecnologizzata del secolo XXII. Lo prevede il Piano Vidor, che regge e governa il pianeta. E si sa che il Piano Vidor non sbaglia mai. Eppure…
Sogno DiFo, per chi non lo sapesse, è il protagonista di La neve se ne frega, il primo e finora unico romanzo scritto da Luciano Ligabue: una specie di utopia negativa che fa pensare più al Grande Fratello di George Orwell che non al suo omonimo televisivo. Pubblicato 4 anni fa da Feltrinelli, il libro ha venduto in Italia oltre 150mila copie. E adesso, è diventato un “graphic novel” edito da Panini Comics. Il volume, destinato alle librerie (ma era stato preceduto da una versione in tre puntate per le edicole), viene presentato ufficialmente il 31 ottobre a Lucca Comics dal Liga in persona, assieme allo sceneggiatore Matteo Casali e al disegnatore Giuseppe Camuncoli. Ovvero: i cavalieri che fecero l’impresa di trasporre nel linguaggio ellittico e concentrato del fumetto la vicenda di Sogno DiFo e della sua compagna Natura ViPa, inconsapevoli ribelli per amore a quello che a prima vista potrebbe apparire il migliore dei mondi possibili.
“Un po’ di tempo fa mi hanno contattato due ragazzi delle mie parti” racconta Ligabue “chiedendomi di scrivere una storia perché, poi, ne potessero realizzare un fumetto. Mi avevano portato un po’ del loro materiale. Il loro stile mi piaceva decisamente. Io, poi, sono un appassionato di fumetti, li leggo sempre. L’idea mi attizzava anche se mi coglieva un po’ alle spalle. A un certo punto, però, mi è venuto in mente che una riduzione di La neve se ne frega sarebbe stata possibile e gliel’ho proposta. Loro non conoscevano il romanzo, si sono riservati di leggerlo per poi sapermi dire. Mi hanno ricontattato con un entusiasmo tale che il tutto è partito con grande naturalezza”.
Ed eccola qui, nelle tavole lenticolari di Camuncoli e nell’essenziale sceneggiatura di Casali, la società futuribile immaginata dal Liga. Fame e malattie sono state eliminate. La tecnologia e la scienza vedono e provvedono a tutti i problemi degli esseri umani: dalla giusta quantità e qualità del cibo alla scelta del compagno o della compagna per la vita; dai programmi scaricabili sull’olovisore, stando comodamente seduti sull’ergodivano, ai tradimenti programmati secondo tempi stabiliti, con partner scelti al computer, per mantenere l’equilibrio della coppia. Manca solo una cosa: la libertà dal controllo, dalla censura incessante d’un potere anonimo e imperscrutabile che decide per te.
Ricordate Farenheit 451 di Ray Bradbury? Lì la censura cadeva sui libri, testimoni della cultura del passato. Nella storia immaginata da Ligabue è la natura stessa ad essere censurata, proprio in quanto ha di più naturale: la generazione e il parto. Finché i due protagonisti, nostalgici d’un passato che neppure conoscono, cercheranno di ribellarsi a un futuro che ci parla già di noi, mettendoci davanti a quello che rischiamo di diventare. Anime di plexiglass che non siamo altro.

LA GALLERY

Senza parole, mosaico di storie individuali e collettive firmato Zhang Jie

la città più grande del mondo

È il libro più premiato della storia cinese: c’è chi lo ha paragonato ai testi della cultura sapienziale d’Oriente, c’è chi lo ha accostato al Dottor Zivago di Boris Pasternak o a un classico della cultura sudamericana come Cent’anni di solitudine.
La sua autrice, Zhang Jie, più volte candidata al Nobel per la letteratura, non ha alcuna intenzione di sottovalutarne l’importanza anche perché le è costato “oltre dodici anni di tormenti e sacrifici”. Senza parole, in Italia, appena edito dalla casa editrice Salani, è un lungo racconto epico della Cina del ventesimo secolo, una storia in soggettiva presentata così dalla diretta interessata: “Non ci sono abbastanza parole per raccontare l’epopea tragica della Cina del ventesimo secolo. Ma poiché sono un’artista dotata di una forte coscienza sociale, mi sono sentita in obbligo di provarci”.
Eros e potere sembrano essere due cardini attorno ai quali ruota questo romanzo. Come mai sono così importanti?
Il potere è una passione che accomuna tutti gli uomini del mondo. I maschi, in particolare, credono che esso sia la prova del loro successo e della loro personalità. E qui dico maschi perché vi è un abissale differenza con le donne, molto più concetrate sull’aspetto spirituale e sentimentale della propria vita.
A proposito: nel romanzo lei scrive che “non è necessariamente vero che l’universo femminile di inizio secolo sia più limitato di quello di oggi”. In che senso?
È un fatto indubitabile che nelle società contemporanee ci siano donne più emancipate a livello sociale. E qui basti dire che è a loro permesso di accedere a tutte le libere professioni, un tempo in parte escluse, almeno in Cina. Sembra dunque che vi sia stata una rivoluzione radicale tra i due generi, ma in realtà non è così. Nella loro mentalità, sebbene in modo inconsapevole, purtroppo persiste ancora la convinzione che il carattere dominante di una comunità deve essere quello maschile e che il sostegno maggiore nei confronti della società debba provenire da loro. In Cina - ma non solo in Cina - un uomo che si sottrae a questa logica è un uomo che già di per sè si autodefinisce impotente. E questa meccanica sembra essere stata in gran parte assorbita anche dalle donne.
Un passaggio dal Medioevo al postmoderno, come quello che ha vissuto la Cina negli ultimi trent’anni, cosa comporta nella memoria collettiva?
Dal 1949, e per almeno un ventennio, la Cina ha assistito impotente ad una radicale distruzione della propria cultura, dimenticando che una nazione è tale solo se può poggiarsi su una forte identità e causando così un danno irreparabile per le generazioni successive. Adesso stiamo assistendo ad una risalita, ma è comunque una risalita graduale. E il compito di noi cinesi è proprio questo: restaurare pazientemente un simile vuoto. Ma questa è un’impresa ardua, che ha bisogno di molto tempo.
E sul fronte sociale?
Sotto questo profilo, negli ultimi anni ci sono stati radicali cambiamenti. Di certo, le nuove generazioni sono più libere: possono divertirsi di più, ma sono anche molto più facilmente esposte consumismo. Non so se questo sia un fatto positivo. Posso solo dire che questa non è una mia ambizione. Ma forse, alla fine, questo è solo un punto di vista radicale di una persona un po’ troppo noiosa.

