Alda Merini e Giovanni Muti durante una serata di musica e poesia
È una delle poche poetesse al mondo in cui la metafora non è mai consumata, quella della lucida visionarietà della follia. Per Alda Merini l’una non è mai esistita senza l’altra in un groviglio di fatti biografici ed emozioni non sempre facile da sopportare sulla propria pelle. Ad aprire uno squarcio arrivano adesso, dopo più trent’anni dal suo ricovero nell’istituto psichiatrico milanese Paolo Pini, pubblicate da Frassinelli, Lettere dal dottor G. Si tratta di una raccolta di versi, lettere e pensieri sparsi scritti dalla Merini durante il suo ricovero dal 1965 al 1972 e indirizzati al proprio mentore, Enzo Gabrici, lo psichiatra oggi quasi centenario che non solo la curò ma che divenne in pochissimo il suo riferimento in una vita scandita dai tempi e dalle strane forme scoperte ogni giorno all’interno dell’ospedale psichiatrico insieme agli altri malati. Del dottor G la poetessa aveva già parlato in Diario di una diversa, elogiandone la metodologia scientifica che “con la sua terapia della non violenza dava all’ammalato la sensazione di poter essere ancora vivo”. Ora in questo nuovo volume di lettere la prospettiva si fa più profonda, il solco del dolore riesce a creare un itinerario fatto di versi e parole uniche e resuscitare blocchi di vita vissuta che chiedevano evidentemente di tornare in superficie. Sotto la lente di ingrandimento della poesia finisce così non soltanto un rapporto medico-paziente, che vince sul pentotal e sugli elettrochoc ma la trasformazione stessa di un’anima destinata all’eternità dell’arte al prezzo di micidiali sofferenze. “E allora il poeta deve parlare, deve prendere questa materia incandescente che è la vita di tutti i giorni e farne oro colato”. Così è stato. La paziente Alda si è trasformata nella poetessa Merini.
- Giovedì 2 Ottobre 2008

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