Ha catturato l’attenzione del Los Angeles Times e del Wall Street Journal. Ha scalato le classifiche letterarie in Usa e Gran Bretagna. Tra i blog - solo per fare qualche esempio - lo hanno segnalato gli attentissimi americani Cave17 e Old Musty Books, ma anche inglesi come The English Pen. Hakawati, il cantore di storie, terzo romanzo dello scrittore libanese Rabih Alameddine, è ormai un caso letterario internazionale. E rischia di diventarlo anche in Italia grazie all’edizione Bompiani, con la traduzione di Marina Rotondo e Francesco Nitti, appena sbarcata in libreria.
Il motivo per cui il mondo occidentale concentra improvvisamente la sua attenzione su questo libro lo ha spiegato in maniera puntuale, sul Corriere della Sera, Livia Manera (che firma anche la breve presentazione sulla sguardia del volume Bompiani): “In parte” spiega “perché a scoprirlo è stata Nicole Aragi, la più quotata talent scout dell’universo letterario americano, che prima di Alameddine ha fatto conoscere autori come Nathan Englander, Monica Ali, Junot Diaz e Jonathan Safran Foer. Ma soprattutto perché in un mondo che guarda sempre più al Medio Oriente come alla culla del terrorismo e poco altro, un libro come Hakawati è una provocazione ad allargare i propri orizzonti: un romanzo che attingendo all’opera di Ovidio e di Omero, alle Mille e una notte e al Corano, all’antico Testamento e ai miti babilonesi, mette a confronto una cultura vastissima e stratificata con la storia del Libano degli ultimi cinquant’anni”.
Il romanzo narra la storia di Osama al-Kharrat che nel 2003 lascia gli Stati Uniti, dove vive da tempo, per recarsi al capezzale del padre in fin di vita a Beirut. Con lui ha sempre avuto un contrasto forte, che lo aveva spinto a lasciare il suo Paese. Tornato a casa, scopre la sua città natale irrimediabilmente cambiata. Ma trova intatti gli affetti famigliari . Rivede tutti i membri della sua numerosa famiglia patriarcale, in parte cristiana, in parte ebrea, in parte araba. E sul filo di questi incontri rivive anche le storie di ognuno. Osama scopre che oltre l’affetto non è cambiato nemmeno il modo di comunicarlo attraverso le storie, soprattutto con la voce del nonno, “Hakawati”, analfabeta e cantastorie di professione.
La trama, fatta di vicende che si apparentano in una serie di incastri geometrici e genealogici è però anche un pretesto per raccontare un mondo più ampio di quello famigliare, ovvero il confronto tra Oriente e Occidente. Partendo dalla cronaca di figli che nascono, partono, tornano, combattono e muoiono, la narrazione di Alameddine attinge anche alle più diverse fonti, accostando ai pettegolezzi il mito (da Omero a Sheherazade) e la grande la storia (la Guerra dei Sei Giorni, la guerra civile, il Libano degli ultimi decenni).
- Domenica 12 Ottobre 2008

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