Apologia del best seller: torna l’autore dell’Ombra del vento

Carlos Ruis Zafon

Incontro Carlos Ruiz Zafón a Barcellona, la città dov’è nato e dove a volte ritorna per rivedere suo padre. È un gigante con la testa pelata e gli occhiali da vista, un incrocio tra un giocatore di baseball e un secchione. Dal 1993 vive a Los Angeles, dove 7 anni fa ha scritto L’ombra del vento (Mondadori), e ogni volta che io salgo su un treno, una metropolitana o un aereo trovo sempre qualcuno che lo sta leggendo.
È stato un successo lento, un romanzo magico in castigliano dove confluisce ogni genere: tragedia, commedia, thriller, storia d’amore. Accolto freddamente dai critici, ha viaggiato tra i lettori con il passaparola, vendendo più di 10 milioni di copie nel mondo, 1 milione e mezzo in Italia. È la storia dell’iniziazione sentimentale del ragazzo Daniel che, nella Barcellona della prima metà del secolo scorso, trova un libro maledetto che gli cambia la vita. Ha una scrittura suadente, un intreccio da feuilleton ottocentesco con passioni illecite, amori impossibili, follie omicide, intrighi e segreti nell’anima oscura della città.
In febbraio Zafón ha finito il suo nuovo romanzo, Il gioco dell’angelo, 1 milione 300 mila copie già vendute in Spagna, in Italia esce il 28 ottobre dalla Mondadori. Siamo ancora a Barcellona, negli anni Venti, lo scrittore David Martín si consuma la salute firmando con lo pseudonimo storie granguignolesche di successo, ed è innamorato di una donna che sceglierà un altro. Tradito dal mondo, deciderà di vendicarsi con un patto diabolico. C’è ancora il Cimitero dei libri dimenticati, che era il cuore dell’Ombra del vento, ci sono ancora le anime dei romanzi, e Il gioco dell’angelo, in qualche modo, finisce dove la prima storia era cominciata.
Chiedo a questo omone di 44 anni, seduto di fronte a me, quale progetto porterà a compimento con la parabola iniziata con L’ombra del vento. Dice che “saranno quattro libri interconnessi, e tuttavia ognuno di tono e personalità differenti, con qualche personaggio in comune, ma da leggere in qualsiasi ordine si voglia, scatole cinesi da cui sempre tornare all’origine: il Cimitero dei libri dimenticati”.
Gli racconto quanto mi abbia colpito che nel Gioco dell’angelo al protagonista David Martín non venga mai riconosciuto il talento, che il mondo autoriferito della letteratura lo escluda, che sin dall’infanzia gli venga ricordato che per lui non c’è speranza. Il suo alter ego è Pedro Vidal, nato nel privilegio ma privo di genio. David cerca di aiutarlo scrivendogli il romanzo che l’altro non è in grado di fare. Ma ogni buona azione porta con sé una punizione.
Spiega Zafón che “David ha perso tutto, i genitori, la donna che ama, e pensa che morirà. Finché un personaggio misterioso lo spinge in un angolo con una proposta: “Lo farai? Se sì, risolverai tutto, ma c’è un prezzo da pagare”. Se David fosse realizzato e avesse l’amore, non accetterebbe”.
È il dilemma faustiano di Christopher Marlowe. “L’uomo che, sentendo il tradimento del mondo, decide di vendere l’anima” continua Zafón. “È un’eco di tutte le vite, facciamo sempre un piccolo patto faustiano per sopravvivere, sempre dei compromessi per avanzare nel mondo. M’interessa come raggiungiamo l’equilibrio tra la necessità della realtà e l’astrazione di ciò che pensiamo sia buono o cattivo”.
David, che perde la salute sui fogli di carta, ci riporta ai grandi scrittori del Diciannovesimo secolo, quelli che dovevano combattere per guadagnarsi i lettori e, da Victor Hugo a Fëdor Dostoevskij, a Charles Dickens, si consumavano per sedurli. Oggi la letteratura, e in generale le arti, sono cambiate. “Mozart, Dumas o Shakespeare” dice Zafón “erano autori che vivevano nel mondo reale, non una lobby che si autodistribuiva medaglie nello snobismo delle accademie. Mozart lavorava per i soldi e avrebbe composto per la Chiesa, l’imperatore, chiunque. A Vivaldi dicevano: “Scrivi tre concerti per la prossima settimana” e lui era in grado di farlo. Erano i grandi talenti della storia, capaci di una tecnica avanzata”.
Ma nel Ventesimo secolo, sostiene Zafón, la letteratura si è frantumata. “Per esempio, c’era molto giornalismo in ciò che scriveva Hugo. Quando il giornalismo ha deciso di interpretare il mondo, la letteratura si è ritirata. Poi sono arrivati il cinema e altre forme di narrativa popolare, la reazione è stata una delle grandi frodi culturali del Ventesimo secolo: l’invenzione del sopracciglio alzato. La pura letteratura è diventata qualcosa di squisito, un’arte per pochi, lontana da secoli di tradizione del raccontare storie. I veri professionisti oggi lavorano in altri campi”.
Lui, che ha fatto lo sceneggiatore a Hollywood, sostiene che la migliore narrativa venga ora dalla tv. “Molti autori delle serie televisive sono i moderni Shakespeare, Dickens, Balzac. È tutta parte della stessa tradizione narrativa”.
Gli dico che molti lettori guardano con disprezzo ai best-seller. Riflette che “tutti i classici della letteratura, dalla Bibbia a Don Chisciotte, sono stati libri che vendevano molto. I pregiudizi sono il frutto di un’estetica degli anni 60 e 70, di una generazione che si riteneva così superiore da dover dire alle masse che cosa pensare, anche che i best-seller sono cattivi. C’è sempre qualcuno che vuole importi che cosa fare, in termini politici, etici, estetici. Nei miei romanzi, il Cimitero dei libri dimenticati è invece un invito al mondo delle idee, a essere pensatori critici”.
Gli chiedo che cosa renda un libro, secondo lui, un grande best-seller e un grande classico. Risponde che “è ciò che amiamo dell’arte, cioè com’è fatta. Possiamo leggere migliaia di storie d’amore, ma pochissime ci emozioneranno, moltissime storie di fantasmi ma pochissime ci faranno davvero paura. La letteratura non è un lavoro d’intenzione ma di esecuzione, come tutta l’arte. Puoi sostenere: “Scriverò il romanzo che cambierà la natura umana”, ma se qualcuno più talentoso di te scriverà un giallo ambientato in un paesino, commuoverà di più”.
Ha cominciato creando romanzi per adolescenti. Dice che “i lettori giovani sono più esigenti e sinceri, perché non ancora contaminati dai pregiudizi. Non fanno caso a chi tu sia, giudicano il lavoro per i tuoi meriti e hanno la percezione chiara di che cosa significhi raccontare storie”. Gli chiedo perché sia così affascinato dagli elementi gotici o anche granguignoleschi. Gli piace, confida, manipolare simboli.
“La struttura del mistero permette d’introdurre molti soggetti in modo più efficace di quanto si possa fare nel romanzo sociale. Shakespeare, per esempio, usa molto i fantasmi, perché gli consentono d’inserire storie sulla coscienza, l’identità e peccato. È tutta fiction e sono tutti simboli e codici. Anche se molte volte i lettori vanno a compartimenti. Dicono: “Non leggo storie con creature volanti sulla copertina”. Invece è interessante superare i confini, portare i lettori da un posto all’altro, unire tutto e creare la diversità”.
C’è profondamente, nei suoi romanzi, una Barcellona gotica di gargoyle, architetture e simboli. Eppure, ha scritto L’ombra del vento interamente a Los Angeles e Il gioco dell’angelo a metà tra la California e la Spagna. Giura che i due romanzi sono più legati a quanto ha imparato in America. Afferma che la sua Barcellona è come il mondo di Dickens, semplicemente uno dei personaggi. “Se la conosci, la scoprirai sotto una luce diversa. Se non la conosci, ti presenterò a lei come agli altri personaggi. È un’interpretazione letteraria, non un ritratto realistico”.
Ha avuto molto successo, circostanza difficilmente perdonata. “L’invidia è il peccato nazionale spagnolo. Ci sono culture, come quella americana, dove manifestarla sarebbe ammettere la sconfitta. In Spagna, invece, la gente esprime più apertamente l’ostilità al successo” dice. Prevede che vivrà il resto della sua vita in California. Anche se conclude, finalmente sciogliendosi: “Quando sei cresciuto in un posto non importa dove vai, è sempre dentro di te”. Certamente in tutta la California non troverà mai una città misteriosa come Barcellona.

Le Clézio e il gioco della torre all’Accademia di Svezia

Jean-Marie Gustave Le Clézio

Di Roberto Barbolini
Magari sarà capitato anche a voi: con il gioco della torre hanno cominciato a tormentarci fin da piccoli. “Vuoi più bene al papà o alla mamma?” era la domanda che la cugina nubile oppure lo zio prete, la moglie del dirimpettaio o il marito della tata ci scodellavano col loro più bel sorrisino all’alchermes. “A tutti e due uguale” rispondevamo. “A tutti e due”, sentendoci intanto pungere il cuore dall’incertezza.
Con il Nobel per la letteratura (se volete fare bella figura pronunciate Nobèl) succede un po’ la stessa cosa. Immaginate la fatidica cinquina finale composta, che so, da Philip Roth, Milan Kundera, Àlvaro Mutis, Joyce Carol Oates, più un quinto personaggio il cui nome non verrà per ora rivelato. Oppure da Amos Oz, Mario Vargas Llosa, Martin Amis, Don De Lillo, più l’anonimo di cui sopra. Aggiungete, alla rinfusa, i nomi di Thomas Pynchon, Mo Yan, Alice Munro, Claudio Magris. E poi figuratevi tutti questi egregi signori delle lettere spiaccicati al suolo, dopo un volo virtuale ma senza scampo giù dalla fatidica torre. E lassù in cima, solo ed unico trionfatore sul podio della letteratura mondiale, l’uomo di cui abbiamo finora taciuto il nome: Jean-Marie Gustave Le Clézio. Che non sarà magari uno scrittore mediocre, come si è affrettato a definirlo il nostro Pietro Citati; piuttosto uno scrittore medio, con un curriculum buono ma non eccezionale, anche se molto premiato nel suo paese, la Francia.
Esordio precoce all’epoca del “nouveau roman”, quando la star era Alain Robbe-Grillet; scrittura in senso lato sperimentale fino agli anni Settanta (ma in quel periodo era vivo e vegeto un certo Georges Perec…); approdo nella maturità a uno stile più quieto, con tematiche che vanno dall’autobiografia al viaggio e all’ambiente: ai severi accademici svedesi Le Clézio è parso avere tutte le carte in regola.
Ma, puntuali come ogni anno, sono scoppiate le polemiche. E via con il tormentone, la dietrologia, i sospetti sull’effettiva competenza della giuria, ricorrentemente accusata di pensare più alla “political correctness” che alla letteratura: a conferma, è sempre stato di prammatica rammentare il riconoscimento negato a Jorge Luis Borges per le sue posizioni politiche considerate troppo di destra.
In effetti la sequela dei Nobel letterari mancati è ben lunga e piena di stranezze. Possibile che tra i 14 francesi finora premiati (la rappresentanza più numerosa) manchi un certo Marcel Proust? E che l’Austria abbia visto laureare Elfriede Jelinek ma non Robert Musil o Thomas Bernhard? “Tra i russi” ci ha ricordato Paolo Di Stefano sul Corriere della sera “c’ è Bunin ma non ci sono Tolstoj, Mandel’ stam e Salamov. Tra gli svizzeri c’è un certo Spitteler e mancano Dürrenmatt e Frisch. E se tra gli irlandesi non c’è traccia di Joycee tra gli americani mancano Scott Fitzgerald e Nabokov, perché Deledda sì e Verga no?”.
L’impressione, a pelle, è che l’Accademia svedese sia una parodia involontaria del Congresso del mondo immaginato proprio da Borges in una sua novella: nell’impossibilità di valutare davvero la totalità delle letterature mondiali, si punta a una certa equità distributiva, a equilibrismi diplomatici, più che a premiare davvero i migliori o a sorprendere con scelte coraggiose e impreviste.
In realtà le cose sono più complesse, come ci ha ben raccontato di recente Daniela Marcheschi nel saggio Alloro di Svezia (Mup editore), sfatando molti equivoci e superficialità sull’operato dei fatali accademici. Ma il risultato rimane spesso di una deludente medietà. La scelta di autori come Le Clézio o la Jelinek sarebbe, in questo senso, l’equivalente letterario della “vita da mediano” cantata da Ligabue. Eppure la contesa per l’”alloro di Svezia” continua, come ogni anno, a fare rumore. Non a caso, Alfred Nobel è ricordato come l’inventore della dinamite.

Una tarma contro Firmino: “La bibliotecaria” torna in libreria

Libri antichi
È stata presentata a Napoli la nuova edizione de La bibiotecaria, il racconto di una tarma prima mangiatrice poi lettrice di libri, scritto da Claudio Ciccarone al centro di un presunto caso di plagio contestato al topo Firmino (Einaudi) dell’americano Sam Savage che, come il piccolo insetto, si innamora della lettura (qui un confronto tra i due libri).
La nuova versione, curata Fanucci editore e nella quale l’autore dà spazio anche agli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia della città di Napoli come l’emergenza rifiuti, è accompagnata dai disegni di Luca Dalisi, autore anche della copertina.
“Continua ad essere una storia di diversi” ha spiegato l’autore “di piccoli e indifesi protagonisti dei nostri giorni alle prese con le vessazioni e le catastrofiche mire dei potenti”. E la storia e le vicissitudini di Marta, il nome dell’insetto, è il pretesto per raccontare, da un punto di vista del tutto particolare, la storia dei nostri giorni. “Come piccoli insetti” continua Ciccarone “anche noi subiamo le decisioni dei regnanti del mondo e solo unendo i nostri pensieri, le nostre opinioni, potremmo arginare e cambiare il corso delle cose”. Il libro con Marta la tarma verrà portato nelle scuole per invogliare al dibattito anche i ragazzi dei quartieri più degradati. “Con il disegnatore Dalisi” conclude Ciccarone “continueremo ad incontrare i ragazzi invitandoli, così come fa Marta nel finale del libro, a leggere, leggere, leggere”.

Trevi noir, negli abissi più cupi della letteratura

trevinoir

UmbriaLibri 2008, la cinque-giorni di conversazioni, mostra mercato e presentazioni letterarie, ha un antipasto di tinte cupe e mistero con “Trevi Noir - Le Spie del Male. Il noir, la storia, la vita“: l’1 e il 2 novembre, anticipando l’evento di Perugia (in programma dal 5 al 9 novembre), Trevi ospita incontri e interviste a scrittori, con protagonista il noir.
La prima voce ad aprire la rassegna è quella di Ben Pastor, scrittrice italoamericana che unisce alle regole del mystery contaminazioni da romanzo storico e da racconto di introspezione psicologica, vincitrice nel 2008 della quarta edizione del Premio International de Nòvela Historica Ciudad de Zaragoza (Spagna) con il romanzo Conspiratio. El caso del ladròn de agua.
Il giallo storico è il tema della tavola rotonda con Roger N. Morris (Il Giudice Porfirij, Rizzoli 2007) e Laura Wilson, scrittrice inglese di gialli psicologici, insieme a Daniela De Gregorio e Michael Jacob, autori con lo pseudonimo di Michael Gregorio dei thriller a sfondo storico I Giorni dell’Espiazione e Critica della ragion criminale (Einaudi).
Nel pomeriggio intervista ad Andrew Taylor, autore del giallo storico Il ragazzo americano, mystery ad ambientazione storica che vede tra i protagonisti anche un giovane Edgar Allan Poe.

“Scrittura multipla” è l’incontro con i Kai Zen, quattro autori che scommettono sulla pluralità dei punti di vista e realizzano progetti di scrittura collettiva; hanno pubblicato per Mondadori il libro La strategia dell’ariete. Di imminente pubblicazione, invece, per la Marsilio, La Terza Metà di Gugliemo Pispisa (Kai Zen G).
Ultimo protagonista di sabato Massimo Carlotto, scrittore, drammaturgo e sceneggiatore italiano, in uscita il 4 novembre con il suo ultimo romanzo Perdas De Fogu.
“Il Noir tra cronaca e storia” è la panoramica su origine, storia e significato del noir, coordinata da Mimmo Franzinelli, scrittore storico, autore de La sottile linea nera
(Rizzoli 2008), un’indagine sull’eversione neofascista tra fine anni ‘60 e metà anni ‘70, condotta attraverso la consultazione di materiale inedito o poco conosciuto, e Simone Sarasso, autore di Confine di Stato, il suo romanzo d’esordio, primo volume di una trilogia noir sui misteri e le trame della Storia d’Italia dal dopoguerra a Tangentopoli.
Segue una tavola rotonda “Editoria Noir” con Jacopo De Michelis della Marsilio editrice, Walter Donohue, editore capo della casa editrice inglese Faber & Faber, e Claudio Maria Messina, Edizioni Robin.
Per finire con l’incontro con Maxim Jakubowski a cura di Michael Jacob. Jakubowski, conosciuto come Mister Noir, è proprietario della più famosa e antica libreria europea del giallo, laMurder One di Londra. Ed è tuttora editor e scrittore. Il suo ultimo
libro è Chronicles of Crime: The Second Ellis Peters Memorial Anthology of Historical Crime. La sua prossima pubblicazione in Italia si intitola Roma Noir.

Il matematico indiano: i numeri primi di David Leavitt

Le sudate carte

Michele Lauro

È un periodo in cui alla scienza della matematica arride il successo. Lo dimostra il caso letterario del best seller di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Premio Strega 2008. Il titolo, si è poi saputo, fu scelto da un editor della sua casa editrice, che vide nella suggestione matematica - esistono numeri speciali come i numeri primi gemelli: separati da un solo numero pari, sono vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero - il modo più intrigante per sintetizzare una storia basata sul complesso rapporto fra due gemelli.
La matematica e i numeri primi fanno da sfondo anche all’ultimo romanzo di David Leavitt, Il matematico indiano (Mondadori). L’ex enfant prodige della letteratura anglosassone rielabora una materia storica complessa, oscura e affascinante: il sodalizio fra il matematico inglese Godfrey Harold Hardy (1877-1947) e il matematico indiano Srinivasa Ramanujan (1887-1920).
Dal suo modesto ufficio di contabile a Madras, Ramanujan strega il brillante cattedratico del Trinity College di Cambridge inviandogli una lettera piena di equazioni che non assomigliano a “nessun tipo di matematica nota” a Hardy, ma che si muovono sorprendentemente nell’orbita di ciò che già allora arrovellava lo stesso Hardy e il suo collega e collaboratore J.L. Littlewood: la dimostrazione dell’ipotesi di Riemann. Dapprima scettico, poi sempre più convinto di trovarsi di fronte a un genio inespresso, Hardy riesce a portare Ramanujan al Trinity. La loro sarà una delle collaborazioni più fruttuose, ancorché brevi, nella storia della scienza. Verso la fine del 1916 condurrà alla scoperta della “formula asintotica per la funzione di partizione di un numero intero”, nota come formula di Hardy-Ramanujan. Ma appena sei anni dopo il suo sbarco a Cambridge, il geniale indiano si ammala misteriosamente e si spegne, come per consunzione, a Madras dove è ritornato a trascorrere gli ultimi mesi di vita: aveva 33 anni.
Nelle quasi 600 pagine del libro sono tanti i temi correlati che si intrecciano alle vicende dei due protagonisti. Innanzitutto l’atmosfera di un luogo e di un’epoca, quella della città di Cambridge negli anni a cavallo della prima guerra mondiale, quando sarà costretta a trasformarsi in un immenso ospedale. Teatro della scena è il Trinity College, storica istituzione universitaria che ai primi del Novecento godeva della frequentazione di alcuni dei “grandi” del secolo, come i filosofi Bertrand Russell e Ludwig Wittgenstein e il romanziere D.H. Lawrence, che appaiono con un cameo nel libro. Il Trinity rappresentava una curiosa enclave nell’Inghilterra puritana e coloniale dell’epoca. La libertà culturale e di costumi che vi si respirava consente all’autore di indagare un tema a lui caro, quello della diversità riferita qui non solo all’omosessualità (alla nutrita comunità gay appartengono Hardy e molti colleghi massoni), ma anche all’incontro con l’altro da sé. Ramanujan è un bramino osservante, rigorosamente vegetariano, devoto alla dea Namagiri che gli detta le formule in sogno. Ma il matematico è devoto anche a una famiglia contraddittoria, le cui abitudini e il cui stesso pensiero sono guardati con un misto di curiosità e sospetto. La sua mancata integrazione nel paese che lo ha riconosciuto come genio è probabilmente alla base della sua prematura scomparsa.
La solitudine dei numeri primi si riverbera qui nella solitudine del genio, nell’abisso che lo separa dal consesso di noi umani. La sua personalità si rivela insondabile, così come è fallimentare il tentativo di giungere a una armonia nell’apparente caos della successione dei primi. Ragione e follia, ordine e caos, intelletto e psiche si placano soltanto nell’applicazione a enigmi matematici così lontani dal mondo ordinario da essere dotati di una propria intrinseca bellezza. Teoremi che sono una forma di poesia.

Birmania, in libreria le conversazioni di Aung San Suu Kyi

La mia Birmania, di Aung San Suu Kyi (ed. Corbaccio)
Aung San Suu Kyi, leader del movimento democratico in Birmania, è un paradosso vivente. È stata eletta democraticamente, nel 1991, eppure le è stato impedito di governare. Non ha commesso alcun reato, eppure ha trascorso la maggior parte degli ultimi vent’anni reclusa nella sua casa, agli arresti domiciliari, per disposizione della giunta militare che governa il suo Paese. Le è impossibile uscire dalla Birmania, eppure tutto il mondo ormai ha imparato a riconoscere, sui giornali e in tv, il suo profilo minuto e il suo messaggio di pace. Potrebbe maledire chi l’ha condannata alla reclusione, invece dice “Non ho mai imparato a odiare i miei carcerieri” e predica, coerentemente alla filosofia buddista, la non violenza e la compassione.
Domani esce nelle librerie italiane il suo libro La mia Birmania, risultato di una serie di conversazioni con Alan Clements, giornalista e scrittore americano vissuto per anni in Birmania. L’incontro tra Clements e Aung San Suu Kyi avviene nel 1996: cinque anni prima la donna aveva ricevuto il premio Nobel per la pace. Il libro viene poi pubblicato in inglese e tradotto in dodici lingue, ma non arriva in Italia.
Oggi “La mia Birmania” torna nelle librerie di tutto il mondo in una nuova edizione, e per la prima volta viene tradotto in italiano: lo pubblica la casa editrice Corbaccio nella collana Dalla parte delle donne.
Nella nuova prefazione Clements parla dei tumulti avvenuti l’anno scorso contro il regime nella capitale Rangoon e in altre regioni. Una protesta nonviolenta, guidata dai monaci: restano nella memoria le immagini delle persone con la testa rasata, le tuniche arancioni e le mani giunte, attaccati dai soldati in assetto da guerra.
Il libro racchiude al suo interno una sezione di fotografie dell’autrice e delle manifestazioni per la democrazia organizzate dagli studenti birmani tra la fine degli anni Ottanta e oggi. Alla fine del volume c’è una “Cronologia essenziale della Birmania” aggiornata fino al giugno 2008.

Il Sudafrica di Dominique Lapierre

Johannesburg
Esce in Italia, per le edizioni il Saggiatore, Un Arcobaleno nella notte di Dominique Lapierre. Francese, 77 anni, Lapierre è il prolifico autore de La città della Gioia insieme a Larry Collins e di Mezzanotte e cinque a Bhopal insieme a Javier Moro. Ha fondato l’Associazione Cité de la Joie per aiutare i bambini poveri e malati di Calcutta. Nel suo ultimo volume a finire nel mirino della sua scrittura è il Sudafrica. Lapierre ne ripercorre come fosse una saga l’intera sua storia, dall’arrivo dei primi colonizzatori fino alle lotte di Mandela contro il razzismo e l’apartheid. Secoli di storia, fatti, soprusi, battaglie sociali e vittorie raccontati con l’acume dello storico e il piglio del romanziere. Panorama.it ha incontrato l’autore.

Questa volta ha cambiato continente. Non l’India ma l’Africa, il Sudafrica. Perché?
Perché ho incontrato una Madre Teresa sudafricana che mi ha fatto venire il desiderio di scrivere di questa parte di mondo. Quest’eroe al femminile si chiama Helen Lieberman, è una signora bianca moglie di un avvocato molto conosciuto a Città del Capo. Nella fase più critica del regime razzista dell’apartheid questa donna dalla pelle bianca ha rischiato la propria vita per aiutare la povera gente di una bidonville di neri vicina alla capitale. La sua esperienza mi ha insegnato che nelle situazioni più tragiche ci sono sempre degli eroi capaci di riscattare la conoscenza dell’umanità.
Quando i coloni calvinisti sono arrivati in Sudafrica erano convinti di essere degli eletti da Dio destinati a fondare una nuova Terra promessa per poi scoprire che le cose non stavano proprio così. Cosa pensa dunque del fenomeno “colonizzazione” e dell’apartheid che ne è stata una conseguenza estrema?
Per me ogni forma di colonizzazione è sempre negativa quando si basa sulla sottomissione di un popolo alla volontà di un altro. Quanto all’apartheid è stato un vero e proprio regime paragonabile solo a quello nazista. Durante la preparazione di questo libro, con tutte le informazioni storiche che venivano fuori, la mia opinione sull’argomento si è inasprita ancora di più.
Nel volume lei parla di personaggi che hanno segnato non solo la storia del Sudafrica ma del mondo intero, come di Nelson Mandela o del cardiochirurgo Christiaan Barnard. Cosa l’ha colpita di più di loro?
Di Mandela sono rimasto particolarmente colpito dalla straordinaria visione politica che lo animava, è stato un gigante per l’umanità, ma anche la sua grande capacità di perdono. Peccato che oggi non ci sia un Nelson Mandela in Israele e in Palestina perché rappresenterebbe una speranza concreta di pace. Quanto a Christiaan Barnard, anche lui era guidato da una visione del futuro che non si lasciava intimidire dalle leggi oppressive inventate dagli oppressori di quel regime razzista che è stato l’apartheid.
In che modo ha lavorato alla stesura del libro visto che la ricostruzione storica vi gioca un ruolo decisivo? E l’Aids che ruolo ricopre?
Per scrivere questo libro ho fatto ricerche per tre anni, intervistando testimoni e consultando archivi. Un’inchiesta minuziosissima, un lavoro da certosino. Tra i temi più forti inevitabilmente quello dell’Aids gioca un ruolo determinante nel Sudafrica e nell’Africa di oggi. In Sudafrica ne è colpito più del 18% della popolazione. Purtroppo i successori di Mandela sembrano non rendersi conto né tanto meno voler affrontare questo flagello. Solo una spietata politica di prevenzione e di educazione potrà strozzare questa orribile epidemia.
Attraverso i suoi romanzi lei ha raccontato molto e di molti paesi. Ha mai pensato di scrivere qualcosa sull’Italia?
L’Italia è un paese meraviglioso. Mi piacerebbe un giorno dedicarle un libro. Personalmente sono molto grato agli Italiani per la loro solidarietà e generosità nei confronti della mia azione umanitaria nelle bidonvilles di Calcutta e delle zone più povere del delta del Gange. Vorrei ricordare a questo proposito che i diritti d’autore di Un arcobaleno nella notte confluiranno nei 14 progetti umanitari che io e mia moglie stiamo portando avanti in India. Una sola copia di questo libro ci permetterà di dare cibo e cure per una settimana a 10 bambini indiani ammalati di lebbra. I poveri mi hanno insegnato che “tutto quello che non è dato è perso”. La mia scrittura serve anche a questo.

Il bullismo raccontato in prima persona

Bulli

Gang Bang: Chuck Palahniuk in libreria con un romanzo “solo per adulti”


Chuck Palahniuk, l’autore di Fight Club (romanzo divenuto anche un fortunato film con Brad Pitt) torna in libreria con un nuovo volume che sulla copertina viene segnalato come “Solo per adulti”. Il titolo è Gang Bang (Mondadori). Questa la trama: una pornodiva, Cassie Smith, ormai arrivata all’età della pensione, vuole lasciare un segno indelebile nella storia del cinema a luci rosse stabilendo il record mondiale di amplessi con 600 uomini, uno dopo l’altro. Le sue esibizioni con la enorme gang bang, vale a dire quella particolare performance porno nella quale una donna fa sesso con uno spropositato numero di uomini, sarà anche l’oggetto di un film.
In uno stanzone che ricorda una sala d’aspetto con vassoi carichi di preservativi di diversi colori, i 600 partner aspettano il loro turno coordinati da Sheila, segretaria di Miss Wright, che si muove con scioltezza fra tanti uomini nudi affidando ad ognuno un numero. Voce narrante del libro sono tre di loro: il numero 600, vecchia stella del porno che ha già lavorato con Cassie; il 137, un divo della tv caduto in disgrazia per uno scandalo sessuale e il numero 72, un timido giovane che si presenta con un mazzo di rose e nasconde un segreto. L’atmosfera è chiusa, una serie di monitor trasmettono i vecchi film di Cassie Smith con titoli che fanno il verso a libri o film famosi che Palahniuk si è divertito a inventare.
Obiettivo della pornostar è morire durante le riprese del suo tentativo di record mondiale in modo da scoraggiare futuri tentativi da parte di altri e di restare così insuperata.
Gang Bang, come sempre accade nei romanzi di Palahniuk, si basa su un ampio lavoro di ricerca e documentazione. Ed è ispirato alla pornodiva Annabel Chong che stabilì il record di 251 rapporti sessuali con 70 uomini in 10 ore.

L’America e gli americani, lo sguardo di Steinbeck frantuma il tempo

Lavoratori in protesta in Broad Street
“Poi la gente smise di fare investimenti [...] Ricordo che venivano intervistati i Big Boys - i banchieri e gli industriali - quelli che sapevano. Alcuni acquistarono spazi per rassicurare i milionari in rovina: ‘È solo un ribasso fisiologico. ‘Non temete: comprate, continuate a comprare’. Intanto i Big Boys vendevano e il mercato implose.”

Cronaca di questi giorni? Il tempo è ciclico, le sacre scritture indiane, Budda, Giambattista Vico, Friedrich Nietzsche, ci avevano avvertito. Questione di ermeneutica, di esegesi, abbiamo sempre pensato. Eppure leggendo L’America e gli americani (pp. 320, € 19,50), la raccolta di scritti, di John Steinbeck curata da Bruno Osimo per Alet, sembra che la ciclicità del tempo non sia solo una questione teoretica o allegorico-simbolica. Nel giugno 1960, Steinbeck scriveva per Esquire, un articolo sugli anni ‘30, sui suoi anni ‘30, quelli vissuti sulla sua pelle di scrittore, poco incline agli intellettualismi e molto incline a sporcarsi le mani e a spezzarsi la schiena per guadagnarsi il pane con quel suo fisico da bracciante agricolo. Steinbeck conscio del potere della parola e della forza etica delle storie è ancora, incredibilmente, terribilmente attuale. E questa antologia, fatta di frammenti, di articoli che sembrano lampi a ciel sereno, ci restituisce come un manrovescio un’immagine del passato così spietatamente identica al presente da rendere il concetto di Saṃsāra, di ciclo di vita, morte e rinascita nitido, preciso e per niente metaforico.
La penna di Steinbeck ha qualcosa di magico, scorre sulla carta potente eppure semplice, evocativa eppure familiare, e quando indugia, senza falsi moralismi e senza piagnistei, sulla grande depressione, sui piccoli risparmiatori che ritirano i loro soldi perché le banche sono al fallimento, sugli operai che chiedono di lavorare anche se il prodotto non vende, sugli spregiudicati uomini d’affari che nascondono l’imminente recessione per profitto personale, sulla disoccupazione, la caduta del ceto medio, le migrazioni verso occidente per cercare qualcosa di meglio; ci si chiede dove siano finiti gli scrittori di cotanto calibro. Una scrittura, fluida e densa al tempo stesso, che è metro della miseria umana e che non teme di inimicarsi il potere, di destra e di sinistra (per Steinbeck la sinistra non sarebbe altro che una pseudodestra). Taccuino in tasca e sguardo lucido Steinbeck era consapevole del fatto che la scrittura, prima di ogni altra cosa, è un atto etico che non dice qualcosa ma fa qualcosa, con coraggio. Andare nel mondo, coglierne le connessioni, sporcarsi, raccontarlo, mettere a nudo il re. Fiction e cronaca si intrecciano, l’autore di Salinas vive quello che scrive e le torri d’avorio fatte di letteratura ombelicale al suo cospetto crollano, si perdono nel trascorre dei giorni. Lui invece è ancora qui con le sue parole potentissime ed entra a pieno titolo nel nuovo millennio come voce importante, importantissima, capace di essere testimone del presente anche dopo la morte. Se non è sfidare il tempo lineare e le sue leggi questo…

iLit: il romanzo che si ascolta

Ipod con cuffie

Racconti da ascoltare a passeggio o durante i viaggi, contando sull’ipod o sul lettore mp3. Brani che si possono condividere, scaricare e pubblicare sul proprio blog. È l’iniziativa di Marsilio “iLit” per alcuni suoi libri: già diecimila persone hanno ascoltato La Nanda. Ma il catalogo raccoglie una decina di storie diverse: da La terza metà di Gugliemo Pispisa a Novalis di Giorgio Fontana. L’ascoltatore può viaggiare per alcuni minuti nelle atmosfere di Requiem o tra prestigiatori e sciamani nei quartieri di Roma descritti in Pan. Un modo piacevole per provare una nuova opera senza doverla prendere dagli scaffali della libreria.

Marsilio ha pubblicato su internet le storie dei libri su Vimeo, una sorta di bacheca che può essere utilizzata anche per la condivisione di video e foto con l’iphone. Chi abita negli Stati Uniti può installare sul melafonino un programma, EyeMobile, e usarlo per scattare immagini e girare video, caricarli online e condividerli. E per esplorare la letteratura “a occhi chiusi” sono da visitare Librivox, un catalogo di audiolibri in pubblico dominio (e quindi gratuiti), e Voicebooks. La maggior parte dei brani sono in inglese: un’occasione in più per fare pratica con la lingua di Shakespeare.

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